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L’Italia non ha mantenuto mezza promessa sui finanziamenti fossili

Tra i Paesi del G20 l’Italia è ancora il 5° maggior finanziatore di gas e petrolio, subito dietro la Cina. Tra il 2020 e il 2022, in media, ha sborsato 2,5 miliardi di dollari l’anno per sostenere progetti all’estero. Peggio di Roma sui finanziamenti alle fossili fanno solo Canada (10,9 mld), Corea (9,9 mld), Giappone (6,9 mld) e Cina (4 mld). Il nostro Paese è più generoso con le fossili degli Stati Uniti, che si fermano a 2,2 mld, e di un paese europeo anch’esso con forte dipendenza dal gas come la Germania (2 mld). Lo calcola un rapporto di Oil Change International e Friends of the Earth, pubblicato oggi e realizzato in collaborazione con altre 23 associazioni tra cui l’italiana Recommon.

L’Italia tra il 2020 e il 2022, in media, ha sborsato 2,5 miliardi di dollari l’anno per sostenere progetti fossili all’estero

Il rapporto sottolinea come la tendenza nel mondo sembra andare nella giusta direzione con un evidente calo. Tra il 2017 e il 2019 le prime 20 economie mondiali e le banche multilaterali da esse finanziate hanno elargito in media 68 miliardi di dollari l’anno. Nei tre anni fra il 2020 e il 2022 questa cifra è scesa del 30% arrivando a 47 mld di dollari. Ma gli estensori del rapporto sottolineano come “tuttavia, questi progressi potrebbe essere minacciati se Stati Uniti, Germania, Italia e Giappone continuano a non mantenere le loro promesse finanziando i combustibili fossili”. 

Stracciati gli impegni presi sui finanziamenti fossili dall’Italia alla Cop28 di Dubai e alla Cop26

Secondo gli accordi presi nelle sedi internazionali e secondo la rotta tracciata dall’Agenzia internazionale dell’energia (IEA) il 2021 avrebbe dovuto essere l’anno in non avrebbe dovuto essere finanziato e messo in funzione nessun nuovo progetto fossile. Non è andata così. iIpaesi del G20 hanno elargito ogni anno, tra 2020 e 2022, qualcosa come 846 mld di dollari a gas, carbone e petrolio. I paesi del Nord Globale nel triennio 2020-22 hanno investito 58 volte più risorse nelle fossili che nel fondo Loss and Damage, il principale veicolo per evitare che il cambiamento climatico affossi i paesi più fragili. Su questo fondo i paesi del G7 hanno sborsato appena 414 milioni di dollari. Secondo l’agenzia ONU per il cambiamento climatico, servirebbero almeno 2.400 mld di dollari l’anno entro il 2030. Le promesse dell’Italia fatte all’ultimo Cop28 di Dubai insieme a Canada, Giappone, Germania, Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna per ora non hanno avuto seguito. 

Traditi anche gli impegni sulla fine dei finanziamenti pubblici internazionali diretti per i combustibili fossili entro il 2022

L’italia ha disatteso anche gli impegni presi entrando nella Clean Energy Transition Partnership (CETP) alla Cop26 di Glasgow. Nel 2021 il governo italiano si era impegnato a porre fine a tutti i finanziamenti pubblici internazionali diretti per i combustibili fossili (senza tecnologie di abbattimento delle emissioni) entro la fine del 2022. Ancora oggi l’Italia investe pochissimo in rinnovabili rispetto al volume garantito alle fossili: 175 mln di dollari, quasi 15 volte di meno. A tutto questo si aggiunge il capitolo delle agenzie per il supporto al credito per l’export dove il nostro Paese attraverso SACE (il gruppo assicurativo-finanziario italiano, direttamente controllato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze) ha investito quasi 5 miliardi di dollari solo nel 2023 su progetti attivi nei combustibili fossili e nel corso del 2024 – si legge nel rapporto –  “probabilmente approverà centinaia di milioni per progetti di combustibili fossili in Vietnam, Brasile e Mozambico”.

“La finanza pubblica – si legge – non è scarsa, è solo mal distribuita. Si sta dirigendo verso i combustibili fossili nonostante la scienza abbia chiarito che lo sviluppo di nuovi combustibili fossili è incompatibile con la limitazione del riscaldamento globale a 1,5 gradi”. È tutta una questione di volere, mica di potere. 

