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Un Piano Mattei sui diritti. Dall’Africa all’Occidente

In Zimbabwe siamo a un passo dalla cancellazione della pena di morte. Il disegno di legge per abolirla è stato promosso dal parlamentare Edwin Mushoriwa e la consultazione nelle dieci provincie del Paese ha dimostrato che “la maggior parte delle persone desidera la cancellazione della pena capitale”.

In Zimbabwe siamo a un passo dalla cancellazione della pena di morte. Il disegno di legge per abolirla è stato promosso dal parlamentare Edwin Mushoriwa

Le ultime esecuzioni nel paese africano risalgono al 2005 anche se i tribunali continuano a infliggere l’esecuzione e al momento ci sono 63 prigionieri nel cosiddetto braccio della morte. La Costituzione dello Zimbabwe protegge il diritto alla vita. Tuttavia, autorizza i tribunali in circostanze limitate a imporre la pena di morte per omicidio aggravato. La legge proposta proibirebbe a qualsiasi tribunale di imporre la pena di morte e di eseguire una condanna capitale precedentemente emessa.

Nel 2022, la Commissione africana per i diritti dell’uomo e dei popoli ha invitato tutti i paesi membri della Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli a “prendere provvedimenti verso l’abolizione della pena di morte”. Ad oggi, circa 170 paesi hanno abolito o introdotto una moratoria sulla pena di morte sia per legge che per pratica. Nell’Africa meridionale, approvando il disegno di legge sull’abolizione della pena di morte, lo Zimbabwe si unirà ad Angola, Madagascar, Mauritius, Mozambico, Namibia, Seychelles, Sudafrica e Zambia.

Mentre in Italia aumenta il numero di persone che vorrebbe la pena di morte anche solo per il furto come dicono gli ultimi sondaggi e mentre gli Usa continuano con le loro esecuzioni viene da dire che se uscissimo dalla logica colonialista e assistenziale che vede l’Africa come retrograda in tema di diritti forse sarebbe il caso che un “piano Mattei” dei diritti venisse esportato al contrario, nell’Occidente che scodinzola una superiorità che evidentemente su molti temi non esiste.

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C’è un giudice in Puglia. La Ocean Viking torna a salvare vite

Il tribunale di Brindisi assesta un altro colpo all’illegittimità sistemica del cosiddetto decreto Piantedosi sostenendo che le Ong hanno “l’irreversibile diritto di esercitare la propria attività di soccorso in mare in cui di realizzano le loro finalità sociali” e cancellando il fermo amministrativo della Ocean Viking bloccata lo scorso 9 febbraio. Sono quindi illegittimi i fermi amministrativi con cui il decreto Piantedosi boicotta i salvataggi in mare. “Il perdurare della misura del fermo amministrativo”, si legge nel testo, “è suscettibile di pregiudicare in modo irreversibile il diritto da parte della Sos Méditerranée Ocean Viking di esercitare la propria attività di soccorso in mare, in cui si realizzano le sue finalità sociali, come evincibile dall’accordo di partenariato con la Federazione internazionale delle società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa”.

Il tribunale di Brindisi assesta un altro colpo all’illegittimità sistemica del decreto Piantedosi cancellando il fermo della Ocean Viking

Tra le finalità, scrive il tribunale, ci sono quelle di “prevenire la perdita di vite umane”, “migliorare la sicurezza in mare”, “rafforzare la cooperazione operativa”, “condividere e scambiare informazioni”. Per i magistrati “tali attività”, quelle della Ong, “implicano il perseguimento di obiettivi di indubbio valore”. L’Ocean Viking era stata fermata in porto con l’accusa di “non aver rispettato le indicazioni fornite dal Centro libico di coordinamento del soccorso marittimo nella cui area di responsabilità si era svolto il soccorso”. Nel decreto si accusava la nave di non avere permesso l’intervento della cosiddetta Guardia costiera libica che stava intervenendo nei pressi di un gommone in difficoltà. Quel salvataggio, tra le altre cose, è di fatto un respingimento illegittimo che la Corte di Cassazione ha definito un crimine “dell’abbandono in stato di pericolo di persone minori o incapaci e di sbarco e abbandono arbitrario di persone”.

