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Antigone boccia il nuovo ddl Sicurezza: “Con questa legge anche Ghandi sarebbe incarcerato”

“È con misure di welfare comunale e di dialogo sociale, non criminalizzando le persone che un Governo dovrebbe agire di fronte a comportamenti che affondano le proprie radici nella disuguaglianza sociale ed economica”.

Questo in sintesi il pensiero dell’associazione Antigone e dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) sul nuovo ddl sicurezza in discussione in Parlamento (“Disposizioni in materia di sicurezza pubblica, di tutela del personale in servizio, nonché di vittime dell’usura e di ordinamento penitenziario”). 

Secondo le due associazioni il testo presenta un evidente contrasto con troppi principi costituzionali che reggono il nostro ordinamento giuridico, in particolare nel campo del diritto penale, del diritto dell’immigrazione e del diritto penitenziario. “Le nuove disposizioni che il Governo vorrebbe introdurre appaiono, infatti, impostate ad una logica repressiva, securitaria e concentrazionaria: la sicurezza è declinata solo in termini di proibizioni e punizioni, ignorando che è prima di tutto sicurezza sociale, lavorativa, umana e dovrebbe essere finalizzata all’uguaglianza delle persone. Il disegno di legge del Governo strumentalizza, invece, le paure delle persone e contravviene ai doveri di solidarietà di cui all’articolo 2 della Costituzione” dichiarano le associazioni nell’introduzione al documento presentato ai parlamentari delle Commissione Giustizia e Affari Costituzionali della Camera dei Deputati.

Asgi e Antigone denunciano il rischio di scivolare in un “modello autoritario e repressivo”: “il disegno di legge del Governo strumentalizza le paure delle persone”

Per Antigone e Asgi si rischia di scivolare in un “modello autoritario e repressivo nelle nostre comunità colpendo anche con intenti discriminatori, diverse situazioni di marginalità sociale”. Il disegno di legge, presentato da alcuni membri della maggioranza come legge “anti Rom” cancella la possibilità di rinvio della pena per le donne in stato di gravidanza, “norma dall’evidente contenuto simbolico, finalizzata a reprimere un particolare gruppo sociale, connotato sul piano culturale, ossia le donne rom”, secondo le associazioni. 

È prevista anche la definizione del nuovo reato di “rivolta carceraria” che – secondo le associazioni – equiparerà le proteste violente con quelle non violente.

Se qualcuno si opporrà in maniera pacifica agli ordini in partiti in un carcere o in un centro di accoglienza o un centro di permanenza per il rimpatrio (CPR), ad esempio rifiutandosi di rientrare in una cella sovraffollata, potrà subire una pena che può arrivare fino ad 8 anni di reclusione, con anche la previsione del 4-bis, un regime particolarmente severo di cancellazione dei benefici penitenziari, pensato inizialmente per i reati di terrorismo e criminalità organizzata.

Per Antigone e Asgi c’è il rischio “di stravolgere il modello penitenziario repubblicano e costituzionale

Antigone e Asgi vedono il rischio “di stravolgere il modello penitenziario repubblicano e costituzionale, ricollegandosi al regolamento fascista del 1931” a causa della “logica repressiva delle lotte sociali che caratterizza il disegno di legge”.

Infine le associazioni osservano che la nuova legge porterebbe alla proliferazione delle “armi nelle strade e, più in generale, nei luoghi pubblici, consentendo a circa 300 mila persone appartenenti alle forze dell’ordine di usare un’altra arma, diversa da quella di servizio, mettendo a rischio la sicurezza delle persone, in una deriva del modello securitario che tenderebbe così ad assomigliare sempre più a quello statunitense”.

La stroncatura è netta: “Non è sicurezza ma disumanità” quindi il testo viene ritenuto di fatto “inemendabile”. “Con questa legge anche Gandhi verrebbe incarcerato”, dice il presidente di Antigone Patrizio Gonnella. 

