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L’indifferentismo alla politica

Vale la pena recuperare il celebre discorso che Piero Calamandrei fece agli studenti nel 1955. «Però, vedete, la Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta: lo lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno, in questa macchina, rimetterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere quelle promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo, che è, non qui per fortuna, in questo uditorio ma spesso in larghi strati, in larghe categorie di giovani. È un po’ una malattia dei giovani, l’indifferentismo». 

Occuparsi dell’indifferentismo e non scambiarlo per semplice astensionismo potrebbe essere il primo passo. Vale ancora la storiella – che amava raccontare Calamamandrei – di quei due migranti, due contadini che attraversano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime. Il piroscafo oscillava e allora quando il contadino, impaurito, domanda ad un marinaio: «Ma siamo in pericolo?» e quello dice: «Se continua questo mare, fra mezz’ora il bastimento affonda». Allora lui corre nella stiva, va a svegliare il compagno e grida: «Beppe, Beppe, Beppe!». «Se continua questo mare, fra mezz’ora il bastimento affonda!». E quello: «Che me ne importa, non è mica mio!».
Questo è l’indifferentismo alla politica: è così bello, è così comodo, la libertà c’è, si vive in regime di libertà, ci sono altre cose da fare che interessarsi di politica.

Buon mercoledì. 

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Altro stop per Open Arms. Ormai salvare vite in mare è diventato un calvario

“Dopo aver sottoposto il nostro capitano a un lungo interrogatorio, le autorità italiane hanno notificato alla nostra nave un ennesimo fermo amministrativo di 20 giorni. Questo provvedimento è del tutto ingiustificato”, dichiara Oscar Camps, fondatore della Ong catalana Open Arms impegnata dal 2015 in operazioni di ricerca e soccorso in mare. Il decreto Piantedosi ancora una volta colpisce nel segno.

La Ong Open Arms sotto scacco ma la legge vieta di riportare chi scappa nel luogo da cui sta fuggendo

La legge fortemente voluta dal governo per sabotare l’attività umanitaria delle navi nel Mediterraneo (2.571 i migranti morti in quel mare nel 2023, quasi mille in più rispetto l’anno precedente) questa volta blocca per fermo amministrativo l’imbarcazione di Open Arms nel porto di Crotone, in attesa dell’inevitabile e costosa multa che arriverà nei prossimi giorni.

Open Arms ha sbarcato da poco 57 persone, di cui CINQUE minori, recuperate da tre imbarcazioni in difficoltà in acque internazionali. La Ong era già stata colpita da identico provvedimento ad agosto e a ottobre dell’anno scorso. Le colpe? Innanzitutto la Ong si sarebbe permessa di contestare l’assegnazione del porto di Brindisi dopo giorni passati in condizioni di mare difficili, con onde alte fino a 4 metri. Ma sopratutto Open Arms è accusata dalle autorità italiane di aver ostacolato l’intervento di una motovedetta della cosiddetta guardia costiera libica durante le operazioni di “recupero” di 45 persone che li ha poi riportati a Tripoli.

“Tutti e tre i soccorsi effettuati sono stati coordinati dalle autorità italiane, abbiamo rispettato tutte le indicazioni ricevute da MRCC, compresa quella di andare a verificare le condizioni di una quarta imbarcazione, poi intercettata dai libici”, denuncia Open Arms. “In mare lo stato di diritto è stato sospeso, le navi umanitarie si trovano ad operare senza alcun riferimento legislativo chiaro. In questo modo è impossibile garantire la sicurezza e i diritti di chi prova ad attraversare il mare in condizioni di vulnerabilità”.

La nave spagnola aveva ricevuto una segnalazione di Alarm phone di un barchino in difficoltà. Dopo avere contattato Roma per chiedere l’autorizzazione al soccorso le è stato chiesto di andare “a verificare la situazione”. Giunti in loco con uno dei gommoni veloci hanno rintracciato la piccola imbarcazione in difficoltà già intercettata dalla cosiddetta Guardia costiera libica che stava caricando i migranti per riportarli all’interno delle prigioni illegali libiche. Per la Ong sarebbe stata proprio la cosiddetta Guardia costiera libica a denunciare al governo italiano non meglio precisate operazioni di intralcio dell’organizzazione umanitaria. Peccato che l’azione dei libici sia tecnicamente un respingimento illegale secondo il diritto internazionale.

