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Scuola, tra razzismo e divari scolastici: il tetto agli stranieri in classe nasconde (senza risolvere) il problema

Il governo Meloni il razzismo lo misura con scrupolo da ragioniere e poi lo deposita dove nessuno andrà a cercarlo. La relazione dell’Unar, l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali che dipende dalla Presidenza del Consiglio, sul 2024 l’ha trasmessa alla Camera la ministra per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità Eugenia Roccella il 31 dicembre 2025, giorno di San Silvestro, e dentro c’è scritto che delle 641 segnalazioni dirette ritenute pertinenti ben 452 riguardano l’origine etnica e il colore della pelle. Letta da chi, resta un mistero.

Domenica intanto Giorgia Meloni ha lanciato dal palco di Gioventù nazionale il tetto del 30 per cento di alunni stranieri per classe e il decreto è atteso oggi in Consiglio dei ministri, anche se lo stesso tetto sta in una circolare ministeriale dell’8 gennaio 2010 aggirata da allora a colpi di deroghe. Le classi con oltre il 20 per cento di neoarrivati che ignorano l’italiano, ha detto il ministro Giuseppe Valditara al Corriere della Sera, sono poco meno di mille.

I numeri che nessuno cita

Martedì è uscito Ricomporre le fratture, primo rapporto annuale dell’associazione Il Razzismo è una brutta storia promossa dal Gruppo Feltrinelli e curato da Tana Anglana, che ha il difetto imperdonabile di mettere in fila i numeri dell’Istat, del ministero e dello stesso Unar.

Secondo l’Istat nel 2024 viveva in povertà assoluta il 35,2 per cento delle famiglie di soli stranieri contro il 6,2 di quelle di soli italiani. La ricerca dell’Asgi, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, con il Centro studi Medì su 522 persone racconta cosa c’è dentro quella cifra: appena il 4 per cento dichiara di non essersi mai sentito discriminato e due su tre raccontano un affitto rifiutato per la propria origine straniera. Il muro sta alla porta dell’agenzia immobiliare prima che in classe.

Poi c’è il racconto. Nei telegiornali di prima serata, secondo il rapporto Notizie senza volto della Carta di Roma, il 24,2 per cento dei servizi sulle migrazioni contiene la dichiarazione di un politico e appena il 7 per cento dà la parola a una persona migrante o rifugiata. È così che un tetto diventa notizia per giorni mentre quel 35,2 per cento resta una riga di tabella.

La scuola che il tetto non guarda

Sulla scuola il rapporto guarda proprio lì dove il governo evita di guardare. Il Rapporto Ismu segnala un ritardo scolastico del 26,4 per cento tra gli studenti stranieri contro il 7,9 degli italiani, con un picco del 48 per cento alle superiori, e secondo i dati ministeriali del 2022-2023 si iscrive al liceo il 33,4 per cento dei ragazzi con background migratorio contro il 53,7 degli altri. Una ricerca di Save the Children del 2023 misura la fiducia dei docenti nella prosecuzione degli studi: 53,4 per cento per loro, 64,5 per i compagni. Aspettative diverse già dal primo banco, che nessun decreto sul numero di sedie sfiora.

Il monitoraggio della piattaforma Elisa, che il ministero dell’Istruzione gestisce con l’Università di Firenze, ha rilevato nel 2022-2023 che il 10,1 per cento degli studenti delle superiori coinvolti ha subito prepotenze per il proprio background etnico, dall’8,8 dell’anno prima. Il numero su cui lavorare c’è già: riguarda i compagni che insultano.

Quando nell’ottobre 2024 la Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza del Consiglio d’Europa ha scritto di profilazione razziale nelle forze dell’ordine, la presidente del Consiglio ha risposto sui social che meritavano “rispetto, non simili ingiurie”. Il metodo è rimasto quello: i dati che accusano diventano ingiurie oppure viaggiano verso la Camerae al loro posto si piazza un tetto da raccontare in televisione. Contare gli stranieri in classe costa meno fatica che contare quanti vengono insultati.

