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Propaganda di guerra. La profezia di Anne Morelli

Anne Morelli è una storica belga che nel 2005 aveva pubblicato in Italia un libro dal titolo “Principi elementari della propaganda di guerra”. L’autrice dimostra come dei meccanismi elementari della propaganda di guerra, utilizzati per la prima volta in occasione del conflitto del 1914-1918, ci si sia serviti regolarmente in tutte le ostilità successive (comprese le più recenti).

Anne Morelli dimostra come dei meccanismi elementari della propaganda di guerra, utilizzati per la prima volta in occasione del conflitto del 1914-1918, ci si sia serviti regolarmente in tutte le ostilità successive (comprese le più recenti)

Il libro, per il suo carattere didattico, ha conosciuto un grande successo internazionale: tradotto in sette lingue (tra le quali il giapponese) e ripubblicato in varie edizioni, si è oggi trasformato in un «classico», utile soprattutto a comprendere come la propaganda ci spinga ad accettare guerre che al loro insorgere disapprovavamo. La propaganda di guerra è un dispositivo antico quanto la guerra stessa, codificato da Arthur Ponsonby, politico pacifista inglese, dopo la prima guerra mondiale.

I dieci punti principali si potrebbero riassumere così: 1. Non siamo noi a volere la guerra, ma siamo costretti a prepararla e a farla; 2. I nemici sono i soli responsabili della guerra; 3. Il nemico ha l’aspetto del male assoluto (salvo averci fatto affari fino a poco prima); 4. Noi difendiamo una causa nobile, non i nostri interessi; 5. Il nemico provoca volutamente delle atrocità, i nostri sono involontari effetti collaterali; 6. Il nemico usa armi illegali, noi rispettiamo le regole; 7. Le perdite del nemico sono imponenti, le nostre assai ridotte; 8. Gli intellettuali e la stampa sostengono la nostra causa; 9. La nostra causa ha un carattere sacro (letterale o metaforico); 10. Quelli che mettono in dubbio la propaganda sono traditori.

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Piantedosamente galleggia

Antropologia di un dei peggiori ministri dell’Interno dell’Italia repubblicana, sulla scia dei pessimi ministri dell’Interno che purtroppo abbiamo avuto in questi ultimi anni. Matteo Piantedosi, ex capo di gabinetto di quel Matteo Salvini relegato da Giorgia Meloni a giocare con i ponti pur di non combinare danni con i porti, ha visto le fascistissime immagini dei manganelli sugli studenti a Pisa e si è indignato. Il suo fastidio per l’operato della polizia lo condivide con il Quirinale quando viene informato che il presidente della Repubblica ha intenzione di intervenire con una nota.

Così un ministro dell’Interno difende irrazionalmente la Polizia più di quanto lo faccia il capo della Polizia

“L’autorevolezza delle Forze dell’Ordine non si misura sui manganelli ma sulla capacità di assicurare sicurezza”, recita il comunicato stampa di Mattarella, sostanzialmente condiviso da Piantedosi. Nel frattempo la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, appena tornata da Kiev, comanda ai suoi di menare le parole per difendere coloro che menano le mani e subito parte un’infornata di comunicati stampa – con il solito Donzelli nella solita parte del cocchiere di corte – per dire che al governo stanno “dalla parte della Polizia senza se e senza ma” e che “i violenti stanno a sinistra”.

Negare e rilanciare è perfino più grave e più fascista dei manganelli: rivittimizzare le vittime è un vigliacco abuso del potere. Che fa Piantedosi? Cambia idea. Abbandona le sue idee convenute con il Quirinale e si cimenta nella parte del cameriere per soddisfare le voglia della sua capa. Così un ministro dell’Interno difende irrazionalmente la Polizia più di quanto lo faccia il capo della Polizia. E anche questa volta il ministro piantedosamente galleggia.