La nave della Ong è stata sottoposta a fermo amministrativo per 20 giorni e a una multa compresa tra 3 e 10 mila euro

“Secondo le autorità abbiamo impedito l’intervento della cosiddetta guardia costiera libica. Questa accusa, oltre a essere falsa perché la nostra nave si limitava solo a osservare le azioni dei libici, legittima una pratica vietata dalla Convenzione di Ginevra. è espressamente vietato, infatti, trattenere e riportare persone nel luogo da cui stanno fuggendo”, spiega la Ong. “Sappiamo tutti – aggiunge – cosa succede nei centri di detenzione libici e quali milizie gestiscono il traffico di esseri umani. Milizie travestite da guardie costiere. Siamo però noi ad essere fermati e multati pur avendo agito rispettando tutte le indicazioni delle autorità’ competenti e sempre sotto il loro coordinamento. Il nostro posto e’ nel mare, finche’ ci saranno vite alla deriva”. La nave della Ong è stata sottoposta a fermo amministrativo per 20 giorni e a una multa compresa tra 3 e 10 mila euro.

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Renzi invia alla Meloni un pizzino sul caso Pozzolo

Cosa spinge il senatore di Italia Viva Matteo Renzi a insistere sul ruolo del sottosegretario Andrea Delmastro Delle Vedove durante l’ormai nota di capodanno in cui sparò la pistola del deputato di Fratelli d’Italia Emanuele Pozzolo? Anche ieri Renzi nella sua newsletter è tornato sui fatti di quella notte, quando un trentunenne rimase ferito da un colpo partito dall’arma di Pozzolo mentre il sottosegretario si era allontanato per buttare dei sacchi dell’immondizia, come ha raccontato lo stesso Delmastro.

Cosa spinge Renzi a insistere sul ruolo di Delmastro durante l’ormai nota notte di capodanno in cui sparò la pistola di Pozzolo?

Sulla storia del pistolero di capodanno – ha scritto Renzi -, il sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro se va bene è reticente, se va male mente. Io penso che stia facendo entrambe le cose. Penso anche che la Meloni che non gli toglie la delega alla polizia penitenziaria rischi in prospettiva di pagare a caro prezzo questa impuntatura. A cosa mi riferisco? – punge Renzi – Lo vedrete presto. Non basta ripulire la scena del crimine… Fossi in Delmastro verrei velocemente in Parlamento a dire la verità prima che la verità la dica qualcun altro. Perché è solo questione di tempo, credetemi”.

Leggendo la newsletter dell’ex premier sorge un dubbio. Sa qualcosa che gli altri ignorano?

Il senatore fiorentino fa un chiaro riferimento a una pulizia “della scena del crimine” per cancellare le responsabilità di Delmastro: una responsabilità penale, se accertata. Cosa sa Renzi che non sanno i giornalisti? E poi, perché mette in dubbio nella sua newsletter che fosse solo una l’arma in circolazione in quel momento? “Trovo immorale che in una festa di capodanno pubblici ufficiali usino un’arma da fuoco (una) in una festa in cui ci sono dei bambini e che chi deve dire la verità stia mentendo o mandando pizzini da venti giorni”, scrive l’ex presidente del Consiglio.

E le sue parole, anche loro, hanno tutta l’aria di essere un pizzino. Persino lui, del resto, sembra rendersi conto che il suo attivismo sul caso Pozzolo può leggittimare quantomeno qualche domanda: “Chi mi dice: ma perché insisti su questa storia Perché trovo immorale che in una festa di capodanno pubblici ufficiali usino un’arma da fuoco (una) in una festa in cui ci sono dei bambini e che chi deve dire la verità stia mentendo o mandando pizzini da venti giorni. È una cosa enorme. Ne va della dignità dei membri del Governo, della polizia penitenziaria, delle Istituzioni. Voi che dite?

