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Ci vorrebbe un tappo anche alla propaganda

Da tre giorni è al centro del dibattito tra candidati e leader di partito per le prossime elezioni europee il tappo che non si stacca più dalle bottigliette di plastica. Il leader della Lega Matteo Salvini e lo staff di comunicazione del suo partito hanno ritenuto il fastidio del ruotare un tappo un elemento rilevante per la loro campagna elettorale, dedicandogli una card pubblicata sui social per denunciare “Eco-norme surreali volute da Bruxelles” a cui Salvini propone di opporsi in nome del sempre presente “buonsenso”, qualsiasi cosa significhi.

Nell’immagine un povero tizio si tortura le narici con espressione di lancinante sofferenza. La comunicazione politica di Salvini è spesso una sfrenata banalizzazione della realtà che mira agli stomaci più che alle idee. Del resto la direttiva europea sulla riduzione dell’incidenza di determinati prodotti di plastica sull’ambiente, in particolare dei prodotti monouso, è stato votato quando Salvini era al governo (era il primo governo Conte) e alcuni suoi deputati europei hanno votato a favore. Nessuno ha mai preso la parola in Aula. La direttiva europea è stata adottata dall’Italia durante il governo Draghi, sostenuto anche dalla Lega di Matteo Salvini.

Com’era prevedibile Salvini è stato dileggiato da molta gente, politici e non, sui social per la singolare scelta delle priorità politiche della sua campagna elettorale. Ieri il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture intervistato sui tappi che si incastrano nel naso dei suoi elettori ha invitato a “occuparsi di temi più importanti”, mimando una superiorità di intenti a una comunicazione che ha innescato lui. Un capolavoro.

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“Leonardo, le guerre spingono i profitti ma allo Stato vanno gli spiccioli”

Leonardo, l’azienda partecipata attiva nei settori della difesa, dell’aerospazio e della sicurezza, ha “aumentato i profitti grazie alle guerre”, ma lascia “solo spiccioli allo Stato azionista” e “taglia i posti di lavoro”.

È questa la denuncia della Fondazione finanza etica (del gruppo Banca etica) e della Rete italiana pace e disarmo che hanno partecipato per l’ottavo anno consecutivo all’assemblea dei soci del colosso italiano partecipato per il 30,2% dal Ministero del Tesoro.

L’assemblea degli azionisti si è tenuta lo scorso 24 maggio, Fondazione finanza etica e  Rete italiana pace e disarmo hanno partecipato nell’ambito di un progetto di “azionariato critico” che prevede l’acquisto di quote (e quindi il diritto di partecipare all’assemblea dei soci) anche in altre società. L’assemblea dei soci di Leonardo si è tenuta a porte chiuse, con gli azionisti non in presenza, come accade anche per altre società, sfruttando un’eccezione concessa in tempi di pandemia che è diventata una regola. Dunque le domande al management sono state formulate in forma scritta, prima dell’assemblea. .

Cosa dicono Fondazione finanza etica e Rete italiana pace e disarmo

Fondazione finanza etica e Rete italiana pace e disarmo sottolineano come “la principale impresa militare contribuisce in misura molto limitata all’economia italiana mentre moltiplica i profitti per gli azionisti privati”. E spiegano: “Abbiamo inviato circa quaranta domande a Leonardo Finmeccanica, in particolare per capire quanto sia rilevante la produzione per l’economia nazionale, anche in termini di occupazione”, ha detto Simone Siliani, direttore di Fondazione Finanza Etica.

“Le risposte sul coinvolgimento di Leonardo nella produzione di armi nucleari sono sconfortanti: Leonardo partecipa a un programma francese per la produzione di un missile con testata nucleare. Tuttavia, poiché si tratta di un progetto classificato come “Special France”, Leonardo afferma di non poter accedere ad alcuna informazione in merito a causa delle rigide normative francesi sulla sicurezza strategica”. Francesco Vignarca, coordinatore campagne della Rete italiana pace e disarmo, ha constatato che “Leonardo non ha aumentato per nulla la trasparenza”, che “i dati sull’export militare sono esposti in maniera poco chiara” e ha lamentato la mancanza di “informazioni sulla suddivisione del fatturato e sugli occupati per singolo stabilimento”.