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Steccato di Cutro un anno dopo. E la filoxenia

Un anno fa, il 26 febbraio del 2023, sulla spiaggia di Steccato di Cutro morivano almeno 94 persone. 35 erano bambini. Numeri certi, anche un anno dopo, non ce ne sono. Una ventina di dispersi sono stati inghiottiti dal mare. I corpi sono stati sputati sulla spiaggia per giorni, quattro o cinque al giorno. 

Un anno fa la prima reazione di questo governo a una tragedia che ha insozzato i salotti degli italiani – quindi inevitabile – consisteva nell’accusare i morti di essere partiti per morire. Poi la presidente del Consiglio Giorgia Meloni con tutti i membri del suo governo è andata in gita a Cutro per inscenare un Consiglio dei ministri in favore di stampa. Sono stati accolti da peluche buttati sulle auto delle scorte come maledizione per quei cadaveri bambini. Hanno licenziato un decreto mortifero a cui hanno dato il nome del lutto, come ferali influencer della politica. La presidente del Consiglio non ha visitato le salme e i famigliari per i “troppi impegni”. Poi abbiamo saputo che quella sera c’era un importante karaoke per il compleanno di Matteo Salvini dove stonare ridanciani la canzone su una migrante annegata di Fabrizio De André. 

Ai familiari dei sopravvissuti Meloni aveva promesso canali umanitari e lo status di rifugiati. Promessa mai mantenuta. Il “decreto Cutro” non ha rispettato i morti e ha aumentato il sabotaggio nei confronti dei vivi. 

In piazza del Popolo a Cutro c’è una scultura dell’artista Antonio Tropiano. È una mano che esce dall’onda e tiene il lembo di un’imbarcazione. Si chiama Symbolon che deriva dal verbo “symballo” che significa “unire”, ma anche soccorrere, aiutare. Filoxenia, ossia l’amore per lo straniero: è con questo termine che si definiva il valore sacro dell’ospitalità, quel principio etico fondamentale della cultura greca che distingueva l’uomo giusto dall’iniquo.

Buon lunedì. 

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Le motivazioni di Lisa Ginzburg per la presentazione de I mangiafemmine al Premio Strega 2024

“Con I mangiafemmine, Giulio Cavalli costruisce una lucidissima distopia che non ha nulla di distopico. Si addentra nell’abominio dei femminicidi tratteggiando personaggi maschili dalla bieca e cieca natura, e lo fa in modo impietosamente verosimile, così come immagina e restituisce donne i cui disgraziati destini risultano anch’essi assolutamente contigui alla realtà. Il risultato è un romanzo che è attuale a ogni pagina, ma la cui forza letteraria in nulla disobbedisce alle ferree regole della trasposizione e dell’invenzione. Un libro che si legge d’un fiato, con totale coinvolgimento per come affonda nel nervo del possibile, eppure sentendosi costantemente nutriti dalla cruda pienezza della fantasia. Dialoghi, frangenti, intrecci: tutto è terso e stringente come solo accade quando lo sguardo di uno scrittore sa essere chirurgico per come nitido e coraggioso, quasi una lama quando affronta quel che sta per tagliare senza in nulla arretrare davanti alla precisione del suo proprio gesto. Il mondo di DF, luogo/spazio immaginario il cui acronimo condensa nel suo enigma distopia e denuncia, è specchio convesso che riflette senza deformare una troppo vasta porzione del mondo in cui viviamo. E come succede nella letteratura quando è tale, riprovazione, scandalo, angoscia, paura, dolore, ogni moto d’animo suscitato nel lettore genera a propria volta un processo di associazione con la vita vera che indirettamente rafforza lo spessore dell’immaginazione narrativa. Un libro che parla di esistenza e di pulsioni di morte, di violenza di genere, di frustrazione e di soprusi, di abissi morali e di rapporti di forza. Una vicenda densa di voci maledettamente azzittite ma su cui, stendendosi come una scia, rimbomba sonora l’eco che quelle stesse vittime lasciano nell’aria, grido acuto di allarme, anatema.

Per lo stile preciso e la struttura compatta, per come reinventando la realtà in senso antropologico e politico sa narrarla dal di dentro, per come incuneandosi nel buio riesce a sviscerare di quel buio ogni singola ombra, I mangiafemmine è romanzo importante, che con convinzione mi sento di presentare al Premio e agli Amici della Domenica.”