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Ultima generazione scrive a Mattarella

“Mattarella non firmi la legge sulle ecoproteste”. I giovani di Ultima generazione lanciano un appello al Capo dello Stato per chiedere che non diventi legge il ddl s.693 che inasprisce le pene a chi imbratta per protestare legittimamente contro un’ingiustizia sociale rispetto a chi semplicemente vandalizza un manufatto senza alcun motivo. Per gli attivisti significherebbe “tornare al reato di opinione, inaccettabile in una democrazia” e per questo chiedono a Mattarella “una presa di posizione chiara rispetto a queste intimidazioni e chiediamo che solleciti il governo invece a intervenire per le vittime della crisi in Italia”. Ultima generazione ricorda anche le parole di Mattarella in occasione del suo discorso di fine anno nel 2022, quando disse: “Non è un caso se su questi temi, e in particolare per l’affermazione di una nuova cultura ecologista, registriamo la mobilitazione e la partecipazione da parte di tanti giovani.” Ma anche nel recente Messaggio di Fine Anno del 31 dicembre 2023: “I giovani si sentono fuori posto. Disorientati (…) Un disorientamento che nasce dal vedere un mondo che disconosce le loro attese. Debole nel contrastare una crisi ambientale sempre più minacciosa”.

Nel comunicato gli attivisti dell’associazione ambientalista si dicono scandalizzati dai “10 astenuti d’Italia Viva e di Azione che, come gli ignavi della Divina Commedia, hanno deciso di non schierarsi: i complici migliori di ogni cultura autoritaria repressiva” e delusi “dall’assenza al voto del leader di partito Bonelli (Verdi), Conte (Movimento 5 Stelle) e Schlein (Pd). Sebbene i deputati di questi partiti abbiano votato contro il ddl, – scrivono – la loro assenza su un provvedimento legislativo pericoloso per tutti noi cittadini denota superficialità e sottovalutazione del problema”. 

Sono 12 le persone di Ultima generazione attualmente ancora sotto misure cautelari. 

Buon martedì. 

Nella foto: l’immagine che accompagna l’appello di Ultima generazione al presidente della Repubblica Mattarella

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Supercoppa d’Arabia. Un calcio in faccia ai diritti

Qualcuno ha sicuramente perso la finale di Supercoppa italiana giocata ieri sera in trasferta su un campo con più soldi che erba nel cuore dell’Arabia Saudita. Ha perso – come ricorda estenuante il portavoce di Amnesty International Italia, Riccardo Noury – il giornalista Jamal Kashoggi, ammazzato nel consolato saudita a Istanbul. Il 16 novembre del 2018 la Cia ha concluso che il mandante di quell’omicidio è il principe Mohammad bin Salman (nella foto) che con il pallone italiano persevera nel lavaggio della sua credibilità agli occhi del mondo.

La Supercoppa italiana si è giocata ieri sera in trasferta su un campo con più soldi che erba nel cuore dell’Arabia Saudita

Come ricorda Amnesty ha perso pure Salma al-Shehab, madre di due figli, dottoranda dell’Università di Leeds, attivista per i diritti delle donne, che ha appena terminato il terzo anno in carcere. Ne dovrà passare altri 24 dietro le sbarre per avere scritto dei tweet sgraditi al governo. Ha perso anche Muhammad al-Ghamdi, condannato a morte per “uso dei profili social per seguire e promuovere utenti che cercano di destabilizzare l’ordine pubblico” con un profilo X che conta 10 follower e da cui aveva pubblicato 5 post.