“Anche se parziali, – ha aggiunto Vignarca – i dati forniti dimostrano però che l’export militare di Leonardo ha una rilevanza ridotta: vale infatti intorno a 1,2 miliardi di euro nel 2023, su 15,3 miliardi di euro di ricavi totali della compagnia. Ben distanti dai livelli dichiarati da Aiad (Federazione aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza), a dimostrazione di quanto l’industria delle armi sia poco strategica per l’interesse nazionale in termini di ritorni economici e occupazione”.

Vignarca sottolinea come Leonardo spa “che da sola controlla oltre il 70% della produzione e il 75% delle esportazioni italiane” abbia una “componente produttiva militare” che “è passata negli ultimi 15 anni dal 56% all’83%” sebbene “abbia ridotto i suoi occupati in Italia del 24%”.

“Nonostante le molte acquisizioni di commesse nel settore militare (come la partecipazione alla produzione dei nuovi caccia F-35 per la quale in Parlamento il governo aveva promesso 10.000 nuovi posti di lavoro) e le svariate acquisizioni d’impresa, il numero complessivo degli occupati di Leonardo SpA si è ridotto” ha spiega il coordinatore di Rete italiana pace e disarmo.

Leonardo, solo 49 milioni di euro di dividendi allo Stato italiano per l’anno 2023

Infine i dividendi: “appena 49 milioni di euro” che lo Stato italiano incasserà per l’anno 2023. “Mentre sono stati molto significativi i vantaggi degli altri azionisti che – a differenza del Ministero del Tesoro, azionista di lungo periodo – comprano e vendono azioni di Leonardo liberamente sui mercati azionari. Chi ha acquistato azioni di Leonardo nel gennaio del 2023 e le ha rivendute a fine dicembre, ha guadagnato circa il 70%. Il corso del titolo in borsa è stato aiutato dalla guerra in Ucraina e dal conflitto in Israele, con la corsa al riarmo di Europa e Nato”, ha concluso Vignarca.

Basandosi su una definizione tecnica di “extraprofitti” proposta dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo sviluppo economici (OCSE), uno studio stima che le imprese abbiano realizzato circa 2.000 miliardi di euro di profitti in eccesso a livello globale nel 2022, di cui 310 miliardi di euro originati nell’Ue.

Tassati con un’aliquota progressiva del 20-40%, questi profitti produrrebbero 107 miliardi di euro in fondi pubblici. In Italia il Movimento 5 stelle ha chiesto a più riprese “un contributo di solidarietà sugli ingenti extraprofitti messi a segno dalle aziende del comparto armi” senza ottenere risposta dal governo.

Leonardo, contattata da La Notizia, non ha voluto commentare.

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Pietà per i morti, nessun perdono per i collaborazionisti

Rispondere con il sangue dei bambini massacrando profughi è terrorismo. Rispondere alla Corte dell’Aia martoriando gli sfollati è la cifra politica di un governo che viene ritenuto democratico solo da un stuolo di miopi commentatori: Benjamin Netanyahu è un criminale di guerra alla stregua di Putin, di Hamas.

La “più grande democrazia del Medio oriente” è uno stato guidato da razzisti criminali che stanno riuscendo nel capolavoro di smentire perfino i suoi sostenitori più accaniti. “Siamo inorriditi, quello che è successo dimostra ancora una volta che nessun luogo è sicuro a Gaza. Continuiamo a chiedere un cessate il fuoco immediato e duraturo”, ha detto l’infermiera italiana Gaia Giletta da Rafah. Come spiega ActionAid “sono stati colpiti i rifugi di fortuna che ospitano sfollati palestinesi, situati accanto ai magazzini dell’Agenzia Onu per i profughi palestinesi (Unrwa), contenenti aiuti umanitari vitali. Luoghi – scrive l’Ong—che dovrebbero essere sicuri per i civili, e che invece sono diventati bersagli di una violenza brutale. Bambini, donne e uomini sono stati bruciati vivi sotto le loro tende”.

