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Altro che natalità, siamo alla glaciazione demografica

Mentre la ministra Roccella polarizzava le tifoserie sul diritto di parola e agli Stati generali della natalità teneva banco la polemica sul limite tra contestazione e censura, i professionisti provavano a ragionare su quella che da alcuni viene definita una “glaciazione demografica”.

Glaciazione demografica. Flagello della natalità. Se il governo ascoltasse gli esperti aiuterebbe

Percorsi di secondo welfare ad esempio ha realizzato una ricerca con Fondazione Lottomatica che dice come la denatalità in Italia rispecchia un serio divario tra desideri e realtà. “Le difficoltà economiche sono l’ostacolo prevalente tra le coppie dove la donna resta in casa (entrate insufficienti). Le difficoltà di conciliazione, invece, ostacolano la procreazione quando la donna è occupata (troppi impegni e poco tempo).

I padri italiani danno ancora scarso contributo alle incombenze di casa e di cura”, scrive l’associazione. Sono tutti problemi noti, nonostante certa politica sia convinta di poterli ignorare. C’è il sostegno alle famiglie che continua a essere troppo poco e troppo breve. C’è il congedo parentale che è troppo oneroso per le famiglie meno abbienti.

Ci sono gli asili nido che continuano a mancare (nonostante si nasca sempre meno e nonostante i soldi del Pnrr) mentre in Germania, Paese Bassi, Danimarca, Slovenia addirittura il posto viene garantito dal momento in cui finisce il congedo di maternità. Il professore di scienze politiche all’Università di Milano Maurizio Ferrera fa notare che anche i mancati servizi agli anziani non autosufficienti influiscono su giovani che devono dedicarsi ai propri genitori prima di poter essere genitori.

E poi c’è ovviamente il lavoro che occupa moltissimo tempo non sempre garantendo uno stipendio adeguato. La denatalità è un argomento molto serio e urgente, molto più delle uscite pubbliche della ministra. Forse converrebbe parlare di quello.

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Lotta al traffico internazionale di droga, a Palermo il Summit tra i magistrati italiani e del Sudamerica

Nel giorno dell’anniversario del giudice Giovanni Falcone, ucciso dalla mafia insieme alla sua scorta a Capaci, nella sua Palermo si ritrovano i magistrati italiani con i magistrati con i colleghi dell’Iberoamerica per un’attività di coordinamento contro il grande business delle mafie: la cocaina. L’incontro è stato voluto e organizzato dal procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo e per tre giorni, fino a venerdì, vede confrontarsi i protagonisti delle procure italiane e del Sudamerica. 

La linea rossa tra Italia e Sudamerica collega le organizzazioni criminali brasiliane, venezuelane, messicane, colombiane con i loro “naturali alleati dei gruppi mafiosi calabresi e albanesi – ha spiegato Melillo –  che hanno da tempo in qui paesi stabili ramificazioni, anche a fini di riciclaggio”. Per il procuratore antimafia “non sono un caso – con ha spiegato in una recente intervista a Repubblica – gli arresti di importanti uomini di ‘ndrangheta avvenuti recentemente in Brasile e Perù. Così come appare radicata quanto trascurata la presenza in America Latina di autentiche colonie mafiosi calabresi”. 

Nel giorno dell’anniversario della morte di Giovanni Falcone il procuratore nazionale antimafia Melillo riunisce magistrati italiani e sudamericani per coordinare le indagini in corso

Come ai tempi di Falcone e Borsellino le sostanze stupefacenti rimangono il business principale delle mafie, in primis la cocaina. Negli ultimi quattro anni i quantitativi di cocaina intercettati nel nostro Paese sono passati da circa 3 tonnellate e mezzo (2018) a oltre 26 tonnellate di sostanza sequestrata, il 77% delle quali presso le aree doganali marittime.

A fronte di una maggiore diffusione nel territorio non è cambiata nel tempo la concentrazione media (70%) di principio attivo rilevata nei campioni di sostanza analizzati. La spesa per il consumo stimata nel 2022 rappresenta poco meno di un terzo della spesa generale attribuita all’acquisto di sostanze stupefacenti e si aggira intorno ai 5 miliardi di euro.