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45 agenti della Penitenziaria spediti in Albania per uno spot al governo

Alla penuria di agenti penitenziari che da tempo affligge l’Italia ora ne vanno sottratti altri 45 che devono essere spediti urgentemente in Albania.  Quarantacinque appartenenti al Corpo della Polizia Penitenziaria infatti saranno inviati in Albania per lavorare nel carcere di Gjader “destinato a ricevere al massimo 20 migranti che dovessero rendersi responsabili di reati durante la permanenza nelle strutture gestite dallo Stato italiano in quel territorio per effettuare le procedure di frontiera o di rimpatrio previste dalla legge italiana ed europea o coloro per i quali si dovesse dar corso a provvedimenti giudiziari che costituiscono titolo custodiale”. Lo si legge in una nota del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria visionata dall’AGI con la quale viene avviata la selezione di un Comandante e altre figure per un totale di 45 persone. I candidati dovranno presentare la domanda entro il 17 aprile 2024. 

Alla penuria di agenti penitenziari che da tempo affligge l’Italia ora ne vanno sottratti altri 45 che devono essere spediti urgentemente in Albania

L’istituto ospiterà “al massimo 20 detenuti di sesso maschile”. Quanto basta per inscenare lo spot voluto da Giorgia Meloni per fingere di traslocare il fenomeno migratorio che non riesce a gestire. Il 6 novembre 2023 il governo italiano ha firmato un accordo con l’Albania per la costruzione di due centri di detenzione sul territorio albanese, che saranno utilizzati per trattenere le persone intercettate o soccorse in mare dalle navi di Stato italiane. L’accordo mira a legalizzare il trattamento extraterritoriale e la detenzione dei richiedenti asilo e delle persone da rimpatriare forzatamente, con l’obiettivo dichiarato di scoraggiare le traversate in mare. Il 24 gennaio la Camera dei deputati ha approvato la ratifica dell’accordo, che è poi passato al Senato. Il 29 gennaio, la Corte costituzionale albanese ha dato il via libera alla ratifica dell’accordo da parte del Parlamento.

Il rapporto medio fra detenuti e poliziotti penitenziari in Italia rimane sempre molto basso, attestandosi circa a 1,9, vale a dire quasi un agente ogni 2 detenuti. Sul set albanese in cui l’Italia manda in onda il suo spot promozionale il rapporto sarà doppio, come esigono le regole del marketing.  

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Ben arrivati a quelli che sorridevano quando si parlava di pericolo autoritario

«Ormai siamo a un passo dall’Eiar: il passaggio definitivo dal servizio pubblico a quello di Stato e di governo. A questo esecutivo non basta aver occupato in Rai tutto l’occupabile, ora si lavora anche a norme per piegare la par condicio alla propaganda di governo». Non usa giri di parole il presidente della Fnsi Vittorio Di Trapani commentando gli emendamenti proposti dai partiti di governo alla delibera in Vigilanza Rai sulla par condicio in previsione delle elezioni nei prossimi mesi. 

Decidere di escludere dal computo delle presenze Giorgia Meloni perché presidente del Consiglio, Matteo Salvini perché ministro dei Trasporti e Infrastrutture e Antonio Tajani perché ministro degli Esteri fingendo che non siano anche i leader dei loro rispettivi partiti significa puntare all’occupazione delle reti pubbliche con una prepotenza inimmaginabile perfino ai tempi dell’onnivoro Berlusconi. 

L’emendamento 4.13 prevede che i programmi di approfondimento siano tenuti a “garantire la più ampia possibilità di espressione” fatto salvo “il principio della notiziabilità giornalistica”, ma soprattutto “la necessità di garantire ai cittadini una puntuale informazione sulle attività istituzionali e governative”. In sostanza significa che la par condicio diventa un hobby per i partiti dell’opposizione. 

L’ipotesi di modifiche è talmente schifosa che è riuscita a riunire tutte le opposizioni in un comunicato congiunto. A definire “illiberali” gli emendamenti di Fratelli d’Italia ci sono anche quelli che sorridevano quando si parlava di pericolo autoritario. Ben arrivati. 

Buon martedì. 

 

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A proposito di trasformismo, la Puglia specchio d’Italia

A proposito del caos che regna in Puglia forse vale la pena ripercorrere le fasi politiche e i relativi trasformismi dei politici coinvolti, almeno per evitare tiro al piccione superficiale. 

