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Antimafia all’acqua di rose. Lo sfondone di FdI sul pentito Luigi Ilardo

Si è detto e scritto dell’interrogazione dei parlamentari di Fratelli d’Italia in commissione di Vigilanza Rai con cui accusano la trasmissione Report, condotta da Sigfrido Ranucci, di utilizzare un “metodo” che si avvarrebbe di sospetti e di testimoni poco credibili per insinuare. Leggendo l’interrogazione a prima firma del deputato Francesco Filini sorge il dubbio che il metodo del ribaltamento dei fatti appartenga agli accusatori più che agli accusati.

Per i meloniani l’ex boss Luigi Ilardo non è un teste credibile. Ma i veri bersagli sono Report e Ranucci

Nel quesito firmato dai parlamentari di Fratelli d’Italia del 17 gennaio si punta il dito contro la puntata di Report dell’8 ottobre 2021, in particolare contro il servizio a firma di Giorgio Mottola dal titolo La Russa Dynasty in cui si indaga sui beni e sui rapporti della famiglia dell’attuale presidente del Senato Ignazio Benito Maria La Russa. Nel quesito indicato al presidente della Commissione Vigilanza Rai Barbara Floridia (M5S) e all’amministratore delegato Rai Roberto Sergio i parlamentari di Fratelli d’Italia fanno riferimento ad alcuni collaboratori di giustizia, Michele Senese per la puntata del 14 gennaio 2024 – scrivono gli interroganti – sempre a firma di Giorgio Mottola, dal titolo Mafia a tre teste, il cui obiettivo è quello di mettere in luce i rapporti che intercorrerebbero tra esponenti in vista di Fratelli d’Italia – che attualmente ricoprono incarichi al governo e nelle Istituzioni europee – e le cosche mafiose”.

“Nell’affrontare li tema, tra gli intervistati, compare – scrivono il meloniano Filini e gli altri cofirmatari – il pentito di Camorra Nunzio Perrella, li quale rivela un presunto legame tra Franco Meloni – padre del Presidente del Consiglio dei ministri Giorgia Meloni – e li boss camorrista Michele Senese, con cui avrebbe avuto un incontro a Nettuno nel 1992. Nondimeno, il pentito intervistato è considerato non attendibile da ben due magistrati, ossia l’ex Procuratore nazionale antimafia di Bologna Roberto Pennisi e l’ex Procuratore capo di Brescia Sandro Raimondi, come svela un documento pubblicato da lI Giornale il 16 gennaio 2024”.

Tra i pentiti che per il partito di maggioranza non sarebbero credibili viene citato anche Luigi Ilardo, ex boss mafioso che iniziò un percorso di collaborazione con lo Stato da “infiltrato”. Nel tempo la “Fonte Oriente” – così veniva chiamato in codice – offrì un contributo fondamentale per l’arresto di vari latitanti mafiosi e al contrasto delle attività criminali.Definire inattendibile Ilardo per il partito della presidente del Consiglio Giorgia Meloni è più che un azzardo. Si tratta tecnicamente di un errore vero e proprio che rientra perfettamente nell’atteggiamento calunnioso che i parlamentari di maggioranza vorrebbero addossare alla trasmissione Report.

Ma andiamo con ordine. Il collaboratore di giustizia Luigi Ilardo – come ricorda il sito Antimafia Duemila – con la sua collaborazione con il colonnello dei carabinieri Michele Riccio (prima applicato alla Dia, poi al Reparto Operativo Speciale dei Carabinieri), riuscì addirittura a condurre i Carabinieri del Ros a un passo dal covo del numero uno di Cosa Nostra al tempo, Bernardo Provenzano, latitante da oltre tre decenni, il quale, però, incredibilmente non venne catturato dai Carabinieri guidati al tempo dall’ex generale dei Carabinieri Mario Mori, che sulla vicenda venne poi assolto dall’accusa di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra insieme al colonnello Mauro Obinu. Il 10 maggio del 1996, poco prima che venisse inserito ufficialmente nel programma protezione testimoni, Luigi Ilardo venne ucciso da Cosa nostra catanese a seguito di una misteriosa “soffiata istituzionale”, come sancito dalla sentenza in cui sono stati condannati i mandanti e gli esecutori mafiosi del suo omicidio (Giuseppe Madonia, Vincenzo Santapaola, Maurizio Zuccaro e Orazio Benedetto Cocimano).