Oggi in Italia è sostanzialmente un prodotto di massa: in poco più di vent’anni i prezzi sono crollati e la domanda è esplosa. Oggi i consumatori sono almeno mezzo milione, con 44 mila ragazzi sotto i 19 anni. 

Il summit internazionale palermitano ha al centro anche i nuovi strumenti necessari all’evoluzione del traffico di droga internazionale

Il summit internazionale palermitano ha al centro anche i nuovi strumenti necessari all’evoluzione del traffico di droga internazionale. In un’intervista alla Rai dello scorso gennaio il criminologo Vincenzo Musacchio spiegava che i nuovi trafficanti di droga (spesso figli o parenti dei capi storici sudamericani) “sono in grado di gestire e finanziare l’intera operazione criminale senza mai entrare in contatto con la droga”.

Sfruttando le moderne tecnologie e la comunicazione satellitare “impartiscono ordini su lussuosissimi yacht o in terre, dove la legge, di fatto, non è pienamente efficace. Rimangono puliti perché raramente possono essere collegati a specifiche operazioni di traffico di droga o dove si trovano, non è possibile stabilire alcuna prova della loro colpevolezza perché le leggi di quel territorio non sono compatibili con le nostre legislazioni”. 

“Il traffico degli stupefacenti è tornato ad essere un grande business per le mafie”, ha detto oggi il procuratore di Palermo, Maurizio De Lucia, intervenendo a Palazzo Jung di Palermo alle celebrazioni in ricordo della strage di Capaci. Di droga si era occupato Giovanni Falcone nel suo impegno professionale, a partire dalla celebre operazione Pizza Connection in accordo con l’Fbi.

Falcone insisteva nel ripetere che solo con un maggior coordinamento delle indagini si potessero raggiungere importanti risultati contro le mafie. La Direzione nazionale antimafia fu una sua intuizione. Oggi la superprocura ha bisogno di diventare internazionale. 

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“Signor presidente chiediamo che per i nostri figli manifestare sia un diritto e non un pericolo”

“Signor Presidente, siamo centinaia di genitori di ragazze e ragazzi che frequentano la scuola superiore. Una di loro, studentessa di un liceo di Roma, è tornata a casa con la testa spaccata dal manganello di un poliziotto. Un’altra, colpita ripetutamente alle costole, è stata portata via in ambulanza. In quella circostanza, almeno cinque studenti minorenni sono stati feriti dai colpi dei poliziotti che affrontano armati e in tenuta antisommossa i giovani disarmati e a volto scoperto”. 

Inizia così la lettera al presidente della Repubblica Sergio Mattarella di 200 (per ora) genitori di “studenti minorenni che manifestano pacificamente il loro dissenso” e “vengono brutalmente caricati, percossi, lasciati a terra da adulti che avrebbero il compito di proteggerli, di garantire l’esercizio dei loro diritti”. I genitori si rivolgono al capo dello Stato per esprimere “sconcerto e preoccupazione”: “la Costituzione della quale lei è garante – si legge -, la Carta che le nostre figlie e i nostri figli studiano a scuola, assicura il diritto di manifestare, di riunirsi pacificamente e senza armi, la libertà di esprimere il proprio pensiero. È questo che insegniamo in classe e in famiglia ed è questo insegnamento che i giovani mettono in pratica quando manifestano per difendere il diritto all’aborto, per contestare gli accordi di collaborazione militare con le università israeliane o per chiedere che il governo Israeliano smetta di massacrare migliaia di donne, bambini, ragazzi come loro”. 

“A ogni intemperanza – spiegano i genitori nella loro missiva – le forze dell’ordine reagiscono caricando e sferrando colpi di manganello, ferendo chi capita a tiro, traumatizzando tutti gli altri. Non accade lo stesso con gli ultras armati di spranghe che mettono a ferro e fuoco le città. In quel caso, la furia di tifosi adulti viene tollerata e contenuta senza far scattare ogni volta la conta dei feriti”. 

