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Revisionismo storico. Con Gasparri diventa legge

Per la milionesima puntata della saga di un governo che di professione si oppone alla sua opposizione ieri il senatore di Forza Italia (ed ex dirigente del Movimento sociale italiano), Maurizio Gasparri, ha presentato un disegno di legge per estendere i benefici previsti dalla normativa approvata 20 anni fa (legge 3 agosto 2004, n. 206) per “tutte le vittime degli atti di terrorismo e delle stragi” anche alle vittime “di atti criminosi di matrice politica compiuti sul territorio nazionale negli anni dal 1970 al 1979”.

Gasparri ha presentato un disegno di legge per estendere i benefici previsti per le vittime degli atti di terrorismo e delle stragi anche alle vittime “di atti criminosi di matrice politica compiuti sul territorio nazionale negli anni dal 1970 al 1979”

La proposta di Gasparri, si badi bene, si inserisce nella scia di una riforma culturale oltre che legislativa auspicata sia da destra che sinistra. Il 16 giugno del 2011 gli allora deputati del Pd D’Antona e Veltroni depositarono un ddl molto simile in cui si citavano i casi di Giorgiana Masi descritta come “pacifista e inerme che si trovò sulla traiettoria di una pallottola e pagò con la vita gli eccessi di veri e propri squadroni della morte” e la vicenda dell’attivista di destra Sergio Ramelli, sprangato sotto casa e morto dopo una terribile agonia.

Stessa cosa fece Forza Italia nel 2020. Ciò che stupisce nell’azione politica di Gasparri è l’incessante dedicarsi a disegni di legge con lo scopo di martellare fingendo di voler pacificare. È lo stesso Gasparri che qualche giorno fa strumentalizzava le “sofferenze degli ebrei che oggi vengono aggrediti dal terrorismo fondamentalista”, lo stesso che piega la scienza per dare personalità giuridica al concepito per disarticolare il diritto all’aborto e che utilizza la Viglianza Rai come bastone. Usare la politica come luogo di continua autopromozione inquina così anche le battaglie giuste. Un’altra occasione mancata.

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Salis e il garantismo di fango di Salvini

Matteo Salvini ci tiene a farci sapere che esistono cose ben più gravi dell’italiana Ilaria Salis detenuta nelle galere di Orbàn in Ungheria senza tutele giuridiche, senza potersi difendere in un giusto processo e legata come un cane al guinzaglio con catene alle mani e ai polsi. 

Ieri il ministro alle Infrastrutture – sempre pronto a buttarsi nella mischia dalla parte sbagliata – ha estratto dal cilindro una vicenda giudiziaria che ha visto protagonista Ilaria Salis in Italia. Il leader della Lega ci tiene a farci sapere che Salis «è finita a processo» per avere «assaltato il 18 febbraio 2017, a Monza, un gazebo della Lega». «Il fatto che sia a processo anche in Italia per altri episodi di violenza e altre aggressioni sicuramente è spiacevole», dice Salvini. 

Di cosa sta parlando? Di una vicenda per cui non solo Salis è stata assolta ma, addirittura, la giudice Maria Letizia Borlone del Tribunale di Monza nelle motivazioni della sentenza evidenzia che la 39enne ha impedito che le violenze contro il banchetto della Lega proseguissero mettendo il «braccio dietro la schiena ad un giovane che aveva appena buttato a terra la bandiera leghista, come ad invitarlo a proseguire nel corteo».

La sentenza, riporta LaPresse, è datata 1 dicembre 2023 e ha assolto per non aver commesso il fatto la 39enne antifascista e altri tre coimputati, tutti accusati di violenza privata e danneggiamento. Secondo la sentenza, che si basa in particolare sulle immagini fotografiche e video girate il 18 febbraio 2017, nessuno degli imputati avrebbe «partecipato all’azione delittuosa commessa dai compagni di corteo, né pare averli in qualche modo incoraggiati o supportati moralmente».

Ma il fango intanto è sparso. 

Buon giovedì. 