Lisa Ginzburg

La polizia, le manganellate e quel senso di impunità garantito dal governo – Lettera43

Negli ultimi mesi le cariche delle forze dell’ordine si sono moltiplicate. Contro studenti che manifestano per la pace in Palestina, contro chi difende il diritto al lavoro o chi si batte per l’ambiente. In una parola verso chi non si riconosce nelle idee e negli obiettivi del governo più marziale della storia repubblicana. Come lo vogliamo chiamare? Michela Murgia non aveva dubbi.

La polizia, le manganellate e quel senso di impunità garantito dal governo

In una delle nostre ultime telefonate Michela Murgia mi raccontava di un elenco di intellettuali, soprattutto scrittori, non graditi che era stato girato a certi Istituti italiani di cultura in giro per il mondo. La repressione può avere molte forme, può essere la manganellata di un poliziotto adulto addestrato e attrezzato per gravi disordini sociali in faccia a un ragazzino che chiede di fermare la strage in Palestina o può essere un bisbiglio velenoso che comanda senza impartire. La leva dell’autocensura in Italia, oliata dalla naturale propensione di molti verso il potere di turno fa il resto: a volte non c’è bisogno di dire esplicitamente che vi sono categorie di persone con cui si può usare un pugno più duro che con altre. Basta la percezione di una garantita impunità da parte del potere politico maggioritario.

Cariche e manganellate della polizia ai cortei pro Palestina di Pisa e Firenze
Scontri durante il corteo pro-Palestina a Pisa (da X)

Blocchi stradali, gli eco-vandali e gli agricoltori eroi

Negli ultimi mesi le strade italiane sono state bloccate da attivisti per il clima e da agricoltori organizzati. Lasciamo perdere le legittime richieste di ognuno, proviamo semplicemente a valutare le reazioni ai blocchi stradali. Gli attivisti per il clima sono stati apostrofati come «gretini», «eco vandali», «eco cretini», «delinquenti» e meritevoli di «essere sbattuti in galera e buttare via la chiave». Tutte queste definizioni sono uscite dalla bocca di importanti rappresentati dei partiti di maggioranza e del governo. Nessuno tra loro si è sognato di definire “agri cretini” i coltivatori che hanno protestato e che stano protestando ancora. Nel primo caso si è puntato il dito sul contestatore tralasciando le ragioni della suo manifestare mentre nel secondo caso le lamentele sono state prese così terribilmente sul serio che anche una statua disarcionata (non sporcata con vernice lavabile, letteralmente mandata in pezzi) in piazza a Bruxelles è passata inosservata nell’indifferenza generale.

Salvini e il manuale dell'ipocrisia: dai blocchi stradali degli agricoltori al caso Salis
Le proteste degli agricoltori a Bruxelles (Getty Images).

L’identikit delle vittime della repressione

Ciò che è preoccupante nelle impattanti operazioni di polizia di questi ultimi mesi è l’omogeneità delle vittime. Sono molti giovani (a quelli di Ultima generazione hanno dedicato perfino un decreto legge contra personam), studenti, afferibili ad ambienti di sinistra o comunque considerati estranei alla parte politica della maggioranza di governo, sono dichiaratamente antifascisti. Il governo più marziale della storia repubblicana e più benevolmente retorico verso le forze dell’ordine (meglio: verso il diritto alla forza che rappresentano) sta riuscendo nella mirabile impresa di aggiungere alla categoria dei “pericolosi” oltre alle storiche donne e bambini che sbarcano sulle nostre coste anche degli eleganti signori che alla borghesissima Prima della Scala urlano «viva l’Italia antifascista», degli studenti che sfilano per la pace, dei cantanti che dicono (come cantano) quello che pensano, dei conduttori televisivi che intervistano, delle donne che lamentano di essere uccise e così via. Di fronte alle immagini di 50 poliziotti bardati per la guerra che malmenano qualche decina di ragazzini con lo zaino in spalla, la questura di Pisa ci ha spiegato che «il corteo non era autorizzato» (come gli agricoltori in mezzo alla strada, come i fascisti alle commemorazioni, del resto) e che «è mancata l’interlocuzione con i rappresentanti dei promotori». La giustificazione è fenomenale: poiché non sapevano con chi parlare hanno menato le mani. E hanno menato le mani perché questo tempo concede la percezione di impunità a chi alza il livello di scontro contro studenti che manifestano per la Palestina, così come contro quelli che manifestano per l’ambiente, così come quelli che manifestano per il diritto al lavoro, così come contro quelli che manifestano per un obiettivo che il governo non condivide.