L’attacco a Report di Fratelli d’Italia in un’interrogazione in Vigilanza Rai. Smontato dal colonnello Riccio

Per questo l’ex colonnello Michele Riccio dopo avere letto l’atto d’accusa depositato in Vigilanza si è sentito in obbligo di scrivere ai parlamentari di Fratelli d’Italia per spiegare che nell’indagine Grande Oriente si avvalse “della collaborazione di Luigi Ilardo, elemento di spicco di Cosa nostra, cugino del capo della Famiglia mafiosa di Caltanissetta e sin dai primi anni ’70 endemico nel sodalizio mafioso, che aveva segnalato al dr. De Gennaro la sua disponibilità a qualche forma di collaborazione con le istituzioni. L’indagine – spiega Riccio – fu seguita sin dal suo avvio dal dr. Gian Carlo Caselli, procuratore capo presso il Tribunale di Palermo, a cui poi in seguito si unì il dr. Giovanni Tinebra, responsabile della procura presso il Tribunale di Caltanissetta.

L’indagine, grazie al collaboratore Ilardo, non solo acquisì una notevole e vasta mole di informazioni su Cosa nostra, ma registrò, sfruttando le sue indicazioni, di conseguire la cattura dei latitanti: il 9 maggio 1994 Santo Sfameni, il 5 agosto 1994 Vincenzo Aiello (al tempo vice rappresentante provinciale di Cosa Nostra a Catania) a Mascalucia (CT), il 17 novembre 1994 Giuseppe Nicotra più altri complici trovati in possesso di armi e munizioni a Catania, il 21 dicembre 1994 Domenico Vaccaro (rappresentante provinciale di Cosa Nostra a Caltanissetta) a S. Cataldo (CL), il 13 gennaio 1995 Lucio Tusa (nipote di Piddu Madonia) a Catania; il 25 maggio 1995 Salvatore Fragapane (rappresentante provinciale di Cosa Nostra ad Agrigento) a S. Elisabetta (AG). Ilardo fu anche l’uomo che portò ai pizzino di Bernardo Provenzano. Insomma, Luigi Ilardo fu tutt’altro che inaffidabile. E forse dalle parti di Fratelli d’Italia converrebbe studiare meglio le sentenze per non rischiare di incappare in quel metodo che loro chiamano Report.

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La Meloni va all’incasso. Ok al premierato barattato con l’Autonomia

Lo scambio nella maggioranza tra coloro che volevano l’autonomia differenziata (Lega in primis) e quelli che vogliono il premieranno (Fratelli d’Italia) corre veloce. È passato un solo giorno dalla votazione alla Camera dell’autonomia differenziata e ieri con 11 voti favorevoli e 9 contrari, la Commissione Affari costituzionali del Senato ha approvato la proposta di adottare come testo base il disegno di legge di iniziativa del governo sul premierato, che prevede l’introduzione in Costituzione dell’elezione diretta del presidente del Consiglio.

Salvini mantiene il patto con la premier Meloni. Via libera della Commissione al testo base ddl Casellati sul premierato

Abbinato al testo del governo c’era la proposta di Matteo Renzi sul cosiddetto “sindaco d’Italia”, che con l’adozione del ddl Casellati come testo base quindi decade. Slitta inoltre dal 29 gennaio al 5 febbraio il termine per la presentazione degli emendamenti. Al termine della discussione generale, in commissione è intervenuta il ministro per le Riforme, Elisabetta Casellati, che ha ribadito come la riforma non tocchi i poteri del capo dello Stato e ha bollato il “barattellum” – ovvero l’accusa fatta dalle opposizioni di un “baratto” tra la riforma dell’autonomia e quella del premierato- come uno “slogan improprio e spiacevole”.