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Il selfie ai giovani di Fenix, un procuratore antimafia a tutti gli altri

Giovedì il governo ha affidato i quattordicenni all’Antimafia. Il decreto giustizia del Consiglio dei ministri porta la Procura nazionale antimafia dentro i processi ai minorenni, mentre il decreto scuola fissa per legge un tetto del 30 per cento agli alunni stranieri appena arrivati e multe fino a mille euro per chi entra col volto coperto. L’aveva annunciato domenica Giorgia Meloni dal palco di…

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6.500 biglietti prima del lutto: al Colosseo il morto sul lavoro può aspettare

Dalle nostre parti il morto sul lavoro si tratta come un guasto alla linea: se ne parla il meno possibile, badando che anche da morto intralci poco la circolazione, e se poi la notizia scappa gli si concede un giro di solidarietà. Ieri il Colosseo ci ha offerto la fotografia perfetta. Andrea Moretti, operaio rocciatore di 22 anni, è precipitato per dieci metri martedì notte mentre montava le…

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Azzardo, record nei piccoli comuni: nel 2025 34,7 miliardi giocati in 3.146 centri tra i 2mila e i 10mila abitanti

Centoduemila euro a testa, contando solo chi ha fra 18 e 74 anni: tanto si è giocato online nel 2025 a Baia e Latina, comune di duemila anime in provincia di Caserta, quasi 150 milioni in tutto e il 96 per cento sul betting exchange, la forma di azzardo in cui i giocatori tengono il banco, rende poco al fisco e viene indicata da più parti come lo strumento perfetto per il riciclaggio. Il record sta in “Non così piccoli“, la terza edizione del rapporto di Cgil, Federconsumatori e Fondazione Isscon sui 3.146 comuni fra 2mila e 10mila abitanti, dove l’anno scorso sono passati 34,7 miliardi di giocate e se ne sono persi 4,6. E Baia e Latina è in buona compagnia: sono 113 i piccoli comuni in cui l’online pro capite supera il doppio della media nazionale.

Il resto del Paese, dove secondo i numeri riportati da Collettiva l’online vale in media 2.365 euro per ogni adulto contro i 2.066 dei piccoli comuni, gioca perfino di più. Nel 2025 in Italia si sono giocati 165,34 miliardi, l’online ha superato i 100 miliardi con un balzo del 9,5 per cento in un anno e, secondo il Libro nero dell’azzardo presentato a maggio dalle stesse organizzazioni, gli utili delle grandi imprese del settore sono cresciuti del 165 per cento in cinque anni mentre le entrate dello Stato, 11,4 miliardi, scendono. I ricercatori chiedono di seguire il denaro. Il governo di Giorgia Meloni, in quasi quattro anni, ha preferito seguire i concessionari.

Assist dalla politica

Si comincia dall’online, dove i soldi corrono di più. Con il decreto legislativo 41 del 2024 la licenza è passata da 200mila euro a 7 milioni, e alla fine le concessioni assegnate dall’Agenzia delle dogane e dei monopoli sono state 52, a 46 operatori: un’analisi pubblicata da Agimeg già nel 2025 avvertiva che quel meccanismo concentrava il mercato nelle mani dei grandi gruppi, insomma una selezione all’ingresso fatta a misura di chi il banco lo tiene già. E intanto le concessioni del gioco fisico sono state prorogate ancora, fino al 31 dicembre 2026.

Sulla pubblicità ci hanno provato apertamente. Come ha scritto ItaliaOggi, a dicembre 2024 la prima bozza del decreto cultura conteneva l’allentamento del divieto fissato dal decreto Dignità nel 2018, poi sparito dal testo approvato in Consiglio dei ministri. Il ministro per lo Sport Andrea Abodi continua a definire il tema «ineludibile», con il calcio di Serie A in fila a battere cassa perché rivuole i marchi delle scommesse sulle maglie: la cura della ludopatia può aspettare, gli sponsor evidentemente no.

I sindaci al buio

Sulla rete fisica è andata perfino peggio. A fine ottobre 2024 il ministero dell’Economia ha presentato a Regioni e Comuni un riordino che quasi annullava il distanziometro, la distanza minima fra le sale slot e i luoghi sensibili, e riduceva quei luoghi a due. Gli enti locali hanno fatto muro e la delega è scaduta il 29 agosto 2026 senza decreto, mentre come ha scritto il Sole 24 Ore gli 80 milioni destinati a Regioni e Comuni dalla legge di bilancio 2026 sono stati recuperati dai tecnici.

