Vai al contenuto

Frana olimpica sul bob. Già dismessa la nuova pista

Luigi Casanova è una voce storica dell’ambientalismo. Per il mensile Altreconomia ha analizzato il caos intorno alla costruzione della pista da bob a Cortina per le prossime Olimpiadi, su cui il presidente veneto Luca Zaia e il suo capo partito Matteo Salvini hanno deciso di giocarsi un bel pezzo di credibilità.

Con il decreto del Governo Meloni i costi per la nuova pista da bob necessaria per le Olimpiadi sono lievitati a 128 milioni

Nel dossier della candidatura del 2019 ricorda Casanova che la pista da bob, slittino e skeleton avrebbe dovuto essere a Cortina ristrutturando la vecchia pista Monti chiusa nel 2008 per un susseguirsi di gravi incidenti e per gli insostenibili costi di gestione. Spesa prevista: 47 milioni di euro. “Poi i costi hanno cominciato a lievitare – spiega Casanova – prima a 61 milioni nel 2021, saliti nel 2022 a 85 milioni.

Fin qui, per zittire le proteste, Zaia proclamava che la pista se la pagavano i veneti. Per poi scoprire che il Governo Draghi, su pressioni di Zaia, il 26 settembre 2022 stanziava 85 milioni di euro per l’opera. Con il decreto del Governo Meloni dell’8 settembre 2023 i costi sono lievitati a 128 milioni complessivi, cinque dei quali già spesi per consulenze e demolizioni. Siamo ai giorni nostri. Zaia spinge per avere un progetto leggero da 81 milioni appaltato con affido diretto alla ditta Pizzarotti che ha 400 giorni per realizzarla. Ma il Cio insiste: le gare si devono svolgere solo su impianti già esistenti.

Quindi che potrebbe accadere? Secondo Casanova “qualora la pista venisse costruita è reale il rischio che non venga usata per l’evento olimpico. Siamo in presenza di un incubo – dice – un sistema decisionale che della trasparenza fa carta straccia”. In effetti avere impianti in disuso prima ancora delle olimpiadi sarebbe proprio da campioni.

L’articolo Frana olimpica sul bob. Già dismessa la nuova pista sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Parte la Carta cultura. Ma è la copia al ribasso del vecchio Bonus

Da ieri sono entrate in vigore la “Carta della cultura Giovani” e la “Carta del merito”, i nuovi strumenti elettronici introdotti dal ministero della Cultura con l’obiettivo di finanziare e potenziare la diffusione della cultura tra i giovani. Come specificato sul sito del ministero fino al al 30 giugno è possibile richiedere entrambe le Carte: ciascuna è individuale, nominativa e del valore nominale di 500 euro, e può essere utilizzata entro e non oltre il 31 dicembre dell’anno in cui i beneficiari si sono registrati sulla piattaforma.

Da ieri sono entrate in vigore la “Carta della cultura Giovani” e la “Carta del merito” con l’obiettivo di potenziare la diffusione della cultura tra i giovani

Le due Carte inoltre sono cumulabili tra loro. La “Carta della cultura giovani” è riconosciuta a tutti i residenti nel territorio nazionale in possesso, ove previsto, di permesso di soggiorno in corso di validità, appartenenti a nuclei familiari con Isee non superiore a 35.000 euro. La Carta è assegnata e utilizzabile nell’anno successivo a quello del compimento del diciottesimo anno di età.

La “Carta del merito” è riconosciuta a tutti i residenti nel territorio nazionale in possesso, ove previsto, di permesso di soggiorno in corso di validità, che hanno conseguito, non oltre l’anno di compimento del diciannovesimo anno di età, il diploma di maturità presso istituzioni scolastiche secondarie di secondo grado con una votazione di 100 o 100 e lode. La Carta è assegnata e utilizzabile nell’anno successivo a quello del conseguimento del diploma. Se a prima vista l’iniziativa del governo vi sembra molto simile al Bonus Cultura ideato fin dai tempi del governo Renzi non vi sbagliate.