Un voto, quello della Commissione, che arriva proprio all’indomani del primo ok da parte dell’aula di Palazzo Madama al ddl Calderoli sull’autonomia differenziata. “L’Italia con il voto di ieri porta a casa uno sfregio che può essere cancellato solo se questa riforma sarà bloccata alla Camera. Se no promuoveremo il referendum. Purtroppo questa maggioranza, che non lo è politicamente nel Paese, ma lo è numericamente in Parlamento, ha anteposto gli interessi di Salvini e di Giorgia Meloni a quelli italiani”: così il presidente dei senatori del Pd Francesco Boccia ai microfoni di Radio Napoli Centrale.

“La Lega ha in mano un feticcio, vuoto. La Meloni invece vuole esercitare il comando attraverso una riforma costituzionale disastrosa. L’autonomia differenziata di Calderoli è un gran pasticcio che, se attuato, creerebbe 15 staterelli e provocherebbe ulteriori divaricazioni. Stanno smontando il Paese. Questa riforma, e quella del premierato, indeboliscono l’unità nazionale. La destra ha un disegno chiaro: colpire i pilastri dell’intelaiatura della nostra Repubblica. L’autonomia differenziata, portandoci di fatto verso un centralismo regionalistico, di fatto umilia le altre autonomie locali e le regioni diventano ulteriori centri di potere. La Lega scambia l’efficienza amministrativa con il possesso delle risorse. Il simbolo di quanto successo ieri è la bandiera di San Marco da una parte e il tricolore dall’altra. La destra – conclude Boccia – sta trasformando le diversità territoriali in diseguaglianze”. La maggioranza ha però già fatto sapere che, alla luce di un confronto interno alle forze che sostengono l’esecutivo, il ddl Casellati subirà importanti modifiche attraverso emendamenti a firma di tutti i gruppi di maggioranza.

La Lega potrà offrire lo Spacca-Italia ai suoi elettori in vista delle Europee e FdI il sogno dei pieni poteri

Tra i cambiamenti in vista: via la norma anti-ribaltone (che riguarda la previsione della norma sul cosiddetto ‘secondo premier’ o premier ‘di riserva’ in caso di sfiducia al presidente eletto; soglia di maggioranza (il 55%) da inserire non in Costituzione ma nella successiva legge elettorale. Non si esclude anche di inserire un tetto ai mandati. Le modifiche di maggioranza saranno concordate definitivamente in un nuovo vertice in Senato assieme ai capigruppo, ai componenti della commissione Affari costituzionali e al governo. La maggioranza ha la pancia piena. La Lega ha ottenuto il suo federalismo (ancora da puntellare) da rivendere ai suoi elettori in vista delle europee e Giorgia Meloni ha potuto soddisfare la ciclica tracotanza del premier di turno che sogna i pieni poteri.

Leggi anche: Novanta minuti di bugie in Aula. Conte e Schlein smontano tutte le balle di Meloni al Parlamento. Per la premier le nuove regole Ue liberano 35 miliardi per l’Italia. I 5S la sbugiardano numeri alla mano

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Il milione di posti di lavoro che servirebbe

Per rimettere in piedi la sanità che tutti celebravano durante la pandemia (con la solenne promessa di restituirle dignità) servono 15 miliardi di euro e un milione di nuove assunzioni tra medici e infermieri. 

Il 19° Rapporto Sanità del Crea, Centro per la ricerca economica applicata in sanità, presentato il 24 gennaio nella sede del Cnel, a Roma, mette in numeri il divario tra la sanità italiana e quella dell’Unione europea. La bellezza dei numeri sta tutta nella capacità di disegnare le dimensioni senza bisogno di ulteriore fantasia. 