La politica coinvolta nelle indagini che hanno determinato l’ispezione per valutare l’eventuale scioglimento del comune di Bari è Maria Carmen Lorusso, passata da poco al Partito democratico in sostegno al sindaco Antonio Denaro dopo essere stata eletta nella lista che sosteneva il candidato del centrodestra (più precisamente Forza Italia) Pasquale Di Rella. Lorusso è moglie di Giacomo Olivieri, accusato dalla direzione antimafia di avere pagato i clan mafiosi Parisi, Strisciuglio e Montani per eleggere la moglie. Olivieri ha cominciato a fare politica con il Partito popolare italiano, poi ha sostenuto l’attuale ministro Raffaele Fitto nella corsa alle regionali per poi tornare nel centrosinistra da consigliere regionale con la Margherita confluita poi nel Partito democratico. Poi è passato per breve tempo alla corte di Di Pietro in Italia dei valori per infilarsi quindi in un movimento vicino al Centro democratico di Bruno Tabacci. è stato nominato dall’allora sindaco di Bari, Michele Emiliano, nella società municipalizzata Multiservizi per poi non essere riconfermato da Decaro e quindi appoggiare il suo avversario Di Rella, a sua volta passato dal Pd a Forza Italia. 

L’altra politica coinvolta in questi giorni, l’assessora regionale – che ora si è dimessa – Anita Mauridinoia, ha iniziato nel centrodestra per poi passare alla corte di Emiliano, sempre molto generoso nell’accogliere transfughi ex avversari che poi diventano fedelissimi. Non male, eh?

 

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Tensione tra Pd e M5s: il campo largo si stringe

L’eventuale ricomposizione del cosiddetto campo largo tra Partito democratico e Movimento 5 stelle accadrà, se accadrà, dopo le elezioni europee. Dai dem filtra la voce che la legge elettorale per Bruxelles, proporzionale, e la possibilità di sviluppi delle indagini in Puglia rimanda qualsiasi discussione. Troppo alta la temperatura.

All’uscita dalle primarie a Bari decisa da Giuseppe Conte in seguito alle inchieste sul voto di scambio ora si aggiunge l’ufficializzazione la corsa solitari del M5S in Piemonte con la candidatura di Sarah Disabato. “Le sorti dell’area del campo progressista non dipendono solo da noi, ma anche da quel che vorrà fare Schlein. Vuole perseguire gli impegni presi con la comunità che l’ha investita segretaria, per trasformare il Pd? O finirà trasformata dal Pd?”, ha detto Conte in un’intervista al Corriere della sera. “Accusarci di slealtà offende il popolo che ha creato il M5S e che, dal 2009, ha fatto del principio della legalità la nostra stella polare. Per noi non sono in gioco delle beghe tra partiti o tra leader, è in gioco la sostanza politica. Si tratta di rinnovare la classe dirigente per costruire qualcosa di diverso dall’Italia che non ci piace. Non possiamo fare spallucce e questo per noi vuol dire essere leali con i cittadini”.

L’eventuale ricomposizione del cosiddetto campo largo tra Pd e M5s è rimandata a dopo le elezioni europee

La segretaria dle Pd Elly Schlein è più impegnata – come spesso le accade – ad arginare le correnti del suo partito. “Quando Elly Schlein dice che non devono essere le correnti del Pd a fare le liste per le elezioni europee, io non solo non posso non essere d’accordo, ma tutta la mia campagna congressuale è stata all’insegna del ‘basta con le correnti’ che determinano le carriere” ha detto il presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, battuto proprio dalla Schlein nell’ultimo congresso.

C’è chi poi, tra i dem, non accetta lezioni dai pentastellati: “‘La legalità è la stella polare del M5S’ tuona Conte. Evidentemente qualcuno dei loro ha perso la bussola, per esempio Marcello De Vito, già presidente del consiglio comunale di Roma, condannato a 8 anni e 8 mesi per corruzione, finanziamento illecito e traffico di influenze” scrive su Twitter la deputata Pd Lia Quartapelle. Pronta la replica di Michele Gubitosa, vicepresidente del M5S alla Camera: “La deputata Quartapelle del Partito democratico è nuovamente tornata sulla vicenda legata all’ex M5S De Vito per attaccare Conte e il Movimento. Credo sarebbe meglio che prima di parlare a vanvera i colleghi del Pd facessero lo sforzo di documentarsi, in modo da evitare questo genere di figuracce. O quantomeno potrebbero parlarsi tra di loro, dal momento che già nel weekend avevamo risposto a Casu sulla stessa vicenda, chiarendo che De Vito fu immediatamente allontanato dal M5S, peraltro quando Conte non ne era ancora Presidente.