“Perché, invece, – chiedono i genitori – gli studenti minorenni e disarmati vengono manganellati? Le nostre figlie e i nostri figli tornano a casa impauriti, sgomenti, arrabbiati. Raccontano dei coetanei a terra, del sangue, delle ferite, delle cariche, ci mostrano i video girati con i loro telefoni. La violenza delle forze dell’ordine rischia di innescare nei giovani più suggestionabili una risposta violenta. A questo si vuole arrivare? «Dal corteo sono partite offese», leggiamo nei resoconti giornalistici. E quindi? Compito dei poliziotti che si confrontano con un corteo di minorenni, quando anche alcuni dei ragazzi dovessero urlare parole offensive, non è quello di agire con giudizio e moderazione? Quale esempio vogliamo dare? Come dobbiamo comportarci noi adulti, noi genitori? Dovremmo scoraggiare le ragazze e i ragazzi dal manifestare? «Vai, mai stai attenta. Non metterti davanti con lo striscione» diciamo loro: «o rischi che ti arrivi una manganellata». Sa cosa ci rispondono, signor Presidente? «Mamma, se non arriva a me arriva a un’altra ragazza o un altro ragazzo che come me non ha fatto niente»”. 

La lettera si chiude con la richiesta “che manifestare sia un diritto e non un pericolo” e “che anche in Italia venga finalmente apposto il numero identificativo sulla divisa di ogni poliziotto per individuare chi, con il pretesto della difesa dell’ordine pubblico, si accanisce con violenza sui giovani disarmati alimentando in tutti loro la sfiducia nelle istituzioni che lei, Signor Presidente, rappresenta”. 

Siamo messi così. 

Buon giovedì

Foto di apertura di Marioluca Bariona

 

 

 

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I diritti secondo Gasparri. E quelli costituzionali

Ieri il presidente dei senatori di Forza Italia Maurizio Gasparri ha trovato il tempo di presentare in Senato il manifesto valoriale Pro vita e famiglia, l’associazione che da anni si scaglia contro la legge 194 sull’aborto. Gasparri si è lanciato in una lectio magistralis sui diritti.

Ieri il presidente dei senatori di Forza Italia Maurizio Gasparri ha trovato il tempo di presentare in Senato il manifesto valoriale Pro vita e famiglia

Ha detto, testualmente, come riportano le agenzie: “Quando mi chiedono cosa penso dei diritti, io rispondo ‘mi faccia l’elenco dei diritti. Quali sono?’. Mettiamoli in ordine di priorità. Il primo diritto è quello alla vita, perché se uno non è vivo non c’è nessun altro diritto. Il secondo diritto è quello a essere nutriti, perché se non si mangia si muore. Poi c’è il diritto a lavorare, perché se non si lavora non si può comprare il cibo, poi c’é il diritto di manifestare il proprio pensiero, richiamato dall’articolo 21 della Costituzione. Dobbiamo combattere l’errore che trasforma le parole, perché la parola diritti è sacrosanta, ma viene usata solo in una certa maniera, per fare riferimento solo a certi diritti, come quelli Lgbt. Noi rifiutiamo questa impostazione monoculturale, questo pensiero unico anche sulla parola ‘diritti’. Noi difendiamo tutti i diritti, partendo dal diritto alla vita che comprende tutto. Perché in ordine cronologico ci sono la vita, il nutrimento, il pensiero e il lavoro, poi viene tutto il resto”.

L’articolo 3 della Costituzione dice che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Tutti i cittadini, quindi. Anche coloro che non sono d’accordo con Gasparri. E il discorso si potrebbe chiudere così.

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Elezioni Ue: le posizioni dei partiti sul cambiamento climatico

A meno di tre settimane dalle elezioni europee dell’8 e 9 giugno, le posizioni dei partiti italiani sulla lotta ai cambiamenti climatici sono state delineate con maggiore chiarezza attraverso la pubblicazione dei rispettivi programmi elettorali. Uno dei temi centrali di questa tornata elettorale sarà il modo in cui affrontare la crisi climatica, la cui esistenza è riconosciuta da tutte le forze politiche, a differenza di quanto accaduto in passato.