A proposito di numeri nel rapporto si ricorda che il nostro Paese ospita una delle popolazioni più anziane del mondo che ci porteranno intorno al 2032 a sfondare il muro dei 10 milioni di pazienti over 65 con patologie croniche. A questi, aggiunge il rapporto, vanno aggiunti i circa 7 milioni cronici “giovani”, tra i 18 e i 69 anni. 

Ci sarebbe da invertire anche la preoccupante tendenza dei medici per mille abitanti over 75 che sono passati dal 42,3 del 2003 al 34,6 mentre gli infermieri da 61 sono diventati 52,3. A proposito di anziani non autosufficienti il numero di operatori socio sanitari sono 86,4 per mille abitanti over 75, contro i 114,6 della Spagna, i 175,8 della Francia e i 211 del Regno Unito. 

L’unico dato in continuo miglioramento è il fatturato della sanità privata che nel 2022 ha raggiunto i 40,1 miliardi di euro ( +0,6% medio annuo nell’ultimo quinquennio) con Trentino-Alto Adige (21,0%) e Lombardia (19,7%) che fieramente svettano. 

Alla luce del quadro descritto ognuno può liberamente giudicare il definanziamento nella Sanità del 3% dal 2016 al 2021. 

Buon giovedì. 

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Al Sud si spende per il Ponte. E le scuole cadono a pezzi

Nelle due regioni in cui l’unica priorità sembra essere il Ponte di Messina una scuola su tre ha necessità di interventi urgenti di manutenzione; inoltre, nelle città capoluogo, negli ultimi 5 anni non è stato costruito nessun nuovo edificio scolastico. In Sicilia e Calabria – dove tutti i capoluoghi di provincia, con la sola eccezione di Caltanissetta, sono in area sismica 1 e 2 – mediamente, nel 65% dei casi non è stata effettuata la verifica di vulnerabilità sismica. Lo scrive Legambiente nel suo 23esimo report “Ecosistema Scuola” che fotografa la situazione italiana in cui le scuole continuano ad essere in ritardo cronico su riqualificazione edilizia e servizi scolastici.

Nelle due regioni in cui l’unica priorità sembra essere il Ponte di Messina una scuola su tre ha necessità di interventi urgenti di manutenzione

I ritardi maggiori si registrano ancora volta nel Mezzogiorno, ma preoccupa anche la situazione del centro Italia colpito dal sisma del 2016 dove l’obiettivo messa in sicurezza delle scuole è ancora lontano. Altra nota dolente, riguarda i servizi scolastici che nonostante rappresentino una parte importante per la crescita, la socialità e l’inclusione tra i ragazzi sono poco garantiti nelle scuole del Sud della Penisola. Nonostante lo stanziamento delle risorse, nella Penisola la realizzazione di nuove scuole è un miraggio: negli ultimi 5 anni è stato dello 0,6%.

Ammontano a 519 milioni di euro i fondi stanziati dal Pnrr per 767 nuove realizzazioni o ampliamenti/potenziamenti di spazi mensa. L’efficientamento energetico, pur affrontato da alcune amministrazioni su un numero consistente di edifici di propria pertinenza, riguarda solo il 12,7% del totale degli edifici scolastici tra quelli realizzati negli ultimi 5 anni, distribuito in modo piuttosto disomogeneo.

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In bilico la Casa di Mario. Nata dal dramma di Elena Improta e travolta dalle spese legali

Quarantacinque anni fa Elena Improta nei giorni precedenti al travaglio decide di appoggiarsi per il parto nella clinica Villa Mafalda a Roma per sentirsi “più protetta” vista l’assenza del marito fuori città e la vicinanza alla casa dei suoi genitori. A Villa Mafalda lavorava anche il ginecologo ospedaliero di fiducia. Ma quando il 18 novembre 1989 arriva nella clinica il suo medico non c’è, finisce nelle mani – lo racconta lei nelle numerose interviste che in questi anni ha rilasciato – di un giovanissimo assistente. Il parto non fu facile. Fu chiamata d’urgenza l’ostetrica e la pediatra di Elena venne allontanata dalla sala. Maria subisce la manovra di Kristeller (una manovra ostetrica violenta eseguita durante il parto in contemporanea con la contrazione) perché il figlio, Mario, non usciva. Elena venne sedata e riportò danni al collo dell’utero.