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L’Ue divisa sulla richiesta d’arresto per Netanyahu. L’Italia in linea con la posizione Usa

La richiesta d’arresto di Netanyahu  spacca l’Unione europea. Che la politica israeliana reagisse rabbiosamente alla richiesta del procuratore capo della Corte penale internazionale (Cpi) di emettere un mandato di arresto nei confronti del primo ministro di Israele, in quanto “ci sono ragionevoli elementi per credere che il premier israeliano Benjamin Netanyahu abbia compiuto crimini di guerra e contro l’umanità” era facilmente prevedibile.

Le reazioni degli Stati membri dell’Unione europea sono la plastica rappresentazione dell’eterogeneità. Ognuno per conto suo. Per il Belgio “i crimini commessi a Gaza devono essere perseguiti al più alto livello, indipendentemente dai colpevoli”. Lo ha scritto il ministro degli Esteri belga, Hadja Lahbib, in una dichiarazione su X, sottolineando il sostegno del Belgio al lavoro della Cpi.

Posizione simile anche per il ministro degli Esteri sloveno secondo cui i crimini di guerra e contro l’umanità sul territorio palestinese “devono essere perseguiti in modo indipendente e imparziale indipendentemente dagli autori”. “La responsabilità è fondamentale per prevenire le atrocità e per garantire la pace”, ha scritto il ministero sui suoi canali ufficiali. 

Biden detta la linea: “Non c’è equivalenza tra Hamas e Israele”. Molti Paesi Ue lo seguono. Ma il procuratore della Cpi chiede di non “applicare la legge in modo selettivo”

Di posizione opposta il primo ministro ceco Petr Fiala che parla di una “decisione spaventosa e completamente inaccettabile” sostenendo che la proposta del procuratore capo della Cpi ha il difetto di mettere insieme “i rappresentanti di un governo democraticamente eletto insieme ai leader di un’organizzazione terroristica islamista”.

È la stessa linea tenuta dal cancelliere austriaco Karl Nehammer: “Rispettiamo pienamente l’indipendenza della Cpi. – scrive il capo del governo di Vienna -. Tuttavia, il fatto che il leader dell’organizzazione terroristica Hamas il cui obiettivo dichiarato è l’estinzione dello Stato di Israele venga menzionato contemporaneamente ai rappresentanti democraticamente eletti di quello stesso Stato non è comprensibile”.

Critica anche la posizione del Regno Unito. Il primo ministro Rishi Sunak attraverso il suo portavoce ha spiegato che “questa azione non fa nulla per aiutare a raggiungere una pausa nei combattimenti, far uscire gli ostaggi o ottenere aiuti umanitari e fare progressi verso un cessate il fuoco sostenibile che vogliamo vedere”.

Dalla Germania alla Francia: ognun per sé. L’Italia in linea con la posizione degli Stati Uniti

La Germania ieri in tarda serata ha emesso un comunicato con un lungo preambolo in cui afferma di rispettare la Cpi, importante perno della comunità internazionale, ma sottolinea come “la domanda simultanea di mandati di arresto contro i leader di Hamas da un lato e i due funzionari israeliani dall’altro ha dato la falsa impressione di un’equazione”.

Anche dall’altra parte dell’oceano il presidente Usa Joe Biden critica “l’equivalenza” tra il governo di Israele e Hamas. “Lasciatemi essere chiaro”, ha detto Biden, “rifiutiamo la domanda della Cpi per i mandati di arresto contro i leader israeliani. Qualunque cosa possano implicare questi mandati, non c’è equivalenza tra Israele e Hamas.

Oggi sulla questione è intervenuto anche il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani. Con una dichiarazione allineata alla posizione Usa: “Mi pare veramente singolare – dice il leader di Forza Italia -, direi inaccettabile, che si equipari un governo legittimamente eletto dal popolo a una organizzazione terroristica che è la causa di tutto ciò che sta accadendo in Medio Oriente”.

