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Elezioni europee: sono i giovani ad avere voglia di votare

Il primo dato è che i giovani dipinti come disinteressati e oziosi si interessano delle prossime elezioni europee più degli adulti. A votare per Bruxelles avrebbe intenzione di votare il 47% dei giovani italiani. l dato è positivo se si tiene conto che l’affluenza complessiva probabile è stimata al 45%, con un dato più basso per gli over 54 al 43%.

I giovani finora dipinti come disinteressati e oziosi si interessano delle prossime elezioni europee

Sono i risultati d un’indagine del Consiglio nazionale dei giovani (Cng), realizzata in collaborazione con l’Istituto Piepoli. Se teniamo conto che nel 2019 la partecipazione al voto in Italia è stata del 54,5% e che i sondaggisti concordano  nel prevedere una sensibile flessione che confermerebbe il trend complessivo di discesa negli ultimi 15 anni (al contrario degli altri paesi Ue in cui il dato è in crescita) il dato di partecipazione giovanile conferma i risultati dell’indagine Eurobarometro sulle ultime elezioni europee che mostrano, infatti, come nel 2019 l’aumento complessivo dell’affluenza alle urne è stato determinato principalmente dalle giovani generazioni in tutta l’Ue. In particolare, i giovani cittadini sotto i 25 anni (+14 punti percentuali sul 2014) e i 25-39enni (+12 punti percentuali sul 2014), con un’affluenza complessiva alle passate elezioni europee del 50,6%, la più alta dal 1994, con 19 Stati membri.

A votare per Bruxelles avrebbe intenzione di votare il 47% dei giovani italiani ma solo l’8% dei giovani si ritiene molto soddisfatto dal dibattito politico

A interrogarsi piuttosto dovrebbero essere i partiti che animano il dibattito elettorale. Dallo studio, eseguito su un campione rappresentativo della popolazione italiana, emerge, come per gli under 35 i temi affrontati nella campagna elettorale non riflettano le proprie preoccupazioni e priorità. Solo l’8% dei giovani, infatti, si ritiene molto soddisfatto dal dibattito politico sulle europee, mentre 6 giovani su 10 reputano che quest’ultimo non stia affrontando adeguatamente le criticità e le esigenze che vivono. Per i giovani, i temi di cui si deve discutere sono innanzitutto quelli relativi a lavoro e occupazione (39%), a cui seguono, in ordine di preferenza, scuola e università (18%), formazione post-scuola/università (18%) per lo sviluppo di nuove competenze professionali, e il cambiamento climatico (9%). Questi dati rivelano un urgente bisogno di riorientare il focus del dibattito politico verso questioni che hanno un impatto diretto sul futuro professionale e personale di ragazze e ragazzi.

“I dati che abbiamo rilevato sull’intenzione di voto – commenta la presidente del Consiglio nazionale dei giovani, Maria Cristina Pisani -dimostrano, ancora una volta, che sono soprattutto le giovani generazioni a voler contribuire alle scelte collettive, non solo del nostro Paese ma anche dell’Unione europea, attraverso l’esercizio del diritto di voto”. “È la dimostrazione – osserva Pisani – che sono per lo più i giovani a voler esercitare con responsabilità il loro diritto al voto, anche se solo l’8% dei giovani si ritiene molto soddisfatto dal dibattito di queste settimane sulle europee, ma, nonostante ciò, mostrano, ancora una volta, la volontà di contribuire alle scelte collettive non solo del nostro Paese ma anche dell’Unione Europea, indicando delle priorità chiare”. 

Chissà se i partiti cominceranno a parlare ai giovani, oltre che parlare spesso a vanvera dei giovani. 

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Moody’s, il piano Nato farebbe esplodere il debito pubblico

L’economia di guerra potrebbe fare esplodere il debito pubblico. A certificarlo non è una sparuta minoranza di pacifisti ma l’agenzia di rating Moody’s. I ministri degli esteri della Nato hanno iniziato ieri la discussione di un piano da 100 miliardi di dollari proposto dal segretario generale, Jens Stoltenberg, per mettere al riparo il sostegno all’Ucraina dagli stravolgimenti nel caso di elezione negli Usa di Donald Trump. 