Deponevano fiori per Navalny a Milano: identificate dalla Digos, scontro tra Sensi e Piantedosi
Il ministro degli interni Matteo Piantedosi. (Imagoeconomica).

Piantedosi potrebbe essere ricordato per aver superato (in peggio) il maestro Salvini

Qualche giorno fa il ministro all’Interno Matteo Piantedosi – che tra qualche anno senza vergogna ricorderemo come colui che è riuscito a fare peggio del suo maestro Salvini – ha candidamente spiegato che l’identificazione di alcune persone che portavano un fiore in memoria di Navalny nel luogo che commemora Anna Politkovskaja non è «una compressione delle libertà». Il ministro non ci trova nulla di strano che nei registri di Stato si debba tenere conto di chi silenziosamente rende omaggio a una vittima di Putin. Diceva Michela Murgia: «Io penso che questo governo sia fascista. Lo penso dalle scelte, dalle decisioni che sta prendendo. Cioè controllo dei corpi, controllo della libertà personale, discriminazione delle comunità già discriminate che stavano riuscendo a ottenere dei diritti. Una certa impostazione ideologica che inevitabilmente ripercorre cose che abbiamo già visto. Ma voi vi aspettate che il fascismo vi bussi a casa con il fez e la camicia nera e vi dica: “Salve, sono il fascismo, questo è l’olio di ricino”? Non accadrà così».

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Abiura Fratelli d’Italia sulle Regioni, da centri di malaffare a poltrone da occupare

Il 15 gennaio del 2014 in Parlamento veniva presentata una proposta di legge costituzionale per abolire le Regioni. Al loro posto avrebbero dovuto esserci “36 centri propulsori della gestione amministrativa della cosa pubblica”. L’illustrazione della proposta incominciava così: “L’affollamento istituzionale, generato da una distorta e ‘generosa’ interpretazione del principio del pluralismo istituzionale affermato dall’articolo 5 della Costituzione, ha determinato una costante frantumazione delle articolazioni funzionali senza che siano state ricondotte a omogeneità da un coerente disegno unitario del sistema autonomistico”.

Le firme in calce erano dell’attuale viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli e di una giovanissima Giorgia Meloni, ora presidente del Consiglio.

Vade retro

Il 14 dicembre dello stesso anno alla manifestazione di Fratelli d’Italia e An L’Italia soprattutto, organizzata a Roma al teatro Quirino, Meloni spiegava ai giornalisti che “il regionalismo in Italia ha fallito perché ha moltiplicato occasioni di malaffare e ha occupato poltrone e spesa pubblica”. Per l’attuale presidente del Consiglio la sfida consisteva nel dare “più autonomia ai comuni” e “più autorevolezza allo Stato centrale”.

“Su questi temi sfidiamo anche la Lega”, spiegava Meloni. Dieci anni dopo di quel progetto è rimasta la sfida con gli alleati e nient’altro. Le odiate regioni sono la spina dorsale della riforma per l’autonomia differenziata. La presidente del Consiglio in un decennio deve essersi convinta che le occasioni di malaffare e lo sperpero pubblico siano guarite talmente bene da meritarsi ancora già spazio per decidere.