Per il Tribunale di Brindisi: il fermo ostacola i soccorsi

Dal punto di vista giuridico Ocean Viking era sottoposta a fermo amministrativo per non avere agevolato un atto delittuoso. Secondo Sos Mediterranée “il 6 febbraio abbiamo assistito a una serie di azioni pericolose della Guardia costiera libica finanziata dalla Ue. Abbiamo assistito a ben tre respingimenti di persone che cercavano di fuggire dalla Libia, abbiamo visto la guardia costiera libica eseguire manovre aggressive e pericolose sia vicino alle imbarcazioni in pericolo che vicino alla Ocean Viking. La guardia costiera libica – spiega l’Ong – prima ci ha dato istruzioni di soccorrere una barca in legno in condizioni precarie ma subito dopo ci ha ordinato di lasciare l’area nonostante ci fossero persone ancora in pericolo. Nonostante metta spesso in pericolo la vita delle persone, la Guardia costiera libica è ascoltata, sostenuta e informata dalle istituzioni europee. Le loro bugie ci sono costate il terzo fermo”.

Per la giudice “l’opposizione” di Sos Mediterranée “appare sostenuta da un fumus di fondatezza in ordine alla possibile carenza di competenza di accertamento e sanzionatoria in campo all’autorità amministrativa italiana”. Inoltre, si legge nel provvedimento “la ricostruzione dei fatti fornita da parte del ricorrente non risulta, allo stato, essere stata verificata dall’autorità italiana prima dell’emissione del provvedimento sanzionatorio”.

Il Giornale in un articolo in cui parla di “un altro caso Apostolico, collega del tribunale di Catania”

Prevedibile la reazione a destra di cui detta la linea il quotidiano Il Giornale in un articolo in cui parla di “un altro caso Apostolico, collega del tribunale di Catania, che non aveva avallato il trattenimento di migranti illegali tunisini”. Inevitabile per il quotidiano diretto da Sallusti l’ora del complotto: “Sarà un caso, – si legge – ma il giorno di San Valentino si erano mobilitati con un sit-in a favore della “liberazione” della Ocean Viking i soliti supporter dei talebani dell’accoglienza. Dall’Anpi di Brindisi e Puglia, alla Cgil oltre alla sezione locale di Emergency, la Comunità Africana della provincia e la Collettiva TransFemministaQueer Brindisi, che non si capisce bene cosa abbia a che fare con Ong e migranti. Puntuale, meno di una settimana dopo, arriva l’implacabile sentenza che punta da affondare il decreto Piantedosi”.

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Piantedosi gioca coi numeri. E rigira la frittata sugli sbarchi

Nei paesi asiatici gira questa storia che racconta di un ministro che allarga le strade da due a tre corsie. Poco dopo riduce la carreggiata di una corsia e si presenta ai suoi elettori dicendo che il suo mandato di governo si chiude con un saldo positivo: “Il passaggio da due a tre corsie – spiega – è un incremento del 50% mentre quello da tre a due è una riduzione del 33% per cui si può dire che il bilancio finale segna un più 17%”.

Il ministro dell’Interno Piantedosi gongola per gli sbarchi in calo. Ma fare peggio dei 153mila del 2023 non è facile

Ai cittadini spaesati non resta che stringersi. Ieri il ministro all’Interno Matteo Piantedosi ha utilizzato lo stesso trucco quando stentoreo alla Camera ha annunciato che “dall’inizio dell’anno al 19 febbraio scorso in Italia si registra una netta riduzione del numero dei migranti sbarcati, pari a circa il 65%, rispetto all’analogo periodo dello scorso anno e con un calo anche rispetto ai numeri registrati nel 2022”. Per il ministro questi numeri indurrebbero a “ritenere che siamo in presenza di un oggettivo segnale positivo, se si considera che quello in corso è il quinto mese consecutivo in cui si registra una sensibile riduzione degli sbarchi rispetto all’analogo periodo dell’anno precedente”.