La Nato spinge per un programma quinquennale da 100 miliardi di dollari

Se approvato il pacchetto quinquennale di aiuti permetterebbe, nelle intenzioni di Stoltenberg, una maggiore autonomia rispetto alle decisioni politiche dei singoli stati. La proposta arriva mentre negli Usa il presidente Biden fatica a ottenere l’approvazione dal Congresso di un pacchetto di aiuti a Kiev di 60 miliardi di dollari apertamente contestato da Trump. “I ministri degli Esteri discuteranno il modo migliore per organizzare il sostegno della Nato all’Ucraina, per renderlo più potente, prevedibile e duraturo”, ha detto ieri un funzionario della Nato al Financial Times, aggiungendo che l’obiettivo è di chiudere un accordo entro il vertice previsto a luglio a Washington. 

Il nuovo piano del Nato sposterebbe il baricentro verso l’Europa, costringendo i paesi del’Unione a farsi carico degli aiuti all’Ucraina indipendentemente dalle scelte prese a Bruxelles. Si tratta, di fatto, dell’ennesima accelerazione all’economia “di guerra” auspicata da diversi leader europei. Affidare alla Nato il ruolo di “coordinare il sostegno militare all’Ucraina” – come ha detto ieri il segretario Stoltenberg – significherebbe sottrarre la questione militare ancora di più alla politica.

L’agenzia di rating Moody’s avvisa: in Italia il 2% di spese militari farebbe schizzare il debito pubblico al 147%

Sul mastodontico progetto di spesa è arrivato però l’avviso di Moody’s che ha sottolineato l’infausto impatto che una decisione del genere potrebbe avere sulle economie dei paesi membri. Per l’agenzia di rating un imponente riarmo dei paesi Nato impatterebbe sugli sforzi per abbattere il debito pubblico. L’agenzia sottolinea come nel caso italiano un eventuale raggiungimento della soglia del 2% per le spese militari farebbe schizzare il rapporto tra debito e Pil al 147% entro il 2030. Moody’s sottolinea nel suo report anche l’inevitabile impatto sociale che l’aumento delle spese militari porterebbe con sé: “dato il fardello che rappresenterebbe un aumento della spesa finanziato esclusivamente a debito, – scrive Moody’s –  i governi probabilmente cercheranno di introdurre misure che aumentino le entrate o introdurranno aggiustamenti alla spesa esacerbando il conflitto sociale“. “Queste pressioni – si legge nel documento di Moody’s intitolato ‘Higher defence spending will strain budgets, but is credit positive for companies‘ – probabilmente saranno sentite più acutamente nei Paesi già altamente indebitati come Spagna e Italia. Tuttavia anche la Germania troverà difficoltà nel finanziare una simile spesa indebitandosi, dato il suo tetto al debito sancito dalla Costituzione”.

Diversi analisti e organizzazioni ripetono da mesi che in Italia l’economia di guerra sia una scure sullo stato sociale

Che l’economia di guerra sia una scure sullo stato sociale in Italia lo ripetono da mesi, inascoltati, diversi analisti e organizzazioni. Ogni volta che qualcuno esprime dei dubbi sul pericoloso impatto del riarmo sulla spesa pubblica si sollevano le accuse di collaborazionismo con il nemico, calunniando il pacifismo come è sempre accaduto in tempi di guerra. Che l’economia di guerra sia utile solo ai signori della guerra l’ha ripetuto per una vita intera il fondatore di Emergency Gino Strada. La risposta ogni volta è la stessa: i pacifisti sono solo dei sabotatori. Ora sarà difficile accusare di sabotaggio una delle più importanti agenzie di rating internazionali. I numeri, almeno quelli, non hanno possibilità di mentire. 

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Il segreto per diventare ricchi? Nascere ricchi

Il segreto per diventare ricco? Nascere in una famiglia ricca. Sembra la scoperta dell’acqua calda ma come tutte le storture merita di essere ossessivamente ripetuta, almeno per smontare la favola terribile del sogno americano che di tanto in tanto spunta su certa stampa – anche progressista- dove si legge di giovani rampanti omettendo la dichiarazione dei redditi dei loro genitori.

Per la prima volta in 15 anni, secondo i dati di Forbes, tutti i miliardari sotto i 30 anni hanno ereditato la loro ricchezza. L’ascensore sociale decantato dai sacerdoti del capitalismo è l’oppio per gli incagliati. 84mila miliardi di dollari nei prossimi 20 anni – lo dice la società di consulenza Cerulli Associates – nei prossimi anni passeranno da padre in figlio, da nonno ai nipoti. Con tanti saluti al feticcio del merito. 