Indietro tutta

Ma sono soprattutto le poltrone a far venire l’acquolina in bocca al partito della presidente del Consiglio. Fratelli d’Italia si apparecchia le regioni italiane per riempirsi lo stomaco. C’è il succulento Veneto in cui il partito di Giorgia ha più che raddoppiato i voti della Lega, c’è la Campania a cui il ministro alla Cultura Gennaro Sangiuliano dedica buona parte delle sue parole e delle sue giornate, c’è la Liguria e così via. Il dibattito politico nella maggioranza sul terzo mandato per i presidenti di regione è la cipria con cui si prova a nascondere l’insaziabile appetito della presidente del Consiglio che sogna la sostituzione politica dei suoi alleati con i suoi uomini. Così la marcia marziale della leader di Fratelli d’Italia continua noncurante delle lamentele.

Ieri il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti – che raccontano terrorizzato dall’idea di doversi reinventare – si è augurato “che Fratelli d’Italia e Giorgia Meloni facciano una riflessione, sono sempre stati un partito favorevole alle preferenze, al consenso, se l’è cercato casa per casa. Oggi questa limitazione non è coerente con la sua storia, come non è coerente con la storia di Forza Italia di Silvio Berlusconi, che in qualche modo ha sempre glorificato come un alfiere della volontà popolare e pura, talvolta con scontri istituzionali abbastanza duri sugli equilibri di potere”.

Pigliatutto

Il veneto Luca Zaia dice di aspettare per vedere “quanta sovranità al Parlamento” ma è Matteo Salvini a Cagliari a tenere aperta la disfida: “Decide liberamente il Parlamento, non c’è nessun problema di maggioranza”, ripete il leader della Lega che precisa come ci siano “altri quattro anni davanti per aiutare gli italiani a lavorare di più e stare bene. Sicuramente – ha detto Salvini – ci sono posizioni diverse, anche all’interno del Pd, ma secondo me è democratico che se si trova un buon sindaco o un buon governatore lo si possa rivotare. Detto questo voterà il parlamento”.

La linea in Fratelli d’Italia è ovviamente quella dettata dalla leader: il terzo mandato non è nel programma, ripetono in coro i maggiorenti del partito. L’ennesima giravolta di Giorgia Meloni è diventata un mantra: anche sulle regionali non c’è discussione. L’occupazione che chiamano egemonia culturale può serenamente avanzare.

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Tusk vota von der Leyen, sbloccato il Pnrr alla Polonia

Ultime notizia dall’Unione europea che sbiadisce e suggerisce l’Ue che verrà. La Commissione è pronta ad approvare il primo pagamento per la Polonia dallo strumento di ripresa e resilienza dell’Ue, già questa settimana. Poco dopo essere al potere, il nuovo governo del primo ministro Donald Tusk aveva chiesto una prima rata di 6,3 miliardi di euro dai quasi 60 miliardi di euro stanziati per la Polonia nell’ambito del Fondo per la resilienza e la ripresa. I fondi erano stati congelati a causa delle preoccupazioni per lo stato di diritto nel paese sotto il precedente governo nazionalista di Law and Justice (PiS, Ecr). Il governo PiS era accusato di avere indebolito l’autonomia della magistratura con le sue riforme.

Con il cambio di governo il nuovo primo ministro Tusk ha messo in campo un pacchetto di riforme che includono riforme anche nel settore giudiziario. Il ministro della Giustizia polacco Adam Bodnar ha presentato ad altri ministri dell’Ue un pacchetto di progetti di legge per ripristinare lo stato di diritto in Polonia già all’inizio di questa settimana. Ma soprattuto Tusk ha confermato lunedì che il suo partito sosterrà la candidatura di Ursula von der Leyen di nuovo alla presidenza della Commissione Ue. E così in brevissimo tempo i soldi si sono sbloccati. Intanto il partito filo-russo di estrema destra bulgaro Vazrazhdane dopo una gita a Mosca dei suoi leader ha deciso di aderire al gruppo di estrema destra Identità e Democrazia al Parlamento europeo. Vazrazhdane è il terzo partito in Bulgaria e potrebbe ottenere quattro eurodeputati su 17 in patria. Andranno a sedersi con Matteo Salvini e Marine Le Pen.

