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Il premierato di Giorgia “riecheggia Mussolini”

Ve la ricordate la “ritrovata credibilità internazionale” dell’Italia rivendicata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dai membri della maggioranza Il Times, probabilmente il più autorevole quotidiano britannico, si è dedicato alla riforma costituzionale sul premierato con cui il governo vorrebbe modificare la Costituzione. Il quotidiano parte dall’intervento in aula della senatrice a vita Liliana Segre che ha contestato il metodo (“una prova di forza”) e il merito (“una sperimentazione temeraria”) parlando di una riforma che “produce un’abnorme lesione della rappresentatività del Parlamento, perché si pretende di creare a qualunque costo una maggioranza al servizio del presidente eletto, attraverso artifici maggioritari tali da stravolgere al di là di ogni ragionevolezza le libere scelte del corpo elettorale”. 

Per il Times “Giorgia Meloni ha in programma di rivedere la Costituzione per dare maggiori poteri ai futuri leader italiani, sostenendo che l’attuale sistema lascia i primi ministri in preda a complotti di partito”. Nel pezzo si ricorda anche come la regola del premio di maggioranza “riecheggi una legge introdotta da Benito Mussolini, il dittatore fascista per darsi più potere”, riferendosi alla legge Acerbo introdotta “prima di chiudere del tutto il Parlamento”. 

L’opinione della redazione del Times dalle nostre parti verrebbe bollata come un estremismo, sarebbe accusata di voler accendere la violenza e probabilmente sarebbe la miccia per inviare lettere di avvocati e forse si concluderebbe con un querela, foss’anche temeraria. Chissà che ne dicono invece della prestigiosa opinione del Times. 

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Raimo: “Criticare un’autorità è un diritto costituzionale, negarlo è illiberale”

Il prossimo 21 maggio Christian Raimo, docente, scrittore e candidato alle prossime elezioni europee per Alleanza Verdi Sinistra, dovrà presentarsi negli uffici dell’Ufficio Scolastico Regionale per rispondere di una presunta violazione del codice etico. Sotto accusa è finito un post in cui Raimo – dopo un suo intervento televisivo in cui disse “picchiare i neonazisti penso sia giusto: vanno contrastati in qualunque modo” – lamentava la mancata difesa del ministro Valditara. E poi l’aspirante parlamentare Ue aveva aggiunto: “Insegno ai miei studenti che la democrazia è arrivata da un’opposizione seria al nazismo”. Secondo Raimo “un ministro dovrebbe difendere tout-court un docente minacciato da gruppi neonazisti invece di avviare un approfondimento interno, e invece finisce proprio per accodarsi agli striscioni intimidatori”.

Raimo, come accoglie l’istruzione di un provvedimento disciplinare nei suoi confronti?
“Lo accolgo non come questione personale ma collettiva, politica nel senso alto. Si tratta di un attacco al lavoro democratico. Non è mirato a Raimo ma è mirato alla libertà e professionalità di docente. Viene contestata la libera espressione del mio pensiero in un contesto extrascolastico e qui siamo alla negazione del nucleo fondante del pensiero liberale. Kant dice “io se c’è una legge che mi obbliga faccio il soldato e poi scrivo sulle riviste che sono contro la leva”. Quindi io posso benissimo rispondere ai miei doveri professionali ma posso criticare l’operato di un ministero. Non esiste un codice etico che sia contro questi principi basilari della Costituzione che sono perfino nello Statuto Albertino, tranne negli anni del fascismo. Che ci sia una censura della libertà di espressione è illiberale. Non stiamo parlando nemmeno di fascismo, qui parliamo essenzialmente di un contesto liberale democratico. Parliamo di quello che il liberalismo migliore ha fatto nel ‘700. Per me è un provvedimento assurdo, autocontraddittorio, ridicolo e assolutamente sintomatico di un orizzonte autoritario di questo governo”.