Il giovane più ricco italiano è Clemente Del Vecchio, 19 anni, che alla morte del padre ha ottenuto la sua bella quota di partecipazione in EssilorLuxottica ed è diventato il più giovane miliardario al mondo nel 2023. Dividere la sua eredità con i suoi 5 fratelli non ha minato la sua possibilità di entrare in classifica. 

La brasiliana Livia Voigt ha 19 anni e possiede un patrimonio 1,1 miliardi di dollari grazie alla sua partecipazione di minoranza nel produttore di apparecchiature elettriche Weg, co-fondato dal suo defunto nonno. Negli Stati Uniti, i nati prima degli anni Sessanta detengono 95,9 trilioni di dollari su un totale di 147,1 trilioni di dollari di ricchezza familiare, secondo la Federal Reserve. Una montagna di soldi pronta a passare di mano in mano. Intanto iIn 52 paesi, i salari reali medi di quasi 800 milioni di lavoratori sono diminuiti. I lavoratori hanno perso complessivamente 1,5 trilioni di dollari negli ultimi due anni, equivalenti a 25 giorni di salario perso per ciascun lavoratore. 

Buon venerdì. 

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La Guardia costiera libica spara in mezzo al mare

“Una motovedetta della cosiddetta guardia costiera libica è intervenuta violentemente pochi minuti fa proprio mentre la Mare Jonio stava soccorrendo un’imbarcazione in pericolo in acque internazionali“. Lo fa sapere Mediterranea saving humans. “I miliziani libici – prosegue la ong – hanno sparato colpi d’arma da fuoco in acqua e in aria, creando il panico e provocando la caduta in acqua di diverse persone. Il team della Mare Jonio sta recuperando e proteggendo i naufraghi. Chiediamo – aggiunge – che il Governo italiano intervenga subito per fermare i comportamenti violenti, pericolosi e criminali della cosiddetta guardia costiera libica“.

Far West libico in mare. Col nostro concorso esterno. Spari in acqua, panico tra i naufraghi

Il capomissione a bordo Denny Castiglione ha sottolineato che “la cosiddetta ‘zona Sar libica’, dove ci stiamo dirigendo, è la zona di Mare dove avvengono, per decisione politica dei governi italiani ed europei, le violazioni sistematiche dei diritti umani che da inizio anno hanno causato numerosi naufragi e quasi 400 vittime accertate, senza contare le persone disperse e i ‘naufragi-fantasma’ di cui non sappiamo nulla. Le milizie libiche – ha ricordato Castiglione – pagate fior di milioni e rifornite di mezzi navali e terrestri, hanno il compito di catturare e deportare chi tenta di fuggire dai lager: dall’inizio dell’anno sono state 3.791 le donne, uomini e bambini respinti in questo modo verso la Libia“.

La guerra in mezzo al Mediterraneo si trascina da anni. In questa guerra l’Italia ha il grande merito di armare gli assassini, addestrarli e fornirli di attrezzature militari. Se ancora una volta la cosiddetta Guardia costiera libica ha dimostrato di essere criminale quindi il nostro governo è colpevole di concorso esterno. Semplice. 

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Angelucci prende l’Agi senza scucire un centesimo. Ecco le cifre

Immagina di riuscire a comprare la seconda agenzia di stampa compartecipata al 35% dal Ministero all’Economia mentre sei parlamentare di maggioranza senza scucire un euro anzi addirittura guadagnandoci. L’imprenditore, editore e deputato della Lega Antonio Angelucci potrebbe comprarsi l’Agi a cifre molto diverse rispetto a quelle ventilate nelle scorse settimane. Non è un caso che l’operazione inizialmente venisse raccontata come un affare da 40 milioni di euro che poi sono diventati 30, poi 20 per poi abbassarsi ancora. L’offerta reale sarebbe avanzata da Angelucci all’Eni si aggira sui 7 milioni ma quei soldi – anzi qualcosa in più – sono già guadagnati.