I numeri “positivi” a cui si riferisce Piantedosi si inseriscono dopo un 2023 in cui secondo i dati del Viminale sono arrivati in Italia 153 mila profughi e migranti di cui metà in autonomia e il resto soccorsi dalle motovedette italiane. Meno di seimila dalle temutissime navi umanitarie. La maggior parte degli approdi autonomi, detti anche “sbarchi fantasma”, si sono registrati a Lampedusa. Quasi duemila barche hanno attraversato il Mediterraneo centrale puntando sulla frontiera più a sud d’Europa, l’isola più vicina all’Africa che all’Italia. Quelle più piccole, la maggior parte, salpate dalle coste della Tunisia, di gran lunga meno numerosi i grossi e fatiscenti pescherecci partiti dalla Libia. 112mila arrivi sull’isola da inizio 2023, erano stati 40mila nel 2023. Non solo. Secondo il Progetto Missing Migrants (MMP) dell’OIM 28.320 uomini, donne e bambini sono morti o scomparsi nel Mar Mediterraneo dal 2014. Quasi il 90% (2.271) delle persone morte o scomparse nel 2023 – il numero più alto registrato dal 2017 – stava attraversando la rotta del Mediterraneo centrale.

“I ritardi nei soccorsi operati dagli Stati e il calo delle operazioni delle Ong lungo la rotta del Mediterraneo centrale sono stati fattori importanti che hanno causato un numero più alto di vittime” fa notare l’Oim che ribadisce il proprio appello agli Stati a ridefinire le priorità e a rafforzare la cooperazione nelle operazioni coordinate di ricerca e soccorso (Sar) e chiede di astenersi dal criminalizzare, ostacolare o scoraggiare gli sforzi di coloro che forniscono assistenza salva vita, comprese le Ong impegnate in operazioni Sar. Insomma, fare meglio del peggiore anno possibile è tutt’altro che una vittoria. Anche perché il ministro non è minimamente sfiorato dall’idea che sia necessario rafforzare i salvataggi in mare.

Confermato l’obiettivo già fallito di fermare le partenze di migranti stipulando accordi con i dittatori del Nord Africa

Per Piantedosi “solo bloccando le partenze gestite dai trafficanti si evitano le tragedie dei naufragi”. È la stessa teoria che aveva accarezzato quando a poche ore dai 94 morti della strage di Steccato di Cutro disse che quei cadaveri erano “colpa di genitori irresponsabili”. Ma anche appoggiando la risibile idea che sia possibile fermare la gente che scappa dalla fame e dal piombo il piano non sembra funzionare benissimo. “Sul piano delle relazioni internazionali – dice il ministro – abbiamo intensificato, sia a livello bilaterale che multilaterale, le iniziative di collaborazione con i paesi di origine e di transito dei flussi migratori, in particolare con Libia e Tunisia, per il rafforzamento delle loro capacità operative di contrasto dell’immigrazione illegale, via terra e via mare. Accanto a tali iniziative di cooperazione tecnica di polizia – aggiunge – stiamo lavorando per potenziare i rimpatri volontari assistiti da Libia e Tunisia verso i Paesi di origine, con la collaborazione delle più importanti organizzazioni umanitarie”.

Peccato che i respingimenti in Libia siano stati bollati come criminali dalla Cassazione e un ex poliziotto tunisino sia tra i presunti trafficanti dell’operazione di ieri a Marsala. Il punto è che il famoso decreto Piantedosi, fermamente soprannominato “Cutro”, si sta smontando pezzo per pezzo. Prima la Cassazione, poi la giudice Apostolico e ieri il tribunale di Brindisi stanno urlando nelle orecchie di Piantedosi che il diritto nazionale e internazionale non può essere calpestato per esigenze di propaganda. C’è infine un altro non trascurabile particolare: a tallonare Piantedosi alla Camera ieri sono stati i suoi alleati della Lega. Chi ha orecchie per intendere intenda.

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Nordio e tortura: il risultato politico è già qui

30 marzo 2023. Rispondendo alla Camera il ministro Carlo Nordio assicurava che «il reato di tortura è un reato odioso e abbiamo tutte le intenzioni di mantenerlo». La curiosità era lecita poiché alla Camera c’è una proposta di legge di Fratelli d’Italia per stravolgere il reato di tortura e incidentalmente FdI è il primo partito jn Parlamento nonché il partito guidato dalla presidente del Consiglio. 