Pietà per i trucidati da entrambe le parti ma nessun perdono per chi, anche dalle nostre parti, è complice di un massacro che ha l’unico scopo di cancellare un popolo e uno Stato. E allora il primo passo è riconoscere quello Stato, la Palestina, per dimostrare che la comunità internazionale è capace almeno di porre un limite al suo stringere mani insanguinate. 

Buon martedì.  

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A scuola di referendum. O meglio di cul-de-sac

“Sul referendum costituzionale ho dato dei consigli a Giorgia Meloni. Del resto credo di essere un esperto della materia. La Meloni se perde dovrà dimettersi, che voglia o non voglia”. Con la presidente del Consiglio in evidente difficoltà su quella che doveva essere la “madre di tutte le riforme” e invece è già diventata ordinaria amministrazione da cui prendere le distanze, si butta il fuoriclasse di schianto contro il referendum Matteo Renzi, ex presidente del Consiglio che avrebbe dovuto abbandonare la politica e poi è passato dal governo Conte al governo Draghi fino all’alleanza con Calenda, poi a quella con Bonino e ora candidato alle elezioni europee.

Renzi promise di lasciare la politica e invece ci è rimasto con altalenante coerenza sulle sue posizioni

Sulla questione il senatore fiorentino ha fiuto e annusa sornione la tardiva presa di distanze di Meloni braccata, come spesso le accade, dalle sue stesse dichiarazioni trionfanti. Renzi però omette qualche piccolo particolare: in conferenza stampa dopo le dimissioni disse che non “ci sarebbe stata nessuna fuga” ma sarebbe rimasto “militante tra i militanti” nel Partito democratico e alla fine ha fondato un piccolo partito personale, di quelli che disprezzava da segretario del Pd. Renzi promise di lasciare la politica e invece ci è rimasto con altalenante coerenza sulle sue posizioni.

Renzi promise di rispettare l’opinione degli italiani e invece ha costruito la seconda fase della sua carriera politica sugli attacchi a coloro che hanno votato – secondo lui – in modo sbagliato. La lezione che Renzi può impartire a Meloni quindi non è sulle dimissioni da premier, scontate in caso di bocciatura del referendum. Al massimo può insegnare alla premier come perdurare in un cul-de-sac. E di questa lezione il Paese ne farebbe volentieri a meno.

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Meloni e l’Italia che corre. Ma i numeri e i fatti raccontano un’altra realtà

Non c’è solo l’attacco ai telespettatori di La7 (e quindi a qualche milione di italiani), nel suo videomessaggio pubblicato sui social dalla presidente del Consiglio. Giorgia Meloni sveste i panni da premier per indossare quelli della candidata di punta di Fratelli d’Italia e riparte la propaganda sull’Italia in crescita sfidando, a tratti, la realtà dei fatti e pure quella dei numeri.

Tra crescita, Export e Spread

“Oggi, pur in una situazione difficile, l’Italia è finalmente tornata a crescere più della media europea. È cresciuto l’export, è sceso lo spread e la Borsa italiana nel 2023 è stata la migliore in Europa. Ma soprattutto abbiamo toccato il tasso di occupazione più alto di sempre, aumentano i contratti stabili, aumenta l’occupazione femminile, diminuisce il rischio di povertà, e dopo tre anni i salari sono tornati a crescere più dell’inflazione”, ha detto Meloni.

Ma per il sito di fact checking Pagella Politica, che ha analizzato le parole della premier, le cose non stanno esattamente così. L’economia, ad esempio. I dati Eurostat dicono che nel 2023 il Pil italiano è cresciuto dello 0,9 per cento rispetto all’anno precedente, mentre la crescita media dell’Unione europea è stata pari allo 0,4 per cento.

L’anno scorso 12 Paesi Ue sono comunque cresciuti più dell’Italia, tra cui la Spagna (+2,5 per cento), mentre la Francia è cresciuta meno (+0,7 per cento) e in Germania il Pil è lievemente sceso (-0,2 per cento). Le previsioni pubblicate dalla Commissione europea prevedono per quest’anno una crescita del Pil dello 0,9% con una media europea dell’1%.