 

In foto il murales di Laika dedicato a Ilaria Salis

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Sale la furia dei trattori. C’è scappato pure il morto

La protesta dei trattori dilaga e questa volta per non perdere il terreno il ministro all’Agricoltura Francesco Lollobrigida decide di assecondare – seppur da lontano – la protesta. Ieri la Commissione europea ha annunciato che presenterà domani una proposta per una nuova deroga alle norme Ue rivolte agli agricoltori sulle quote minime di terreno da mantenere a riposo per avere accesso agli aiuti della Politica agricola comune (Pac).

La protesta dei trattori dilaga e questa volta per non perdere il terreno il ministro all’Agricoltura Lollobrigida decide di assecondarla

“Sulla base della minaccia percepita per la sicurezza alimentare” a causa della guerra in Ucraina, ricorda il portavoce, Bruxelles aveva già introdotto una deroga ai requisiti (in gergo, Bcaa 8) sui terreni a seminativo da lasciare a riposo. Ora, con le proteste degli agricoltori che montano in tutta Europa, una nuova deroga è all’esame. Gli agricoltori spagnoli hanno annunciato l’adesione al movimento di protesta europeo, convocando la mobilitazione in tutto il Paese. Le organizzazioni agricole Asaja, Coag e Upa hanno annunciato un calendario di protesta per chiedere un “cambio nelle politiche europee e un piano shock di interventi del governo a favore dei territori contro la crisi che vive il settore”. Gli agricoltori belgi, che protestano da giorni, intendono bloccare per 36 ore le strade di accesso al porto container di Zeebrugge, sul Mare del Nord.

Ieri la protesta ha raggiunto l’area del Parlamento europeo a Bruxelles

Ieri i primi trattori hanno raggiunto l’area del Parlamento europeo a Bruxelles e la città vallona di Namur è stata presa d’assalto da circa 300 mezzi. Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha dichiarato ieri che sarebbe “semplicistico dare la colpa di tutto all’Europa” per spiegare le difficoltà degli agricoltori francesi che denunciano alcuni obblighi di legge della Politica agricola comune (Pac). In Italia oltre 250 trattori con più di 400 agricoltori provenienti in particolare dalle province di Milano, Pavia e Lodi, si sono dati appuntamento stamani nell’area antistante il casello autostradale di Melegnano, nell’hinterland di Milano, guidati dal coordinamento nazionale di ‘Riscatto Agrario’ per protestare contro le politiche dell’Unione europea nel settore.

L’organizzatore del presidio: “Andando avanti così rischiamo tutti, prima o poi, di chiudere”

Filippo Goglio, organizzatore del presidio, ha spiegato: “Andando avanti così rischiamo tutti, prima o poi, di chiudere”. “Non siamo contro il Governo – ha aggiunto -: siamo per l’Italia. Ecco perché come simbolo della nostra battaglia abbiamo scelto la bandiera italiana con il trattore raffigurato”. Protesta degli agricoltori contro l’Europa anche a Grosseto dove circa 50 trattori e diversi mezzi pesanti si trovano bloccati su un lato della vecchia Aurelia, oggi strada provinciale 154, mentre tentano di raggiungere il capoluogo dal sud della Maremma. Proteste anche davanti al casello dell’autostrada A/1 Valdichiana dell’autostrada del Sole, in Toscana, tra Sinalunga (Siena) e Foiano della Chiana (Arezzo). Primi blocchi anche al porto di Cagliari per i camion che cercano di entrare e uscire dallo scalo del capoluogo.

Fosse successo alle manifestazioni di Ultima generazione gli ambientalisti sarebbero stati crocifissi

L’altro ieri per le proteste un uomo di cinquantasei anni, D.C: è morto tra Cropani e Botricello, nel catanzarese, mentre era in auto insieme alla moglie e alla figlia, che i genitori stavano accompagnando ad un torneo nel crotonese. Come centinaia di automobilisti era incolonnati sulla statale 106 bloccata. Provate a immaginare come avrebbero urlato i ministri e certa stampa conservatrice se una persona avesse perso la vita durante le proteste dei giovani ambientalisti come quelli di Ultima generazioni. Nel loro caso ci siamo sorbiti fiumi di inchiostro per qualche vetro sporcato di zuppa. Per il decesso in coda dietro ai trattori la notizia è finita nelle brevi di cronaca.