Aspettarsi uno sgambetto sul reato di tortura è corroborato anche dalle campagne elettorali di Salvini e Meloni, quando ancora si assomigliavano moltissimo prima di separarsi in recitazioni diverse. Salvini e Meloni l’abrogazione del reato di tortura l’hanno promesso a più riprese alle frange più estreme delle forze dell’ordine. Hanno incassato quei voti e devono restituire un segnale di gratitudine. 

Ieri in Aula è tornato il ministro Nordio e questa volta ci fa sapere che «il governo è al lavoro per modificare il reato di tortura adeguandolo ai requisiti previsti dalla convenzione di New York». Dice Nordio che si tratta di «un problema solo tecnico», niente di che. Come se non sapessimo che mettere mano a una legge faticosamente ottenuta nel 2017 sia già un messaggio, uno spiraglio di speranza ai torturatori. 

Come fa notare il presidente di Antigone Patrizio Gonnella «modificare l’articolo 613-bis che proibisce la tortura per adeguarla alle norme Onu è una truffa delle etichette» e significa aprire una sequela di richieste di sospensione di processi come quello per i pestaggi e le mattanze di Santa Maria Capua Vetere o di Reggio Emilia. Il risultato politico già c’è. 

Buon giovedì.      

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C’è un Salvini pure negli Usa. E si chiama Donald Trump

Ogni paese ha il suo Salvini e dalle parti degli Stati Uniti il loro Salvini risponde al nome di Donald Trump. Non è un caso infatti che il magnate americano sia uno degli idoli di riferimento del ministro leghista. Intervistato martedì dalla rete amica Fox News l’ex presidente americano – ora in corsa per le prossime elezioni – si è paragonato ad Alexi Navalny dichiarandosi “un perseguitato”. Trump ha definito Navalny “un uomo molto coraggioso” e ha paragonato la multa di 355 milioni di dollari inflittagli per un processo di frode a New York a un’oppressione “esattamente come” per il dissidente russo.

Multato per frode, l’ex presidente americano Donald Trump si paragona ad Alexi Navalny

“È una forma di comunismo, o di fascismo” ha detto Trump, aggiungendo che ciò che è accaduto a Navalny “sta accadendo anche” negli Usa. “Ci stiamo trasformando in un paese comunista in molti modi. Ho otto o nove cause giudiziarie tutte a causa del fatto che… sono in politica”. Anche nell’utilizzo del benaltrismo il magnate americano è molto simile al leader della Lega: parlare di se stesso per Trump è stata una facile via d’uscita per non nominare Putin. Così, nonostante le domande della conduttrice Laura Ingraham, Trump è riuscito a non pronunciare mai il nome del presidente russo, ritenuto dalla comunità internazionale il colpevole della morte di Navalny.

Mentre Salvini in Italia invocava chiarezza dai giudici di un Paese non libero Trump negli Usa paragonava la frode alla dissidenza: un asse politico perfetto di vigliaccheria politica. Nel frattempo ieri Matteo Salvini ha lanciato dal suo Ministero dei trasporti uno spot sulla sicurezza stradale dove gli attori in auto non indossano le cinture di sicurezza. Mi pare che sia la metafora perfetta.

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La droga della ‘Ndrangheta sdoganata a Gioia Tauro

La porta d’accesso della droga è sempre la stessa: il porto di Gioia Tauro. Ieri i Finanzieri del Comando provinciale di Reggio Calabria – con il supporto operativo dello Scico e con la collaborazione di Europol e della Dcsa – hanno dato esecuzione ad un provvedimento che dispone la custodia cautelare in carcere nei confronti di due funzionari dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli in servizio presso l’Ufficio delle Dogane di Gioia Tauro e gli arresti domiciliari nei confronti di una dipendente di una società di spedizione che sarebbero coinvolti in un traffico internazionale di sostanze stupefacenti. Il destinatario è la ‘Ndrangheta, la più potente organizzazione criminale che gestisce e rifornisce le piazze di spaccio in tutta Europa, secondo i rapporti della Direzione investigativa antimafia.

