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I ricchi non piangono mai, l’1% dei Paperoni paga sempre meno tasse. Imposte regressive per i più abbienti mentre i redditi continuano a diminuire

I poveri si impoveriscono ma per i ricchi il presente è sempre radioso. Le disuguaglianze dei redditi italiani sono cresciute a favore dell’1% più ricco che, in proporzione, paga meno tasse rispetto al restante 99% dei contribuenti. Lo dice uno studio congiunto di Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e Università di Milano-Bicocca, pubblicato dalla rivista scientifica Journal of the European Economic Association.

Nel suo complesso, il sistema fiscale italiano appare “blandamente progressivo” e, come sottolineano ricercatrici e ricercatori in questo studio, “diventa addirittura regressivo” per il 5% degli italiani più abbienti, che pagano un’aliquota effettiva inferiore al 95% dei contribuenti. Lo studio ha inoltre confermato che esistono importanti differenze in relazione alla tipologia di reddito prevalente: sono i lavoratori dipendenti a pagare più imposte, seguiti dai lavoratori autonomi, dai pensionati e, infine, da chi percepisce soprattutto rendite finanziarie e locazioni immobiliari.

Le stime

Lo studio stima che dal 2004 al 2015, mentre il reddito nazionale reale si riduceva del 15%, il 50% più povero degli italiani subiva la maggiore perdita con un calo di circa il 30%. All’interno del 50% più povero, ad essere più colpiti sono giovani tra i 18 e i 35 anni, che hanno perso circa il 42% del loro reddito. La disuguaglianza di genere risulta significativa per ogni classe di reddito e raggiunge valori estremi nell’1% più ricco della distribuzione, dove le donne guadagnano circa la metà degli uomini”.

Lo studio della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e dell’Università di Milano-Bicocca mostra che il 50% più povero degli italiani maggiorenni detiene meno del 17% del reddito nazionale e vive con meno di 13 mila euro all’anno. Invece, sottolinea Elisa Palagi, autrice dello studio e ricercatrice di Economia alla Scuola Superiore Sant’Anna “l’1% più ricco del Paese detiene circa il 12% del reddito nazionale, cioè una media di 310 mila euro all’anno, ottenuti soprattutto da redditi finanziari, profitti societari e redditi da lavoro autonomo, in gran parte derivante dal ruolo di amministratori societari.

Solo una ridottissima parte dei redditi dei più ricchi è ottenuta grazie ai redditi da lavoro dipendente”. In particolare, i 50 mila italiani che compongono lo 0.1% più ricco del Paese detengono il 4.5% del reddito nazionale con entrate medie superiori al milione di euro annuo, cifra che potrebbe essere raggiunta dal 50% più povero soltanto risparmiando l’intero reddito per 76 anni.

La minore incidenza fiscale per i redditi più elevati è spiegata principalmente da fattori come l’effettiva regressività dell’Iva (che grava meno sui cittadini abbienti che risparmiano di più; dal minor peso dei contributi sociali per i redditi superiori ai 100 mila euro; dalla maggiore rilevanza per i contribuenti più ricchi delle rendite finanziarie e dei redditi da locazioni immobiliari, tassati con un’aliquota del 12% o del 26%.

Le conclusioni

In conclusione, lo studio ha messo in luce “la necessità di avviare una profonda e seria discussione sullo stato attuale del sistema fiscale italiano. L’evidenza di una regressività che favorisce solo le fasce di reddito più elevate – secondo autrici e autori dello studio – sottolinea l’urgenza di riforme mirate che non penalizzino i redditi più bassi, ma mirino a correggere gli squilibri presenti riducendo le disuguaglianze e promuovendo una distribuzione del carico fiscale in modo proporzionato”. La flat tax e la riduzione delle aliquote vanno nella direzione diametralmente opposta.

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Inc… nero con Vannacci. Crosetto cade dal pero

Fonti della Difesa dicono che il ministro Guido Crosetto sarebbe “incazzato nero” con il generale Roberto Vannacci. Al ministro non va giù che un generale ancora in servizio nell’esercito sia in tour permanente per presentare il suo libro “Il mondo al contrario” (autopubblicato prima di essere ripubblicato da Il Cerchio) usato come randello per guadagnare visibilità politica.