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In Romania dove Filippo Mosca deve scontare 8 anni. Ma il processo è stato una farsa

L’Italia apre gli occhi su Ilaria Salis, detenuta in condizioni inaccettabili nell’Ungheria di Orbán ma i detenuti all’estero che soffrono condizioni non accettabili per la nostra democrazia (e quella dell’Unione europea) sono di più. Ieri la presidente dell’associazione Nessuno tocchi Caino ha parlato dell’italiano Filippo Mosca, 28 anni (nella foto), trattenuto nelle carceri della Romania. L’anno scorso si è recato con degli amici a Costanza per partecipare al famoso festival musicale Mamia. La vacanza si è trasformata in un incubo, con l’arresto del giovane per droga, le accuse e il processo sommario conclusosi in primo grado con una condanna a 8 anni e sei mesi di detenzione.

Nessuno tocchi Caino ha sollevato la vicenda di Filippo Mosca. Giachetti (Iv) prepara un’interrogazione a Nordio

La madre racconta di una cella di 25 metri quadrati occupata da 24 persone. Le condizioni igienico-sanitarie sono vergognose e il cibo somministrato indecente. Il giovane avrebbe subito anche delle violenze e corso il rischio di essere accoltellato. “Per wc un buco per terra, la possibilità di lavarsi una volta a settimana, condizioni igienico-sanitarie disastrose, per pasto una sbobba immonda e tante altre nefandezze che è possibile ascoltare dalla viva voce di una madre angosciata per la salute e la sopravvivenza di suo figlio”, ha scritto il deputato di Italia viva, Roberto Giachetti, che si è mobilitato preparando un’interrogazione peri l ministro alla giustizia Carlo Nordio.

Filippo è stato condannato in primo grado “8 anni e 6 mesi per traffico internazionale di sostanze stupefacenti: del processo ‘sommario’, che si è svolto in Romania con il travisamento totale dei fatti avvenuti, intercettazioni non autorizzate e trascritte in modo indecente, così da espungere tutte le affermazioni a discolpa di Filippo”, spiega Giachetti.

Secondo gli ultimi dati diffusi dalla Farnesina, nel 2021 il numero di casi registrati era pari a 2.058. Di questi, 861 connazionali erano in attesa di giudizio, 31 in attesa di estradizione e 1.166 erano stati effettivamente condannati. Ai tempi la maggiora parte era detenuta nell’Unione europea, per un totale di 1.526, di cui 810 condannati, 709 in attesa di giudizio e 7 in attesa di estradizione. La maggior parte si trovava incarcerata in Germania: qui il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ne ha registrati 713. Seguono, con un ampio distacco, Francia, Spagna e Belgio, con 230, 229 e 157 italiani incarcerati.

Non solo Forti negli Usa. Per il ministero degli Esteri sono 2.058 i connazionali nelle carceri straniere

Dopo l’Ue troviamo i Paesi extra Ue e le Americhe, dove nel 2021 erano registrati rispettivamente 232 e 200 italiani detenuti. Seguono Asia e Oceania (54), Mediterraneo e Medio Oriente (33) e infine Africa sub-sahariana (13). La maggior parte dei detenuti extra Ue è concentrata nel Regno Unito (126) e in Svizzera (73). Albania, Bielorussia, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro, Norvegia, Serbia e Turchia non superano gli 11 detenuti ciascuno. In Asia e Oceania la maggioranza si trova in Australia, a quota 27 detenuti italiani. In Mediterraneo e Medio Oriente erano la Tunisia e gli Emirati Arabi Uniti ad avere il primato, con 11 e 7 connazionali prigionieri.

In Africa sub-sahariana, nel 2021, non c’erano italiani in attesa di giudizio o di estradizione, ma erano tutti condannati, così come in Arabia Saudita (1), Egitto (1), Giordania (1), Libano (1), Marocco (7) e Siria (1): 5 in Costa d’Avorio, 4 in Sud Africa, 2 in Senegal, 1 in Camerun e 1 nella Repubblica Democratica del Congo. Nelle Americhe gli italiani si trovano perlopiù in Brasile (33), Argentina (26), Repubblica Dominicana (24) e negli Stati Uniti (31). Qui in Florida, che si trova Chico Forti, l’ex produttore televisivo e velista italiano condannato all’ergastolo senza condizionale nel 2000 per frode, circonvenzione di incapace per l’acquisto di una struttura alberghiera e di concorso in omicidio. Attualmente è detenuto al Dade Correctional Institution di Florida City, un carcere di massima sicurezza non lontano da Miami. Lui si dichiara innocente, il governo aveva promesso di farlo tornare.