Elena Improta deve pagare 300mila euro. La Onlus Oltre lo Sguardo da lei fondata a Orbetello rischia di chiudere

Il dolore però doveva ancora cominciare. Mario si presenta subito rigido, ipertonico e con spasmi. Le pediatre della clinica la tranquillizzano, consigliano massaggi per superare il trauma del parto. Poco dopo il bambino presenta crisi epilettiche. “Sono crisi affettive dovute alla sua ansia”, le dicono. Invece no, il figlio di Elena Improta non avrebbe mai parlato né camminato. Diagnosi: tetraparesi spastica. Le cause sono sconosciute. Non c’è nessuna patologia rara e nessuna malattia metabolica. Per Villa Mafalda potrebbe essere colpa di un’infezione contratta dalla madre mai rilevata. Gli specialisti invece confermano ragionevolmente un nesso tra il parto e la sofferenza ipossico ischemica, ovvero l’assenza di ossigeno.

La pensa diversamente il tribunale che dopo cinque gradi di giudizio e 27 anni ha condannato Elena Improta a pagare la mostruosa cifra di oltre 300mila euro di spese legali. Soldi che Elena Improta non ha e che mettono in pericolo anche il progetto del “dopo di noi” in cui Elena e Mario, insieme a altri disabili avevano trovato ristoro. Con la Onlus Oltre lo Sguardo a Orbetello nella Casa di Mario 8 o 9 persone disabili vivono in un sistema di residenzialità e semiresidenzialità, con un turnover di operatori che garantiscono percorsi assistenziali personalizzati in tre appartamenti. Quei 300mila euro costringerebbero Elena a vendere l’immobile per il risarcimento.

Il Pd chiede un fondo di garanzia a favore di chi soccombe nei giudizi per i danni durante il parto

Perciò oggi, alla Camera, Elena con Ilenia Malavasi e Marco Simiani (Pd) presentano una proposta di legge dal titolo ‘Istituzione di un Fondo di garanzia a beneficio delle parti soccombenti in giudizi relativi a danni subiti dal neonato a seguito del parto e impossibilitate al pagamento’. “Il nostro atto – spiegano Malavasi e Simiani – vuole colmare un paradosso normativo su cui il Parlamento è chiamato a riflettere e confrontarsi; occorrono norme e risorse per sostenere concretamente una famiglia che ha trovato la forza ed il coraggio di trasformare una drammatica vicenda personale in una progetto solidale di accoglienza, di inclusione e speranza rivolto alle altre persone con disabilità”.

Per i deputati “chi ritiene di aver subito un danno grave durante il parto non può aver paura di difendersi perché potrebbe essere costretto a pagare ingenti spese processuali (come accaduto ad Elena Improta) e le conseguenze non possono ricadere sul caregiver che si occupa non solo di suo figlio ma di tante famiglie in difficoltà”.
C’è una legge, la 112 del 2016, che propone per la prima volta un piano volto a garantire il benessere, l’inclusione sociale e l’autonomia delle persone affette da disabilità gravi. E, soprattutto, un piano per il supporto ai disabili gravi dopo la perdita del sostegno dei genitori. E forse c’è una giustizia da preservare, al di là della legge. Chissà se il Parlamento si unisce almeno sulla compassione.

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Renzi candidato Ue. Calenda svela un altro bluff

“In nove mesi si possono fare tantissime cose. Il mio sarà un appello a tutto il gruppo dirigente di Italia Viva a mettersi in gioco. Mi metto in gioco anch’io. Lo dico a Milano e mi candiderò al Parlamento europeo. Non lo faccio per mettere una riga in più nel Cv, bisogna dare una sveglia all’Europa altrimenti rischia di saltare”. Era il 4 settembre dell’anno scorso e Matteo Renzi annunciava a Milano la sua candidatura per le elezioni europee.