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Manganellate selvagge agli studenti, la polizia a Pisa perde la testa. Brutalità inaudita al corteo pro Palestina, protestano i docenti. Chiesta la rimozione del questore

In Italia spira vento di cariche e manganellate delle forze dell’ordine sugli studenti che manifestano per la Palestina. A Firenze gli studenti con i sindacati di base e comunità palestinese hanno provato a raggiungere il consolato americano e sono stati caricati. Momenti di tensione anche a Catania. Ma è a Pisa che la reazione dei poliziotti in tenuta antisommossa ha acceso le proteste dell’opposizione. Il corteo di studenti (giovanissimi e pochi) voleva raggiungere piazza dei Cavalieri ma gli agenti hanno caricato e manganellato. I video dell’eccesso di forza dei poliziotti ieri è rimbalzato sui social, provocando una diffusa indignazione. Sono quattro gli studenti fermati.

Nelle immagini si vedono due di loro sbattuti con la faccia a terra per essere ammanettati. Una settimana fa tensione, manganellate di polizia e carabinieri e lancio di oggetti da parte dei manifestanti a Bologna, nei pressi della sede Rai regionale dove era in corso la manifestazione dei Giovani palestinesi. La prima fila del presidio si è avvicinata agli agenti schierati, sono partite manganellate e colpi di scudo. Dieci giorni fa sette manifestanti feriti (crani, palpebre e zigomi rotti ricuciti con i punti) e il presidio disperso a manganellate a Napoli. Si manifestava contro l’ad Rai Roberto Sergio per le polemiche su Sanremo. A Firenze il 21 novembre scorso poliziotti in assetto anti sommossa manganellavano i ragazzi che sfilavano in una manifestazione autorizzata in forma di presidio proprio nel giorno della seduta del Senato accademico dove gli studenti avrebbero voluto mettere ai voti una mozione che impegnava l’ateneo a “congelare” i rapporti accademici con le università israeliane finché fossero proseguiti i bombardamenti a Gaza.

A ottobre dell’anno scorso a Torino erano chiare ed evidenti le immagini di poliziotti che caricano con violenza ragazze e ragazzi che manifestavano pacificamente contro le politiche dell’esecutivo e per sensibilizzare la premier perché siano messe in campo azioni concrete a favore del diritto allo studio e del lavoro dei giovani. I manganelli stanno diventando un’odiosa abitudine.

Ieri a Pisa il consigliere comunale di Unione popolare Ciccio Auletta ha chiesto che il questore Sebastiano Salvo venga “rimosso subito” sottolineando che “l’episodio si inserisce in un quadro più ampio di repressione”. La Questura si è difesa sostenendo che “il corteo non era autorizzato” e che “è mancata l’interlocuzione con i rappresentanti dei promotori”: ”la carica è stata determinata – dice il questore – da un momento di tensione scaturito da un contatto fisico tra alcuni manifestanti e i poliziotti che impedivano l’accesso alla piazza dei Cavalieri”. Ma le parole più dure arrivano da un gruppo di docenti del liceo artistico Russoli che si dicono “sconcertati” per “minorenni manganellati senza motivo, perché il corteo che chiedeva il cessate il fuoco in Palestina era assolutamente pacifico”. “Senza neanche trattare con gli studenti o provare a dialogare, – spiegano i docenti – abbiamo assistito a scene di inaudita violenza.

Come educatori siamo allibiti: riteniamo che qualcuno debba rispondere dell’inaudita e ingiustificabile violenza”. Anche l’Università di Pisa ha espresso “profonda preoccupazione e sconcerto” per gli scontri e chiesto “chiarimenti sull’accaduto e sull’operato delle forze dell’ordine”, auspicando che “tutte le autorità competenti intervengano per garantire la corretta e pacifica dialettica democratica, tutelando la sicurezza della popolazione e della comunità studentesca”, dice il rettore Riccardo Zucchi La repressione da sempre è il miele degli incapaci e questo tempo ne è golosissimo.