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Sotto il Piano Mattei niente. Meglio parlare di Sinner

Cosa rimane il giorno dopo del fantomatico piano Mattei con annessa conferenza stampa e tante foto e editoriali entusiasti? Niente, poco o niente. Finirà come altre decine di iniziative che nell’ordine avrebbero dovuto fermare l’immigrazione, mettere in campo la Tunisia, extratassare le banche, risolvere i problemi di criminalità organizzata nelle zone periferiche e aumentare gli stipendi.

Il giorno dopo la presentazione del cosiddetto piano Mattei sappiamo che i 5,5 miliardi declamati dalla premier semplicemente non ci sono

Giorgia Meloni è l’ufficio stampa di punta di un governo che eccelle nella veste di cerimoniere, un ufficio stampa costosissimo, una pro loco nazionale perfetta per confezionare i comunicati stampa e meritarsi le prime pagine dei giornali. Il giorno dopo la presentazione del cosiddetto piano Mattei sappiamo che i 5,5 miliardi declamati dalla presidente del Consiglio semplicemente non ci sono, quello che ieri era un dubbio oggi è una certezza. Gli ambienti diplomatici sono d’accordo nel dire che la penetrazione russa e cinese in Africa non verrà minimamente scalfita dalla proposta italiana.

Il renziano Borghi ha raccontato che nel frattempo in Libia il generale Haftar ha accolto il viceministro alla Difesa russo per rafforzare la presenza della Marina militare di Putin nel Mediterraneo. Tutto mentre il governo italiano è convinto che sventolare qualche mancia abbia l’effetto delle collanine di plastica nei film di qualche decennio fa, quando gli occidentali sbarcati in Africa si compravano tutto con niente. Due giorni dopo interrogano anche le assenze del Sahel, Burkina Faso, Mali e, soprattutto, Niger. La notizia è già scomparsa dai giornali. Doveva essere l’evento dell’anno e invece è durato meno di una presunta truffa sui pandori. E infatti a Palazzo Chigi hanno ripiegato sul tennista.

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La casta che si permette di non sapere

Antonio Tajani ha scoperto solo ieri che nell’Ungheria di Orbàn c’è un’italiana che viene trascinata in catene durante le udienze, sta in un carcere pieno di topi e insetti ed è incarcerata da un anno per un’accusa di cui non ha potuto mai leggere gli atti. Beato lui che può permettersi di fare il ministro disinteressandosi di ciò che accade fuori, beato lui che può permettersi di stare in un governo che balla con il leader ungherese fottendosene di ciò che accade agli italiani in quella terra. «Noi non abbiamo avuto informazioni da parte né della detenuta né dall’ambasciata di trattamenti particolari, non avevamo notizie. Dell’accompagnamento delle manette ai piedi e alle mani l’abbiamo visto ieri, io non lo sapevo, io non ero mai stato informato di questo» dichiara Tajani. E Tajani lo dice come se fosse una responsabilità nostra, dei cittadini che non gli hanno mandato nemmeno un messaggio o un video. 

Il ministro Lollobrigida invece non vuole commentare perché dice di non avere visto le immagini. «Credo che l’ambasciata italiana abbia partecipato ad almeno quattro udienze in cui mia figlia è stata portata in queste condizioni davanti al giudice. Noi fino al 12 ottobre, quando mia figlia ha scritto una lettera, non avevamo evidenza del trattamento che stava subendo nostra figlia. Gli unici che lo sapevano e non hanno detto nulla sono le persone dell’Ambasciata italiana in Ungheria», dice il padre di Ilaria Salis.

Quindi i funzionari italiani non avvisano i ministri e loro intanto si concedono il lusso del disinteresse. La casta non è questione di soldi, la casta è l’impunità con cui ci si può permettere di disinteressarsi. 

Buon mercoledì. 