Pagella politica nella sua newsletter A fuoco ha analizzato le diverse posizioni. L’unica lista elettorale a non menzionare la lotta ai cambiamenti climatici nel suo programma è “Libertà” di Cateno De Luca, mentre gli altri schieramenti hanno espresso posizioni contrastanti sul Green Deal europeo, il piano con cui l’Unione europea mira a diventare il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050.

I Partiti di Governo: Revisione del Green Deal

 I partiti di destra che sostengono il governo Meloni, ovvero Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, chiedono una revisione del Green Deal europeo, ritenendolo troppo ideologico e potenzialmente dannoso per l’economia.

Fratelli d’Italia riconosce la “crisi climatica” e il ruolo cruciale degli agricoltori nel fronteggiarla, ma propone di “rivedere la normativa sul ripristino della natura” per non penalizzare agricoltura e allevamento, e di “cambiare le eco-follie del Green Deal”. Il partito di Giorgia Meloni vuole “modificare radicalmente la direttiva sulle case green” e “cancellare il blocco alla produzione di auto a motore endotermico dal 2035”, sostenendo che il raggiungimento degli obiettivi climatici deve essere economicamente e socialmente sostenibile, senza approcci ideologici o oneri sproporzionati.

La Lega, guidata da Matteo Salvini, promette di “affrontare le politiche climatiche con maggior pragmatismo per evitare di de-industrializzare l’Unione europea”, rivedendo il Green Deal “da cima a fondo”. Anche Forza Italia, il partito di Antonio Tajani, chiede di passare “da un Green Deal ideologico a un Green Deal realistico”, rivedendo il pacchetto di iniziative che rischia di danneggiare settori chiave dell’economia italiana.

Le Opposizioni: Difesa o Critica al Green Deal 

Dall’altro lato, alcuni partiti dell’opposizione difendono il Green Deal e chiedono misure e obiettivi climatici ancora più ambiziosi, mentre altri lo contestano.

Il Partito Democratico, guidato da Elly Schlein, ritiene che l’Europa debba consolidare la leadership mondiale nel contrasto all’emergenza climatica, investendo in innovazione, sostenibilità, ricerca e green economy. Il PD propone strumenti per la decarbonizzazione del sistema energetico, il rafforzamento della direttiva sul monitoraggio del consumo di suolo e la creazione di un’Agenzia europea per la manutenzione del territorio e il contrasto al dissesto idrogeologico.

Il Movimento 5 Stelle, con un programma di 103 pagine di cui dieci dedicate al capitolo “Energia e clima”, propone il rafforzamento del Green Deal, la creazione di un fondo per le energie rinnovabili e l’efficientamento energetico degli edifici, l’introduzione di una tassa sugli extraprofitti delle compagnie energetiche, l’estensione del sistema della cessione dei crediti d’imposta per finanziare la transizione ecologica e la piantumazione di tre miliardi di alberi in Europa entro il 2030.

Alleanza Verdi-Sinistra, composta da Europa Verde e Sinistra Italiana, difende e vuole rafforzare il Green Deal per raggiungere la neutralità climatica e un’Europa alimentata al 100% da energie rinnovabili entro il 2040, anticipando l’obiettivo attuale del 2050. La lista propone un “Fondo europeo per gli investimenti ambientali e sociali” da almeno 2.000 miliardi di euro per finanziare investimenti green, trasporto pubblico ed efficientamento energetico delle case.

Posizioni Critiche e Proposte

 Radicali Azione-Siamo Europei, la lista di Carlo Calenda, pur riconoscendo la necessità di azioni sul clima, contesta le politiche climatiche adottate dall’Ue negli ultimi anni, proponendo di riformare la tabella di marcia del Green Deal, accusato di avere “un forte impianto ideologico”. Calenda propone di rinviare almeno al 2035 gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra attualmente fissati al 2030 e di “rifiutare ulteriori innalzamenti dei target di decarbonizzazione”.

La lista “Stati Uniti d’Europa“, composta da Italia Viva di Matteo Renzi e Più Europa, menziona solo brevemente la “lotta al cambiamento climatico”, ispirandosi a un “principio di ragionevolezza e gradualità, tutelando allo stesso tempo l’industria e i posti di lavoro”.