Secondo lei c’è contezza di un disegno di repressione?
“C’è una contezza su una questione specifica: l’attacco al lavoro democratico e al sindacato. Per me è stata molto interessante agli stati generali della cultura della destra vedere citato il sindacato giallo, corporativo e padronale degli anni ‘70. Questo post fascismo al governo non è una riedizione nostalgica della chincaglieria di braccia tese e saluti romani ma è molto più vicino al progetto politico assolutamente minoritario, scadente e molto violento che portò i neofascisti negli anni ’70 a capire che si doveva attaccare sindacati e il lavoro democratico. È quello che si vede in Rai, non tanto nella censura a Scurati ma nel nuovo sindacato giallo Unirai, quello che si vede negli attacchi alla sede della Cgil, quello che si vede continuamente negli attacchi alle organizzazioni del lavoro. Anche l’attacco al professor Canfora e alla professoressa Di Cesare, è un attacco non solo alla libertà di espressione ma al lavoro democratico. Non si tratta di intellettuali e antifascisti ma lavoratori antifascisti che si riconoscono nella dignità professionale e nelle organizzazioni che difendono i diritti dei lavoratori”.

Lei è un docente, ma è anche in campagna elettorale…
“Anche un docente non in campagna elettorale. Io ho espresso opinioni. I più importanti intellettuali del nostro Paese da Salvemini, Gramsci, Calamandrei, Lussu, Bobbio, De Mauro, Mirella Antonione Casale, Emma Castelnuovo hanno fatto attivismo e espresso battaglie politiche importanti contro i poteri della scuola soprattutto quando erano autoritari. Cinque anni fa la professoressa Rosa Maria Dell’Aria è stata sottoposta a provvedimento disciplinare, poi venne risarcita dei soldi che aveva avuto tolti. Quella è una storia che fece scalpore. Meno lo fece che a difendere la dignità del ministero fu la docente e non il ministro Bussetti. C’è chi crede come nel 1967, come don Milani che la scuola sia di tutti o chi come Galli Della Loggia, intellettuale di riferimento del ministro, parla di normali e anormali e nel 2024 non sa nulla di inclusione e di scuola democratica. Il problema di questa classe dirigente non è che è fascista, ma che è incompetente”.

Perché ha deciso di compiere questo passo con la sua candidatura
“Sono felicissimo di fare il lavoro che faccio, di fare il docente e di occuparmi di studio, scuola e educazione. Ho pubblicato un libro sulle disuguaglianze della scuola italiana, per Altreconomia un libro sulla scuola nella Resistenza, a settembre uscirà un libro per Laterza. Questa è la battaglia della mia vita: scuola democratica e lavoro democratico. Mi sono reso conto che di fronte agli attacchi sconsiderati a tutto questo un lavoro solo intellettuale in questo momento non basta e quindi ho deciso che questi 40, 50 giorni ci avrei messo il mio corpo per la mia candidatura e per la altre persone nella mia lista, soprattutto dopo che Avs ha candidato Ilaria Salis. Anche lei avrebbe continuato volentieri a fare la docente e l’attivista ma l’unico modo per poter continuare a fare il proprio lavoro in maniera libera e efficace è provare a lottare anche per gli altri. Non ho nessuna ambizione personale. Se vengo eletto le mie battaglie saranno ancora più efficaci altrimenti le continuo a fare come ho sempre fatto. La politica non è la mia vita, ho scritto un libro che racconta come molti partigiani dopo la sconfitta del fascismo hanno deciso di mettere il proprio impegno in classe: Mario Lodi, Aldo Pettini, Emma Castelnuovo”.

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Ora, dite la verità, non vi sentite immensamente più sicuri sapendo che un esercito di ragazzini affolla le carceri pronto ad affinare inclinazioni delinquenziali?