La scelta di Milano, spiegava Renzi, non era casuale: quello sarebbe stato il collegio elettorale scelto dal senatore fiorentino. Il leader di Italia Viva aveva lanciato anche il brand con sui si sarebbe presentato: “Il Centro”. Non mancò in quell’occasione anche una stoccata al suo ex alleato Carlo Calenda accusato di avere la peculiare caratteristica di “lasciare le cose a metà”: “si è candidato alle europee, è entrato e poi ha lasciato a metà. Lo stesso ha fatto a Roma”, spiegò Renzi.

Sono passati 5 mesi di quei 9 che avrebbero dovuto essere fantastici e Renzi naviga in acque molto mosse. L’idea di abbassare al 3% la soglia di sbarramento per le europee non ha avuto successo tra la maggioranza. In compenso Carlo Calenda ieri ha lanciato il carico: “Renzi non ha mai desiderato andare in Europa, – ha detto – e non ci andrà mai perché il codice etico della Ue non gli consentirebbe di svolgere alcun ruolo o funzione stante che lì i conflitti di interesse vengono presi sul serio”.

In effetti a Bruxelles sono molto più rigidi sulle attività di lobby, soprattutto con governanti tutt’altro che democratici come bin Salman. Vuoi vedere che per l’ennesima volta i giornali hanno sprecato litri d’inchiostro sull’ennesimo bluff?

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L’indifferentismo alla politica

Vale la pena recuperare il celebre discorso che Piero Calamandrei fece agli studenti nel 1955. «Però, vedete, la Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta: lo lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno, in questa macchina, rimetterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere quelle promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo, che è, non qui per fortuna, in questo uditorio ma spesso in larghi strati, in larghe categorie di giovani. È un po’ una malattia dei giovani, l’indifferentismo». 

Occuparsi dell’indifferentismo e non scambiarlo per semplice astensionismo potrebbe essere il primo passo. Vale ancora la storiella – che amava raccontare Calamamandrei – di quei due migranti, due contadini che attraversano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime. Il piroscafo oscillava e allora quando il contadino, impaurito, domanda ad un marinaio: «Ma siamo in pericolo?» e quello dice: «Se continua questo mare, fra mezz’ora il bastimento affonda». Allora lui corre nella stiva, va a svegliare il compagno e grida: «Beppe, Beppe, Beppe!». «Se continua questo mare, fra mezz’ora il bastimento affonda!». E quello: «Che me ne importa, non è mica mio!».
Questo è l’indifferentismo alla politica: è così bello, è così comodo, la libertà c’è, si vive in regime di libertà, ci sono altre cose da fare che interessarsi di politica.

Buon mercoledì. 

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Altro stop per Open Arms. Ormai salvare vite in mare è diventato un calvario

“Dopo aver sottoposto il nostro capitano a un lungo interrogatorio, le autorità italiane hanno notificato alla nostra nave un ennesimo fermo amministrativo di 20 giorni. Questo provvedimento è del tutto ingiustificato”, dichiara Oscar Camps, fondatore della Ong catalana Open Arms impegnata dal 2015 in operazioni di ricerca e soccorso in mare. Il decreto Piantedosi ancora una volta colpisce nel segno.

La Ong Open Arms sotto scacco ma la legge vieta di riportare chi scappa nel luogo da cui sta fuggendo

La legge fortemente voluta dal governo per sabotare l’attività umanitaria delle navi nel Mediterraneo (2.571 i migranti morti in quel mare nel 2023, quasi mille in più rispetto l’anno precedente) questa volta blocca per fermo amministrativo l’imbarcazione di Open Arms nel porto di Crotone, in attesa dell’inevitabile e costosa multa che arriverà nei prossimi giorni.