Il campo largo torna a essere un auspicio per alcuni e un incubo per altri

Possibile che il Partito democratico non abbia migliori argomenti sul tema Comprendiamo la difficoltà e l’agitazione del momento, ma crediamo che la legalità non sia materia per il chiacchiericcio e la polemica politica, perché per noi rappresenta un valore fondante e un tratto distintivo non negoziabile”. E c’è chi, nell’altro campo, gongola per le tristi vicissitudini del campo largo: “Solo per dare un’immagine e senza voler fare il minimo paragone con le guerre in atto, la sinistra più che un campo largo mi sembra un campo minato. Fra sconfitte, liti, leader che si accusano l’un l’altro e candidati che escono ed entrano dalle porte girevoli, se continua così sospenderanno le trattative per impraticabilità di campo” commenta la senatrice di Forza Italia e vice presidente del Senato, Licia Ronzulli, in un’intervista al Giornale. Il campo largo torna a essere un auspicio per alcuni e un incubo per altri. E potrebbe essere così fino alle europee. 

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Perfino l’analisi della “Stretto di Messina” dice che il Ponte è un flop

Al ministro dei Trasporti e della Infrastrutture Matteo Salvini serve che i lavori del Ponte sullo Stretto comincino il prima possibile per evitare di affondare. Salvini ripete che il ponte (che per lui più che altro è una scialuppa) si comincerà a costruire entro il 2024 ma solo da pochi giorni è stata resa pubblica l’analisi dei costi e dei benefici redatta dalla società “Stretto di Messina”. Il buon senso e la buona politica richiederebbero che a stendere lo studio fosse una società terza e non una di quelle coinvolte nel progetto ma per ora ci si deve accontentare. L’aspetto clamoroso – come sottolinea l’ingegnere meccanico e professore all’Università di Torino Francesco Ramella – è che dall’analisi del rapporto della società “Stretto di Messina” si evince che l’investimento, sotto il profilo strettamente economico, è fallimentare.

Dall’analisi del rapporto della società “Stretto di Messina” si evince che l’investimento, sotto il profilo strettamente economico, è fallimentare

“Per costi di costruzione e gestione, al netto del valore residuo al termine del periodo di analisi, stimati pari a 10,6 miliardi, i benefici economici, dati dalla somma di risparmi di tempo e riduzione di costi operativi dei mezzi di trasporto, assommano a 9,1 miliardi”, scrive Ramella in un studio per lavoce.info. Ramella sottolinea anche come desti perplessità il fatto che i risparmi di tempo per i veicoli merci siano stimati, nel primo anno di esercizio, pari a 365 milioni, ossia quasi il triplo rispetto a quelli per i passeggeri, nonostante che il numero di mezzi pesanti che oggi si servono dei traghetti sia intorno alle 800 mila unità, contro più di dieci milioni di persone che ogni anno attraversano lo Stretto. “Occorre poi ricordare – spiega Ramella – che, storicamente, le valutazioni economiche delle grandi opere sono soggette a optimism bias (pregiudizio dell’ottimismo): quasi sempre a consuntivo i costi risultano superiori a quelli stimati inizialmente (in media per i ponti del 26 per cento) e i benefici più limitati”. In ogni caso, anche qualora si considerino corrette tutte le assunzioni e i risultati della valutazione, la costruzione del ponte impoverirebbe gli italiani per un ammontare di 1,5 miliardi di euro.