In foto un frame video dell’apertura del processo a Ilaria Salis in Ungheria

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Insultano Lucarelli. E poi umiliano una madre

Ieri il Garante per la privacy ha messo nero su bianco quello che dovrebbe sapere chiunque abbia superato l’esame di giornalismo: diffondere le immagini della donna che ha lasciato il figlio al pronto soccorso di Aprilia dopo avere detto agli inservienti di dover andare in bagno e dopo avere verificato che nella carrozzina ci fossero latte e pannolini viola la riservatezza e la deontologia professionale.

Il Garante per la privacy ha detto che diffondere le immagini della madre che ha lasciato il figlio al pronto soccorso di Aprilia viola la riservatezza e la deontologia

La scena è circolata per ore sui siti delle maggiori testate giornalistiche italiane, soffiata dagli aliti dei sacerdoti dei valori della famiglia e dagli stomaci bisognosi di clic dei quotidiani online. Il Garante ha sottolineato come “le immagini si pongono in evidente contrasto con le disposizioni della normativa privacy e delle regole deontologiche relative all’attività giornalistica” e quindi “non avrebbero dovuto essere trasmesse, in quanto lesive della dignità della donna, in un momento di particolare fragilità”.

Ci sarebbe da capire anche chi abbia dato ai giornalisti quel video registrato per tutt’altre finalità, all’interno dell’ospedale. Sconcerto è stato espresso anche dal Comitato pari opportunità dell’Ordine dei giornalisti che sottolinea come il volto ben visibile della donna sia andato in onda durante il telegiornale della rete ammiraglia Rai. I giornalisti senza esporre la donna avrebbero potuto indagare sui motivi che l’abbiano spinta a quel gesto oppure avrebbero potuto cogliere l’occasione per ricordare ai loro lettori che dal 1997 in Italia esiste una legge che garantisce il diritto di partorire in anonimato perché chi non è in grado di provvedere al proprio figlio sia garantita dall’anonimato che protegge lei e il minore.

Se il diritto all’anonimato rimane lettera morta (come già accaduto con la donna che affidò il figlio alla culla termica della clinica Mangiagalli di Milano e dovette sorbirsi una lettera pubblica del comico Ezio Greggio) sarà sempre più difficile per chi non è in grado di sostenere “l’unica maternità possibile” della propaganda di questi tempi. L’episodio però racconta molto anche dell’ipocrisia del giornalismo di questi tempi.

Non sono passati molti giorni da quando Selvaggia Lucarelli e il compagno Lorenzo Biagiarelli sono stati bombardati da giornalisti paternalisti che li hanno accusati di avere spinto al suicidio una ristoratrice nel lodigiano. In quell’occasione firme più o meno autorevoli del giornalismo italiano hanno urlato allo scandalo perché la sottolineatura di una recensione falsa (da cui conseguirebbe una pubblicità truccata) avrebbe “esposto” una “cittadina” al pubblico ludibrio, causandone il crollo emotivo. In difesa della delicatezza generale per giorni alcuni quotidiani e trasmissioni hanno martellato la coppia Lucarelli-Biagiarelli con la furia dei vendicatori di fronte a un’occasione che non avrebbero mai potuto sperare.

Articoli e articoli per insegnare l’arte della riservatezza e la protezione dei fragili, con il solo intento di pestare ancora più forte i propri avversari. Alcune sono le stesse testate che non hanno esitato un solo secondo prima di banchettare sul drammatico momento che ha segnato la vita di due persone, in un luogo universalmente ritenuto sicuro perché adibito alla cura delle persone.

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Ecco perché il Piano Mattei è un guscio vuoto

Per sapere come è andata e come andrà bisogna partire dalla fine. L’intervento in Senato di ieri del presidente della Commissione dell’Unione Africana, Moussa Faki rompe l’incantesimo di una giornata che sembrava perfetta nelle apparenze, con le delegazioni di oltre 41 paesi africane a Palazzo Madama per il vertice “Italia-Africa: un ponte per una crescita comune” che Giorgia Meloni ha tirato in piedi per il suo “Piano Mattei”.