Ha perso la promessa del principe bin Salman di invertire la rotta sulla pena di morte. Promessa non mantenuta: sono 1.250 le esecuzioni, tra cui anche quelle nei confronti di bambini. Ha perso la dignità dell’Italia che insieme all’Occidente vorrebbe essere vessillo del diritto internazionale e invece si svende al miglior offerente. Perde il mondo del calcio che si propone come veicolo di valori e poi si mostra servile appena sente l’odore dei soldi. Perdono i tifosi che devono intingersi nel sangue per seguire la squadra del cuore. E perdono tutti coloro che non vorrebbero essere complici.

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Gaza: cosa accade lì fuori

Come scrive Davide Frattini per il Corriere della Sera in Israele “i famigliari degli ostaggi ancora tenuti a Gaza capiscono ormai che l’obiettivo di sradicare Hamas è in contrasto con la liberazione del centinaio di prigionieri”. 

La zia di due ragazzini rilasciati a fine novembre da Hamas (con il padre ancora in ostaggio), Noam Dam, in televisione spiega che dovrebbe dimettersi Netanyahu con tutto il suo governo poiché il presidente israeliano ha dato ordine di sparare sul commando che ha rapito un soldato a costo della vita dell’ostaggio. Di fronte alla villa del presidente israeliano si moltiplicano le tende dei famigliari e dei cittadini che protestano. 

Le vittime a Gaza hanno superato la soglia dei 25mila. Secondo il Wall Street Journal Usa, Qatar e Egitto spingono per accelerare i negoziati con un piano che prevederebbe l’avvio di un cessate il fuoco, il rilascio di tutti gli ostaggi civili in cambio di centinaia di detenuti palestinesi in Israele e un lento ritiro delle forze israeliane dalla Striscia. Il premer spagnolo Pedro Sánchez chiede un “cessate il fuoco permanente” che tradotto significa la fine di questa inutile guerra. Sánchez ha detto che “ovviamente” i socialisti condannano “i terribili attacchi” di Hamas contro Israele, ma “con la stessa determinazione” ha chiesto a Netanyahu di cessare completamente i bombardamenti e di consentire l’ingresso degli aiuti umanitari a Gaza, convocando una conferenza di pace. 

Guardando lì fuori il nostro Paese appare immerso in un dibattito fuori dal tempo. 

Buon lunedì. 

Nella foto: Gaza, frame di un video Reuters, 14 gennaio 2024

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Una piccola storia ignobile sul Teatro di Roma

A Roma si è riunito un consiglio di amministrazione senza il suo presidente e senza la consigliera del socio di maggioranza per decidere di nominare un direttore. In qualsiasi campo, in qualsiasi azienda, una riunione carbonara con il favore delle tenebre convocata per nominare un direttore generale sarebbe una schifezza. Che a farlo siano le pubbliche istituzioni e un governo ossessionato dall’occupazione militare dei luoghi culturali del Paese è perfino preoccupante.

La nomina del nuovo direttore generale del Teatro di Roma, commissariato nel novembre 2021, ha fatto insorgere il Campidoglio

Con queste modalità è stato nominato il nuovo direttore generale del Teatro di Roma, commissariato nel novembre 2021. La scelta ha fatto insorgere il Campidoglio, che contesta la mossa dei consiglieri di amministrazione nominati due mesi fa dal ministero della Cultura e dalla Regione Lazio, entrambi guidati dalla destra. Per il sindaco Roberto Gualtieri si tratta di un “inquietante segnale”, mentre l’assessore comunale alla Cultura, Miguel Gotor, definisce senza mezzi termini la riunione come “un incontro abusivo”.

Il Cda della Fondazione – che amministra l’Argentina, il Torlonia, l’India e a breve anche il Valle – si è riunito sabato mattina, senza che ci fossero il presidente Francesco Siciliano e la consigliera del Comune di Roma Natalia di Iorio. Il Comune di Roma contribuisce alla Fondazione con 6 milioni e mezzo di euro mentre la Regione Lazio con 1,1 milioni di euro. Quelli che governano però evidentemente si sentono protetti dal potere. Quindi non contano le proporzioni, non contano i numeri, conta solo accumulare posti oltre al potere.