A tenere in piedi il progetto sarebbe un risparmio sovrastimato della riduzione delle emissioni climalteranti. Proprio nel ministero di chi nega il cambiamento climatico

E i benefici? Secondo lo studio della “Stretto di Messina” a pesare positivamente sarebbe soprattutto riduzione delle emissioni climalteranti, valutati pari a 10,6 miliardi. È curioso che proprio nel ministero presieduto dal ministro più scettico sul cambiamento climatico – addirittura negazionista in qualche caso – la crisi ambientale venga valutata come il motivo preponderante per la costruzione dell’opera, no? Secondo gli autori della analisi costi benefici, grazie alla costruzione del ponte e alla conseguente eliminazione dei traghetti tra Messina e Villa San Giovanni, al trasferimento su ferrovia di una parte dei passeggeri che oggi utilizzano l’aereo e delle merci trasportate via nave, si conseguirebbe una riduzione di emissioni pari a 12,8 milioni di tonnellate di CO2. Per fare quadrare i conti però hanno dovuto esagerarli e così, come sottolinea Ramella, nel rapporto si è valutato 828 euro il valore attuale delle quote di emissione di gas serra che però nel sistema europeo di scambio è di 60 euro e il valore massimo raggiunto nel febbraio 2023 è stato pari a 105 euro. Oggi si stima che la maggior parte delle emissioni mondiali di CO2 potrebbe essere abbattuta con un costo di gran lunga inferiore a quello preso come riferimento nell’analisi. In sintesi, – scrive Ramella – si può dire che la fattibilità socio-economica del Ponte “è appesa” a una ipotesi di riduzione delle emissioni straordinariamente inefficiente. A Salvini conviene che i suoi elettori cambino idea in fretta sul cambiamento climatico. 

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Una controffensiva, una roba così?

Sei mesi dopo l’attacco di Hamas nel sud di Israele la controffensiva israeliana si può leggere nei numeri. 

Il Ministero della Sanità di Gaza parla di 33.137 persone uccise (i dati si riferiscono alla giornata di ieri). Qualcuno con un grande stomaco risponde che quei numeri sono falsi perché provengono da Hamas. Guardiamo gli altri. Save the Children (non Hamas) denuncia che sono stati uccisi più di 13.800 bambini. La Mezzaluna Rossa Palestinese (non Hamas) scrive che circa 1.000 bambini hanno perso una o entrambe le gambe. L’Unicef parla di almeno 17.000 minori palestinesi attualmente non accompagnati o separati dai loro genitori. Ovviamente migliaia sono orfani. Oltre 75 mila persone – sempre secondo Unicef – sono rimaste ferite e non possono essere assistite perché il sistema sanitario di Gaza è in gran parte distrutto o danneggiato.

L’Onu (non Hamas) fa saper che 2,3 milioni di persone fanno la fame e che la carestia sarà diffusa entro maggio in diverse parti di Gaza. Sono una trentina – sempre secondo l’Onu – le persone morte per fame e per sete. L’80% della popolazione è sfollata. Per terra ci sono 26 milioni di detriti del 62% di case distrutte. Otto scuole su dieci sono state devastate, almeno 625mila studenti non hanno nessuna forma di distruzione. 

Funzionano solo 10 ospedali su 36. L’Ufficio stampa governativo di Gaza indica che sono stati uccisi 140 giornalisti. Non bisogna rifarsi dei datiti Hamas, dicono. l Comitato per la Protezione dei Giornalisti stima in 90 il numero di reporter e cameraman uccisi.

Buon lunedì. 

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L’insostenibile leggerezza di Delmastro

Andrea Delmastro Delle Vedove, sottosegretario alla Giustizia, uomo irrinunciabile della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, l’ha chiamata “leggerezza”. Osservando con attenzione si tratta in effetti dell’ennesima leggerezza. Delmastro con leggerezza ha rivelato informazioni coperte dal segreto di Stato al suo coinquilino nonché compagno di partito Giovanni Donzelli. Donzelli con leggerezza ha utilizzato quelle informazioni riservate per bastonare i suoi avversari politici. Una leggerezza. Si sa, i sottosegretari di governo con leggerezza fanno comunella con i loro coinquilini come degli studenti universitari qualsiasi. 

Poi con leggerezza il sottosegretario Delmastro ha festeggiato il capodanno insieme all’altro suo compagno di partito Emanuele Pozzolo che con leggerezza passava di là. Dicono i presenti che fosse un po’ alticcio e con leggerezza abbia armeggiato con una pistola. Con leggerezza il sottosegretario alla Giustizia ha raccontato di essere proprio in quel momento andato a buttare la spazzatura. Un testimone dice che non è vero ma Delmastro con leggerezza ha detto che il testimone, quello che si è preso una pallottola nella gamba, ricorda male. 