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Batosta sul terzo mandato. Ora Salvini rischia la segreteria

La Lega si schianta in Commissione sul terzo mandato. Matteo Salvini ha deciso di ignorare il pallottoliere che indicava chiaramente che Fratelli d’Italia, Forza Italia e Udc avrebbero votato contro, appoggiati da un’opposizione che ha deciso di lasciare macerare la maggioranza nelle sue divisioni interne. Unico appoggio prevedibile è stato quello di Italia Viva. Il risultato finale è stato: 4 sì, 16 No, un astenuto (della Südtiroler Volkspartei) e l’esponente di Azione che non ha partecipato al voto.

Il vicepremier Matteo Salvini è andato a sbattere sul terzo mandato, una norma che invece in passato aveva osteggiato

La senatrice di Italia viva Dafne Musolino ha spiegato il voto a favore della proposta leghista come un’occasione “per far emergere la divisione all’interno della maggioranza, e denunciare lo scontro muscolare, politico, tra Meloni e Salvini” mentre la Lega per bocca del vicepresidente Paolo Tosato lascia intendere che “la partita non è chiusa”: “continuiamo a ritenere che la scelta o la bocciatura di un rappresentante del popolo – dice Tosaro- , ad ogni livello, debba passare dal voto dei cittadini e non da una decisione dei partiti. Uno, due, tre, quattro mandati.

Qual è il criterio oggettivo per stabilire quale sia la scelta giusta Nessuno. Noi ci fidiamo dell’unico giudizio che conta in democrazia: il voto popolare”. Le voci da Palazzo Chigi ieri confermano che la questione per la presidente del Consiglio non è nemmeno in discussione. La Lega si è schiantata e probabilmente si schianterà ancora, dicono. Ma Matteo Salvini insisterà, questo è sicuro, perché sul terzo mandato dei presidenti di Regione non c’è in ballo solo la credibilità di un leader di partito che sembra pesare ogni giorno un po’ meno.

Al di là del contentino del Ponte sullo Stretto – su cui anche nella maggioranza molti avanzano seri dubbi – Salvini ha ottenuto pochissimo e i sondaggi del suo partito prevedono a oggi un possibile tracollo per le prossime elezioni europee. Il malcontento interno per una linea politica sempre più a destra che nei fatti si sovrappone a quella di Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia diventano sempre più insistenti e la richiesta di un congresso – soprattutto se le indicazioni delle elezioni europee saranno deludenti – diventa ogni giorno più pressante. Il Carroccio secondo l’ultimo sondaggio Agi/Youtrend perde tre decimali in due settimane e tocca l’8,3% con Forza Italia che lo tallona a poco più di mezzo punto.

Il leader della Lega ha bisogno del terzo mandato per tranquillizzare il presidente della Regione Veneto Luca Zaia che nel partito appare come il suo successore più credibile. Anche per questo lasciarlo a piedi (Zaia ha più volte detto di non essere interessato a una candidatura in Europa) potrebbe diventare un problema serissimo. Forse è anche per questo che sul terzo mandato del decreto Elezioni il leader della Lega e ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture ha cambiamo velocemente idea. Il limite del terzo mandato “come limitazione della democrazia” smentisce le parole dello stesso Salvini di qualche anno fa. Il 18 settembre 2016, durante l’annuale raduno della Lega Nord a Pontida, in provincia di Bergamo, Salvini aveva difeso con forza la necessità di limitare a due mandati tutti gli incarichi politici degli esponenti del suo partito.

Se la Lega stecca alle Europee, parte la corsa alla successione. E la base gli contesta pure il Ponte di Messina

“Dobbiamo tutti noi essere consapevoli che siamo al servizio del movimento, non in eterno. Ho sentito ieri che i “Giovani Padani” hanno approvato una mozione che chiedeva di portare al congresso perché ci sia un limite, come c’è per i sindaci, per ogni carica elettiva di due mandati anche dentro alla Lega. Secondo me sarà cosa buona e giusta, perché dopo dieci anni penso che si possa lasciare spazio a qualcun altro che potrà prendere il nostro posto a Bruxelles, a Roma o in regione, come fanno i sindaci”, aveva dichiarato Salvini dal palco di Pontida, nel suo discorso finale della manifestazione.