La Francia invece “sostiene la Corte Penale Internazionale (Cpi), la sua indipendenza, e la lotta contro l’impunità in tutte le situazioni”: lo ha fatto sapere ieri uno dei portavoce del ministero dell’Europa e degli Affari esteri francese in merito alla richiesta di mandati d’arresto internazionali nei confronti di dirigenti israeliani e di Hamas. 

Il procuratore capo della Cpi ieri ha voluto essere chiaro “su una questione fondamentale: se non dimostriamo la nostra volontà – ha detto Karim Khan – di applicare la legge allo stesso modo, se è vista come applicata in modo selettivo, creeremo le condizioni per il suo collasso”. 

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Privatizzazioni, la Cgil contro il piano del governo: “Un saldo nel vuoto”

Il governo tira dritto sulle privatizzazioni. Si comincerà con Poste, Eni e Raiway. Il piano annunciato dal governo entra nel vivo. L’obiettivo è recuperare almeno 20 miliardi di euro (lo 0,71% del debito pubblico) e la Cgil lancia l’allarme: “gli effetti saranno uffici chiusi, lavoratori licenziati, servizi azzerati, investimenti ridotti all’osso”, scrive il sindacato che lancia la campagna “Saldo nel vuoto” con l’obiettivo di “fermare questo scempio”. 

“La Cgil dice no. Perché le privatizzazioni hanno già fallito in passato, perché così si distruggono occupazione e professionalità, perché fare cassa è il contrario di avere una visione di sviluppo. Perché economicamente non conviene: è più ciò che si perde che quello che si guadagna. E perché, soprattutto, i cittadini, ognuno di noi, perderà qualcosa: un servizio, un posto di lavoro”, si legge nella nota che accompagna l’annuncio dell’iniziativa. 

Il governo tira dritto: si inizia con Poste, Eni e RaiWay. Per la Cgil saranno gli effetti saranno “uffici chiusi, licenziamenti, servizi ridotti”

Le privatizzazioni sono previste nella manovra finanziaria del 2024, con la previsione di incassare 20 miliardi di euro in tre anni. Per il segretario federale della Cgil Pino Gesmundo si tratta di “una realtà fatta di propaganda politica che nulla ha a che vedere con le azioni concrete che andrebbero introdotte per tutelare e rilanciare il sistema industriale del Paese” senza “visione strategica e di sistema, necessaria a orientare (anche) il mercato e costruire filiere nei settori strategici, catene del valore in grado di far crescere l’economia e creare occupazione stabile, professionalizzata e per gestire le innumerevoli crisi aziendali già in atto”. 

Il sindacato sottolinea come “si svendono infrastrutture strategiche del Paese, che rischiano di essere preda di speculazioni finanziarie e per le quali la discussione e il confronto semplicemente non esistono” e lamenta che nessun vero confronto con il ministro alle Finanze Giancarlo Giorgetti sia mai stato avviato. “Chiameremo alla mobilitazione le lavoratrici e i lavoratori, e ovviamente i cittadini, per impedire qualsiasi scelta che metta a repentaglio il futuro di asset strategici, nell’interesse dei dipendenti e del Paese tutto”.

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«Mettere il rossetto al maiale»

È un piccolo passo ma non è roba da poco. Nella pelosa vicenda di Julian Assange, fondatore di Wikileaks che rischia 175 anni di carcere negli Usa per avere svelato al mondo notizie che il potere avrebbe voluto omettere, perfino sapere di avere il diritto di presentare appello è una buona notizia. 

I giudici britannici dell’Alta Corte, sullo Strand, hanno messo nero su bianco i tre motivi per cui Assange ha il diritto di fare appello: la sua estradizione è incompatibile con i suoi diritti alla libertà di espressione sanciti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, la possibilità di essere discriminato in un processo negli Usa a causa della nazionalità australiana che non gli consentirebbe di appellarsi al primo emendamento e il rischio concreto di incorrere nella pena di morte. Sono i tre punti che da anni ripetono i legali di Assange e gli attivisti in sua difesa in tutto il mondo.  