Chi amministra un paese di cinquemila abitanti e vuole capire quanto si gioca nelle sue strade, del resto, deve arrangiarsi da solo. Nel 2025, denuncia Federconsumatori, l’Agenzia dei monopoli ha esteso lo stop alla pubblicazione dei dati online a tutti i comuni sotto i 10mila abitanti, l’85 per cento del totale, e la seconda edizione del rapporto è uscita solo grazie a un’interrogazione parlamentare di due deputati. A Baia e Latina i ricercatori chiedono da dove arrivino quei soldi, e il governo ha risposto spegnendo la luce proprio sui comuni in cui quella domanda andrebbe fatta. Il banco ringrazia.

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Sanità, un paradosso in due numeri: 18 Regioni promosse e 5,8 milioni di italiani che rinunciano alle cure

Diciotto Regioni su 21 promosse, 5,8 milioni di persone che hanno rinunciato alla visita o all’esame prescritto dal medico. Sono due numeri dello stesso anno, il 2024, e raccontano due Paesi che convivono solo perché il Ministero della Salute ne guarda uno. La “pagella” sui Livelli essenziali di assistenza (Lea), le prestazioni che il Servizio sanitario nazionale deve assicurare a chiunque, dice che la sanità pubblica passa l’esame meglio dell’anno prima, quando le Regioni adempienti erano 13, mentre l’Istat racconta che nello stesso anno la quota di chi ha rinunciato a curarsi è salita dal 7,6 al 9,9 per cento. Qualcosa non torna.

Sanità, alle Regioni basta il sei politico

E quel qualcosa l’ha messo sotto la lente la Fondazione Gimbe (Gruppo italiano per la medicina basata sulle evidenze), che rifà ogni anno i conti sul monitoraggio del ministero, uscito stavolta il 10 luglio. Il paradosso sta nel meccanismo: degli 88 indicatori del Nuovo sistema di garanzia la pagella ne usa 27, li divide in tre aree (prevenzione, assistenza distrettuale, ospedali) e dà a ciascuna un punteggio da 0 a 100, e per essere promossa una Regione deve fare almeno 60 in tutte e tre. Sessanta basta: che una Regione chiuda a 60 o a 100 il giudizio non cambia, e un voto da interrogazione strappata diventa il certificato di un diritto costituzionale garantito.

Così il Molise passa con 60 esatti nell’assistenza ospedaliera e la Campania con 61 nella prevenzione, sei delle 18 adempienti hanno almeno un’area ferma fra 60 e 69 e basta alzare di poco l’asticella per veder crollare le promozioni, perché con la soglia a 70 le promosse scenderebbero a 12 e con la soglia a 80 a 5. Restano bocciate soltanto la Calabria con 52 nell’assistenza sul territorio, la Sicilia con 49 nella prevenzione e la Provincia autonoma di Bolzano con 59, mentre la classifica per somma delle tre aree mette nelle ultime sette posizioni solo Regioni del Mezzogiorno, Bolzano a parte, e nelle prime dieci una sola Regione del Sud, la Puglia. Il divario fra Nord e Sud, insomma, si assottiglia nel bollettino e resta intero nella realtà.

Fuori dalla pagella

Ma non è tutto. Dal 2024 la rinuncia alle prestazioni sanitarie è entrata proprio fra gli indicatori della pagella, come ha ricordato l’Istat in audizione alla Camera il 7 luglio, e nell’anno in cui la rinuncia sale di 2,3 punti le promozioni passano da 13 a 18. Quei 5,8 milioni sono persone che hanno lasciato perdere per attese troppo lunghe, costi o distanze, e la lista d’attesa è il motivo più indicato, dal 6,8 per cento della popolazione, ferma davanti a un’agenda piena. Eppure il governo si tiene stretto lo strumento. Secondo Gimbe la pagella non rileva in modo sistematico tempi di attesa, agende chiuse, prenotazioni impossibili e distanza dai servizi, mentre le medie regionali schiacciano le differenze fra aziende sanitarie e fra città e aree interne, così che fotografa chi è riuscito a entrare e perde di vista la fila fuori.