L’imprenditore, editore e deputato della Lega Antonio Angelucci potrebbe comprarsi l’Agi a cifre molto diverse rispetto a quelle ventilate nelle scorse settimane

Come? Nella trattativa rientrerebbero 4,5 milioni di pubblicità che l’Eni spalmerebbe nei prossimi tre anni su tutti i giornali di Angelucci (Libero, Il Tempo e Il Giornale) mentre 3.041.152 euro sono garantiti dal bando del governo per il 2024. La somma è fin troppo semplice, balla addirittura mezzo milioni di euro in più. Ma i bonus che Eni riconoscerebbe all’editore laziale non finiscono qui. Per avere i tre milioni e spicci del bando sull’editoria le agenzia devono avere almeno 50+1 giornalisti. Oggi Agi ne conta 72 oltre ai 19 poligrafici che in caso di successo dell’operazione rimarrebbero in carico a Eni. Quattordici giornalisti a oggi hanno aderito alla procedura di isopensione che il governo Meloni ha prorogato con possibilità di pensionamento anticipato fino a 7 anni nelle aziende interessate da eccedenze di personale, fino al 2026. Se tutti e quattordici i giornalisti usciranno L’Eni non solo regalerà Agi a Angelucci e si farà carico dei poligrafici ma pagherà anche le pensioni di alcuni suoi dipendenti. 

Per il Gruppo Angelucci sarebbe un ulteriore passo verso la costruzione del polo editoriale che il patron ha in mente. Dopo i quotidiani e l’agenzia di stampa sarebbe pronto a sferrare per Radio Capital per chiudere il cerchio. Sarebbero invece false le voci che indicano un suo interessamento per il gruppo Quotidiano Nazionale. 

Meloni spera di sfruttare l’agenzia di stampa per il referendum come già fece Renzi

A Palazzo Chigi la presidente del Consiglio Giorgia Meloni avrebbe da tempo dato il via libera all’operazione ripetendo l’errore che da premier fece Matteo Renzi. Meloni sa bene che in tempi di referendum avere un’agenzia di stampa “amica” significa indirettamente avere la possibilità di mettere le mani su quella miriade di quotidiani locali che molto spesso affidano alle agenzie la cronaca politica. Dalle parti di Fratelli d’Italia sono convinti che un lancio di agenzia ben confezionato possa finire senza troppo sforzo su migliaia di piccoli giornali praticamente copincollato. Nel 2016 Renzi pensò di compiere l’operazione con Riccardo Luna direttore proprio all’Agi. Il risultato però non fu quello previsto. 

A coordinare l’operazione in veste di facilitatore c’è ovviamente il direttore di Libero, nonché ex direttore dell’Agi, nonché ex portavoce di Giorgia Meloni. Mario Sechi avrebbe oliato i rapporti tra Giampaolo Angelucci (figlio del deputato Antonio) e quel Claudio Granata che all’Eni è uomo ombra di De Scalzi per le operazioni più difficili. Nonostante le smentite i ben informati confermano che alla cena prima di Pasqua Giampaolo Angelucci con il padre Antonio, la direttrice di Agi Rita Lofano e e Granata per l’Eni avrebbero stretto l’accordo di firmare il compromesso dopo la due diligence che è prevista per oggi. Rimangono sul tavolo due problemi: l’opinione pubblica con i partiti che all’Eni hanno più peso di quello che sembra e una società pubblica al 35% partecipata dal Mef che vende un importante ramo d’azienda con un trattativa privata. 

Nei corridoi dell’Agi Mario Sechi quando era direttore ripeteva ai giornalisti “l’Eni deve vendere, vi deve vendere”. Mai come ora ci sono vicini. 

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Il Foglio ribalta la realtà, a Gaza si mangia benissimo e la fame non esiste

Fermi tutti. Non è vero che a Gaza le persone debbano sopportare alla fame oltre a scampare dalle bombe. Il buon cuore di Benjamin Netanyahu sta inondando Gaza di quantità di cibo, tonnellate d’acqua e attrezzature mediche. La fame? È solo un’invenzione di Hamas e le principali organizzazioni del mondo crederebbero a questa bugia planetaria. 