Open Arms ha sbarcato da poco 57 persone, di cui CINQUE minori, recuperate da tre imbarcazioni in difficoltà in acque internazionali. La Ong era già stata colpita da identico provvedimento ad agosto e a ottobre dell’anno scorso. Le colpe? Innanzitutto la Ong si sarebbe permessa di contestare l’assegnazione del porto di Brindisi dopo giorni passati in condizioni di mare difficili, con onde alte fino a 4 metri. Ma sopratutto Open Arms è accusata dalle autorità italiane di aver ostacolato l’intervento di una motovedetta della cosiddetta guardia costiera libica durante le operazioni di “recupero” di 45 persone che li ha poi riportati a Tripoli.

“Tutti e tre i soccorsi effettuati sono stati coordinati dalle autorità italiane, abbiamo rispettato tutte le indicazioni ricevute da MRCC, compresa quella di andare a verificare le condizioni di una quarta imbarcazione, poi intercettata dai libici”, denuncia Open Arms. “In mare lo stato di diritto è stato sospeso, le navi umanitarie si trovano ad operare senza alcun riferimento legislativo chiaro. In questo modo è impossibile garantire la sicurezza e i diritti di chi prova ad attraversare il mare in condizioni di vulnerabilità”.

La nave spagnola aveva ricevuto una segnalazione di Alarm phone di un barchino in difficoltà. Dopo avere contattato Roma per chiedere l’autorizzazione al soccorso le è stato chiesto di andare “a verificare la situazione”. Giunti in loco con uno dei gommoni veloci hanno rintracciato la piccola imbarcazione in difficoltà già intercettata dalla cosiddetta Guardia costiera libica che stava caricando i migranti per riportarli all’interno delle prigioni illegali libiche. Per la Ong sarebbe stata proprio la cosiddetta Guardia costiera libica a denunciare al governo italiano non meglio precisate operazioni di intralcio dell’organizzazione umanitaria. Peccato che l’azione dei libici sia tecnicamente un respingimento illegale secondo il diritto internazionale.

La nave della Ong è stata sottoposta a fermo amministrativo per 20 giorni e a una multa compresa tra 3 e 10 mila euro

“Secondo le autorità abbiamo impedito l’intervento della cosiddetta guardia costiera libica. Questa accusa, oltre a essere falsa perché la nostra nave si limitava solo a osservare le azioni dei libici, legittima una pratica vietata dalla Convenzione di Ginevra. è espressamente vietato, infatti, trattenere e riportare persone nel luogo da cui stanno fuggendo”, spiega la Ong. “Sappiamo tutti – aggiunge – cosa succede nei centri di detenzione libici e quali milizie gestiscono il traffico di esseri umani. Milizie travestite da guardie costiere. Siamo però noi ad essere fermati e multati pur avendo agito rispettando tutte le indicazioni delle autorità’ competenti e sempre sotto il loro coordinamento. Il nostro posto e’ nel mare, finche’ ci saranno vite alla deriva”. La nave della Ong è stata sottoposta a fermo amministrativo per 20 giorni e a una multa compresa tra 3 e 10 mila euro.

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Renzi invia alla Meloni un pizzino sul caso Pozzolo

Cosa spinge il senatore di Italia Viva Matteo Renzi a insistere sul ruolo del sottosegretario Andrea Delmastro Delle Vedove durante l’ormai nota di capodanno in cui sparò la pistola del deputato di Fratelli d’Italia Emanuele Pozzolo? Anche ieri Renzi nella sua newsletter è tornato sui fatti di quella notte, quando un trentunenne rimase ferito da un colpo partito dall’arma di Pozzolo mentre il sottosegretario si era allontanato per buttare dei sacchi dell’immondizia, come ha raccontato lo stesso Delmastro.

Cosa spinge Renzi a insistere sul ruolo di Delmastro durante l’ormai nota notte di capodanno in cui sparò la pistola di Pozzolo?