Il governo ha tolto i fondi alla 18App. E poi gli ha cambiato nome per farla sua

Il titolare della Cultura, ministro Gennaro Sangiuliano, aveva annunciato “la necessità di riformare, ridefinire e rinominare la 18App”. Nel 2023, erano stati stanziati 230 milioni di euro per erogare la cosiddetta Diciott’App ai neo diciottenni. Poi è arrivato il centrodestra che sui “giovani” ha costruito parte del suo consenso elettorale e le risorse previste sono state portate a esaurimento. A ottobre dell’anno scorso sulla pagina web dedicata è apparso un messaggio che dichiarava: “Si comunica che il plafond previsto dall’articolo 1, comma 357, della legge 30 dicembre 2021, n. 234, quale limite massimo di spesa, è esaurito. Si rappresenta, pertanto, che la Piattaforma non consente più registrazioni”.

Ai tempi non fu il ministro a metterci la faccia, preferendo mandare in avanscoperta il deputato di Fdi Gimmi Cangiano che alla Camera aveva sostenuto che la vera origine del problema risiedesse – manco a dirlo – nelle azioni del precedente Governo. Ora hanno trovato la soluzione: mantenerlo, ritoccarlo (come sempre al ribasso) e riproporlo come iniziativa propria. Non è molto diverso dal percorso dell’odiosissimo Reddito di cittadinanza che il governo ha mediatamente demolito per riproporlo in altre vesti con molti meno soldi. La legge di Bilancio 2023 ha stabilito che dal 1° gennaio 2024 il Reddito di cittadinanza sarebbe stato superato dalle nuove misure di inclusione sociale e lavorativa.

La stessa operazione di maquillage è stata fatta con il Reddito di cittadinanza peggiorandolo

Dal primo settembre dell’anno scorso è entrato in vigore il Supporto per la formazione e il lavoro per i singoli componenti dei nuclei familiari, di età compresa tra 18 e 59 anni, con un valore dell’Isee non superiore a 6.000 euro annui e l’Assegno di inclusione per i nuclei famigliari con un valore Isee non superiore a 9.360 euro. Anche in questo caso il nuovo nome nasconde semplicemente il restringimento della platea e dei fondi a disposizione. La nuova politica di quelli che erano “pronti” è un fondotinta slavato dei governi precedenti.

L’articolo Parte la Carta cultura. Ma è la copia al ribasso del vecchio Bonus sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Saied rovina la festa a Meloni. La Tunisia non sarà il campo profughi dell’Ue

Il portale d’informazione tunisino non ha dubbi, il bilaterale tra il presidente Kaïs Saïed e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha avuto esiti diversi da quelli proiettati dalla stampa governativa delle nostre parti. Il capo dello Stato ha sottolineato che il trattamento della questione migratoria può avvenire solo nell’ambito di un “approccio eminentemente collettivo” e non “individuale o addirittura di sicurezza”, aggiungendo che dovrebbe tenersi presto una conferenza di alto livello per discutere le questioni relative alle strategie e ai programmi di sviluppo da attuare nei paesi africani. Per Saïed, finché c’è speranza e futuro nessuno osa avventurarsi a lasciare il proprio paese a bordo delle imbarcazioni della morte destinate ad altri paesi, denunciando come disumane le condizioni che i migranti irregolari sopportano.

Il No di Saïed al Governo Italiano: “La Tunisia non accetterà l’insediamento di migranti africani sul proprio territorio”

Siamo ben distanti dalla colpevolizzazione dei migranti e la loro vittimizzazione secondaria così care al governo italiano. Ma la frase che i media governativi si sono furbescamente dimenticati di riportare è un’altra. “La Tunisia non accetterà l’insediamento di migranti africani sul proprio territorio”, ha affermato il capo dello stato tunisino, aggiungendo che “la Tunisia sarà un luogo di insediamento solo nel rispetto della legislazione del paese e non nell’ambito di una ‘misura’ o ‘’accordo’ proveniente dall’estero”.