In un suo articolo Il Foglio ribalta la realtà: a Gaza la fame non esiste. Anzi, c’è più cibo di prima

A sostenere questa folle tesi oggi in edicola c’è Il Foglio che con un articolo di Giulio Meotti riesce a ribaltare la realtà in punta di penna. Il “fact-checking” (l’hanno chiamato davvero così) del giornale diretto da Cerasa si intitola “Dal cibo all’acqua, cosa fa Israele sulla crisi a Gaza. Ma i media credono a Hamas” e vorrebbe illuminarci perché, scrivono, “nonostante gli enormi ostacoli nell’area, in realtà Israele facilità gli aiuti e le forniture di cibo”. Le prove? Un’amorevole chiaccherata con Pnina Sharvit-Baruch, ex colonnello dell’esercito israeliano promossa nel 2009 alla cattedra di diritto internazionale dell’Università di Tel Aviv già sospettata di aver fornito copertura legale ai crimini di guerra commessi durante l’offensiva israeliana a Gaza di quell’anno. In quell’operazione furono uccisi più di 1300 palestinesi, la maggioranza dei quali civili, e migliaia furono feriti. Secondo critici citati dal quotidiano israeliano Ha’aretz, il colonnello Sharvit-Baruch e il suo staff avrebbero distorto le tradizionali interpretazioni delle leggi internazionali, per allargare il raggio delle operazioni militari legittime e includervi anche gli obiettivi civili.

Al Foglio devono avere pensato: chi meglio di lei potrebbe svelarci i lauti banche che Israele concede ai Palestinesi? Tutto falso quindi quello che dicono gli esperti (messi tra virgolette nell’articolo, giusto per sminuirli). “A Gaza non c’è carenza di cibo”, scrive Meotti. Le prove? “Basta andare sui social palestinesi”, si legge nella ficcante inchiesta del giorno. Anzi, per Il Foglio è tutta un’invenzione di “Hamas che usa la sofferenza palestinese per esercitare pressioni internazionali su Israele affinché interrompa la campagna militare”. 

A sostenere la folle tesi è Pnina Sharvit-Baruch, ex colonnello dell’esercito israeliano già sospettata di aver fornito copertura legale a crimini di guerra nel 2009

Proprio ieri Save The Children ci ha fatto sapere che i 346.000 bambini sotto i cinque anni presenti nella Striscia sono quelli a più alto rischio di malnutrizione. Si stima che già 1 bambino su 3 sotto i due anni soffra di deperimento, e secondo il Global Nutrition Cluster, un gruppo di organizzazioni umanitarie focalizzate sulla nutrizione, le stime sulla malnutrizione sono raddoppiate rispetto a gennaio, quando a soffrirne erano 1 bambino su 6. Quelli che non leggono Il Foglio dicono che a Gaza oltre un milione di persone rischia di morire di fame tra maggio e luglio, a causa della carestia provocata da Israele nei territori palestinesi.

A lanciare l’allarme è stato l’ultimo rapporto dell’Integrated food security phase classification (Ipc), di cui fanno parte due agenzie delle Nazioni Unite: il Programma alimentare mondiale (Fao) e l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Il documento denuncia esplicitamente la responsabilità israeliana della situazione, definita “carestia provocata dall’uomo”. “La comunità internazionale dovrebbe vergognarsi per non essere riuscita a impedire la carestia. Sappiamo che quando viene riconosciuta come tale è ormai troppo tardi per evitarla”, ha detto su X Martin Griffiths, coordinatore dei programmi di soccorso delle Nazioni Unite. “L’unica domanda che possiamo porci a questo punto è quanto ancora si permetterà che vada avanti”, ha aggiunto Jeremy Konyndyk, capo dell’organizzazione umanitaria Refugees international. Ma non è vero, si sbagliano tutti. A Gaza si mangia benissimo, parola de Il Foglio. 

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L’80% di emissioni di gas serra dal 2016 è stato prodotto da soltanto 57 aziende

Un nuovo studio dimostra che solo 57 produttori di di petrolio, gas, carbone e cemento sono direttamente collegati all’80% delle emissioni mondiali di gas serra dall’accordo sul clima di Parigi del 2016. Una potente schiera di società (controllate dagli stati o multinazionali invano agli azionisti) che sarebbero – secondo il report di Carbon Majors Database – sarebbe il principale motore della crisi climatica.

Emissioni, il 65% delle aziende statali e il 55% delle aziende del settore privato hanno aumentato la produzione in barba all’accordo sul clima di Parigi

Nonostante nel 2016 i governi si siano impegnati a tagliare i gas serra l’analisi rileva che la maggior parte dei grandi produttori ha addirittura aumentato la produzione di combustibili fossili e le relative emissioni nei sette anni successivi a quell’accordo rispetto ai sette anni precedenti. Dal database rilasciato ieri dei 122 maggiori inquinati al mondo i ricercatori scrivono che il 65% delle aziende statali e il 55% delle aziende del settore privato hanno aumentato la produzione in barba agli accordi sottoscritti dagli Stati. In testa alle aziende inquisitrici svetta il colosso statunitense ExxonMobil che avrebbe prodotto 3,6 gigatonnellate di CO2 in sette anni, ovvero l’1,4% del totale globale. Seguono Shell, BP, Chevron e TotalEnergies con l’1% delle emissioni globali a testa. Dai dati risulta evidente l’aumento di emissioni legate allo sfruttamento di carbone, nonostante l’Agenzia internazionale dell’energia abbia più volte avvertito che non è possibile aprire nuovi giacimenti di petrolio e gas se il mondo deve rimanere entro i limiti stabiliti del riscaldamento globale.