Dal 1998 (primo dato storico registrato da Antigone) ad oggi non si erano mai registrati numeri così alti. E sarebbero potuti essere anche più alti senza la disposizione, fortemente negativa, che dà potere ai direttori di inviare i giovani adulti (ragazzi fino a 25 anni che hanno commesso un reato da minorenni) nelle carceri per adulti, interrompendo così relazioni educative importanti.
In linea con le aspettative più negative scaturite dall’approvazione del decreto Caivano e da un cambio di paradigma nella giustizia minorile, con un approccio maggiormente punitivo, il sovraffollamento sta iniziando ad arrivare anche negli IPM. Il modello della giustizia minorile in Italia, fin dal 1988, data in cui entrò in vigore un procedimento penale specifico per i minorenni, aveva sempre messo al centro il recupero dei ragazzi, in un’età cruciale per il loro sviluppo, nella quale educare è preferibile al punire, garantendo tassi di detenzione sempre molto bassi. “Quello che registriamo – spiega l’associazione Antigone – e che avevamo denunciato, sia durante le audizioni parlamentari svolte nel merito del decreto Caivano, sia nel presentare il nostro 7° rapporto sulla giustizia minorile (“Prospettive minori“) lo scorso mese di febbraio, è invece come si sia intrapresa una strada che cancella questi 35 anni di lavoro con la prospettiva drammatica e attuale di perdere ragazzi e ragazze per strada”.

Ora, dite la verità, non vi sentite immensamente più sicuri sapendo che un esercito di ragazzini affolla le carceri pronto ad affinare inclinazioni delinquenziali?

Buon giovedì. 

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Otto mesi per un articolo. E la politica cosa fa

Un giornalista, Pasquale Napolitano, è stato condannato in primo grado a 8 mesi di carcere con pena sospesa per diffamazione. Napolitano, collaboratore tra gli altri de Il Giornale e di Panorama, nel 2020 ha pubblicato un articolo per la redazione di ‘Anteprima24’ sul Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Nola. I diretti interessati sono ricorsi alle vie legali ritenendosi diffamati.

Il giornalista Pasquale Napolitano è stato condannato in primo grado a 8 mesi di carcere con pena sospesa per diffamazione

Il 7 maggio un giudice onorario ha condannato il giornalista a 8 mesi di reclusione oltre al risarcimento di mille euro a ciascuno dei quattro querelanti e 2.500 euro di spese legali. Per il giudice Napolitano avrebbe valicato il confine del diritto di cronaca condividendo l’articolo incriminato sui suoi canali social, un gesto che nel processo è diventato un’aggravante.

Napolitano, come prescritto dalle regole dell’Ordine dei giornalisti, aveva accolto tutte le contestazioni dei diretti interessati pubblicando le repliche che gli erano pervenute. Niente da fare: 8 mesi di carcere per un articolo di 12 righe. L’Ordine dei Giornalisti della Campania e la Commissione Legalità dell’Ordine Regionale hanno espresso “piena e forte solidarietà” a Pasquale Napolitano definendo la condanna “un inaccettabile attacco alla libertà di informazione“.

Il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte ha parlato di condanna “inaccettabile” mentre Walter Verini del Pd ha fatto riferimento a “un retaggio del Codice Rocco che esiste ancora”. A destra accusano l’opposizione e i magistrati. Eppure sono al governo, sono maggioranza e sono loro che volendo potrebbero mettere fine a questo abominio. Quindi?

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La realtà spegne la propaganda

La propaganda ha il fiato corto. Magnificare la patria può servire per scaldare i cuori poco prima di una tornata elettorale, affilare l’odio per gli avversari politici torna utile per i commenti sui social network, manganellare i fragili riempie le pance degli odiatori seriali, inscenare conferenze stampa senza stampa sfama al massimo qualche giornalista servile, torcere i numeri per magnificare una credibilità internazionale esalta solo i tifosi del proprio partito.

La politica è altro. La politica si impiglia nei calli delle persone che lavorano tutto il giorno per andare a letto la sera comunque poveri. L’Istat li chiama “occupati in condizioni di vulnerabilità economica” ma sono uomini e donne che faticano senza scrollarsi mai di dosso il senso del fallimento. La politica sta in mezzo al tavolo poco apparecchiato per la cena di famiglie che si impoveriscono nonostante con impegno continuino a fare quello che hanno sempre fatto ma sono più povere.