La porta d’accesso della droga è sempre la stessa: il porto di Gioia Tauro. Nel 2022 sequestrati oltre 16mila chili di stupefacenti

I doganieri, in servizio in punti nevralgici del dispositivo di controllo, quali il controllo scanner e quello “visivo” mediante apertura dei container, avrebbero consentito l’uscita dal porto di ingentissimi quantitativi di cocaina mediante l’alterazione degli esiti delle ispezioni o l’omessa rilevazione di anomalie nei carichi controllati. Tra i documenti sequestrati anche delle accurate istruzioni per i narcos sudamericane per collocare i pacchetti all’interno dei carichi di copertura perché non venissero intercettati. Le indagini hanno consentito di ricostruire il coinvolgimento degli arrestati in 5 importazioni di stupefacente, realizzate tra giugno 2020 e ottobre 2022, per oltre 3 tonnellate di cocaina, delle quali 2,7 intercettate dai finanzieri e sottoposte a sequestro. Il porto di Gioia Tauro è la bocca da cui passa la la maggior parte della cocaina e marijuana. Dopo un paio di anni di delocalizzazione nei porti di Livorno, La Spezia, Genova e del litorale laziale la ‘Ndrangheta è tornata a utilizzare il porto calabrese come punto nevralgico dell’approdo di stupefacenti.

Contestato il traffico internazionale di stupefacenti. Trovate le istruzioni impartite ai narcos per il confezionamento

Nel dossier annuale della Dcsa (Direzione centrale servizi antidroga) del Viminale dell’anno scorso si attesta la ripresa del narcotraffico ai livelli pre pandemia, con particolare incremento della cocaina. Si legge nel rapporto: “Il volume totale dei sequestri di droga è passato dalle 92,79 tonnellate, rinvenute nel 2021, alle 75,01 tonnellate del 2022, con un decremento percentuale del 19,17%; si può osservare, però, nei risultati, suddivisi per tipo di sostanza, una sensibile crescita dei sequestri di cocaina. Il risultato complessivo, comunque, è il sesto più alto nella serie decennale; se si esclude il quinquennio 2014-2018 e lo scorso 2021, periodi segnati da particolari e contingenti elementi di caratterizzazione, non era mai stato raggiunto un livello di sequestri così consistente, negli ultimi 40 anni”.

Nel 2022 in Calabria sono stati sequestrati oltre 19mila chili di droga

Per la Dcsa in questo scenario “si rafforza il ruolo egemone della ‘ndrangheta calabrese, che continua a rappresentare l’organizzazione mafiosa italiana più insidiosa e pervasiva, caratterizzata da una pronunciata tendenza all’espansione sia su scala nazionale che internazionale”. La disponibilità di ingenti capitali illeciti e una spiccata capacità di gestione dei diversi segmenti del traffico le hanno permesso, nel tempo, di consolidare un ruolo rilevante nel narcotraffico internazionale. Nel 2022 in Calabria sono stati sequestrati 19,459,72 chili di droga di cui 16.110,38 solo a gioia Tauro, pari all’80,35% dei quantitativi rinvenuti presso la frontiera marittima. La cocaina arriva in Calabria soprattutto da Ecuador e Brasile. La lotta alla droga e alle mafie è un processo molto serio che non si ferma all’arresto degli spacciatori minorenni di Caivano. Quelle tasche vengono riempite partendo da qui.

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Ecco il risultato del decreto Caivano

Nelle carceri italiane c’è la fotografia esatta del risultato delle politiche di un governo che incapace di governare decide di comandare con un panpenalismo che dovrebbe essere la soluzione. 

All’inizio del 2024 sono circa 500 i detenuti nelle carceri minorili italiane. Sono oltre dieci anni che non si raggiungeva una simile cifra. Gli ingressi in Ipm sono in netto aumento. Se sono stati 835 nel 2021, ne abbiamo avuti 1.143 nel 2023, la cifra più alta almeno negli ultimi quindici anni. La crescita delle presenze negli ultimi 12 mesi è fatta quasi interamente di ragazze e ragazzi in misura cautelare. Frutto questo del decreto Caivano che ha esteso l’applicazione della custodia cautelare in carcere, stravolgendo l’impianto del codice di procedura penale minorile del 1988. Altra novità, in linea con quanto previsto dal Decreto, laddove prevede di disporre la custodia cautelare anche per i fatti di lieve entità legati alle sostanze stupefacenti è la notevole crescita degli ingressi in Ipm per reati legati alle droghe, con un aumento del 37,4% in un solo anno. Aumenti dei numeri, quindi, che non trovano riscontro nell’aumento dei reati, con il dato più recente che, tra alti e bassi, è in linea con quello registrato 10 anni fa.