Come ricorda Pagella politica il giorno prima dell’intervento di Salvini, a Pontida si era tenuto il congresso federale del “Movimento Giovani Padani”, la formazione giovanile della Lega Nord. Durante l’evento, l’esponente del movimento Giacomo Perocchio aveva proposto di presentare al congresso federale del partito una mozione per adottare un codice etico e introdurre il limite dei due mandati per tutti gli esponenti della Lega. Al termine del congresso del movimento giovanile della Lega era poi intervenuto Andrea Crippa, all’epoca coordinatore federale del “Movimento Giovani Padani” e oggi deputato e vicesegretario della Lega. “Accolgo con piacere e la faccio mia la mozione presentata prima, durante questo da congresso, dal fratello Giacomo Perocchio, cioè la mozione sul limite di mandato a dieci anni per tutte le cariche istituzionali della Lega”, diceva Crippa.

Alcuni osservatori sottolineano come la presidenza della regione Veneto sia un obbiettivo di Fratelli d’Italia alla luce dei risultati delle elezioni politiche del 2022, quando il partito della presidente del Consiglio Meloni raccolse più del doppio dei voti della Lega. Difendere Zaia per Salvini è una questione di credibilità politica a livello nazionale ed è un’urgenza per puntellare la propria segreteria. Passati i fasti della Lega al 30% oggi il partito rischia di scendere sotto un misero 8% e Zaia – ancor di più se rimarrà libero da impegni politici – potrebbe puntare a rovesciare la segreteria di Salvini.

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Altro che ministero della Natalità

All’ispettorato del lavoro, all’Asl e all’Inps di Nuoro stanno vagliando una vicenda spiacevole ma significativa. La racconta il giornalista Giorgio Sbordoni sul sito della Cgil Collettiva e racconta di una ragazza ventenne licenziata dopo essere rimasta incinta. Fin qui, purtroppo, nulla di nuovo rispetto a un Paese che spende grandi parole sulla denatalità ma poi fa scontare alle donne ogni gravidanza. 

In questo caso però alla malcapitata lavoratrice è successo che la sua datrice di lavoro (donna) le abbia consegnato un test di gravidanza a fine turno chiedendole di usarlo nei bagni della ditta, con la stessa maldicenza di un test antidoping dopo una gara olimpica. Ad aggiungere disagio sarebbero stati anche due colleghi maschi che hanno assistito all’illegale ordine impartito.

In quel caso il test fu negativo. Volere disporre dei corpi dei propri lavoratori e esercitare un controllo di quel tipo con quelle modalità è un episodio che sembra uscito da un capitolo di Margaret Atwood.

Quando in seguito la ventenne scopre di essere incinta è facilmente immaginabile come si concluda la storia: la ginecologa dispone l’astensione anticipata dal lavoro per gravidanza a rischio per un mese, dal 18 gennaio al 25 febbraio. Il 25 gennaio la giovane si rivolge al patronato Inca Cgil per inviare la comunicazione telematica dello stato di gravidanza all’Inps e alla datrice di lavoro. Il 16 febbraio la lavoratrice segnala al sindacato di non aver ricevuto la mensilità di gennaio. Sollecita il pagamento alla datrice di lavoro che, invece, le comunica, via whatsapp, di averla licenziata per giusta causa, inviandole la comunicazione Unilav.

Secondo gli ultimi dati del Censis l’Italia continua ad essere ultima in classifica per occupazione femminile in Europa: “Il tasso di occupazione dei maschi con figli è pari all’89,3%, quello dei maschi senza figli al 76,7%”, mentre “per le donne senza figli è pari al 66,3% e per quelle con figli al 58,6%. Il divario tra il tasso di occupazione delle donne con figli e quello degli uomini con figli in termini di punti percentuali è pari in Italia a -30,7”.

Chissà che ne pensano al ministero per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità.

Buon venerdì. 

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