La politica se ne fotte dell’aporofobia di questo tempo, la paura dei poveri e della povertà che spinge i commentatori a fingere di non vedere. La politica – al contrario della propaganda – guarda in faccia i problemi, gli dà un nome, non ne ha paura. Dice l’Istat che la povertà in Italia si mangia il cuore di milioni di persone e famiglie vittime di una guerra ideologica che ha cancellato la povertà solo per poter dire di avere sconfitto gli avversari politici.

Scelte propagandistiche – appunto – e per niente politiche che sono state prese da una classe dirigente politica che ha lavorato poco, pochissimo, in vita sua, scambiando il mondo del lavoro con gli aperitivi della ristretta cerchia di imprenditori che possono bisbigliare all’orecchio del governo.

Se in una Repubblica fondata sul lavoro come mezzo per la libertà i lavoratori sono schiavi significa che la Costituzione è tradita fin dal suo primo articolo. Se la povertà in Italia è un affare degli occupati, oltre ai disoccupati, significa che la democrazia è una truffa elettorale. Propaganda, appunto.

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La dissoluzione democratica nella Tunisia di Saied, alleato dell’Italia

La dissoluzione dei principi democratici nella Tunisia governata dal presidente Kais Saied corre veloce. L’alleato di Giorgia Meloni nella gestione degli indesiderati flussi migratori non ha digerito un intervento dell’avvocata e opinionista Sonia Dahmani al canale televisivo Carthage+, andato in onda lo scorso 7 maggio. A turbare il regime tunisino sono state le sue insinuazioni sarcastiche sulla situazione del Paese, in particolare per quanto riguarda i migranti sub-sahariani, la cui presenza non è per nulla gradita in Tunisia.

La dissoluzione dei principi democratici nella Tunisia governata dal presidente Kais Saied corre veloce

Il giudice istruttore ha emesso un mandato di arresto sabato scorso e ha convalidato la detenzione dell’avvocata. Dahmani è indagata, in particolare, per aver diffuso “false informazioni con l’obiettivo di minare la sicurezza pubblica” e “istigazione all’odio”, ai sensi del decreto legislativo 54 emesso dal presidente Saïed il 13 settembre 2022, volto a combattere false informazioni sulle reti di comunicazione e prevede fino a 5 anni di carcere. Nella notte tra sabato e domenica sono stati fermati altri due opinionisti per le loro dichiarazioni sui media. Ieri sera la polizia tunisina è tornata nella sede dell’Ordine degli avvocati e per arrestare Mehdi Zagrouba. In un comunicato il ministro degli Interni tunisino, ha fatto sapere che è stata aperta un’indagine dalla Procura nei confronti di due avvocati in seguito all’aggressione di un poliziotto a margine della manifestazione degli avvocati a Tunisi.

Ma non è tutto. Dieci giorni fa le forze dell’ordine hanno smantellato un accampamento davanti all’edificio dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) e mandato centinaia di persone verso i confini del Paese. Tra questi anche donne e bambini. Un’ottantina di persone sono state arrestate. Lunedì 6 maggio, durante il Consiglio di sicurezza, è stato proprio il presidente Saied a riconoscere per la prima volta che le autorità tunisine hanno effettuato espulsioni collettive, ammettendo che circa 400 persone sono state mandate alla frontiera orientale. Come spiega l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) nell’annunciare le deportazioni, Saied ha fatto nuovamente riferimento a un presunto piano di sostituzione etnica in Tunisia, una dichiarazione in linea con la campagna razzista e xenofoba lanciata nel febbraio 2023 che ha dato il via a un’ondata di arresti e violenze contro le persone di origine sub-sahariana.