Lo spiega bene Patrizio Gonnella, presidente di Antigone: ”Il modello della giustizia minorile in Italia, fin dal 1988, data in cui entrò in vigore un procedimento penale specifico per i minorenni, è sempre stato un vanto per il Paese. Mettendo al centro il recupero dei ragazzi, in un’età cruciale per il loro sviluppo, nella quale educare è preferibile al punire, ha garantito tassi di detenzione sempre molto bassi, una preferenza per misure alternative alla detenzione in carcere, come ad esempio l’affidamento alle comunità e ottenuto un’adesione al percorso risocializzante ampio da parte dei giovani. Dal decreto Caivano in poi, invece, il rischio che questi 35 anni di lavoro vengano cancellati e i ragazzi persi per strada è una prospettiva drammatica e attuale”.

Buon mercoledì. 

Nella foto: Ipm di Catanzaro, frame del video “Perdere e prendere” feat Kento

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Sul caso Navalny Salvini è indifendibile

Dice il capogruppo della Lega al Senato Massimiliano Romeo che “in Italia c’è un’ossessione nei confronti di Salvini per cui tutto quello che succede bisogna puntare l’indice e la colpa nei confronti di Salvini e della Lega”. Romeo, ospite della trasmissione Agorà su Rai3, stava rispondendo alle accuse di ambiguità contro la Lega per le sue posizioni passate e presenti su Putin e sulla Russia.

Salvini ha detto che sul caso Navalny “bisogna fare chiarezza” ma “la fanno i medici, i giudici, non la facciamo noi”

Romeo dice anche che “su Putin ha sbagliato tutto l’Occidente” e precisa che il suo partito ha preso le distanze dal presidente russo “il giorno stesso in cui ha invaso l’Ucraina”. Il vittimismo e il diritto al condono sono due costanti dei partiti del governo. Arrogarsi del diritto all’oblio in politica è una pretesa cretina e irricevibile. Il giudizio su un leader politico si basa inevitabilmente sul suo passato, sul presente e sulla sua idea di futuro. Solo così se ne può testare l’affidabilità e la coerenza.

A rovinare i piani del senatore Romeo comunque ci ha pensato Salvini in persona che ieri in un’interista a Rtl 102.5 ha detto: “Capisco la posizione della moglie di Navalny, bisogna fare chiarezza. È chiaro che c’è un morto e quindi bisogna fare assolutamente chiarezza. Ma la fanno i medici, i giudici, non la facciamo noi”.

Affidarsi alla giustizia di una tirannia e ai medici di un Paese in cui molti degli oppositori politici sono certificati accidentalmente morti significa dare credito a Putin e al suo governo. Si potrebbe dire che Salvini ancora oggi ritiene Putin credibile. Spiace per il suo capogruppo Romeo. Su Putin avranno sbagliato in molti ma a continuare a sbagliare su Putin ormai sembra essere rimasto solo il suo segretario di partito.

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Respingimenti illegali. L’ex capo di Frontex Leggeri candidato dalla Le Pen

Che l’agenzia europea della guardia di frontiera e costiera Frontex facesse tutt’altro che preoccuparsi del rispetto dei diritti umani era chiaro da tempo, ma la lista delle prossime candidature alle elezioni europee ce ne dà conferma: Fabrice Leggeri, ex capo dell’agenzia di frontiera dell’Ue Frontex, ha annunciato sabato di aver aderito al partito di estrema destra di Marine Le Pen per candidarsi alle prossime elezioni europee. Sarà il terzo in lista.