Per l’Osce l’Italia si fermerà allo 0,7%. Insomma, l’Italia non è la locomotiva d’Europa. L’export, a differenza di quanto sostenuto da Meloni, non cresce. Lo stesso Ministero degli Esteri certifica che i volumi delle esportazioni sono identici a quelle dell’anno precedente. L’Istat nella sua relazione scrive che “l’export nazionale in valore risulta stazionario ed è sintesi di dinamiche territoriali molto differenziate”.

La discesa italiana dello spread invece (come avviene per quasi tutti i Paesi europei) ha una motivazione semplice: il peggioramento delle condizioni economiche della Germania che hanno fatto aumentare il rendimento dei titoli tedeschi.

I dati sulla povertà assoluta

Meloni ha rivendicato anche un altro risultato: secondo lei, in Italia è diminuito il rischio di povertà. Come sottolinea Pagella Politica la presidente del Consiglio “ha omesso un altro dato importante per comprendere l’andamento della povertà nel nostro Paese”.

Secondo le stime preliminari più aggiornate di Istat, nel 2023 è leggermente aumentata la percentuale di cittadini e di famiglie che vive in povertà assoluta. Per quanto riguarda il rischio di povertà dice sempre l’Istat che la percentuale nel 2023 è calata rispetto all’anno precedente “grazie a misure che erano state introdotte prima dell’insediamento del governo Meloni (tra cui l’assegno unico universale) e che l’attuale governo ha solo modificato in parte”, spiega Pagella Politica.

I salari e l’inflazione

Infine, la presidente del Consiglio ha detto nel suo videomessaggio su La7 che, grazie al suo governo, “dopo tre anni i salari sono tornati a crescere più dell’inflazione”.

La leader di Fratelli d’Italia fa riferimento al rapporto annuale Istat dello scorso 15 maggio secondo il quale “le retribuzioni contrattuali orarie nel 2023 sono aumentate del 2,9 per cento, in rafforzamento rispetto al 2022”.

Nello stesso rapporto c’è però scritto che “i prezzi al consumo, seppure in decelerazione, hanno comunque segnato nel 2023 una crescita del 5,9 per cento, che ha determinato un ulteriore arretramento in termini reali delle retribuzioni”.

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Fondo Ue per gli aiuti all’Ucraina, Orban si rimangia la parola: Budapest pronta a bloccare il via libera

Dimenticate qualsiasi dibattito sulla strategia militare o diplomatica, dimenticate qualsiasi obiezione di natura realmente politica: come accade ogni sei mesi il presidente ungherese Viktor Orban blocca la creazione del Fondo di assistenza per l’Ucraina che dovrebbe finanziare le forniture di armi a Kyiv per 7,7 miliardi. È il solito Orban, che esiste quando riesce a far fallire le feste, come nel celebre film di Sorrentino, quello che andrà in scena oggi e domani a Bruxelles costringendo l’Unione europea a non licenziare il fondo inserito nella European Peace Facility. Eppure ci sarebbe un accordo politico già stretto, ma i patti sottoscritti da Budapest rischiano di rivelarsi parole al vento. 

Orban si rimangia la promessa di aiuti firmata a marzo

L’accordo politico risale al 18 marzo, quando l’Alto rappresentante per gli Affari esteri e per le politiche di sicurezza, Josep Borrell, aveva chiesto di accelerare i tempi per ovviare ai ritardi accumulati dagli Usa. L’accordo degli stati membri prevedeva 5 miliardi di euro da aggiungere ai 2,7 miliardi recuperati dalle sanzioni.

Due giorni dopo alla Camera la premier Giorgia Meloni in occasione delle sue comunicazioni al Parlamento prima del Consiglio europeo aveva sottolineato come, tanto per Orban che per Salvini, ciò che conta sono “le decisioni e i voti”, rivendicando il patto sottoscritto anche dal premier ungherese appena due giorni prima. Gli osservatori internazionali furono stupiti dall’assenso concesso dal governo ungherese con l’unica condizione che la sua quota fosse utilizzata solo per armi a scopo difensivo. Ora si scopre che lo stupore era giustificato.