Nuova ondata di deportazioni e arresti ai danni dei migranti e della società civile da parte del presidente Saied, fedele alleato di Meloni nel contenimento dei flussi migratori

Il 10 Maggio il Comitato ONU per i diritti umani ha accolto la richiesta di misure di urgenza a tutela di un gruppo di rifugiati e richiedenti asilo di nazionalità sudanese, tra cui minori e individui bisognosi di cure, abbandonati al confine con l’Algeria. Nonostante l’ordine di protezione intimato alla Tunisia, l’11 maggio i ricorrenti hanno riferito di essere stati arrestati dalla Garde Nationale e da allora non si hanno più notizie del gruppo.

“Ribadiamo fermamente la necessità che il governo italiano e l’UE interrompano immediatamente ogni forma di collaborazione con la Tunisia mirata a favorire il trattenimento, il rimpatrio e il respingimento delle persone in un paese in cui rischiano di subire violenze e persecuzioni, e che invece si impegnino a incentivare la tutela dei diritti fondamentali e vie d’accesso sicure all’Europa” – dichiara Antonio Manganella, Direttore regionale Euromed di Avocats Sans Frontières.  Laura Boldrini (Pd) e Riccardo Ricciardi (M5s) hanno chiesto al ministro degli Esteri Tajani di riferire in Parlamento. Bocca cucita da parte della presidente del Consiglio Meloni. 

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I giovani oggi sono più soli ma socialmente impegnati

Come sono usciti i giovani dalla pandemia Più della metà crede di non essere capita dagli adulti, il 14% di loro vive in condizioni di povertà assoluta (il dato più alto dal 2014) e peggiorano i dati sul benessere mentale. Nell’ambito della campagna “Non sono emergenza” di Con i Bambini, Openpolis presenta alcuni dati, non esaustivi, per comprendere meglio la condizione degli adolescenti in uscita dalla pandemia. La didattica a distanza e le chiusure prolungate delle scuole hanno sicuramente avuto un impatto in termini di apprendimenti, pagato soprattutto dagli studenti svantaggiati. Le difficoltà economiche di alcuni nuclei familiari hanno spinto all’aumento dell’incidenza della povertà minorile, ai suoi massimi nella serie storica recente. In parallelo con la rarefazione delle relazioni sociali, il benessere psicologico è diminuito, specialmente tra le ragazze, così come sono aumentati i casi di disturbi alimentari e altri comportamenti a rischio. Eppure i giovani dimostrano una grande capacità di mobilitarsi per i temi che hanno a cuore, convinti di poter essere un effettivo agente id cambiamento del mondo in cui vivono. 

La fondazione “Con i bambini” ha rilevato la forma del disagio negli adolescenti, ma anche la voglia di attivarsi positivamente per la pace, i diritti e l’ambiente

Il 54% degli adolescenti è convinto di non essere capito dagli adulti. Il 38% lamenta che gli adulti non si mettono mai in discussione e il 37% non sopporta il loro continuo paragone con i tempi passati. Male l’avanzata della povertà. Secondo i dati preliminari dell’Istat si registra l’incidenza più elevata degli ultimi dieci anni. Nel 2023 i minori in povertà assoluta sono 1,3 milioni, il 14%. Il disagio spesso è figlio delle condizioni della famiglia. Il 33,9% dei minori è in deprivazione sociale e materiale se i genitori non sono diplomati. Significa 10 volte rispetto all’incidenza tra i figli di laureati (3%). Rispetto al pre-Covid, l’incidenza di bambini e ragazzi deprivati tra i figli di non diplomati è aumentata di quasi 5 punti percentuali. Come scrive Openpolis anche gli apprendimenti appaiono in calo rispetto al pre-pandemia. Nei test Ocse-Pisa il risultato in matematica degli studenti 15enni italiani è diminuito di oltre 15 punti tra 2018 e 2022. Un indicatore in questo senso è dato anche dalla dispersione implicita, in crescita nel corso della pandemia. È la quota di studenti che, pur portando a termine il ciclo di studi, lo completano con competenze inadeguate che sono il 9,7% ed erano il 7% nel 2019. La rarefazione dei contatti sociali iniziata con la pandemia ha impattato anche dopo. Uno studente su due ha visto diminuire la frequenza con la quale vedono amici e amiche. La rivelazione arriva dall’Istituto superiore della sanità che stima in 65.967 gli studenti che tra 11 e 17 anni con tendenza all’isolamento sociale negli ultimi sei mesi. i tratta dell’1,6% del totale, sulla base di un campione rappresentativo della popolazione studentesca. Mentre quasi 100mila (il 2,5% del campione) presentano caratteristiche compatibili con la presenza di una dipendenza da social media. Il 75,9% degli studenti di 11-13 anni a rischio dipendenza da social dichiarano una difficoltà comunicativa con i genitori. 2.778 gli accessi in pronto soccorso di minori per sindromi e disturbi da alterato comportamento alimentare nel 2021. Si tratta di un aumento del 10,5% rispetto al 2019.