Ci sarebbe poi un quarto motivo, quello che interessa tutti noi: fare passare il giornalismo per spionaggio è una pratica pericolosa per la compressione del diritto di essere informati. Ma su questo ci sarà tempo per discuterne e soprattutto per accorgersene. Ora si dovrebbe chiudere quanto prima questa tortura che vede un uomo con l’incontestabile merito di avere svelato al mondo i crimini della guerra in Iraq e Afghanistan – che rimane un’ottima lezione per le guerre d’oggi – ridotto a una larva in un carcere duro nel Regno Unito dopo anni passati nei pochi metri quadrati dell’ambasciata londinese in Ecuador.

La moglie Stella ieri ha detto che gli Usa vorrebbero “mettere il rossetto al maiale” per rendere potabile un gioco sporco. Forse sarebbe il caso di smettere. 

Buon martedì. 

Nella foto: frame del video dei sostenitori di Assange, Londra, 20 maggio 2024

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Meloni da Abascal a Mattino Cinque. Abbassa la… Vox per dire le stesse cose

Giorgia Meloni ripete il copione domenicale. La presidente del Consiglio smussa i toni come si conviene a un pubblico mattiniero e abbandona la retorica pugnace del giorno precedente nell’appuntamento con l’estrema destra spagnola di Vox. In quel caso si era scagliata contro i diritti Lgbt, contro il “gender”, contro la sinistra, contro i media e contro la transizione ecologica scaricando di fatto la presidente della Commissione europea (ricandidata) Ursula von der Leyen.

La premier Meloni ospite di Mattino 5 cambia toni. Ma dall’ambiente a Ursula von der Leyen scaricata il copione resta lo stesso

Ospite di Mattino 5 utilizza invece l’apparente sarcasmo per divincolarsi dal merito delle questioni. Così la polemica nata intorno la sua candidatura come capolista per Fratelli d’Italia (nessun altro capo di governo in Ue ha usato il proprio nome in lista come esca) e le osservazioni sulla confidenza con i suoi elettori (“scrivete Giorgia”, aveva detto la presidente del Consiglio alla Convention del suo partito) diventano semplicemente il là per una battuta. “Scrivere Giorgia sulla scheda un trucco?”, dice la presidente del Consiglio, nemmeno lambendo la questione di merito: candidarsi per un ruolo che non ricoprirà mai confondendo il proprio ruolo istituzionale con quello di leader di partito. “è un trucco che chieda di votarmi scrivendo il mio nome? Questi dibattiti della sinistra non li seguo più, cosa devo dire? Scrivete Giorgia Meloni detta Sbirulino?”, dice Meloni.

“Ho chiesto scrivete anche solo Giorgia sulla scheda perché la cosa di cui vado più fiera è che quando incontro le persone mi danno del tu e – aggiunge – mi chiamano Giorgia, significa che il ruolo” che ricopre “non ha creato distanza e che io sono ancora la persona del popolo che ero prima di diventare premier. Questo infastidisce i salotti della sinistra radical chic, ma io sono fiera di essere del popolo, che mi diano del tu, che non sono una persona che si sente su un piedistallo anche se alla sinistra farebbe orrore”. Nessun cenno invece alle critiche. È la tecnica del berlusconismo: omettere una parte della narrazione per dipingere una sola faccia del Paese. L’attacco all’opposizione che con i nazionalisti spagnoli era diretto e pugnace nell’intervista mattutina diventa una repolica molto più soft: Meloni parla di “due mondi: ho visto un tweet – dice – di un senatore che dice addirittura ‘non chiamatemi per nome ma dottore, perché io sono laureato’. Sei dottore, bravo, ti sei potuto laureare bravo, in Italia molta gente la laurea non se l’è potuta prendere, io non ho una laurea ma sono arrivata a fare il presidente del Consiglio e vuol dire che puoi arrivare dappertutto anche senza condizioni di partenza che qualcuno ha potuto avere”.