Alla Difesa, scrive Il Fatto, pensano che “l’attuale attività pubblica del generale Vannacci non ha più nulla a che fare con la semplice presentazione di un libro o con il dibattito culturale sulle sue idee, ma evidenzia l’intenzione di costruirsi un percorso politico fatto di prese di posizione che nulla hanno a che vedere con le leggi, gli ordinamenti e il decoro che ogni militare è tenuto a rispettare”. Inoltre il generale due giorni fa ha annunciato l’uscita di un nuovo libro, questa volta autobiografico, che potrebbe essere il suo volano per la candidatura alle europee con la Lega di Salvini che diventa ogni giorno più certa. A quanto pare nessuno alla Difesa sapeva di questa nuova opera e non è mai pervenuta la richiesta di autorizzazione riservata ai militari in servizio.

Vannacci dal canto suo promette di “fare tutto quello che serve” (con un non trascurabile ritardo) ma è evidente che il rapporto con il ministro sia ormai deteriorato. Rimane un dubbio a noi spettatori: ma non è proprio Crosetto il ministro che dovrebbe vigilare e limitare le improvvide uscite di Vannacci? E ancora, non è stato proprio Crosetto a permettere che il generale venisse addirittura promosso dopo avere guadagnato la ribalta con le sue castronerie in salsa letteraria

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Le destre ci sono riuscite: torna l’impunità della politica

L’ultimo in ordine di tempo è l’emendamento all’articolo 268 del Codice di procedura penale presentato dal senatore di Forza Italia Pierantonio Zanettin e approvato dalla Commissione Giustizia dopo una riformulazione del governo. Nella trascrizione della polizia giudiziaria devono essere “esclusi i nominativi di persone estranee alle indagini, alle quali è garantito l’anonimato”. Se si indaga quindi su un’illecito non sapremo mai chi siano le sponde amichevoli e le frequentazioni dei soggetti coinvolti. La stampa quindi non avrebbe il diritto – secondo il governo – di informare che Tommaso Verdini, figlio dell’ex parlamentare Denis, provava ad aumentare la potenza delle proprie entrature per gli appalti Anas rivendendosi come “cognato” del ministro Matteo Salvini né che il nome del ministro veniva usato per provare a “oliare” i rapporti. In Commissione galleggia tra le modifiche che devono essere votate anche l’idea di vietare ai magistrati di riportare “i dati personali dei soggetti diversi dalle parti, salvo che ciò sia indispensabile per la compiuta esposizione”.

Bavagli e bavaglini

A questo si aggiunge il famoso “emendamento Costa” (dal cognome del deputato di Azione) votato di gran lena dal governo che vieta ai giornalisti di riportare frasi virgolettate di un dialogo che non sia stato “riprodotto dal giudice nella motivazione di un provvedimento o utilizzato nel corso del dibattimento”. In sostanza le conversazioni citate negli atti dei pm (che sono pubblici) diventano privati per la stampa, delegando il tutto alla libera interpretazione dei giornalisti che dovranno assumersi la responsabilità di “sintetizzare” i dialoghi esponendosi al rischio concreto di essere querelati a ogni passo.

La minuziosa opera di smantellamento della giustizia in nome del garantismo del governo Meloni sta riuscendo lì dove nemmeno Silvio Berlusconi sognava di arrivare. Quando il ddl Nordio diventerà legge dall’ordinamento italiano scomparirà anche il reato di abuso d’ufficio in controtendenza alle linee guide europee. L’Italia avrà il primato di avere cancellato un reato che l’Europa chiede per tutti gli Stati membri, inteso nella definizione della convenzione Onu contro la corruzione: il “fatto per un pubblico ufficiale di abusare delle proprie funzioni o della sua posizione, ossia di compiere o di astenersi dal compiere, nell’esercizio delle proprie funzioni, un atto in violazione delle leggi al fine di ottenere un indebito vantaggio per sé o per un’altra persona o entità”.

Nei giorni scorsi il portavoce della commissione europea per la Giustizia, Christian Wigand, ha detto che la commissione è a conoscenza della proposta di legge italiana e ne sta seguendo gli sviluppi con attenzione. Wigand ha avvertito che l’approvazione della norma potrebbe avere “un’impatto sulla lotta alla corruzione” e “la lotta alla corruzione è una priorità assoluta per la Commissione. Abbiamo adottato un pacchetto di misure anticorruzione a maggio per rafforzare la prevenzione e la lotta alla corruzione”.