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Cose dell’altro mondo: astro-Lollobrigida manda in orbita i fusilli

Il ministro all’Agricoltura e al Made in Italy, Francesco Lollobrigida, questa volta non è partito in treno per la sua missione al Kennedy Space Center di Cape Canaveral per il lancio della missione spaziale Axiom 3 (AX-3), avvenuto ieri notte, alle 22.49 ora italiana.

Il cognato di Giorgia Meloni è volato negli Usa per promuovere il progetto “Italian space food” che ha lanciato un piatto di fusilli in orbita. “Il sistema Italia protagonista nello spazio – ha spiegato il ministro ai giornalisti -. Dopo una fase di preparazione di 14 giorni che ha visto l’equipaggio guidato dal connazionale Walter Villadei usare solo ed esclusivamente cibo italiano; con l’avvio della missione Voluntas, insieme ad Axiom, una delle eccellenze alimentari nazionali, la pasta, va in orbita. Un piatto di fusilli quanto più simile a quello che mangeremmo sulle nostre tavole, che rispetta la tradizione e frutto di una straordinaria ricerca. L’obiettivo non è solo quello di assicurare una sana alimentazione alla crew partita da Cape Canaveral, ma anche per testare i prodotti made in Italy in microgravità, attraverso il progetto Italian space food”.

La space economy secondo Lollobrigida

Per il ministro si tratterebbe di “un’importante occasione per la valorizzazione degli alimenti italiani e per cogliere tutte le opportunità che offre la space economy. Vogliamo consolidare il nostro ruolo di modello ed esempio in campo agroalimentare per creare una filiera dedicata al commercio nel mercato dell’economia spaziale”, ha aggiunto.

Per il ministro un viaggio sotto il missile in partenza negli Usa in questo momento storico per l’Italia è un modo di “promuovere la qualità per sostenere la candidatura della cucina italiana a patrimonio immateriale Unesco”.

Il ministero di Lollobrigida ha collaborato con “il ministro della Difesa, Guido Crosetto, e il collega del Mimit, Adolfo Urso, che, insieme all’Aeronautica militare, all’Agenzia spaziale italiana, università e centri di ricerca, hanno sposato questa sfida che guarda all’innovazione, andando oltre i nostri confini”.

Un ministro all’Agricolutra sulla rampa di lancio non poteva non accendere l’ironia della rete, dove Lollobrigida ormai è un vero e proprio “meme” vivente per le sue intemerate dalla sostituzione etnica al treno fermato per non arrivare in ritardo al suo appuntamento fino ai capelli coltivati sul capo di chi non vuole che si coltivi la carne. Su X Francesco si augura che Lollobrigida “non chieda di fermare il razzo” mentre Alessandro si augura che “almeno lo facciano partire”. Ma la presenza del ministro contiene ingredienti politicamente molto più significativi che non accendono risate: l’idea di occupare i ministeri come influencer delle attività a cui sono dedicati è l’ulteriore decadimento nell’interpretazione del proprio ruolo istituzionale.

Senza parole

Con il rispetto che si deve a un prodotto esportato in tutto il mondo come la pasta italiana viene difficile immaginare come prioritario un viaggio intercontinentale per promuovere un prodotto. Innanzitutto perché i ministri non sono agenti promozionali dell’Italia, nonostante dalle parti di Giorgia Meloni e Matteo Salvini venga interpretato così il proprio ruolo politico.

Un governo si insedia non per essere la pregiatissima e costosissima “pro loco” nazionale ma per dirigere la politica generale, per formulare le scelte con le quali si individuano i fini che lo stato intende perseguire in un determinato momento storico attraverso l’attività amministrativa e per essere organo di direzione, di impulso, di indirizzo della vita politica.

Per dirla più semplice il compito del ministro Lollobrigida non è rappresentare la pasta italiana nel mondo ma fornire gli strumenti e garantire l’equità perché i coltivatori e i produttori possano garantire l’eccellenza del proprio prodotto in termini di qualità e di visibilità. Quando un ministro decide di essere un testimonial non è politica. È propaganda. Propaganda rischiosissima perché al limite dell’imbarazzante. Come quando quell’altro ministro baciava i salami.