Poi l’attacco all’ambiente. “Per la transizione verde – dice Meloni -, con la scusa della difesa dell’ambiente, abbiamo visto l’Ue che attaccava le nostre libertà. Ha preteso di dirci cosa mangiare, cosa guidare, se dovevamo efficientare le case e come lo dovevamo fare senza dire chi pagava, quali tecnologie le aziende potevano utilizzare. Mi pare ci sia una limitazione alla libertà delle persone su cui tornare indietro. L’Ue può dare gli obiettivi, ma i Paesi giudicano come conseguirli”, ha detto ancora la presidente del Consiglio. E quindi l’addio a Ursula von der Leyen: “Il problema è la maggioranza che sostiene la Commissione, come sempre accade in queste cose.Ci stiamo a impiccare sul nome, ma la verità è che serve una maggioranza diversa da quella vista negli ultimi cinque anni, con i socialisti e i liberali: mettere insieme questa gente non risolve i problemi”.

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Il confronto Elly-Giorgia Dava fastidio solo alla legge

Per il mancato confronto con Elly Schlein su Rai1 “mi dispiace molto perché secondo me è un’occasione persa, molti mi hanno chiesto chi te lo fa fare? Soprattuto se sei in vantaggio, secondo me il confronto è sempre bello, aiuta cittadini a capire cosa sta accadendo”. Ha detto così la premier Giorgia Meloni ospite di Mattino Cinque, su Canale 5. Il confronto, ha detto Meloni, in tv con Schlein “sarebbe stato un modo per capire bene cosa cambia se vince un modello o se vince l’altro, dopodiché ha dato fastidio a qualcuno, ne prendo atto, lo faremo in altri modi”, ha detto ancora. A chi dava fastidio il confronto? Glielo diciamo noi: alla legge.

A chi dava fastidio il confronto su Rai1 tra Elly Schlein e Giorgia Meloni? Glielo diciamo noi: alla legge

Del resto la pronuncia dell’Agcom è identica a quella del 2022 a proposito del confronto tra Letta e Meloni. Come ha spiegato la giurista Vitalba Azzollini infatti, non è sufficiente il rispetto formale dell’art. 4, comma 7-ter del regolamento della Commissione di vigilanza Rai. Organizzare confronti fra tutti i leader di partiti minori, ammesso che Vespa ci fosse riuscito, non avrebbe significato garantire “parità di trattamento” e “pari opportunità di ascolto” rispetto a quello principale. Insomma, non ci sono strane trame.

Quel confronto semplicemente avrebbe rappresentato meno della metà del consenso degli elettori. In più sarebbe stato tra due leader che non hanno nessuna intenzione di imbarcarsi per Bruxelles anche se elette. L’occasione persa probabilmente è quella di un confronto tra due leader di partito (attualmente i primi due partiti in Italia) che nulla ha a che vedere con le elezioni europee. Se Meloni ha intenzione di confrontarsi le basta invitare la stampa alle sue conferenze stampa oppure rispondere – senza facce e sorrisini – ai suoi oppositori in Parlamento.

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La biodiversità nel dibattito per le elezioni europee?

In Italia è a rischio il 46,3% degli ecosistemi naturali e seminaturali, ovvero circa un quinto di tutta la superficie del Paese. È quanto emerge dalla Lista rossa degli ecosistemi d’Italia, elaborata dall’unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn), che si occupa di monitorare lo stato di salute delle specie e degli ambienti.

Openpolis che ha analizzato i dati spiega che l’eco-regione adriatica è quella con più ambienti vulnerabili (94% degli ecosistemi). Seguono quella tirrenica e la padana, con rispettivamente l’87% e l’81% degli ambienti a rischio. Quest’ultima è l’area con la quota più elevata di ecosistemi in pericolo critico (il 14%) e l’unica in cui non è presente alcun ecosistema che possa essere considerato a basso rischio (il 18% non risulta censito). Le zone meno vulnerabili sono invece quelle montuose, in particolare l’ecosistema alpino, che per il 72% risulta essere a rischio basso o inesistente.