E la promozione pesa sui soldi: la verifica dei Lea è uno degli adempimenti che le Regioni devono superare per accedere alla quota integrativa del Fondo sanitario nazionale. Il sessanta vale in euro. Giorgia Meloni nell’ottobre del 2024 assicurava che «mai così tante risorse» erano finite nel Fondo, e Fratelli d’Italia nel dossier “Record e risultati”, secondo Quotidiano Sanità, rivendica 1,6 milioni di prestazioni in più erogate nei tempi nel primo semestre del 2026. Record misurati col metro del sessanta.

Gimbe chiede soglie più alte e dati tempestivi, e soprattutto di misurare le liste d’attesa e le rinunce, cioè le persone. È il minimo per chi prende sul serio l’articolo 32 della Costituzione. Diciotto promosse su ventuno, e quasi una persona su dieci rimasta fuori dall’ambulatorio: il ministero la chiama sufficienza, chi aspetta la chiama rinuncia.

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Con la Russia due pesi e due misure, pure sulle sanzioni Ue: Usmanov e Fridman fuori dalla lista nera. La spinta francese e la partita di giro

Quando a pretendere la cancellazione di un oligarca dalla lista nera dell’Unione europea è Budapest, si chiama ricatto. Quando lo fa Parigi diventa sicurezza nazionale, e la differenza sta tutta nel passaporto di chi bussa: a marzo 2025 l’ambasciatore ungherese indicava Mikhail Fridman come prezzo del rinnovo delle sanzioni, i Ventisette tennero il punto e Ursula von der Leyen scrisse su X che la determinazione europea a sostenere l’Ucraina era decisiva. Fridman restò dentro. Martedì gli ambasciatori lo hanno tolto insieme ad Alisher Usmanov, e il ministro francese per l’Europa Benjamin Haddad, parlando con Politico, l’ha chiamata una vittoria della solidarietà europea.

Usmanov stava nell’elenco dal 2022 per i legami stretti con Vladimir Putin, secondo le motivazioni del Consiglio. La Francia ha tenuto in ostaggio l’intero regime per più di una settimana senza spiegare nulla al Coreper, il comitato degli ambasciatori dove si decidono i rinnovi, citando solo una questione di sicurezza nazionale, in un’insolita coppia con la Slovacchia amica del Cremlino, che quei due nomi li reclamava da anni e che fino a quel momento si era vista respingere la richiesta da tutte le altre capitali, Parigi compresa.

La spiegazione l’ha data il 14 settembre il Financial Times: la cancellazione servirebbe a un accordo con l’Azerbaigian per liberare cittadini francesi detenuti laggiù. Parigi non l’ha mai ammesso, e riportare a casa i propri connazionali è un dovere, certo, solo che la moneta scelta per pagarli è proprio quella che doveva restare fuori da ogni trattativa.

Il Granducato e la causa miliardaria

Poi c’è il Lussemburgo, che nel marzo 2025 sosteneva la richiesta ungherese su Fridman, secondo il Financial Times, e che stavolta ha preteso per lui la stessa grazia concessa a Usmanov. Fridman ha fatto causa al Granducato chiedendo 16 miliardi di dollari per i beni congelati, come ha ricostruito Euronews, e nel 2024 il Tribunale dell’Unione europea aveva già annullato la sua iscrizione fra il 2022 e il 2023 perché le motivazioni non reggevano. Se il fascicolo era debole andava chiuso in un’aula, per diritto, e invece lo si è chiuso al tavolo di una trattativa accanto a un governo citato in giudizio proprio da lui. Coincidenze.

Riga e l’ombrello nucleare

La Lettonia si è opposta fino all’ultimo, poi si è astenuta, e l’unanimità è arrivata. Nella stessa dichiarazione in cui difendeva la retromarcia, il primo ministro Andris Kulbergs ha annunciato che Emmanuel Macron ha accettato di aprire i negoziati per l’ingresso di Riga nell’iniziativa francese di deterrenza nucleare e di rafforzare la presenza militare francese nel Paese, a cominciare dalla difesa aerea.