Il 14% dei giovani vive in condizioni di povertà assoluta (il dato più alto dal 2014)

Ma non è una generazione arresa. Quasi 2 su 3 i giovani italiani tra 15 e 24 anni che si dichiarano molto preoccupati per il cambiamento climatico. Molto più della media della popolazione (53%). In uscita dalla pandemia, nel 2022, il 6,4% dei giovani tra 14 e 17 anni ha prestato attività gratuite in associazioni di volontariato. In crescita rispetto all’anno precedente (3,9%). Il 2,9% dei giovani 18-19enni ha preso parte ad associazioni ecologiche, per i diritti civili, per la pace, più della media della popolazione pari all’1,6%.

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Non li votano nemmeno i parenti

Il candidato alle elezioni europee Pietro Fiocchi vi sarà capitato di vederlo se abitate in una sua circoscrizione elettorale. Nel manifesto il candidato di Fratelli d’Italia imbraccia un fucile e punta direttamente in faccia i malcapitati che lo osservano. Niente di nuovo, Fiocchi a Natale aveva riempito la sua Lecco con manifesti in cui appariva seduto su un poltrona con dietro un albero addobbato con bossoli colorati. 

Fiocchi è l’ex presidente e membro del consiglio d’amministrazione di Fiocchi of America Inc., la divisione americana dell’azienda. Cacciatore convinto, Fiocchi è uno dei tanti feticisti delle armi e del suo uso di questa destra che si sogna trumpiana. 

Qualche giorno fa Pietro Fiocchi è stato criticato nientedimeno che dal cugino Stefano Fiocchi, presidente del Consiglio di amministrazione della Fiocchi spa, che ha chiarito come il meloniano sia “solo un socio di minoranza della Giulio Fiocchi Holding. Non supportiamo e non finanziamo in alcun modo la sua campagna elettorale“. Non solo, Stefano Fiocchi in un’intervista al Corriere della sera ha spiegato che il parente “è stato invitato formalmente a evitare riferimenti alla società“. I cartelloni? “Un’immagine da cui ci dissociamo“, dice Stefano Fiocchi. 

Un candidato politico che vorrebbe una seggiola a Bruxelles che non verrebbe votato dai parenti ma che inevitabilmente prenderà i voti di parecchi esaltati è una fotografia paradigmatica di quest’epoca politica in cui si esagera per farsi notare, con buona pace della credibilità personale e della dignità, mentre i capi partito (in questo caso la presidente del Consiglio Giorgia Meloni) imbarcano voti senza proferire verbo. 

Buon mercoledì. 

Nella foto: frame del video di Pietro Fiocchi per gli auguri di Natale 2023

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Contestare uno scrittore ci sta, esaltare Hitler un po’ meno

Che uno scrittore venga contestato per le sue idee riportate in un suo libro è addirittura una buona notizia. Nell’epoca delle opinioni compresse in qualche riga o in qualche manciata di secondi la critica – anche forte – per il contenuto di un libro indica che la letteratura è viva ed è in salute. Le contestazioni sono indice di democrazia nonostante la ministra Roccella e i suoi colleghi di governo fatichino a comprenderlo. Stefano Massini stava presentando al Salone del libro di Torino il libro “Mein Kampf”. Suo ultimo testo teatrale sulla vita di Adolf Hitler.