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Perché i Decreti omnibus sono un baco invisibile che guasta i meccanismi democratici – Lettera43

Inserire norme che nulla c’entrano con l’argomento su cui l’esecutivo legifera è ormai un’abitudine consolidata. Su cui recentemente si è espressa pure la Consulta. E nel 2021 il presidente Mattarella con una lettera ai presidenti delle Camere. La lotta all’indifferenza verso la politica potrebbe partire proprio da qui: appassionarsi agli stratagemmi sfruttati per comandare più che governare.

Perché i Decreti omnibus sono un baco invisibile che guasta i meccanismi democratici

Ha fatto poco discutere la recente sentenza della Corte costituzionale che ha dichiarato illegittima una norma contenuta nel decreto 73/2021, emanato durante il governo Draghi e passato alle cronache come decreto Sostegni bis, quando in coda alla pandemia si moltiplicavano le misure di contrasto al Covid. In quel decreto («misure urgenti connesse all’emergenza da Covid-19, per le imprese, il lavoro, i giovani, la salute e i servizi territoriali») all’articolo 54 tre comma 2 il governo aveva definito una fase transitoria per alcune Camere di commercio della Sicilia, nell’attesa che entri in vigore la riforma complessiva del sistema camerale regionale. Nulla a che vedere con il Covid, con i giovani, con le imprese, con la salute e con i servizi territoriali. A ben vedere anche nulla di urgente poiché la situazione delle Camere di commercio siciliane poteva essere risolta con una legge ad hoc che compiesse l’iter ordinario. Quella norma disomogenea in effetti era stata aggiunta dal Parlamento in fase di conversione, con la solita fame di fare di ogni decreto un omnibus con cui velocizzare altri provvedimenti e trovare velocemente le soluzioni. Dice la sentenza: «Secondo la costante giurisprudenza costituzionale, la legge di conversione riveste i caratteri di una fonte “funzionalizzata e specializzata”, volta alla stabilizzazione del decreto-legge, con la conseguenza che non può aprirsi a oggetti eterogenei rispetto a quelli in esso presenti, ma può solo contenere disposizioni coerenti con quelle originarie dal punto di vista materiale o finalistico essenzialmente per evitare che il relativo iter procedimentale semplificato, previsto dai regolamenti parlamentari, possa essere sfruttato per scopi estranei a quelli che giustificano il decreto-legge, a detrimento delle ordinarie dinamiche di confronto parlamentare».

Perché i Decreti omnibus sono un baco invisibile che guasta i meccanismi democratici
Sergio Mattarella e Mario Draghi nel novembre 2021 (Getty Images).

Il richiamo di Mattarella ai presidenti delle Camere nel 2021

Già nel 2012 la Corte con la sentenza 22 aveva affermato «il vaglio sugli emendamenti al decreto-legge, se flagrantemente estranei all’oggetto e alle finalità di questo. La loro approvazione importa, secondo la Corte, un uso improprio del potere parlamentare di conversione e concreta un vizio di legittimità costituzionale in parte qua della legge di conversione». Parole simili a quelle scritte il 23 luglio del 2021 dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in una lettera indirizzata agli allora presidenti di Camera e Senato (Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati) oltre che all’allora presidente del Consiglio Mario Draghi in cui il Capo dello Stato diceva di avvertire «la responsabilità di sollecitare nuovamente Parlamento e governo ad assicurare che, nel corso dell’esame parlamentare, vengano rispettati i limiti di contenuto dei provvedimenti d’urgenza, come già richiesto con analoga lettera dell’11 settembre 2020». «Il testo che mi è stato trasmesso», scriveva Mattarella, «contiene 393 commi aggiuntivi, rispetto ai 479 originari. Tra le modifiche introdotte ve ne sono alcune che sollevano perplessità in quanto perseguono finalità di sostegno non riconducibili all’esigenza di contrastare l’epidemia e fronteggiare l’emergenza, pur intesa in senso ampio, ovvero appaiono del tutto estranee, per finalità e materia, all’oggetto del provvedimento».