Ieri il ministro Piantedosi è volato in Algeria da dove partono per l’Italia pochissimi migranti

Se il governo italiano ha deciso di finanziare Saïed per fungere da tappo nell’esternalizzazione delle frontiere l’accordo Italia-Tunisia è già bell’e naufragato, con tanti saluti ai porti chiusi in arrivo e in partenza. A proposito di differenze tra la propaganda nostrana e la propaganda in casa d’altri. Ieri il ministro all’Interno Matteo Piantedosi era in visita ufficiale ad Algeri. Inutile dire che nell’agenda dell’inquilino del Viminale ci fosse anche l’immigrazione, tasto dolente di un governo che sul tema non può che ammettere il fallimento. Peccato che l’Algeria sia più che marginale nel computo totale degli arrivi sulle nostre coste. Poco più di 500 persone hanno raggiunto le coste italiane in modo irregolare nel 2023, a fronte di 1.273 arrivi dell’anno precedente.

I pochi “harraga” (migranti illegali) algerini che sbarcano in Sardegna considerano l’Italia come punto di transito e non la destinazione finale. La stragrande maggioranza degli algerini, infatti, vuole raggiungere parenti o amici residenti in Francia o in Spagna, dove vivono milioni rispettivamente 2,5 milioni e 250 mila algerini, secondo le statistiche dei consolati algerini. Secondo le ultime statistiche di gennaio della polizia di Stato italiana, solo 18 algerini risultano attualmente trattenuti nei Centri di permanenza per i rimpatri. Anche in questo caso la retorica sicuritaria si scontra con la realtà. L’Algeria, questo è vero, potrebbe giocare un ruolo sulle partenze dalla Tunisia ma in questo caso si torna alla casella precedente, dove Saïed rimane fermo sulla posizione di non essere a disposizione dell’Italia per raccogliere i migranti che Meloni non vuole.

Sullo sfondo rimangono bene a mente anche la prole del premier albanese Edi Rama che di fronte al suo Parlamento a proposito dell’accordo tra Italia e Albania ci tenne a dire che l’Albania “non sarebbe diventato il campo profughi dell’Italia” ma ammise semplicemente di “avere voluto fare un piacere a Giorgia Meloni”. Come dire: mi hanno chiesto un piacere e li ho accontentati. Nulla di più. Ospite ad Atreju il premier albanese infatti precisò che “dire che questa (l’accordo tra i due Paesi, ndr) è la soluzione è pretenzioso, ma è uno sforzo per trovarla in una situazione dove è chiaro che l’Ue non si capisce sulla soluzione né sull’origine del problema”. È il metodo Meloni: comportarsi in Patria al contrario di come ci si comporta sullo scenario internazionale.

L’articolo Saied rovina la festa a Meloni. La Tunisia non sarà il campo profughi dell’Ue sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

I Mangiafemmine: intervista al Corriere Torino

Anatomia di un Mangiafemmine: «Chiunque tenga in tasca il proprio privilegio come un’arma da sfoderare per riempirsi lo stomaco di una turpe voglia qualsiasi. I mangiafemmine si nutrono di donne per definire la propria identità e per mostrarsi al branco come capaci alla caccia». È veramente distopico (non usiamo altri aggettivi in sostituzione di uno che si ripropone come la cipolla a colazione) e speriamo non preveggente, il romanzo che Giulio Cavalli presenta oggi alle 18.30 al Bistrò di Off Topic. «Quando il governo di DF smette di tollerare il bollettino quotidiano dei femminicidi emesso dall’Istituto Superiore della Naturalità resta una soluzione: la legalizzazione… Il rispetto della donna — dice la presidente di DF, scelta in quanto donna poco prima dell’importante riforma — si esercita dicendo la verità. La verità è che le donne soppresse dai loro mariti sono un argine al populismo di genere che ha intossicato il vivere civile».

Sul serio ha scritto il libro in 18 giorni?
«Sedimentava da molto. Ogni volta che da giornalista mi ritrovavo di fronte a una notizia utile alla costruzione di un mondo fallocratico mi si aggiungeva uno strato di consapevolezza».