Secondo il Wwf, tra 1970 e 2018 il numero di specie a livello globale si è ridotto del 69%. L’Istat dice che quasi un quarto dei cittadini italiani considera la perdita di biodiversità una delle cinque preoccupazioni ambientali prioritarie. Si tratta di un numero altissimo, praticamente inesistente nel dibattito politico. Anzi, spesso quelle persone vengono additate come ecoterroristi, ambientalisti incalliti. Sono i famosi “signor no” a cui fa riferimento spesso e volentieri il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Matteo Salvini. 

Ci si aspetterebbe che poco prima delle elezioni – soprattutto elezioni così importanti come quelle europee – tutti i partiti facciano a gara per strumentalizzare il tema (in tempi di magra perfino una strumentalizzazione potrebbe essere un segno di vita). E invece niente. 

Buon lunedì. 

Nella foto: Valli di Comacchio (Carlo Pelagalli)

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La Patria come logo per allocchi

La Patria Un logo per allocchi, come il Colosseo di plastica in vendita a Roma, come la gondola di fabbricazione cinese sulle bancarelle di piazza San Marco, come certi ministeri con lessico da Istituto Luce. 

Sulla Topolino amaranto si va che è un incanto e dalle parti della Fiat (che ormai è un logo di Stellantis) hanno pensato che non ci fosse nulla di meglio che appiccicare una bandiera italiana sulle portiere del quadriciclo venduto in Italia sulla spinta del patriottismo. Peccato che quelle auto di italiano non abbiano nulla: non il progetto iniziale, non l’idea se non per l’usurpazione del nome, non la manodopera e nemmeno – figurarsi – le tasse per sostenere l’Italia, la sanità italiana, i conti italiani, i servizi italiani, le pensioni italiane e così via. 

La Guardia di finanza ne ha bloccate 134 al porto di Livorno per violazioni della legge sul Made in Italy (che non ha nemmeno un nome italiano). Per i funzionari della dogana e le fiamme gialle la produzione in Marocco e il tricolore sulla fiancata sarebbe in contrasto con la normativa a tutela del made in Italy, la legge 350 del 2003. Si tratterebbe di una probabile “funzione decettiva di tali segni”, ossia ingannevole, “che porterebbero il consumatore a ritenere che la produzione dei suddetti beni sia avvenuta in Italia”. 

Chissà che questa non sia la volta buona per accorgersi che Stellantis si atteggia da Fiat in Italia per poi diventare internazionale quando deve dislocare stabilimenti e tasse. Quella sì che sarebbe una difesa della Patria davvero originale. 

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Tv Iran: trovato elicottero di Raisi. Ma arrivano le smentite

Sono ore di apprensione, di mezze notizie e di smentite quelle che seguono le condizioni del capo del governo iraniano Ebrahim Raisi, dopo che l’elicottero su cui viaggiava ha subito un “atterraggio difficile”, nel nord-ovest del Paese, prima che le comunicazioni venissero perse a causa del maltempo. La tv di Stato iraniana, senza dare informazioni sulle condizioni delle persone a bordo, ha dichiarato che è stato ritrovato il velivolo su cui viaggiava il presidente. I soccorsi sono resi difficili dalle cattive condizioni del tempo e dalla bassa visibilità dovuta alla nebbia. A stretto giro di boa è però arrivata la smentita della Mezzaluna rossa iraniana che ha fatto sapere che 15 squadre di soccorritori continuano le ricerche sul luogo dell’incidente. Dopo la smentita il ministero dell’Interno iraniano ha precisato che le squadre di soccorso non sono ancora arrivate sul luogo dell’incidente a causa delle cattive condizioni meteorologiche.