Gli scienziati concordano nel ritenere che le temperature globali si stiano avvicinando rapidamente all’obiettivo di Parigi, ovvero l’aumento entro 1,5°, con conseguenze potenzialmente disastrose per le persone e l’ambiente. “È moralmente riprovevole per le aziende continuare ad espandere l’esplorazione e la produzione di combustibili al carbonio di fronte alla consapevolezza decennale che i loro prodotti sono dannosi”, ha detto Richard Heede, che ha istituito il set di dati Carbon Majors nel 2013. “Non si possono incolpare i consumatori che sono stati costretti a dipendere dal petrolio e dal gas a causa della cattura del governo da parte delle compagnie petrolifere e del gas”, ha aggiunto. 

Il paradosso di una lotta al cambiamento climatico che si limita a essere pronunciata più che praticata

Tzeporah Berman, direttore del programma internazionale presso Stand.earth e presidente del Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili, spiega che “la ricerca di Carbon Majors ci mostra esattamente chi è responsabile del calore letale, del clima estremo e dell’inquinamento atmosferico che minaccia le vite e scatena il caos sui nostri oceani e sulle nostre foreste. Queste aziende – dice Berman – hanno realizzato miliardi di dollari di profitti negando il problema e ritardando e ostacolando la politica climatica. Stanno spendendo milioni in campagne pubblicitarie sull’essere parte di una soluzione sostenibile, pur continuando a investire in una maggiore estrazione di combustibili fossili”. 

Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia il consumo globale di carbone è aumentato di quasi l’8% dal 2015 al 2022, raggiungendo un massimo storico di 8,3 miliardi di tonnellate nel 2022. Questa ricerca rileva che dal 2015 al 2022, le emissioni di CO2e legate alla produzione di carbone di proprietà degli investitori sono diminuite del 28%, mentre le emissioni di CO2e legate alla produzione di carbone delle società statali e degli Stati nazionali sono aumentate rispettivamente del 29% e del 19%. È il paradosso di una lotta al cambiamento climatico che si limita a essere pronunciata più che praticata. 

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Insistere sempre, sempre di più, per proteggere Rafah

“A una settimana di distanza da quando il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione che chiedeva un cessate il fuoco immediato, e dopo solo alcuni giorni da quando la Corte internazionale di Giustizia ha emesso ulteriori misure provvisorie a proposito della causa per genocidio sostenuta dal Sudafrica contro Israele, gli Stati devono ancora agire con urgenza per garantirne l’applicazione e prevenire crimini di atrocità a Rafah, mentre prosegue l’escalation degli attacchi”. È l’allarme lanciato oggi da 13 organizzazioni umanitarie e per i diritti umani in un comunicato stampa coingiunto. A firmarlo Save the Children, International Federation for Human Rights, Amnesty International, Doctors of the World/Médecins du Monde France, Spain and Switzerland, ActionAid International, Oxfam International, Norwegian Refugee Council, Plan International, Handicap International – Humanity & Inclusion, Medical Aid for Palestinians (MAP), International Rescue Committee (IRC), Danish Refugee Council, DanChurch Aid.

“La settimana scorsa, il governo israeliano ha chiarito la propria intenzione di espandere le operazioni militari a Rafah indipendentemente dalla risoluzione giuridicamente vincolante del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che chiede un cessate il fuoco immediato. Nell’ultima settimana a Rafah questo scenario ha iniziato a realizzarsi. I bombardamenti israeliani, infatti, solo tra il 26 e il 27 marzo hanno ucciso almeno 31 persone, tra le quali 14 bambini. Le Organizzazioni umanitarie e per i diritti umani hanno lanciato l’allarme ripetutamente su una pianificata incursione di terra israeliana a Rafah che promette di decimare la vita e compromettere la possibilità di aiuti di prima necessità per oltre 1,3 milioni di civili, tra questi ci sono almeno 610mila bambini che sarebbero ora sulla linea diretta del fuoco”, sottolinea la nota.