Infine, la lista “Pace Terra Dignità” dell’ex giornalista Michele Santoro propone una “transizione ecologica radicale” basata sull’economia circolare, puntando a contenere il surriscaldamento in un grado e mezzo entro il 2030 attraverso misure come la riduzione del consumo di carne, dell’uso dell’aereo e degli sprechi di acqua.

Il Futuro del Green Deal nell’Unione Europea

Nonostante le posizioni divergenti sui temi climatici, il futuro del Green Deal europeo non dipenderà esclusivamente dall’esito delle elezioni italiane, poiché l’Italia elegge solo 76 parlamentari europei su 720. Sarà la maggioranza che si formerà all’interno del nuovo Parlamento europeo a determinare il destino del Green Deal, attraverso l’elezione della presidenza della Commissione europea, il principale organismo esecutivo dell’Unione europea.

Se i partiti di destra e conservatori incrementeranno i loro voti e troveranno un’intesa per allearsi, il rischio – o la possibilità, a seconda dei punti di vista – che il Green Deal sia ridimensionato sarà concreto. D’altra parte, una maggioranza favorevole potrebbe rafforzare ulteriormente le politiche climatiche dell’Unione europea.

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Solito Khan Khan

C’è in giro una fronda che pur di correre in difesa del capo del governo israeliano Benjamin Netanyahu non trova niente di meglio che attaccare Karim Ahmad Khan, il procuratore della Corte penale internazionale che, come ha spiegato alla Cnn, vuole dimostrare che la Cpi è indipendente e imparziale e quindi capace di perseguire i capi di Hamas come il capo del governo israeliano e il suo ministro della Difesa, Yoav Gallant.

Ciò che colpisce – ma non stupisce – del dibattito scaldato dal tifo che accompagna tutte le guerre è che per difendere il governo israeliano ci si concentri sull’accusatore più che sull’accusa, seguendo il vecchio canone del berlusconismo che è stato e che non smette ancora di esserci. 

L’effetto è inevitabilmente deprimente e svela l’ipocrisia di fondo che è la costante di tutte le guerre. Il quotidiano Il Foglio, solo per citare un esempio, quando la Cpi mise nel mirino il presidente russo Vladimir Putin scriveva: “La decisione rimette in ordine le regole internazionali”. La Corte penale quindi era un esempio di giusta applicazione delle leggi. Ora invece scrive che “la giustizia modello Corte penale è una roba per idioti incapaci di crescere e pensare”. 

Per attaccare Khan i garantisti spiegano che il procuratore in passato ha difeso da avvocato anche dei criminali. Bella scoperta, è il mestiere degli avvocati. Poi aggiungono che è stato eletto procuratore con i voti dei dittatori africani, omettendo che fu sostenuto anche da Usa e Israele.

Magari tra poco lo prenderanno di mira pure per il colore dei calzini, come ai vecchi tempi, quando l’attacco ai giudici era un modo per difendersi dai processi e non nei processi. 

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Lighthouse Reports: “Incassano fondi Ue e scaricano i migranti nel deserto”

Secondo un’inchiesta condotta dal collettivo di giornalisti Lighthouse Reports, i finanziamenti dell’Unione Europea vengono utilizzati in alcuni dei Paesi africani beneficiari per operazioni sistematiche di espulsione di rifugiati e migranti nei deserti e nelle aree remote del Marocco, della Mauritania e della Tunisia. Queste pratiche costituiscono gravi violazioni dei diritti umani.

L’inchiesta di Lighthouse Reports in Tunisia, Marocco e Mauritania: i fondi Ue per ridurre le partenze usati anche per operazioni illegali

L’indagine rivela che l’Ue ha inviato centinaia di milioni di euro a questi paesi nordafricani ogni anno per la “gestione della migrazione”, con l’obiettivo di ridurre il numero di persone che cercano di raggiungere l’Europa. Tuttavia, i fondi europei stanno contribuendo a operazioni illegali in cui rifugiati e migranti, molti dei quali diretti verso l’Ue, vengono arrestati in base al colore della loro pelle, caricati su autobus e abbandonati in aree desertiche senza acqua, cibo o assistenza.