La televisione di Stato iraniana annuncia il ritrovamento dell’elicottero su cui viaggiava il capo del governo. Mezzaluna rossa smentisce. Le ricerche continuano a essere difficili per il maltempo

Il vicepresidente Mansouri ha spiegato che “sono stati tenuti alcuni contatti telefonici con uno dei passeggeri e un membro dell’equipaggio dell’elicottero, che ha dovuto effettuare un “atterraggio duro”, mentre trasportava il presidente Ebrahim Raisi e alcuni funzionari. Sembra che l’incidente non sia stato molto grave. L’agenzia di stampa semi-ufficiale “Tasnim“, legata ai Guardiani della rivoluzione iraniana (pasdaran), ha riferito che il convoglio aereo presidenziale era formato da tre velivoli, con a bordo altri ministri e funzionari. La Mezzaluna Rossa ha inviato droni, otto ambulanze e cani da ricerca essendo impossibile inviare elicotteri per il maltempo. Con Raisi viaggiavano l’ayatollah Al-Hashem, Imam di Juma Tabriz, il ministro degli Esteri Hossein Amirabdollahian e il governatore dell’Azerbaigian Orientale Malik Rahmati.

Nel Paese c’è chi si dedica alla preghiera come richiesto dagli sciiti e chi festeggia.  Il capo supremo, l’ayatollah Ali Khamenei, ha convocato una riunione d’emergenza con il Consiglio di sicurezza nazionale ma non ci sono notizie. Nel caso in cui il presidente in carica non fosse sopravvissuto all’impatto toccherebbe a Khamenei supervisionare la successione che, in base alla legge, toccherebbe al vice presidente insieme al presidente del parlamento e il capo dell’apparato giudiziario

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Iran, atterraggio “difficile” per il presidente Raisi

Le autorità iraniane non hanno ancora alcuna informazione sulle condizioni del presidente iraniano Ebrahim Raisi, dopo che l’elicottero su cui viaggiava ha subito un “atterraggio difficile”, nel nord-ovest del Paese, prima che le comunicazioni venissero perse a causa del maltempo. Lo ha confermato il ministro dell’Interno iraniano, Ahmad Vahidi, citato dai media locali. Gli elicotteri di salvataggio non sono stati in grado di atterrare sul luogo dell’incidente a causa della fitta nebbia, riferisce l’agenzia di stampa “Irna”. Secondo “Irna”, a bordo dell’elicottero vi sarebbe stato anche il ministro degli Esteri, Hossein Amiabdollahian. L’agenzia di stampa semi-ufficiale “Tasnim“, legata ai Guardiani della rivoluzione iraniana (pasdaran), riferisce che il convoglio aereo presidenziale era formato da tre velivoli, con a bordo altri ministri e funzionari. Al momento non si conoscono ulteriori dettagli sui passeggeri a bordo del velivolo. Gran parte della flotta aerea iraniana risale al periodo precedente alla rivoluzione islamica del 1979 e le sanzioni internazionali rendono difficile reperire i pezzi di ricambio.

L’elicottero su cui viaggiava il presidente iraniano ha subito un “atterraggio difficile”, nel nord-ovest del Paese, prima che le comunicazioni venissero perse a causa del maltempo. Incertezza sulle condizioni dei passeggeri

La Mezzaluna rossa iraniana fa sapere che sono decollati anche dei droni per aiutare nelle ricerche. Sembrerebbe, secondo i media, che nella zona ci fosse maltempo. Da parte sua, l’agenzia di stampa iraniana “Tasnim”, vicina ai Guardiani della rivoluzione islamica (pasdaran) riferisce su X che “a causa del tempo e della nebbia, l’elicottero che trasportava il presidente ha dovuto effettuare un atterraggio d’emergenza”. La tv di Stato afferma che l’incidente sarebbe avvenuto vicino a Jolfa, una citta’ al confine con l’Azerbaigian, circa 600 chilometria nord-ovest della capitale iraniana, Teheran. Questa mattina Raisi aveva inaugurato la diga Qiz Qalasi, costruita sul fiume Aras, al confine con l’Azerbaigian, con il presidente azero Ilham Aliyev.

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