Poi con leggerezza nei giorni scorsi il sottosegretario ha partecipato a una cena elettorale a Biella per sostenere la candidatura a sindaco di Marzio Olivero, suo compagno di partito. Hanno discusso con leggerezza tra una portata e l’altra della nomina del revisore dei conti della cassa di Risparmio di Biella e con leggerezza stavano finendo per darsele davanti a tutta. È intervenuta la scorta del leggero sottosegretario e li ha separati. Spiega il sottosegretario che stavano litigando per finta, che ha fatto una leggerezza. 

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Il lavoro non fa la felicità: così i valori della società sono cambiati – Lettera43

Un rapporto Censis-Eudaimon certifica che la maggior parte delle persone rifiuta straordinari e si nega a call e mail extra, preferendo badare a gestione dello stress e relazioni. E secondo un’altra ricerca un dipendente su due non è soddisfatto del proprio ruolo. C’entrano anche gli stipendi da fame. Oltre a uno scollamento di imprenditori e classe dirigente dalla realtà.

Il lavoro non fa la felicità: così i valori della società sono cambiati

C’è una novità che si fatica a intercettare nel dibattito pubblico: il lavoro non è più l’attività di vita per eccellenza intorno alla quale tutto il resto deve strutturarsi. Sta scritto nero su bianco nel settimo rapporto “Il welfare aziendale e la sfida dei nuovi valori del lavoro” firmato Censis-Eudaimon. Si scopre che la grande maggioranza dei lavoratori esplicitamente indica che nel prossimo futuro ha intenzione di ridurre il tempo dedicato al lavoro, mentre quote significative già oggi, qualora possibile, proteggono il proprio tempo di non lavoro rifiutando straordinari, negandosi a call, mail e a ogni attività extra rispetto alle mansioni definite. E quote alte di occupati dichiarano che, rispetto a qualche anno fa, il lavoro è meno importante, perché nella loro vita è cresciuta la rilevanza di attività personali alternative.

Più attenzione al benessere psicofisico e alle relazioni

I numeri ci dicono che il 93,7 per cento dei lavoratori e delle lavoratrici occupati in Italia considera molto importante il benessere e la felicità quotidiana. La stragrande maggioranza dei lavoratori ritiene che dedicare più tempo a sé stessi e alla propria famiglia sia la strada per aumentare il benessere. L’82,8 per cento del campione del Censis si è dichiarato più attento rispetto al passato al proprio benessere psicofisico, alla sua salute, alla gestione dello stress e alle relazioni. L’87,3 per cento degli occupati ritiene un errore fare del lavoro il centro della propria vita e per il 52,1 per cento il lavoro oggi influenza meno la vita privata rispetto al passato. Anche per questo, il 67,7 per cento degli occupati vorrebbe ridurre il tempo dedicato all’attività lavorativa nel prossimo futuro.

Solo il 49 per cento delle persone si ritiene felice del proprio lavoro

La quarta edizione della ricerca promossa dall’Associazione ricerca felicità 2024 restituisce risultati simili. Solo il 49 per cento del campione si ritiene felice del proprio lavoro. La percentuale è particolarmente negativa tra i lavoratori e le lavoratrici del Nord-Ovest (46 per cento), tra i colletti blu (44 per cento) e tra i più giovani (44 per cento).

Il lavoro non fa la felicità: così i valori della società sono cambiati
Il lavoro non è più al centro delle priorità degli italiani (Imagoeconomica).

Spiega Sandro Formica, vicepresidente e direttore scientifico dell’Associazione ricerca felicità: «Il lavoro ha un ruolo attivo nell’alimentazione della felicità. Non è un’impressione, non è trascurabile, è un fatto. Dalla nostra ricerca emerge chiaramente anche uno scollamento nel percepito dei lavoratori: se è vero per il 76 per cento che il loro lavoro migliora l’azienda, non si registra invece reciprocità in termini di soddisfazione dei bisogni, che per il 35 per cento non sono soddisfatti dal proprio lavoro. Man mano che viene data centralità al lavoratore, lo scollamento si fa ancor più esplicito: per il 41 per cento il lavoro non dà un senso alla vita, per il 47 per cento non aiuta a capire sé stessi».