Dal primo luglio l’Ungheria guiderà per sei mesi il Consiglio europeo

Ufficialmente l’Ungheria lamenta l’inclusione della sua banca Otp nell’elenco dei fiancheggiatori russi stilato da Volodymyr Zelensky . Otp opera effettivamente in Russia e nei territori occupati ma il presidente ucraino su pressioni dell’Ue ha accettato di depennare l’istituto dalla lista. Ora l’accusa di Orban s’è fatta ancora più fumosa: “Le imprese ungheresi sono boicottate dal governo ucraino”, dice.

Il copione sarà presumibilmente quello già visto a dicembre dell’anno scorso: l’Ungheria lascerà cadere il veto quando l’Ue sbloccherà per l’ennesima volta i suoi fondi per il paese membro che ora sono bloccati per le ripetute violazioni sullo Stato di diritto del governo di Budapest.

Torna in auge anche il piano a cui l’Europa aveva pensato in occasione della paralisi provocata dal Orban alla fine dell’anno scorso ovvero utilizzare l’articolo 7 del trattato europeo che prevede la possibilità di sospendere i diritti di adesione all’Unione europea (come il diritto di voto in seno al Consiglio dell’Unione europea) qualora un paese violi gravemente e persistentemente i principi su cui si fonda l’Ue. Ma la vicinanza delle elezioni europee e la prevista crescita dell’ala sovranista nel Parlamento europeo consigliano di evitare strappi.

La trattativa sotto traccia  sullo sblocco dei fondi verso l’Ungheria resta la strada più probabile. Ma dal primo luglio sarà proprio l’Ungheria a guidare il semestre con la presidenza di turno del Consiglio europeo e a quel punto il gioco al rialzo di Budapest nei confronti dell’Ue sarà ancora più facile. Sullo sfondo Putin sorride. 

 

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Meloni, il sasso, la mano, il premierato

Alla fine la spacca, non la va. O meglio, Giorgia Meloni ci fa sapere che il premierato che doveva essere “la madre di tutte le riforme” ora è una delle tante proposte sul tavolo di un governo che alimenta le promesse consapevole che ci sarà sempre qualche potere forte da usare in caso di fallimento. 

Qualche giorno fa la presidente del Consiglio aveva detto “o la va o la spacca” riferendosi alla riforma costituzionale per accentrare ancora più poteri al presidente del Consiglio. La frase non è stata indovinata. In Italia ogni volta che qualcuno pronuncia la modifica della Costituzione il pensiero scivola veloce alla sicumera con cui Matteo Renzi si è schiantato da presidente del Consiglio. La strategia quindi cambia in corsa: se la riforma non passa, dice Meloni, semplicemente «vorrà dire che gli italiani non l’hanno condivisa». 

La marcia indietro però puzza. Meloni che ha personalizzato ogni passo del suo governo, Meloni che gioca a fare l’uomo forte in mezzo a quei mollaccioni dei suoi alleati e a quei ridicoli dei suoi avversari ora indossa la maschera della statista per schivare la possibile frana. «Qualcuno si vuole opporre con il corpo a questa riforma», dice riferendosi alla segretaria del Pd Elly Schlein. È il solito artifizio retorico di parlare degli altri per fortificare la proiezione di se stessa. Il punto non è l’opposizione che per definizione si deve opporre (troppo poco, verrebbe da dire, osservando fin qui), il punto è che Meloni non ha ancora gettato il sasso e già ha tolto la mano perché sa bene che la spinta del suo cognome come brand non è una garanzia eterna. Ora le tocca fare politica, mostrare il cielo sopra il tetto di cristallo. Tanti auguri. 

Buon lunedì. 

Nella foto: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni frame del video (pagina ufficiale Fb), festival dell’Economia di Trento, 24 maggio 2024

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Telemeloni e tutti giù a ridere

Dell’avversione per i giornalisti ne abbiamo parlato e ne parleremo ancora. Per un governo piantato sulla propaganda, l’esposizione dei fatti e la memoria delle regole saranno sempre nemici da mettere all’indice. Poi c’è l’enorme tema della comunicazione a senso unico di cui si parla troppo poco. 

Per farsi un’idea basta una data: il 4 gennaio. È dal 4 gennaio che la presidente del Consiglio non convoca una conferenza stampa, non risponde a domande, non apre i microfoni anche ai giornalisti non compiacenti, non si sottopone al necessario controllo democratico svolto dai media, elemento intermedio dei cittadini. 