Perché i Decreti omnibus sono un baco invisibile che guasta i meccanismi democratici
Maria Elisabetta Alberti Casellati e Roberto Fico (Getty Images).

La moltiplicazione di commi e parole nei Dl nel corso dell’iter 

I dati raccolti da Openpolis relativi a 39 decreti convertiti in legge da questo governo mostrano che «che in media i Dl presentati alle Camere hanno registrato nel corso dell’iter un aumento medio rispetto al testo base di 35 commi e 4.628 parole. In termini percentuali, l’incremento è stato del 55,3 per cento con riferimento al numero di commi e del 63,7 per cento per quanto riguarda il numero di parole». Il poco spazio lasciato al Parlamento e l’esigenza dei parlamentari di avere occasione di adempiere al ruolo di legislatori ha partorito 1.082 emendamenti apportati ai 16 decreti cosiddetti omnibus, per la stragrande maggioranza approvati in commissione per sfuggire alla tagliola del voto fiducia che il governo utilizza come ulteriore tagliola. Così nel decreto Caivano pensato per contrastare la criminalità minorile e l’elusione scolastica sono finiti i finanziamenti per la metropolitana di Napoli, per la diga di Montaquila in Molise e per la linea ferroviaria Biella-Novara. Nel decreto 145/2023, contenente norme fiscali, ci sono anche disposizioni relative a istruzione, sport, sicurezza, e procedure concorsuali della Consob.

Perché i Decreti omnibus sono un baco invisibile che guasta i meccanismi democratici
Il governo Meloni (Imagoeconomica).

Così, senza far rumore, si eludono i meccanismi della democrazia

La questione è sicuramente molto meno avvincente degli epici complottismi della maggioranza o delle polemiche sulla satira televisiva ma rivela chiaramente come l’elusione dei meccanismi della democrazia possa attuarsi con poco baccano e senza bisogno di riforme. La lotta all’indifferenza verso la politica potrebbe partire proprio da qui: l’appassionarsi ai bachi sfruttati per comandare più che governare.

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Renzi preso a Caten…ate: De Luca demolisce Matteo

Mentre sulle pagine dei giornali in vista delle prossime elezioni europee si scrive della presidente del Consiglio Giorgia Meloni possibile candidata come capolista di Fratelli d’Italia per dosare i voti e della possibile sfida della segretaria del più consistente partito di opposizione, Elly Schlein del Partito democratico, nelle retrovie si gioca un duello appassionante per protagonisti, toni e contenuti. “L’altra sera ‘stai sereno’ Renzi a Porta a Porta straparlava di me e di Sud chiama Nord. Oltre al fatto che mi piacerebbe tanto poter replicare nella stessa trasmissione e per questo faccio un appello a Bruno Vespa, anche per rispetto del pluralismo essendo la Rai servizio pubblico”. A prendere carta e penna ieri è stato il leader di Sud chiama Nord, Cateno De Luca, che non ha ancora finito di litigare con il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, ormai alla disperata ricerca di alleati per non affondare ben sotto alla soglia di sbarramento delle prossime europee dove Renzi ha promesso di correre in prima persona.

“Al buon Renzi – dice De Luca – che si diverte a raccontare fesserie e falsità, ma non è una novità, vorrei ricordare che fino all’altro giorno lui e i suoi ambasciatori ancora ci cercavano per fare la lista insieme, visto che sono disperati all’ennesima potenza. Caro Matteo… tieniti Cuffaro, noi siamo una cosa diversa, la nostra porta ormai è chiusa”. Uno scontro tra Renzi e Cateno De Luca è la fotografia dello stato attuale del partito renziano che – ha detto proprio ieri il capogruppo di Italia Viva alla Camera Davide Faraone – vuole proporsi “a chi non si sente rappresentato dal sovranismo e dal populismo e si ispira a sentimenti europeisti”. Sarà un successo, senza dubbio.

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