Nessun documento lega le due notizie. Le lega il calendario. Kulbergs stesso, parlando con Euronews, ha avvertito che dopo lo sport e la cultura adesso le eccezioni si scelgono una alla volta, e che così non si può andare avanti, e lo ha detto nel giorno in cui lasciava passare l’ultima senza più opporsi. Riga intanto prepara sanzioni nazionali contro i due miliardari, che è insieme una dichiarazione di principio e l’ammissione che a Bruxelles il principio si è sciolto.

In cambio i Ventisette hanno rinnovato per tre anni, e non per i soliti sei mesi, le misure contro circa 3.000 fra persone ed entità, così che la discussione si chiude fino al 2029. A Bruxelles la vendono come blindatura, ed è esattamente l’opposto: la lista si sigilla nel momento stesso in cui si ammette che il suo contenuto è trattabile. Il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha ha parlato di una decisione vergognosa. La fermezza dei Ventisette insomma ha un listino prezzi, e martedì l’hanno appeso in vetrina. Budapest, almeno, i suoi prezzi li diceva ad alta voce.

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Riapre la scuola del Patriarcato, ma Katz torna a minacciare Gaza

A Gaza City la scuola del Patriarcato latino di Gerusalemme ha riaperto dopo quasi tre anni e martedì il Patriarcato ha contato chi è tornato nelle aule: 1.005 studenti e 77 insegnanti. Il parroco della Sacra Famiglia, padre Gabriel Romanelli, parla di “lacrime di gioia”.

Quello stesso martedì, sul Monte Herzl a Gerusalemme, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha minacciato che, se anche un solo israeliano venisse rapito, il milione di abitanti di Gaza City sarebbe evacuato verso sud e la città trattata come Rafah e Beit Hanoun. Due nomi di macerie. Poi ha elencato il metodo, evacuare la popolazione, distruggere le infrastrutture e prendere il territorio, e gli ha dato un nome che suona come una rivendicazione, «la lingua che parliamo», tanto che il Jerusalem Post osserva che frasi simili potrebbero complicare la difesa di Israele all’Aia.

Poche ore dopo a New York il segretario generale dell’Onu António Guterres nel suo ultimo discorso all’Assemblea generale prima di lasciare l’incarico ha ricordato le misure provvisorie vincolanti della Corte internazionale di giustizianella causa sul genocidio a Gaza, parola che la relatrice speciale Onu Francesca Albanese usa dal marzo 2024. Sulla Cisgiordania ha visto alzarsi lo spettro della pulizia etnica. Dallo stesso podio Donald Trump ha lodato la tregua per aver salvato «migliaia di vite», mentre il ministero della Salute di Gaza contava 1.399 morti dal cessate il fuoco dell’11 ottobre 2025. Nel carcere tunisino di Mornaguia intanto Wael Naouar della Global Sumud Flotilla arriva oggi al quarantesimo giorno di sciopero della fame.

L’ambasciatore israeliano all’Onu Danny Danon ha risposto a Guterres su X parlando di “insinuazioni oltraggiose”. Katz, la mattina, aveva chiamato lingua l’evacuazione di un milione di persone.

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Il tetto agli stranieri di Meloni è durato due giorni

Conviene cominciare con le proporzioni, almeno per comprendere la minuteria che riempie le prime pagine: parliamo di meno di mille classi, parola del ministro, su 34mila che hanno più del 30 per cento di stranieri. A tanto si riduce il tetto che Giorgia Meloni aveva gridato domenica dal palco di Fenix: ieri il ministro Giuseppe Valditara ha spiegato al Corriere della Sera che toccherà solo chi…

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Onu in crisi e a stecchetto, tagli al bilancio e ai posti di lavoro. E intanto gli Usa (in debito per 4,2 miliardi) pagano solo per votare

Nel pomeriggio del 15 settembre il portavoce del Segretario generale delle Nazioni Unite, Stéphane Dujarric, ha confermato che da Washington erano appena arrivati 725 milioni di dollari per il bilancio ordinario e secondo l’Associated Press è quanto basta per evitare agli Stati Uniti la perdita del voto in Assemblea generale, che l’articolo 19 della Carta fa scattare quando gli arretrati raggiungono i contributi dovuti per i due anni precedenti.