Durante il dialogo con Danco Singer uno spettatore seduto in prima fila ha più volte espresso il suo disappunto ad alta voce. Ci sta. Gli incontri dal vivo si chiamano dal vivo perché sono partecipati da vivi in carne e ossa, in presenza, con le loro reazioni. In un tempo in cui la presidente del Consiglio celebra conferenze stampa senza stampa fingendo di salutare persone inesistenti in sala è quasi una rivoluzione. Finito l’incontro, mentre Stefano Massini si apprestava a raggiungere il tavolo del firmacopie l’uomo si è avvicinato a Massini, l’ha preso per il bavero della giacca strattonandolo e gridandogli in faccia queste parole: “Hitler aveva ragione, voi comunisti senza contraddittorio camuffate la storia e la state riscrivendo. Ma ora finalmente possiamo dire la verità”.

Quindi la verità è che Hitler aveva ragione nello sterminare ebrei, omosessuali, slavi, oppositori di guerra, dissidenti religiosi, disabili e neri. E poi c’è quell’affermazione: “Ora finalmente possiamo dire la verità”. Possono perché protetti, evidentemente. Da chi? Questa è la domanda.

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Corruzione in Liguria, spunta una talpa. Toti per ora resiste e non si dimette

Dopo l’apertura di un filone d’inchiesta sulle mascherine (gli investigatori hanno scoperto una maxi frode da un milione e 200 mila euro sulle forniture sanitarie durante il Covid) ora nell’inchiesta che ha coinvolto tra gli altri anche il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti spunta anche l’ipotesi di una talpa tra gli investigatori. Aldo Spinelli, i fratelli Arturo Angelo e Italo Maurizio Testa, sapevano di essere intercettati.

La Procura di Genova ha aperto un fascicolo per rivelazione di segreto d’ufficio. Dalle carte dell’inchiesta si scopre che Aldo Spinelli era preoccupato per eventuali trojan all’interno del suo telefono e per questo limitava le telefonate.

Spinelli sapeva di essere intercettato e raccomandava cautela. Le opposizioni chiedono le dimissioni di Toti che insiste a rimanere in carica

Intanto in Consiglio regionale la richiesta di dimissioni del governatore (ai domiciliari) da parte delle opposizioni è unanime. “Ora o mai più, perché questa legislatura è finita”, ha detto Ferruccio Sansa, capogruppo dell’omonima lista con sui aveva sfidato Toti alle elezioni regionali nel 2020. “Adesso sono tutti contro Toti, noi queste cose le dicevamo da anni. Mi dicevano “vai in Procura” e noi ci siamo andati, perché eravamo convinti ci fossero degli illeciti”. Il capogruppo dei Cinque Stelle Fabio Tosi dice che “in un Paese normale e civile, un presidente di Regione ai domiciliari si dimette”. “È innegabile – ha detto Tosi nel corso della seduta –  gli inquirenti hanno scoperchiato un sistema di potere malato. Un sistema che denunciamo da anni in tutte le sedi, ricevendo in cambio insulti – ha aggiunto -. Volete aspettare dieci anni, che finisca il procedimento? C’è una questione morale, di dignità di ognuno di noi”. Che “l’unica strada percorribile sia quella delle dimissioni” lo pensa anche il capogruppo Pd Luca Garibaldi.

Intanto Toți si prepara al confronto con i pm. “È informato e sta continuando a leggere gli atti. Prepara materiale utile per quando sarà sentito”, ha detto il suo avvocato Stefano Savi interpellato da LaPresse. Toti presenterà istanza al gip per chiedere la revoca della misura cautelare. Poi sarà valutato il ricorso al Tribunale del Riesame. Solo dopo avere ottenuto risposte negative in tutti questi passaggi si valuterà realmente l’ipotesi delle dimissioni.

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