Senza il supporto di tutti i Paesi europei il Piano Mattei è senza speranze. E gli africani non hanno l’anello al naso

“L’Africa è pronta a discutere i contorni e le modalità dell’attuazione del Piano Mattei, sul quale avremmo auspicato essere consultati”, ha detto Faki, invitando a “passare dalle parole ai fatti”. “Capirete bene – ha sottolineato Faki – che non ci possiamo più accontentare di semplici promesse che spesso non sono mantenute”. In quel momento affiora il non detto. Il “Piano Mattei” di Giorgia Meloni di primo acchito potrebbe essere un capolavoro politico. Promettere di aiutare l’Africa la leva dal fastidioso cassetto degli xenofobi e della destra sinistra europea, aggiungendole quel lustro istituzionale che la presidente del Consiglio insegue fin dal primo giorno del suo mandato.

La nuova Giorgia agli occhi del mondo vuole segnare le distanze dal securitario alleato di governo Salvini che vorrebbe risolvere tutto chiudendo porti che non si possono chiudere. Sono lontani i tempi in cui Meloni desiderava ad alta voce l’affondamento delle navi delle Ong. Il “piano Mattei” è la promessa di “aiutarli a casa loro” che ritorna in voga dopo i tempi di Matteo Renzi segretario del Pd. “5,5 miliardi di euro” ha annunciato ieri la capa del governo italiano di fronte alla platea internazionale, convinta che i capi africani si sarebbero sciolti di fronte al frusciare di soldi. La promessa di soldi che per ora non ci sono.

Il dem Boccia fa notare che a bilancio ci sono 2,8 milioni di euro, basteranno per i viaggi e per il catering del personale di missione. Siamo ancora qui. Ma la “crescita economica” di cui parla il governo ha l’aria di essere lo stesso colonialismo di sempre, con un fondotinta umanitario. Le parole di ieri del ministro all’Economia Giancarlo Giorgietti (“i Paesi africani hanno un enorme potenziale e hanno bisogno di accedere alle catene del valore regionali e globali”) sono la bella copia della visione del presidente dell’Eni Claudio Descalzi, Caronte della presidente del Consiglio nei suoi ultimi viaggi nel continente africano.

“Noi non abbiamo energia, loro hanno energia. Abbiamo una grande industria, devono svilupparla… C’è una forte complementarità”, ha detto lo scorso 5 gennaio Descalzi intervistato dal Financial Times. Peccato che la visione sia diametralmente opposta a quella del presidente della Commissione dell’Unione Africana che ieri ha perorato un “cambiamento di paradigma per un nuovo modello di partenariato che possa aprire la strada verso un mondo più giusto, se vogliamo costruire pace e prosperità attraverso l’amicizia, e non attraverso barriere securitarie che sono barriere di ostilità”. Per Moussa Fati “questa è l’unica via per una partnership reciprocamente rispettata e vantaggiosa e il nostro auspicio – spiega – è che l’Italia sia sempre più coinvolta insieme a noi in questa ottica”.

Detta banalmente: quale accordo potrebbero trovare un continente che chiede uguaglianza economica e sociale con coloro che vorrebbero lucrare sulla disparità? Convincere Stellantis o Volkswagen a spostare le proprie fabbriche in Marocco o in Algeria è partenariato? Oppure, puntare a scalzare gli altri stati europei nello sfruttamento delle terre e dell’energia è rinnovata amicizia o semplice scalata della concorrenza L’Africa portata a Palazzo Madama da Moussa Faki non ha bisogno del suono dei soldi e non ha voglia di brindare alla cerimonia delle promesse. L’Africa è un continente addolorato dove il cambiamento climatico brucia le terre e sposta le persone.

L’intervento in Senato del presidente dell’Unione Africana Faki ha rotto l’incantesimo di una giornata che sembrava perfetta

L’Ue dalla faccia gentile con l’Italia in prima linea e la presidente della Commissione Ursula von Der Leyen nella parte della vestale per racimolare voti in vista del secondo giro sono gli stessi che hanno trasformato la Libia in un lager a cielo aperto in mano ai trafficanti travestiti da soldati e sono gli stessi che hanno firmato un accordo con la Tunisia che si è spento ancor prima che terminassero le celebrazioni. La giornata di ieri sta tutta nell’inversione di visione e di visuale nel discorso di Faki.