I messaggi di Giorgia Meloni non sono mediati e non sono mediabili. Confezionati a metà tra il comunicato istituzionale e gli spot pubblicitari degli anni ottanta le parole della presidente del Consiglio vengono diffuse senza possibilità di dibattito. In Parlamento vengono difese dai suoi palafreni della maggioranza che quasi mai rispondono nel merito delle questioni. In televisione le sue parole soffiano barricate tra giornalisti legionari. In Rai rimbombano svilendo la storia e la credibilità delle reti pubbliche italiane. 

Che Giorgia Meloni gigioneggi sui suoi social come un’influencer che promuove il suo prodotto dileggiando la Rai e poi venga trasmessa dalla stessa Rai derisa è solo l’ultimo passo di un’occupazione sfrontata. Un servizio del Tg1 che trasmette Giorgia Meloni con il logo Telemeloni è uno svilimento che rimarrà negli annali. Non è simpatia, c’è poco da ridere. 

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Bestiario della settimana – Lollo che sussurra ai bovini. E il nuovo libro di testo di Salvini: il suo

Fortunatamente Aldo

Sempre lui. Il ministro all’Agricoltura e al Made in Italy Francesco Lollobrigida parlando di terrorismo dice letteralmente: “L’episodio di Aldo Moro che fortunatamente con il suo sacrificio creò un’allarme tale che ci permise di sconfiggere il terrorismo”. Fortunatamente. L’avverbio fa il paio con il “per fortuna” che aveva usato parlando della siccità al Sud. Ormai il ministro e cognato d’Italia sforna una gaffe dopo l’altra ed è difficile stargli dietro. Nascerà un nuovo genere letterario, il lollobrigidesimo, ovvero il talento di dirle tutte sbagliate.

La Salvineide

Il vice presidente del Consiglio e ministro Matteo Salvini da sempre è pronto ad occuparsi di qualsiasi professore e professoressa, anche del più remoto paese di provincia, perché ripete da anni che “la politica non deve entrare nelle scuole”. Parlando a degli studenti li invita a comprare una o due copie del suo libro “per poi metterlo in mano a una prof. che non la pensa come voi”. Forte questa maggioranza di governo. A questo punto conviene togliere dal programma scolastico i dinosauri e fare un’ora alla settimana sui libri di Salvini.

Matteo & Gesù

Preso dalla foga della campagna elettorale il leader della Lega Matteo Salvini ha pubblicato sui suoi social una card che mostra un Gesù incinta creato con l’intelligenza artificiale e di fianco una famiglia “tradizionale” (come la chiamano loro) sorridente e in posa. Poiché nessun partito e nessun candidato ha mai parlato di voler scrivere una legge perché Gesù (o qualsiasi altro) abbia il diritto alla gravidanza viene da pensare che i veri fantasmi siano tutti nella testa dei creativi della Lega.

Onlyfans club

Enrico Randi, candidato sindaco a Lugo, propone di istituire “il primo festival OnlyFans al mondo” per “liberare la libertà di espressione individuale”. OnlyFans, per chi non lo sapesse, è il sito che consente di abbonarsi per vedere le grazie e le gesta erotiche dei propri idoli. Solo che Randi era appoggiato dal partito ultra cattolico il Popolo della famiglia che non l’ha presa benissimo e così si è ritrovato con un alleato in meno. Gratis.

Lotito al Var

Il presidente della Lazio nonché senatore di Forza Italia Claudio Lotito si è appisolato durante l’audizione in Senato tra i vertici della Serie A e il governo sulla situazione del calcio italiano, che dovrebbe essere un tema che gli sta particolarmente a cuore. Viene ridestato dal sonno dal presidente del Napoli Aurelio De Laurentis che lo richiama alla veglia. Lotito nega, anzi con un cenno dice di essere impegnato ad ascoltare. Episodio da Var.