Il resto del debito degli Stati Uniti, circa 4,2 miliardi secondo il conteggio di PassBlue, resta lì. Insomma, hanno pagato il biglietto d’ingresso e lasciato il conto sul tavolo.

Onu a stecchetto

In quella stessa Assemblea, si era appena aperto il dibattito generale dell’81esima sessione sotto un motto da ufficio stampa in lutto, ripristinare la fiducia, davanti ai 193 Stati membri e a un’Onu che si è già tagliata da sola: il bilancio 2026 presentato da António Guterres cancella 2.681 posti di lavoro, quasi un posto su cinque.

Nella lettera di gennaio riportata dal Global Policy Forum, Guterres descriveva un’Onu chiusa in un “ciclo kafkiano”, costretta a restituire agli Stati soldi che non ha mai incassato. Oggi, come ha spiegato Richard Gowan dell’International Crisis Group ad Arab News, la segreteria riesce a pagare perfino la settimana dei capi di Stato soltanto prelevando i soldi da altri bilanci. Il resto è decoro.

Il prezzo di un veto

Il 31 dicembre scade il secondo mandato di Guterres e la successione si decide tutta nel Consiglio di sicurezza, dove i cinque membri permanenti possono bocciare chi vogliono. Alla seconda votazione informale del 21 agosto secondo MercoPress nessuno degli otto candidati in corsa ha raggiunto i nove voti di incoraggiamento.

Gowan l’ha raccontato a Foreign Policy evocando Caligola e il cavallo fatto console: «Se le potenze di veto si accordano su un cavallo, molti altri membri lo voteranno». Chi parla, paga. L’ex presidente cilena Michelle Bachelet, sostenuta da Brasile e Messico dopo che il suo governo l’ha scaricata, il 3 settembre ha detto che la Cina ha guadagnato influenza a spese degli Stati Uniti e ha chiuso con una battuta: dopo quella frase segretaria generale non lo sarebbe diventata.

Intanto a gennaio Donald Trump ha invitato una sessantina di governi nel suo Board of Peace, nato da una risoluzione del Consiglio per sorvegliare la tregua a Gaza e poi allargato da uno statuto che mette Trump alla presidenza e gli affida qualsiasi conflitto, con un miliardo di dollari chiesto a chi vuole entrare, come ha scritto Domani.

Guterres ha ricordato che solo il Consiglio di sicurezza adotta decisioni vincolanti per tutti. Qui da noi Giorgia Meloni ha scelto la sedia di osservatore, chiamandola «una buona soluzione» al problema della compatibilità costituzionale, cioè all’articolo 11.

Il referto e la sala d’attesa

Il 16 settembre di un anno fa la Commissione d’inchiesta del Consiglio per i diritti umani ha concluso che Israele ha commesso genocidio a Gaza, quattro dei cinque atti previsti dalla Convenzione del 1948, e quel referto racconta bene cosa resta dell’Onu: la capacità di accertare, intatta, e nessun potere di fermare.

Eppure nell’analisi diffusa ieri da Nove Colonne la parola d’ordine è multipolarità, un meteo geopolitico senza responsabili, quando i responsabili hanno nome e indirizzo e sono i governi che finanziano l’Onu a singhiozzo, la scavalcano con i loro club e intanto ne scelgono il capo.

Gowan all’Associated Press ha parlato di un’Onu uscita dalla caduta libera e che è rimasta bloccata «in una crisi permanente». E la settimana di New York lo conferma. Xi Jinping diserta New York e domani secondo NPR è atteso alla Casa Bianca. Settecentoventicinque milioni di dollari servono a questo, a tenersi il voto in un’Assemblea che Washington ormai tratta come una sala d’attesa.