Lavoro deriva da “pena”, “sforzo”, “fatica”, “sofferenza”

Siamo una Repubblica fondata sul lavoro? Una Repubblica fondata sul lavoro significa che il lavoro realizza la Repubblica. “Lavoro” in italiano, labour in inglese, travail in francese, trabajo in spagnolo, arbeit in tedesco. “Lavoro” e labour derivano dal latino labor che significava “pena”, “sforzo”, “fatica”, “sofferenza” e ogni attività penosa, e corrispondeva esattamente al greco πόνος. Nel XII secolo, insieme a labeur era apparso ouvrier, dal latino operaius, “uomo di pena”, che rinvia esso stesso a due parole: opus, “opera”, e operae, gli “impegni”, le “obbligazioni” che devono essere assolti sia dall’affrancato verso l’antico padrone, sia di fronte a un cliente nel caso di un contratto d’affari tra uomini liberi (locatio operis faciendi).

Il lavoro non fa la felicità: così i valori della società sono cambiati
Lavoratori in una raffineria di gas naturale (Imagoeconomica).

Nell’etimologia latina nessun riferimento alla gioia o al piacere

Non è presente, nell’etimologia latina, alcun riferimento alla gioia o al piacere come effetto del lavoro stesso. Ma se andiamo ancora più indietro nella ricerca delle origini del termine lavoro, arriviamo alla radice sanscrita labh (a sua volta dalla più antica radice rabh) che, in senso letterale, significa afferrare, mentre, in senso figurato, vuol dire orientare la volontà, il desiderio, l’intento, oppure intraprendere, ottenere. Se ci fermiamo a questa etimologia il lavoro diventa il luogo dove l’essere umano afferra il desiderio, orienta la volontà, intraprende e ottiene per se stesso, per il suo bisogno di autodeterminazione e per il suo benessere. E nel lavoro si professano i propri ideali, si alimenta la Repubblica italiana.

I problemi: stipendi da fame e classe dirigente scollata dalla realtà

Qui sorge la domanda: ma siamo davvero sicuri che oltre agli stipendi da fame (che non crescono da decenni) il “problema” di certa nostra imprenditoria non sia l’incapacità di cogliere l’evoluzione dei valori? Quanta classe dirigente c’è in grado di comprendere una soddisfazione personale che non derivi dal successo (pubblico) e dal potere? Siamo sicuri che basti minimizzare tutto come pigrizia? A meno che – il dubbio è legittimo – la ricerca della felicità sia un hobby riservato solo al circolo dei ricchi.

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Un processo tira l’altro. Sorci Verdini per Denis & Son

Piccolo riassunto dei guai con la giustizia della famiglia Verdini, capitanata dal patriarca Denis che negli anni è stato uno dei più fedeli collaboratori di Silvio Berlusconi (Forza Italia), poi amicale consigliere di Matteo Renzi (quindi Italia viva) e infine quasi parente acquisito di Matteo Salvini (infine Lega).

Piccolo riassunto dei guai con la giustizia della famiglia Verdini, capitanata dal patriarca Denis

Denis è stato condannato in via definitiva a 6 anni per bancarotta nelle vicende del Credito Cooperativo Fiorentino, a 5 anni e 6 mesi per il fallimento della Società Toscana Edizioni ed a 3 anni e 10 mesi per il fallimento di un’impresa edile di Campi Bisenzio (FI), condanne che sta scontando nel carcere di Sollicciano. Suo figlio Tommaso è finito agli arresti domiciliari lo scorso 28 dicembre nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Roma sulle commesse Anas. Il ministro Salvini aveva detto di essere certo della sua innocenza.

Tommaso Verdini ha chiesto di patteggiare una pena a due anni e 10 mesi. La Procura di Roma non si è ancora pronunciata sulla richiesta avanzata dai suoi difensori. Nelle scorse settimane i pm di piazzale Clodio hanno chiesto e ottenuto il giudizio immediato per reati di corruzione e turbativa d’asta anche per Fabio Pileri, socio di Tommaso Verdini nella società Inver.

La figlia Diletta invece ha patteggiato un anno di reclusione. Secondo l’accusa, si sarebbe spacciata per avvocato con una badante romena per seguirla in un processo di lavoro. Poi avrebbe scritto anche una finta sentenza, vantandosi con la cliente di aver vinto la causa. La vicenda è emersa grazie a un servizio della trasmissione Le iene. Non male, eh?

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