Quanti mangiafemmine vede intorno a sé?
«Ne vedo e ne ho visti moltissimi. Ci sono quelli conclamati, quelli in incubazione, i sieropositivi al mangiafemminismo asintomatici, quelli ormai colti da demenza mangiafemminica, i consapevoli, gli inconsapevoli, i fascinorosi da non confondere con gli affascinanti. Io mi ritengo un mangiafemmine culturale. Sono nato in quei tempi lì, cresciuto in un mondo che aspirava alla piccola borghesia specializzandosi nel benpensantesimo. Riconosco i genomi di quelli che mostrifichiamo per dichiararci assolti».

Qual è la riflessione che possono e devono fare gli uomini?
«Serenamente coltivare la consapevolezza che il patriarcato è una componente millenaria della storia che ci ha portato fin qui. Avere la dignità di riconoscere una responsabilità culturale che è collettiva e che richiede di collettivizzare una riforma sociale che non può che partire dai maschi. In questi mesi abbiamo assistito a moti dovuti da eccesso di difesa che avevano l’aria di essere un mezza confessione. Quando gli oppressori si dichiarano oppressi non c’è nulla di buono all’orizzonte».

C’è un fatto che l’ha ispirata?
«Durante una riunione di redazione ho proposto un pezzo su un femminicidio avvenuto in un coppia anziana. Mi hanno spiegato che quel delitto non aveva nessuna caratteristica particolarmente notiziabile perché era “scontato”. Mi sono detto: l’abbiamo normalizzato».

C’è un filo sottile tra distopia e realtà, già scavallato in molti casi. Accadrà ancora?
«Qualcuno leggendo il libro ha parlato di iperrealismo. Un aggettivo molto più responsabilizzante».

Lei dice che ha fiducia nella lotta. In quale?
«Giro per le scuole e tocco un progresso fulminante. Sono stato usato come molla di assemblee in cui le donne rivendicano il diritto e il dovere di non stare al loro posto. Nei piccoli abusi quotidiani travestiti da innocenti scherzi mi capita di vedere maschi che non sorridono ed esprimono il loro fastidio. Credo che il mondo sia pieno di persone che ogni mattina provano a essere migliori e smettere di mangiare femmine è una materia obbligatoria».

E la sua, di lotta, qual è?
«Riconoscere i fallimenti. Se ti dichiari fallibile ti scrolli di dosso il paternalismo, uno degli elementi inquinanti del patriarcato. Da giornalista insisto per trovare spazio a ogni femminicidio e alle testimonianze delle donne sopravviventi. Mi illudo che le ripetitività degli abusi possa dare le dimensioni del dirupo».

https://torino.corriere.it/notizie/cultura/24_febbraio_01/giulio-cavalli-e-il-suo-ultimo-libro-siamo-tutti-mangiafemmine-e-la-responsabilita-e-collettiva-190ca4d5-f39d-4128-a014-b3c9ade55xlk.shtml

Revisionismo storico. Con Gasparri diventa legge

Per la milionesima puntata della saga di un governo che di professione si oppone alla sua opposizione ieri il senatore di Forza Italia (ed ex dirigente del Movimento sociale italiano), Maurizio Gasparri, ha presentato un disegno di legge per estendere i benefici previsti dalla normativa approvata 20 anni fa (legge 3 agosto 2004, n. 206) per “tutte le vittime degli atti di terrorismo e delle stragi” anche alle vittime “di atti criminosi di matrice politica compiuti sul territorio nazionale negli anni dal 1970 al 1979”.

Gasparri ha presentato un disegno di legge per estendere i benefici previsti per le vittime degli atti di terrorismo e delle stragi anche alle vittime “di atti criminosi di matrice politica compiuti sul territorio nazionale negli anni dal 1970 al 1979”

La proposta di Gasparri, si badi bene, si inserisce nella scia di una riforma culturale oltre che legislativa auspicata sia da destra che sinistra. Il 16 giugno del 2011 gli allora deputati del Pd D’Antona e Veltroni depositarono un ddl molto simile in cui si citavano i casi di Giorgiana Masi descritta come “pacifista e inerme che si trovò sulla traiettoria di una pallottola e pagò con la vita gli eccessi di veri e propri squadroni della morte” e la vicenda dell’attivista di destra Sergio Ramelli, sprangato sotto casa e morto dopo una terribile agonia.