Euro (trash) jingle

Forse abbiamo già un vincitore. Il parlamentare europeo uscente e ricandidato Angelo Ciocca (Lega) ha pubblicato sui suoi social un video in cui quattro ragazze cantano e ballano su un improbabile jingle: “Scrivi un nome per cambiare, scrivi Ciocca e vota Lega, l’Europa è da svegliare, basta insetti da mangiare”. Simone Alliva su L’Espresso ricorda quando Ciocca “arrivò a Lampedusa per fare un viaggio dimostrativo all’incontrario. Affittò il peschereccio Il Pirata e con tre sodali puntò le coste tunisine. Dopo 11 miglia incominciò a vomitare. Finì in ospedale il giorno stesso della partenza”. È solo la prima di una serie di gaffe che l’europarlamentare leghista ha collezionato in carriera. Ora Ciocca si butta sui balletti trash e viene difeso strenuamente dal compagno di partito Borghi che dice: “Ecco qui il numero uno. Angelo Ciocca. 450mila visualizzazioni solo qui su X. So cosa pensate ma non è così, alle europee 2014 prese 22mila preferenze (io 13mila) e in quelle del 2019 ne prese 90mila (Occhio che la musichetta dà dipendenza)”. Insomma, sono felici di dirci che con i loro elettori il trash funziona

Mucche e carni in scatola

Sempre lui, Francesco Lollobrigida. Si fa fotografare mentre conversa amichevolmente con un bovino e scrive: “Un modo per verificare il benessere animale in una azienda agricola è ‘chiederlo’ direttamente a loro. Se si avvicinano all’uomo senza timore significa che lo considerano un loro amico”. Chissà se parla anche con la carne in scatola.

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Giornalisti vessati dalle intimidazioni: la libertà di stampa interessa più a qualcuno? – Lettera43

Cronisti fermati dalla Digos, identificati, perquisiti, tenuti in carcere. Oppure condannati per diffamazione, svegliati alle 4 notte per una querela, attaccati pure dentro la Rai. Ai tempi dei governi Berlusconi saremmo scesi in piazza. Ora che siamo di fronte alla repressione delle idee contrarie al potere dovremmo fare qualcosa. Perché riguarda il nostro diritto di non essere d’accordo.

Giornalisti vessati dalle intimidazioni: la libertà di stampa interessa più a qualcuno?

Dice la questura di Roma che la cronista del Fatto Quotidiano Angela Nittoli, il fotografo del Corriere della sera Massimo Barsoum e il video maker freelance Roberto Di Matteo non avevano dichiarato di essere giornalisti. Per questo sono stati identificati, perquisiti, portati in commissariato, lasciati due ore dentro una cella costretti a pisciare con la porta aperta e infine lasciati andare quando ormai l’evento che dovevano seguire per lavoro (un’incursione degli attivisti di Ultima generazione) era passato.

Giornalista trattenuto per quattro ore senza poter parlare con redazione, familiari, avvocato

A Padova un cronista del Mattino di Padova, Edoardo Fioretto, il 12 aprile era stato fermato dalla Digos della questura patavina all’interno della mostra “Da Monet a Matisse” assieme ad altre sei persone sospettate di far parte di Ultima generazione e di aver pianificato un’azione di protesta contro le opere esposte a palazzo Zabarella. È stato trattenuto per quattro ore in cui non ha potuto comunicare con la redazione, con i familiari, con un avvocato, con nessuno. Quattro ore per scoprire se fosse o meno un giornalista sono una barzelletta che non farebbe ridere nessuno e a cui non crederebbe nessuno. L’ex direttore della Stampa Massimo Giannini ha raccontato a Otto e mezzo di essere stato «svegliato alle 4 di notte per una notifica di diffamazione».

A novembre del 2023 a Messina il giornalista Fabrizio Bertè è stato fermato e perquisito dalla Digos, quindi trattenuto in questura e rilasciato dopo circa due ore. Si trovava in via Garibaldi per documentare una manifestazione di protesta di aderenti alla campagna “Fondo riparazione” promossa dal movimento Ultima generazione. Anche in quel caso non ha potuto documentare la protesta.