Attraverso testimonianze di oltre 50 sopravvissuti, prove video e indagini sul campo, i giornalisti hanno documentato casi di persone lasciate in zone remote, esposte a rischi di rapimento, estorsione, tortura, violenza sessuale e potenzialmente morte. Alcuni vengono addirittura consegnati ai trafficanti di esseri umani e alle bande criminali al confine.

L’inchiesta ha geolocalizzato e verificato 13 incidenti in Tunisia tra luglio 2023 e maggio 2024, in cui gruppi di neri sono stati arrestati nelle città o nei porti e trasportati vicino ai confini libici o algerini, abbandonati o consegnati alle forze di sicurezza libiche. In Marocco, i giornalisti hanno filmato le Forze Ausiliarie paramilitari mentre raccoglievano persone di colore dalle strade di Rabat e le detenevano prima di caricarle su autobus non contrassegnati diretti in aree remote.

In Mauritania, è stato osservato un centro di detenzione nella capitale Nouakchott, dove rifugiati e migranti venivano portati da agenti di polizia spagnoli prima di essere trasferiti con autobus bianchi verso il confine con il Mali, una zona di guerra attiva.

Migranti abbandonati nel deserto

Sebbene i funzionari europei abbiano negato che i fondi vengano utilizzati per violare i diritti umani, l’inchiesta ha ottenuto documenti interni che dimostrano che l’UE era a conoscenza di queste pratiche almeno dal 2019. Un consulente che ha lavorato a progetti finanziati dall’UE ha affermato che l’obiettivo era “rendere difficile la vita dei migranti”.

L’indagine ha anche rivelato che l’UE sta finanziando direttamente le forze ausiliarie paramilitari marocchine coinvolte negli arresti razziali. Analisti e accademici affermano che i legami di finanziamento europei rendono l’UE responsabile di questi abusi secondo il diritto internazionale.

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A Gaza colpiti 31 ospedali su 36

Nella Striscia di Gaza sono stati colpiti dalle forze israeliane 31 ospedali su 36. 31 ospedali su 36 vengono definiti “danneggiati” o “distrutti” e a dare i numeri non è Hamas ma l’Alto rappresentante europeo per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, e il commissario europeo per la gestione delle crisi, Janez Lenarcic. 

L’Oms (non Hamas) ha registrato un totale di 890 attacchi a strutture sanitarie, di cui 443 a Gaza e 447 in Cisgiordania: “Tra quelli distrutti c’è l’ospedale Al-Shifa, il più grande complesso medico della Striscia, che rimane oggi completamente fuori servizio”. 

Le testimonianze sul campo (non Hamas) descrivono una situazione drammatica. Un operatore sanitario di Medici senza frontiere racconta che dall’inizio della guerra ha dovuto lasciare ben 12 strutture sanitarie dopo avere subito “26 incidenti violenti, tra cui attacchi aerei che hanno danneggiato gli ospedali, carri armati che hanno sparato contro i rifugi di Msf le cui posizioni erano condivise con le parti in conflitto, offensive di terra contro i centri medici e convogli colpiti”.

L’ospedale da campo a Rafah è stato evacuato perché considerato non sicuro.

Borrel e Lenarcic (non Hamas), in una lettera congiunta, scrivono che gli ospedali di Gaza che sono rimasti in piedi “sono parzialmente funzionanti e operano con gravi limitazioni. A causa della situazione disastrosa, molti di essi sono sull’orlo del collasso o hanno dovuto essere chiusi. L’accesso alle cure mediche di emergenza è ancora più cruciale in un momento in cui i palestinesi di Gaza vivono sotto un costante bombardamento e più di 9.000 feriti gravi rischiano di morire a causa della mancanza di un’adeguata assistenza sanitaria”.

Buon mercoledì. 