Stessa cosa fece Forza Italia nel 2020. Ciò che stupisce nell’azione politica di Gasparri è l’incessante dedicarsi a disegni di legge con lo scopo di martellare fingendo di voler pacificare. È lo stesso Gasparri che qualche giorno fa strumentalizzava le “sofferenze degli ebrei che oggi vengono aggrediti dal terrorismo fondamentalista”, lo stesso che piega la scienza per dare personalità giuridica al concepito per disarticolare il diritto all’aborto e che utilizza la Viglianza Rai come bastone. Usare la politica come luogo di continua autopromozione inquina così anche le battaglie giuste. Un’altra occasione mancata.

L’articolo Revisionismo storico. Con Gasparri diventa legge sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Salis e il garantismo di fango di Salvini

Matteo Salvini ci tiene a farci sapere che esistono cose ben più gravi dell’italiana Ilaria Salis detenuta nelle galere di Orbàn in Ungheria senza tutele giuridiche, senza potersi difendere in un giusto processo e legata come un cane al guinzaglio con catene alle mani e ai polsi. 

Ieri il ministro alle Infrastrutture – sempre pronto a buttarsi nella mischia dalla parte sbagliata – ha estratto dal cilindro una vicenda giudiziaria che ha visto protagonista Ilaria Salis in Italia. Il leader della Lega ci tiene a farci sapere che Salis «è finita a processo» per avere «assaltato il 18 febbraio 2017, a Monza, un gazebo della Lega». «Il fatto che sia a processo anche in Italia per altri episodi di violenza e altre aggressioni sicuramente è spiacevole», dice Salvini. 

Di cosa sta parlando? Di una vicenda per cui non solo Salis è stata assolta ma, addirittura, la giudice Maria Letizia Borlone del Tribunale di Monza nelle motivazioni della sentenza evidenzia che la 39enne ha impedito che le violenze contro il banchetto della Lega proseguissero mettendo il «braccio dietro la schiena ad un giovane che aveva appena buttato a terra la bandiera leghista, come ad invitarlo a proseguire nel corteo».

La sentenza, riporta LaPresse, è datata 1 dicembre 2023 e ha assolto per non aver commesso il fatto la 39enne antifascista e altri tre coimputati, tutti accusati di violenza privata e danneggiamento. Secondo la sentenza, che si basa in particolare sulle immagini fotografiche e video girate il 18 febbraio 2017, nessuno degli imputati avrebbe «partecipato all’azione delittuosa commessa dai compagni di corteo, né pare averli in qualche modo incoraggiati o supportati moralmente».

Ma il fango intanto è sparso. 

Buon giovedì. 

 

In foto il murales di Laika dedicato a Ilaria Salis

L’articolo proviene da Left.it qui

Sale la furia dei trattori. C’è scappato pure il morto

La protesta dei trattori dilaga e questa volta per non perdere il terreno il ministro all’Agricoltura Francesco Lollobrigida decide di assecondare – seppur da lontano – la protesta. Ieri la Commissione europea ha annunciato che presenterà domani una proposta per una nuova deroga alle norme Ue rivolte agli agricoltori sulle quote minime di terreno da mantenere a riposo per avere accesso agli aiuti della Politica agricola comune (Pac).