I cronisti di Domani che rischiano il carcere per l’inchiesta su Crosetto

Il blocco preventivo dei giornalisti si aggiunge a tutti i fatti di questi ultimi mesi. Tre giornalisti del quotidiano Domani sono finiti sulle pagine dei giornali internazionali perché rischiano il carcere. L’inchiesta è iniziata dopo che il loro giornale ha pubblicato nell’ottobre del 2022 un articolo sui conflitti di interessi del ministro della Difesa, Guido Crosetto, per via dei compensi milionari ricevuti da Leonardo e altre aziende dell’industria bellica fino a pochi giorni prima del suo insediamento del governo Meloni, in un dicastero che ha rapporti diretti con quelle aziende. Dopo la pubblicazione dell’articolo, che conteneva notizie vere e documentate, il ministro non ha querelato ma ha cercato la fonte dei giornalisti tutelata dal segreto professionale.

Guido Crosetto: «Toti è stato arrestato per corruzione»
Il ministero della Difesa Guido Crosetto (Ansa).

Il condannato a otto mesi di carcere per il reato di diffamazione

Un giornalista del Giornale, Pasquale Napolitano, è stato condannato per il reato di diffamazione a otto mesi di carcere (pena sospesa): la condanna si riferisce a un articolo pubblicato nel 2020 su un sito campano. Il giornalista aveva correttamente pubblicato i chiarimenti e le rettifiche delle persone di cui scriveva nel suo articolo, ma è stato ugualmente querelato.

Il marasma Rai con i casi Ranucci e Scurati-Bortone

Poi c’è la Rai. Gli attacchi a Sigfrido Ranucci e alla sua trasmissione Report sono diventati ormai un genere letterario. Il caso Scurati e la quasi matematica certezza che a pagare sarà solo la giornalista Serena Bortone è una notizia scivolata liscia. I giornalisti che gentilmente sono stati accompagnati all’uscita sono stati sommersi dall’accusa di volersi arricchire e quindi sono rientrati nelle cronache di gossip, più che nei ragionamenti sulla libertà di stampa. In una lettera all’Unione europea l’European Movement International ha scritto che «l’indipendenza dei media è stata sottoposta a forti pressioni in Italia. Il governo di Giorgia Meloni ha esercitato sempre più il suo potere sulla Rai, l’emittente nazionale italiana, estromettendo manager e conduttori televisivi dai loro incarichi e censurando programmi critici nei confronti del governo. Inoltre, recentemente giornalisti e giornali sono stati costantemente attaccati da membri del governo, soffocando le voci dissenzienti e ostacolando l’indipendenza dei media».

Serena Bortone, la presidente Soldi contro l'ad Sergio: «Il procedimento fa male alla Rai»
Serena Bortone (Imagoeconomica).

Non siamo diventati la nuova Ungheria solo per l’insediamento di Meloni

Ma perché la libertà di stampa per cui si riempivano le piazze ai tempi dei governi Berlusconi ora è diventata un brodino caldo che interessa solo agli operatori dell’informazione e a pochi appassionati cittadini? Questa è la domanda. Le pressioni sulla stampa hanno potuto essere affilate in questi ultimi mesi perché il terreno è stato preparato da anni, da forze politiche mica solo a destra, da una campagna diffamatoria sottile ma continua. Troppo facile pensare che l’Italia dell’informazione sia diventata la nuova Ungheria solo per l’insediamento di Meloni e del suo governo. Il concime è stato versato da chi proditoriamente ha declassato il giornalismo a un mero esercizio di opinioni spesso senza nessuna attinenza ai fatti reali. La credibilità è stata deteriorata dalla politica, da una parte del giornalismo stesso e dallo sdoganamento del diritto di essere avversi alla realtà.

Ha a che fare con la democrazia e interessa chiunque non è d’accordo col potere

Se la propaganda convince gli elettori ad avere diritto a mondi immaginari nonostante le regole, è ovvio che chi tiene fermo il punto viene visto come un sabotatore, un avversario politico, un nemico. È quello che sta esattamente succedendo. E qui si svolta in un lato ancora più pericoloso di un semplice attacco al giornalismo: siamo di fronte alla repressione delle idee contrarie al potere. Questo ha a che fare con la democrazia e interessa tutti coloro che oggi vorrebbero avere il diritto di non essere d’accordo.

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