“Non esiste un piano di evacuazione fattibile o condizioni che possano proteggere i civili nel caso in cui un’incursione di terra dovesse essere portata avanti. Per rispettare il divieto assoluto di trasferimento forzato e deportazione di civili previsto dal diritto internazionale umanitario, Israele è obbligato ad adottare ‘tutte le misure possibili’ per fornire ai civili evacuati beni di prima necessità per la sopravvivenza e garanzie di un ritorno sicuro e dignitoso una volta terminate le ostilità. Tali misure includono la garanzia di sicurezza e protezione adeguate, alloggi, acqua, servizi igienico-sanitari, assistenza sanitaria e nutrizione. A oggi non esiste alcun posto del genere né all’interno né all’esterno di Gaza. I bombardamenti israeliani della Striscia di Gaza, dopo sei mesi di ostilità, hanno danneggiato o distrutto più del 60% delle unità abitative e annientato la maggior parte delle infrastrutture nella parte settentrionale e centrale di Gaza”, prosegue il comunicato.

“A Gaza non c’è nessun posto sicuro in cui le persone possano rifugiarsi. Le forze israeliane hanno ripetutamente attaccato aree che in precedenza avevano definito “sicure”. Gli attacchi aerei israeliani dentro e intorno alla cosiddetta zona sicura di Al-Mawasi hanno ucciso almeno 28 persone, mentre le forze di terra israeliane entravano e occupavano la zona settentrionale. In tutta Gaza, anche quando le Organizzazioni umanitarie hanno dato informazioni alle forze israeliane rispetto alle sedi per le operazioni di aiuto e ai membri del personale, queste aree hanno continuato a essere attaccate. Gli operatori umanitari sono stati uccisi, i convogli umanitari sono finiti sotto il fuoco israeliano e i rifugi e gli ospedali sostenuti dalle Organizzazioni vengono danneggiati o distrutti sotto i bombardamenti. Le nuove proposte del governo israeliano di costringere i civili nelle cosiddette ‘isole umanitarie’ probabilmente fornirebbero un’altra falsa pretesa di sicurezza e spingerebbero invece i civili in aree piccole, ristrette e con scarse risorse dove rischiano di essere attaccati, sia che si trovino all’interno o all’esterno di queste ‘isole’. Non c’è nessun posto a Gaza che abbia a disposizione assistenza e servizi sufficienti per garantire la sopravvivenza della popolazione. Nella stessa Rafah, i servizi e le infrastrutture essenziali funzionano solo parzialmente, compresi ospedali, panifici e strutture per il rifornimento idrico o quelle igienico-sanitarie ormai al collasso. Il centro e il nord di Gaza sono devastati, con interi sistemi, infrastrutture e quartieri cancellati dalla mappa e mentre continuano le restrizioni di accesso all’area per le agenzie di assistenza umanitaria. Un’ulteriore escalation delle operazioni militari israeliane a Rafah avrebbe anche conseguenze catastrofiche per la risposta umanitaria già fortemente ostacolata in tutta Gaza, poiché maggior parte del coordinamento degli aiuti e delle infrastrutture istituite dall’ottobre 2023 ha sede proprio a Rafah”, si legge ancora nel testo.

“Tutti gli Stati hanno l’obbligo di proteggere le popolazioni dai crimini di atrocità. I bambini e le famiglie di Rafah vivono in un costante stato di paura e pericolo. Il governo israeliano ha annunciato l’intenzione di espandere le operazioni militari nella zona e questo rischio si è ulteriormente aggravato dal 31 marzo, quando il gabinetto di guerra israeliano ha approvato i piani per le operazioni di terra nel governatorato più a sud. Sebbene alcuni stati abbiano espresso pubblicamente disapprovazione, le pressioni diplomatiche e le dichiarazioni internazionali non sono state finora sufficienti a produrre risultati e ad evitare l’incursione pianificata. Tuttavia, esistono una serie di misure di protezione a disposizione degli Stati, che sono obbligati a rispettare e garantire il rispetto del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani, come dimostrato in precedenza in altre crisi internazionali. Gli Stati devono ora intraprendere azioni urgenti per garantire l’attuazione immediata di un cessate il fuoco permanente ed esplorare tutte le opzioni disponibili per proteggere i civili, in linea con i loro obblighi ai sensi del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani. Ciò include l’interruzione immediata del trasferimento di armi, parti di ricambio e munizioni laddove vi sia il rischio che vengano utilizzate per commettere o agevolare gravi violazioni del diritto internazionale umanitario o dei diritti umani. Qualunque azione in meno non è semplicemente un fallimento. Qualunque azione in meno non rispetterà gli obblighi morali, umanitari e legali”, conclude la nota.