La protesta dei trattori dilaga e questa volta per non perdere il terreno il ministro all’Agricoltura Lollobrigida decide di assecondarla

“Sulla base della minaccia percepita per la sicurezza alimentare” a causa della guerra in Ucraina, ricorda il portavoce, Bruxelles aveva già introdotto una deroga ai requisiti (in gergo, Bcaa 8) sui terreni a seminativo da lasciare a riposo. Ora, con le proteste degli agricoltori che montano in tutta Europa, una nuova deroga è all’esame. Gli agricoltori spagnoli hanno annunciato l’adesione al movimento di protesta europeo, convocando la mobilitazione in tutto il Paese. Le organizzazioni agricole Asaja, Coag e Upa hanno annunciato un calendario di protesta per chiedere un “cambio nelle politiche europee e un piano shock di interventi del governo a favore dei territori contro la crisi che vive il settore”. Gli agricoltori belgi, che protestano da giorni, intendono bloccare per 36 ore le strade di accesso al porto container di Zeebrugge, sul Mare del Nord.

Ieri la protesta ha raggiunto l’area del Parlamento europeo a Bruxelles

Ieri i primi trattori hanno raggiunto l’area del Parlamento europeo a Bruxelles e la città vallona di Namur è stata presa d’assalto da circa 300 mezzi. Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha dichiarato ieri che sarebbe “semplicistico dare la colpa di tutto all’Europa” per spiegare le difficoltà degli agricoltori francesi che denunciano alcuni obblighi di legge della Politica agricola comune (Pac). In Italia oltre 250 trattori con più di 400 agricoltori provenienti in particolare dalle province di Milano, Pavia e Lodi, si sono dati appuntamento stamani nell’area antistante il casello autostradale di Melegnano, nell’hinterland di Milano, guidati dal coordinamento nazionale di ‘Riscatto Agrario’ per protestare contro le politiche dell’Unione europea nel settore.

L’organizzatore del presidio: “Andando avanti così rischiamo tutti, prima o poi, di chiudere”

Filippo Goglio, organizzatore del presidio, ha spiegato: “Andando avanti così rischiamo tutti, prima o poi, di chiudere”. “Non siamo contro il Governo – ha aggiunto -: siamo per l’Italia. Ecco perché come simbolo della nostra battaglia abbiamo scelto la bandiera italiana con il trattore raffigurato”. Protesta degli agricoltori contro l’Europa anche a Grosseto dove circa 50 trattori e diversi mezzi pesanti si trovano bloccati su un lato della vecchia Aurelia, oggi strada provinciale 154, mentre tentano di raggiungere il capoluogo dal sud della Maremma. Proteste anche davanti al casello dell’autostrada A/1 Valdichiana dell’autostrada del Sole, in Toscana, tra Sinalunga (Siena) e Foiano della Chiana (Arezzo). Primi blocchi anche al porto di Cagliari per i camion che cercano di entrare e uscire dallo scalo del capoluogo.

Fosse successo alle manifestazioni di Ultima generazione gli ambientalisti sarebbero stati crocifissi

L’altro ieri per le proteste un uomo di cinquantasei anni, D.C: è morto tra Cropani e Botricello, nel catanzarese, mentre era in auto insieme alla moglie e alla figlia, che i genitori stavano accompagnando ad un torneo nel crotonese. Come centinaia di automobilisti era incolonnati sulla statale 106 bloccata. Provate a immaginare come avrebbero urlato i ministri e certa stampa conservatrice se una persona avesse perso la vita durante le proteste dei giovani ambientalisti come quelli di Ultima generazioni. Nel loro caso ci siamo sorbiti fiumi di inchiostro per qualche vetro sporcato di zuppa. Per il decesso in coda dietro ai trattori la notizia è finita nelle brevi di cronaca.

L’articolo Sale la furia dei trattori. C’è scappato pure il morto sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

In Romania dove Filippo Mosca deve scontare 8 anni. Ma il processo è stato una farsa

L’Italia apre gli occhi su Ilaria Salis, detenuta in condizioni inaccettabili nell’Ungheria di Orbán ma i detenuti all’estero che soffrono condizioni non accettabili per la nostra democrazia (e quella dell’Unione europea) sono di più. Ieri la presidente dell’associazione Nessuno tocchi Caino ha parlato dell’italiano Filippo Mosca, 28 anni (nella foto), trattenuto nelle carceri della Romania. L’anno scorso si è recato con degli amici a Costanza per partecipare al famoso festival musicale Mamia. La vacanza si è trasformata in un incubo, con l’arresto del giovane per droga, le accuse e il processo sommario conclusosi in primo grado con una condanna a 8 anni e sei mesi di detenzione.