In foto ospedale Al Quds di Gaza dopo i bombardamenti israeliani

Foto di ISM Palestine – originally posted to Flickr as Al-Quds hospital, Gaza City, following Israeli shelling, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5774348

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La maggioranza italiana si sgretola a Bruxelles

Ospite della trasmissione Quarta Repubblica su Rete 4 il ministro degli Esteri e presidente di Forza Italia nonché uomo di punta del Partito popolare europeo Antonio Tajani ha spiegato che la dissociazione dell’identità politica mostrata da Giorgia Meloni in occasione del suo intervento alla manifestazione del partito spagnolo di ultradestra Vox non è un problema.

“Meloni è la Presidente del Consiglio italiana, ma è anche la leader dei Conservatori e riformisti europei” e all’evento di Vox “è andata come leader dei Conservatori”, ha detto Tajani, forse dando per scontato che la leader di Fratelli d’Italia assuma posizioni diverse in base alla platea che ha di fronte. “Non ho nulla a che fare con la Le Pen che non è europeista, io sì e sono un patriota italiano”, ha rimarcato Tajani auspicando “una maggioranza tra popolari, liberali e conservatori”.

Tajani si è dimenticato di dire che pur non avendo nulla a che fare con Marine Le Pen si ritrova al governo con Matteo Salvini, suo scudiero in salsa italiana. Ricapitolando: Meloni in Europa sogna un’alleanza con il gruppo di ultradestra di Le Pen e di Salvini e spera di potersi sbarazzare di Ursula von der Leyen che è la candidata alla Commissione europea dei Popolari di cui fa parte Tajani. Salvini non vuole che i conservatori (quindi Meloni) si alleino con i Popolari (quindi Tajani). Tajani non vuole il gruppo di Salvini ma auspica una maggioranza con Meloni. Senza timore di smentita si può scrivere che la maggioranza di governo qui in Italia non solo non esiste in Europa ma addirittura a Bruxelles pone veti. Governano con quelli che a Bruxelles considerano indesiderabili, quindi.

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Iuventa, il Gup di Trapani: “Mai nessun accordo tra trafficanti e Ong”

Lo scorso 19 aprile, dopo 7 anni, si era chiuso con il non luogo a procedere il procedimento penale nei confronti dei componenti dell’equipaggio delle ong Jugend Rettet, Save The Children e Medici Senza Frontiere accusate dai pm di Trapani di aver stretto accordi con i trafficanti di uomini e di non aver prestato in realtà soccorso ai profughi ma di aver fatto loro da “taxi”, trasbordandoli dalle navi libiche alle quali poi avrebbero permesso di tornare indietro indisturbate.

Trafficanti, depositate le motivazioni del non luogo a procedere nel cosiddetto processo Iuventa che vedeva coinvolte tre Ong

Ora il Gup di Trapani ha depositato le motivazioni della sua sentenza che sanciscono come “la direzione delle condotte” dell’equipaggio della nave Iuventa – non risulta affatto correlata all’ingresso illegale in Italia dei migranti, ma va inquadrata nello specifico contesto delle operazioni di soccorso”. Il giudice sottolinea anche “come l’obbligo di soccorso in mare sia previsto dal diritto consuetudinario internazionale, da numerose convenzioni internazionali e dal diritto interno”. 

La sentenza esclude “qualsiasi consegna concordata di migranti tra i trafficanti e le Ong” e anzi definisce “del tutto distoniche” le circostanze portate dall’accusa. Per il giudice la Procura “nella ricostruzione delle singole vicende, aveva talvolta concentrato l’attenzione e valorizzato oltremodo aspetti di portata dimostrativa limitata, senza tenere conto complessivamente di tutti gli elementi disponibili o comunque agevolmente acquisibili, e da dati del tutto incerti e privi di significato univoco aveva sviluppato valutazioni e raggiunto conclusioni presentate come certe”. 

Le indagini sui presunti “taxi del mare” sono durate quasi 5 anni e sono costate 3 milioni di euro

Le indagini del cosiddetto caso Iuventa sono durate quasi cinque anni, utilizzando anche un agente sotto copertura. Vennero intercettati molti giornalisti che non erano indagati ma si occupavano spesso di immigrazione: fu un fatto controverso, dato che la sorveglianza telefonica di persone non indagate dovrebbe essere fatta solo in casi rari ed eccezionali. L’indagine è costata circa 3 milioni di euro. 

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