Sulla storia del pistolero di capodanno – ha scritto Renzi -, il sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro se va bene è reticente, se va male mente. Io penso che stia facendo entrambe le cose. Penso anche che la Meloni che non gli toglie la delega alla polizia penitenziaria rischi in prospettiva di pagare a caro prezzo questa impuntatura. A cosa mi riferisco? – punge Renzi – Lo vedrete presto. Non basta ripulire la scena del crimine… Fossi in Delmastro verrei velocemente in Parlamento a dire la verità prima che la verità la dica qualcun altro. Perché è solo questione di tempo, credetemi”.

Leggendo la newsletter dell’ex premier sorge un dubbio. Sa qualcosa che gli altri ignorano?

Il senatore fiorentino fa un chiaro riferimento a una pulizia “della scena del crimine” per cancellare le responsabilità di Delmastro: una responsabilità penale, se accertata. Cosa sa Renzi che non sanno i giornalisti? E poi, perché mette in dubbio nella sua newsletter che fosse solo una l’arma in circolazione in quel momento? “Trovo immorale che in una festa di capodanno pubblici ufficiali usino un’arma da fuoco (una) in una festa in cui ci sono dei bambini e che chi deve dire la verità stia mentendo o mandando pizzini da venti giorni”, scrive l’ex presidente del Consiglio.

E le sue parole, anche loro, hanno tutta l’aria di essere un pizzino. Persino lui, del resto, sembra rendersi conto che il suo attivismo sul caso Pozzolo può leggittimare quantomeno qualche domanda: “Chi mi dice: ma perché insisti su questa storia Perché trovo immorale che in una festa di capodanno pubblici ufficiali usino un’arma da fuoco (una) in una festa in cui ci sono dei bambini e che chi deve dire la verità stia mentendo o mandando pizzini da venti giorni. È una cosa enorme. Ne va della dignità dei membri del Governo, della polizia penitenziaria, delle Istituzioni. Voi che dite?

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Ultima generazione scrive a Mattarella

“Mattarella non firmi la legge sulle ecoproteste”. I giovani di Ultima generazione lanciano un appello al Capo dello Stato per chiedere che non diventi legge il ddl s.693 che inasprisce le pene a chi imbratta per protestare legittimamente contro un’ingiustizia sociale rispetto a chi semplicemente vandalizza un manufatto senza alcun motivo. Per gli attivisti significherebbe “tornare al reato di opinione, inaccettabile in una democrazia” e per questo chiedono a Mattarella “una presa di posizione chiara rispetto a queste intimidazioni e chiediamo che solleciti il governo invece a intervenire per le vittime della crisi in Italia”. Ultima generazione ricorda anche le parole di Mattarella in occasione del suo discorso di fine anno nel 2022, quando disse: “Non è un caso se su questi temi, e in particolare per l’affermazione di una nuova cultura ecologista, registriamo la mobilitazione e la partecipazione da parte di tanti giovani.” Ma anche nel recente Messaggio di Fine Anno del 31 dicembre 2023: “I giovani si sentono fuori posto. Disorientati (…) Un disorientamento che nasce dal vedere un mondo che disconosce le loro attese. Debole nel contrastare una crisi ambientale sempre più minacciosa”.

Nel comunicato gli attivisti dell’associazione ambientalista si dicono scandalizzati dai “10 astenuti d’Italia Viva e di Azione che, come gli ignavi della Divina Commedia, hanno deciso di non schierarsi: i complici migliori di ogni cultura autoritaria repressiva” e delusi “dall’assenza al voto del leader di partito Bonelli (Verdi), Conte (Movimento 5 Stelle) e Schlein (Pd). Sebbene i deputati di questi partiti abbiano votato contro il ddl, – scrivono – la loro assenza su un provvedimento legislativo pericoloso per tutti noi cittadini denota superficialità e sottovalutazione del problema”. 

Sono 12 le persone di Ultima generazione attualmente ancora sotto misure cautelari. 

Buon martedì. 

Nella foto: l’immagine che accompagna l’appello di Ultima generazione al presidente della Repubblica Mattarella

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