Nessuno tocchi Caino ha sollevato la vicenda di Filippo Mosca. Giachetti (Iv) prepara un’interrogazione a Nordio

La madre racconta di una cella di 25 metri quadrati occupata da 24 persone. Le condizioni igienico-sanitarie sono vergognose e il cibo somministrato indecente. Il giovane avrebbe subito anche delle violenze e corso il rischio di essere accoltellato. “Per wc un buco per terra, la possibilità di lavarsi una volta a settimana, condizioni igienico-sanitarie disastrose, per pasto una sbobba immonda e tante altre nefandezze che è possibile ascoltare dalla viva voce di una madre angosciata per la salute e la sopravvivenza di suo figlio”, ha scritto il deputato di Italia viva, Roberto Giachetti, che si è mobilitato preparando un’interrogazione peri l ministro alla giustizia Carlo Nordio.

Filippo è stato condannato in primo grado “8 anni e 6 mesi per traffico internazionale di sostanze stupefacenti: del processo ‘sommario’, che si è svolto in Romania con il travisamento totale dei fatti avvenuti, intercettazioni non autorizzate e trascritte in modo indecente, così da espungere tutte le affermazioni a discolpa di Filippo”, spiega Giachetti.

Secondo gli ultimi dati diffusi dalla Farnesina, nel 2021 il numero di casi registrati era pari a 2.058. Di questi, 861 connazionali erano in attesa di giudizio, 31 in attesa di estradizione e 1.166 erano stati effettivamente condannati. Ai tempi la maggiora parte era detenuta nell’Unione europea, per un totale di 1.526, di cui 810 condannati, 709 in attesa di giudizio e 7 in attesa di estradizione. La maggior parte si trovava incarcerata in Germania: qui il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ne ha registrati 713. Seguono, con un ampio distacco, Francia, Spagna e Belgio, con 230, 229 e 157 italiani incarcerati.

Non solo Forti negli Usa. Per il ministero degli Esteri sono 2.058 i connazionali nelle carceri straniere

Dopo l’Ue troviamo i Paesi extra Ue e le Americhe, dove nel 2021 erano registrati rispettivamente 232 e 200 italiani detenuti. Seguono Asia e Oceania (54), Mediterraneo e Medio Oriente (33) e infine Africa sub-sahariana (13). La maggior parte dei detenuti extra Ue è concentrata nel Regno Unito (126) e in Svizzera (73). Albania, Bielorussia, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro, Norvegia, Serbia e Turchia non superano gli 11 detenuti ciascuno. In Asia e Oceania la maggioranza si trova in Australia, a quota 27 detenuti italiani. In Mediterraneo e Medio Oriente erano la Tunisia e gli Emirati Arabi Uniti ad avere il primato, con 11 e 7 connazionali prigionieri.

In Africa sub-sahariana, nel 2021, non c’erano italiani in attesa di giudizio o di estradizione, ma erano tutti condannati, così come in Arabia Saudita (1), Egitto (1), Giordania (1), Libano (1), Marocco (7) e Siria (1): 5 in Costa d’Avorio, 4 in Sud Africa, 2 in Senegal, 1 in Camerun e 1 nella Repubblica Democratica del Congo. Nelle Americhe gli italiani si trovano perlopiù in Brasile (33), Argentina (26), Repubblica Dominicana (24) e negli Stati Uniti (31). Qui in Florida, che si trova Chico Forti, l’ex produttore televisivo e velista italiano condannato all’ergastolo senza condizionale nel 2000 per frode, circonvenzione di incapace per l’acquisto di una struttura alberghiera e di concorso in omicidio. Attualmente è detenuto al Dade Correctional Institution di Florida City, un carcere di massima sicurezza non lontano da Miami. Lui si dichiara innocente, il governo aveva promesso di farlo tornare.