Meloni aveva aperto le danze spiegando ai capi di governo africani quale fosse la sua visione dell’Africa, con la postura paternalistica dell’Occidente che vuole decidere per altri. I suoi ministri si sono prestati nella parte dei cerimonieri. Ma l’Africa ha ancora la presunzione di voler decidere per sé e, appunto, considerare “i contorni e le modalità”, come dice Faki. Il punto è che di contorni e di modalità ieri non se ne sono visti semplicemente perché non ce ne sono. Così il quasi capolavoro di Meloni è un guscio vuoto, un altro, che durerà il tempo che ingialliscono le pagine dei quotidiani di questi giorni.

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Ilaria Salis (e l’Europa) con le catene ai piedi

Una donna trascinata dalle manette attaccate a un cinturone di cuoio. Da lì partono le catene che le cingono i piedi. Un agente di polizia la tiene al guinzaglio. Ilaria Salis ha 39 anni e ieri ha restituito l’immagine della sua storia al resto del mondo. Anche qui, nell’Italia che vorrebbe farsi patria e dimentica i suoi figli, Ilaria Salis ora è una storia da cui non si può distogliere lo sguardo.

Lì dentro c’è l’imbarazzo di un governo che ha eletto Orbàn a conveniente amico. La sua Ungheria che solletica i villi della maggioranza politica italiana è quel Paese che da quasi un anno tiene in ostaggio Ilaria accusata di aver aggredito due estremisti di destra a Budapest. Lei si è dichiarata non colpevole anche se non ha mai potuto leggere gli atti che la inchiodano come un cane. L’accusa si basa su immagini che non ha mai potuto vedere. La legge ungherese le permetterebbe di presentare una memoria difensiva ma come ci si può difendere da un’accusa che è solo ombra e fumo?

«Mia figlia viene trattata come un animale e i politici, il governo e i giornali fanno finta di non vedere», ha detto ieri il padre Roberto. «Adesso lo Stato italiano non può davvero più continuare a ignorare una situazione carceraria e processuale che vìola le nostre leggi», ha detto all’Ansa l’avvocato Eugenio Losco. Il commissario europeo alla Giustizia Didier Reynders ha fatto sapere che «la Commissione è sempre disponibile ad aiutare nel quadro di questi contatti bilaterali che sono stati presi dall’Italia con l’Ungheria». 

Insieme alla pena e alla preoccupazione per Ilaria Salis viene da chiedersi che Europa sia questa, con le catene ai piedi. 

Buon martedì. 

Nella foto: Ilaria Salis ieri in catene nell’aula del tribunale a Budapest, frame video di La7

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La Costituzione ignorata perfino dai militari

Ieri mattina molto presto mi hanno girato un video che sarebbe stato sconcertante solo un anno e tre mesi fa, prima che un generale omofobo e razzista diventasse un circo Barnum sempre in tournée per guadagnare una candidatura politica e prima di avere ministri che si indignano per dei ragazzi in mezzo alla strada che rallentano auto dirette verso il dirupo. Nel video c’è un carabiniere che durante la manifestazione di sabato a Milano in difesa della Palestina si rivolge a Franca Caffa, storica esponente del comitato di quartiere Molise-Calvairate-Ponti ed ex consigliera comunale.

Ieri un carabiniere rivolgendosi a Franca Caffa ha detto che Sergio Mattarella “non è il suo presidente” perché “non l’ha votato”

L’uomo dell’Arma altezzoso spiega a Caffa che Sergio Mattarella “non è il suo presidente” perché “non l’ha votato”. Caffa rimane stordita dalla stupidità e dall’illegalità della risposta, osservando il militare compiaciuto che con sguardo satollo si gira verso la telecamera. Il poveretto ha dimostrato in una manciata di secondi di ignorare le regole basilari della Repubblica che dovrebbe difendere (Mattarella non l’ha votato nessuno al di fuori del Parlamento, chissà come ci rimarrà male oggi che l’ha scoperto) e di non avere nemmeno letto il giuramento che ha pronunciato prima di indossare la divisa, visto che Mattarella è il suo più alto comandante in quanto capo delle Forze armate.

È lo specchio dei tempi: gente che non sa nemmeno le due cose che dovrebbe sapere per svolgere il proprio mestiere ma si atteggia da profeta. Il Comando generale dell’Arma dei Carabinieri fa sapere di avere già trasferito il militare in attesa di provvedimenti mentre la Procura aprirà un fascicolo. Perfino i militari fuori dalla Costituzione. Poveri noi.

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