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Legge elettorale, nel 2013 a FdI bastarono 23mila firme per correre. Ora ne chiede 450mila agli altri

Ventitremilaseicentoventicinque firme sono bastate a Fratelli d’Italia nel 2013, per presentarsi alle politiche grazie a uno sconto che tagliava a un quarto la soglia ordinaria, come ha ricostruito su Appunti lo studioso di diritto elettorale Gabriele Maestri. Tredici anni dopo, con l’emendamento alla legge elettorale targato proprio FdI e riformulato dal governo, chi si affaccia adesso deve raccoglierne fra 450mila e 525mila secondo la stima di Pagella Politica. Su carta e davanti a un notaio.

Legge elettorale, il nodo delle firme

Il testo è passato al Senato il 15 settembre con 113 sì e torna alla Camera. Divide i partiti in classi di censo: esenti quelli con un gruppo in almeno una Camera al 31 dicembre 2025, da 1.500 a 2mila firme per collegio a chi ha una componente del Misto come +Europa e il Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, da 6mila a 7mila a tutti gli altri nei 75 collegi plurinominali. Con l’obbligo di correre in almeno metà delle circoscrizioni.

In Francia le firme degli elettori per l’Assemblée nationale mancano del tutto, in Germania alle federali del 2025 una lista presente in tutti i 16 Länder ne doveva raccogliere 27.328 e in Polonia per correre ovunque ne bastano 105mila, stando alle schede di Pagella Politica. La Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa raccomanda di restare sotto l’1 per cento degli elettori. Eppure in Molise, secondo i calcoli di Maestri, le 6mila firme valgono il 2,46 per cento del corpo elettorale.

Chi resta fuori

Fuori restano, sempre secondo Pagella Politica, il Progetto Civico Italia dell’assessore romano Alessandro Onorato, che in Parlamento è a quota zero, e il Partito Liberaldemocratico di Luigi Marattin, che alla Camera conta un solo deputato. Sé stesso. Col vincolo delle circoscrizioni, calcola Maestri, faticherebbero i partiti di una sola area del Paese come Sud chiama Nord di Cateno De Luca e Noi di Centro di Clemente Mastella, e con regole simili la Liga Veneta e la Lega Lombarda sarebbero rimaste fuori dalle politiche del 1983 e del 1987, quando elessero i loro primi parlamentari. Il Carroccio delle origini oggi si fermerebbe davanti al filtro che hanno votato i suoi eredi. La ministra per le Riforme Maria Elisabetta Alberti Casellati ha spiegato a Sky TG24 che serve contro liste come «Forza Pippo».

Deputati in prestito

La scorciatoia passa dal gruppo Misto. Una componente riporta l’asticella a 1.500 firme e nella lettura di Maestri può nascere fino a quando la legge entra in vigore, anche se la ministra sostiene che il termine sia scaduto a fine 2025. La strada l’ha aperta Vannacci quando a maggio ha costruito la sua componente sul simbolo di Free, lista che nel 2022 si era presentata in un solo collegio lombardo, e Onorato il 14 settembre sotto Palazzo Madama ha denunciato che lo si vuole costringere a «fare come Vannacci».

Il taxi più richiesto ha la targa di Centro Democratico, il partito di Bruno Tabacci, che a luglio ha lasciato il gruppo del Pd per il Misto: basterebbe che altri due deputati si unissero a lui, scrive Maestri, per aprire una componente con diritto allo sconto, e alla fermata aspettano Onorato, il Psi e Più Uno di Ernesto Maria Ruffini. In maggioranza si ragiona al contrario. Secondo un costituzionalista sentito dal Fatto Quotidiano i quattro simboli federati nel 2022 in Noi moderati potrebbero ottenere un’esenzione ciascuno. Il pedaggio insomma tocca a chi bussa da fuori.

Chi resta a piedi si federa, come ha fatto Onorato con Ismaele La Vardera oppure prepara i ricorsi alla Corte costituzionale a legge in vigore. La porta digitale l’hanno sprangata in Aula quando hanno bocciato l’emendamento del Pd firmato da Andrea Giorgis, che avrebbe ammesso le firme elettroniche.

Il partito che nel 2013 si candidò con poco più di 23mila firme scontate ha spostato la selezione dall’urna allo studio del notaio. E il biglietto d’ingresso adesso si paga in deputati.

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