L’articolo In Romania dove Filippo Mosca deve scontare 8 anni. Ma il processo è stato una farsa sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Sotto il Piano Mattei niente. Meglio parlare di Sinner

Cosa rimane il giorno dopo del fantomatico piano Mattei con annessa conferenza stampa e tante foto e editoriali entusiasti? Niente, poco o niente. Finirà come altre decine di iniziative che nell’ordine avrebbero dovuto fermare l’immigrazione, mettere in campo la Tunisia, extratassare le banche, risolvere i problemi di criminalità organizzata nelle zone periferiche e aumentare gli stipendi.

Il giorno dopo la presentazione del cosiddetto piano Mattei sappiamo che i 5,5 miliardi declamati dalla premier semplicemente non ci sono

Giorgia Meloni è l’ufficio stampa di punta di un governo che eccelle nella veste di cerimoniere, un ufficio stampa costosissimo, una pro loco nazionale perfetta per confezionare i comunicati stampa e meritarsi le prime pagine dei giornali. Il giorno dopo la presentazione del cosiddetto piano Mattei sappiamo che i 5,5 miliardi declamati dalla presidente del Consiglio semplicemente non ci sono, quello che ieri era un dubbio oggi è una certezza. Gli ambienti diplomatici sono d’accordo nel dire che la penetrazione russa e cinese in Africa non verrà minimamente scalfita dalla proposta italiana.

Il renziano Borghi ha raccontato che nel frattempo in Libia il generale Haftar ha accolto il viceministro alla Difesa russo per rafforzare la presenza della Marina militare di Putin nel Mediterraneo. Tutto mentre il governo italiano è convinto che sventolare qualche mancia abbia l’effetto delle collanine di plastica nei film di qualche decennio fa, quando gli occidentali sbarcati in Africa si compravano tutto con niente. Due giorni dopo interrogano anche le assenze del Sahel, Burkina Faso, Mali e, soprattutto, Niger. La notizia è già scomparsa dai giornali. Doveva essere l’evento dell’anno e invece è durato meno di una presunta truffa sui pandori. E infatti a Palazzo Chigi hanno ripiegato sul tennista.

L’articolo Sotto il Piano Mattei niente. Meglio parlare di Sinner sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

La casta che si permette di non sapere

Antonio Tajani ha scoperto solo ieri che nell’Ungheria di Orbàn c’è un’italiana che viene trascinata in catene durante le udienze, sta in un carcere pieno di topi e insetti ed è incarcerata da un anno per un’accusa di cui non ha potuto mai leggere gli atti. Beato lui che può permettersi di fare il ministro disinteressandosi di ciò che accade fuori, beato lui che può permettersi di stare in un governo che balla con il leader ungherese fottendosene di ciò che accade agli italiani in quella terra. «Noi non abbiamo avuto informazioni da parte né della detenuta né dall’ambasciata di trattamenti particolari, non avevamo notizie. Dell’accompagnamento delle manette ai piedi e alle mani l’abbiamo visto ieri, io non lo sapevo, io non ero mai stato informato di questo» dichiara Tajani. E Tajani lo dice come se fosse una responsabilità nostra, dei cittadini che non gli hanno mandato nemmeno un messaggio o un video. 

Il ministro Lollobrigida invece non vuole commentare perché dice di non avere visto le immagini. «Credo che l’ambasciata italiana abbia partecipato ad almeno quattro udienze in cui mia figlia è stata portata in queste condizioni davanti al giudice. Noi fino al 12 ottobre, quando mia figlia ha scritto una lettera, non avevamo evidenza del trattamento che stava subendo nostra figlia. Gli unici che lo sapevano e non hanno detto nulla sono le persone dell’Ambasciata italiana in Ungheria», dice il padre di Ilaria Salis.

Quindi i funzionari italiani non avvisano i ministri e loro intanto si concedono il lusso del disinteresse. La casta non è questione di soldi, la casta è l’impunità con cui ci si può permettere di disinteressarsi. 

Buon mercoledì. 

In foto un frame video dell’apertura del processo a Ilaria Salis in Ungheria

L’articolo proviene da Left.it qui