Fabrice Leggeri, ex capo di Frontex, ha annunciato di aver aderito al partito di estrema destra di Marine Le Pen per candidarsi alle europee

“Il nostro obiettivo è chiaro: riprendere il controllo dei confini dell’Unione europea e della Francia”, ha pubblicato sabato sul suo profilo X. Per Leggeri il partito di Le Pen “ha un piano concreto e la determinazione per renderlo realtà”, ha detto. Secondo i nuovi dati del sondaggio pubblicati la scorsa settimana, si prevede che l’estrema destra francese registrerà il suo risultato più alto di sempre nelle prossime elezioni del Parlamento europeo. Il National Rally, guidato dal membro del Parlamento europeo Jordan Bardella, potrebbe ottenere il 33 per cento dei voti, mentre il partito di estrema destra Reconquête sarebbe al 6%, secondo un sondaggio della società di consulenza Portland Communications condiviso con Politico.

Leggeri aveva presentato le sue dimissioni da Frontex a fine aprile del 2022. Già da anni l’agenzia europea era accusata di compiere personalmente e con l’aiuto delle polizie locali respingimenti di massa di richiedenti asilo, vietati dalle norme europee e dal diritto internazionale. Leggeri da capo dell’agenzia ha sempre negato con forza quelle accuse. Le sue dimissioni arrivarono nel giorno in cui il board di Frontex doveva discutere alcune azioni disciplinari per lo staff dell’agenzia in seguito a un rapporto compilato dall’Olaf, l’ufficio europeo per la lotta antifrode, che aveva individuato comportamenti irregolari di vari dirigenti di Frontex nella gestione dei flussi migratori verso l’Europa. Quel rapporto individuava “precise responsabilità dell’agenzia e di Leggeri per alcuni respingimenti avvenuti in Grecia”.

Tante le prove che accusano l’ex numero dell’Agenzia Ue. Ma per Marine fanno curriculum

Nell’inchiesta curata dallo Spiegel e da Le Monde uscita pochi giorni prima si leggeva che Frontex fosse direttamente coinvolta nel respingimento di circa un migliaio di richiedenti asilo nel tratto di mare fra Grecia e Turchia fra marzo 2020 e settembre 2021, anche se “il vero numero dei respingimenti compiuti con l’assistenza di Frontex è plausibilmente ancora più alto”. Frontex e Leggeri hanno sempre respinto qualsiasi accusa, anche quando sono stati messi di fronte all’evidenza e a prove schiaccianti della propria responsabilità. Alla fine del 2020 una lunga inchiesta del sito di giornalismo investigativo Bellingcat in collaborazione con altri giornali europei fra cui lo Spiegel documentò molto dettagliatamente che l’8 giugno una nave di Frontex aveva fisicamente impedito a un gommone pieno di richiedenti asilo di entrare nelle acque greche.

Più di un’inchiesta giornalistica chiama in causa la gestione dell’agenzia di frontiera da parte francese

Un rapporto compilato nell’estate del 2021 dal Parlamento Europeo sul lavoro di Frontex ha concluso che “nonostante diversi soggetti credibili abbiano sistematicamente raccontato di violazioni di diritti umani alle frontiere di diversi stati membri, Frontex ha generalmente ignorato queste segnalazioni”. Molti osservatori hanno attribuito l’approccio disumano allo stesso Leggeri, arrivato a capo di Frontex dopo una carriera nel ministero dell’Interno francese senza nessuna competenza nella gestione dei flussi migratori o competenze specifiche sul rispetto dei diritti umani.

Da qualche giorno grazie a un’inchiesta del collegio di giornalisti Lighthouse Reports sappiamo che l’agenzia europea della guardia di frontiera e costiera ha spinto i migranti tra le braccia delle motovedette libiche perché potessero essere più facilmente accalappiati e portati all’inferno. A partire dal gennaio 2021 Frontex ha inviato oltre 2.200 email con le posizioni di barche di rifugiati alla cosiddetta guardia costiera libica. Ora, alla luce della candidatura come uomo di punta nelle file del partito di Le Pen, possiamo senza dubbio scrivere che la parabola di Leggeri tenda verso la peggiore destra europea.

Leggi anche: Collaborazionisti dei libici. Le mail accusano Frontex

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