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Droni russi su Kharkiv, 5 morti e una decina di feriti

Le forze russe hanno attaccato la città di Kharkiv con droni, uccidendo almeno cinque persone e ferendone altre dieci. Lo riporta Ukrinform.In un post su Telegram, il sindaco di Kharkiv Ihor Terekhov ha dichiarato: “Informazioni confermate: tre soccorritori sono stati uccisi e un altro è rimasto ferito a seguito del ripetuto attacco sul luogo dell’incidente”. Oleh Syniehubov, capo dell’amministrazione militare regionale di Kharkiv, ha informato che è stato scoperto il corpo di una donna civile.

Droni russi su Kharkiv, almeno cinque morti

Tra le vittime ci sarebbero anche tre operatori dell’emergenza, intervenuti sul posto per soccorrere i civili. Tra i feriti a seguito di altri attacchi dei droni, 9 sono civili e un 49enne operatore del servizio di emergenza, in condizioni molto critiche. Nella città si sono udite altre esplosioni: danneggiati abitazioni ed edifici a più piani. Anche il sindaco della città di Kharkiv, Ihor Terekhov, ha dichiarato all’agenzia di stampa Suspiline che un residente è rimasto bloccato sotto le macerie di un edificio danneggiato, ma mostrava segni di vita. L’attacco è avvenuto utilizzando i droni Shahed di fabbricazione iraniana. Durante un incontro con il primo ministro ucraino Denys Shmyhal a Tallinn il 3 aprile, il presidente estone Alar Karis ha ribadito il sostegno agli attacchi dell’Ucraina contro obiettivi militari in Russia, affermando che era “perfettamente legittimo per le forze ucraine distruggere infrastrutture critiche per l’esercito russo”.

Alti ufficiali ucraini citati da Politico affermano che, tanto più di fronte ai 300mila soldati in più che Mosca mobiliterà dal primo giugno, “il quadro militare è cupo e c’è il grande rischio che le linee del fronte crollino ovunque i generali russi decidano di concentrare la loro offensiva”.

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Garantisti in… Azione: lite social sulla Santanchè

Il garantismo è un crinale spesso pericoloso. Maestra del garantismo alla bisogna con cui farsi scudo nonostante le molteplici richieste di dimissioni indirizzate agli avversari politici è la ministra Daniela Santanchè, accusata di reati che farebbero traballare qualsiasi altro lavoratore al di fuori di un Coniglio dei ministri. Proprio su Santanchè sono volati gli stracci tra gli autodefiniti “garantisti doc” di Azione, il partito guidato da Carlo Calenda. Il suo deputato Enrico Costa (feticcio dei garantisti di quest’epoca) non avrebbe voluto votare la sfiducia a Daniela Santanchè ma il suo segretario non era d’accordo. Ieri sull’ex Twitter ora X i due si sono mandati velenosi messaggi a distanza. 

“I garantisti. – ha scritto Costa in un messaggio velatamente indirizzato al suo segretario – Quando fa comodo sono esibiti come bandiere di una politica liberale. Quando si avvicinano le elezioni diventano imbarazzanti, soprattutto se sono garantisti con gli avversari: perché molti pensano che rinfacciare un’avviso di garanzia o un’inchiesta porti voti”. Risponde velenoso Calenda: “La follia per cui il garantismo vuol dire non poter esprimere un giudizio sui comportamenti di chi ricopre una carica pubblica, a prescindere dalla loro rilevanza penale e storia processuale, produce l’effetto opposto. Tutto è penale o non è. L’Etica – prosegue il leader di Azione – pubblica finisce per scomparire e così il giudizio di opportunità. E la nouvelle vague di una parte dei liberali nostrani che forse dovrebbero rileggere Einaudi o Cavour, invece di riempirsene la bocca senza conoscerne il pensiero”. Il bello dei garantisti è che ognuno ha il suo garantismo. 

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