Tornano l’impunità e i soprusi del potere

Come ha spiegato in un’intervista a Repubblica l’ex procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato – ora senatore del M5S – con la cancellazione del reato non potrebbero più essere perseguite “tutte le manipolazioni di concorsi pubblici grazie alle quali i vincitori sono selezionati non per merito ma per nepotismo e fedeltà. E ancora tutti i casi di favoritismo per ragioni clientelari destinati ad alimentare il voto di scambio”. Non si tratta solo di un reato spia, le 3.600 condanne inflitte dicono che si tratta di un reato che ha portato a chiare condanne definitive. Tra gli obiettivi del ministro Nordio c’è poi un alto grande sogno del berlusconismo che fu: la riduzione del numero di intercettazione che, a dire del ministro, “costerebbero troppo”. Il ministro è smentito dai numeri visto che il valore dei beni provento di attività illecite è dieci volte superiore rispetto alla spesa per le intercettazioni. La riduzione delle intercettazioni non è altro che l’ennesimo favore all’impunità della zona grigia e dei colletti bianchi.

A proposito di garantismo e di garanzie è al vaglio della Camera l’introduzione di un collegio di tre giudici per decidere sulle custodie cautelari in carcere. Un capolavoro di inefficienza se si pensa alla carenza di personale soprattutto nei piccoli tribunali che dovranno fare i conti anche con il regime di incompatibilità. è stato sempre un grande sogno di Silvio Berlusconi anche la separazione della carriere che questo governo sta provando a riproporre. Il sogno dei pubblici ministeri sotto lo stretto controllo dell’esecutivo politico è irrinunciabile anche per Giorgia Meloni e i suoi. Intanto sarà introdotto l’obbligo di avvisare una persona se deve essere arrestata se l’arresto viene chiesto per reati commessi “con l’uso di armi o con altri mezzi di violenza personale”: uno novità che ha il profumo di voler garantire anche in questo caso soprattutto i colletti bianchi. Fare peggio dei governi Berlusconi sembrava pressoché impossibile ma il governo Meloni ce la sta mettendo tutta per riuscirci.

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A proposito di femminicidi, dodicesimo giorno dell’anno

Igor Moser e Ester Palmieri si stavano separando. Ieri lui l’ha uccisa in un’abitazione a Valfloriana (in Trentino) e poi con la sua auto si è rintanato in un casolare di sua proprietà dove si è tolto la vita impiccandosi. La coppia aveva tre bambini di età compresa tra i cinque e i dieci anni. In quei momenti si trovavano all’asilo e a scuola. A scoprire il cadavere sono stati i familiari della donna. Ester sarebbe morta dissanguata a causa delle ferite ricevute probabilmente da un coltello. Il corpo di Igor Moser è stato trovato invece nel sottotetto dell’appartamento in cui viveva, al civico 2 di via Valle, a Castello Molina di Fiemme. Secondo quanto trapela l’uomo non avrebbe accettato la separazione e, al culmine dell’ennesimo litigio, avrebbe ucciso la compagna. Possesso, insomma. Siamo alle solite. Non accettando la separazione lui ha voluto decidere della vita di lei fino all’ultimo, fino all’estremo. 

A Villa Iconicella di Lanciano, in provincia di Chieti, ieri è stato arrestato Aldo Di Nunzio, ex vigile del fuoco di 71 anni. Sua moglie Annamaria D’Eliseo, 60 anni, bidella in una scuola, era stata trovata impiccata con un cavo elettrico il 17 luglio del 2022. Il marito si è sempre professato innocente e ha sempre dichiarato di aver trovato la moglie senza vita, dicendosi convinto che si fosse suicidata. Le indagini invece hanno appurato che i cavi elettrici con cui Annamaria si era impiccata non avrebbero potuto sostenerne il peso e quindi tantomeno ucciderla. Nuovi video e audio inchiodano il marito. 

Siamo al dodicesimo giorno dall’inizio dell’anno.

Buon venerdì. 

Nella foto: Ester Palmieri (immagine dal suo profilo facebook)

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Babbo Meloni su Report, già pronta la polemica

La prossima polemica arriverà con la prossima puntata di Report, potete metterci la firma. Il 14 gennaio la trasmissione condotta da Sigfrido Ranucci racconterà di Francesco Meloni, il padre della premier morto nel 2012. Come anticipato da Repubblica la trasmissione Rai indagherà sui rapporti di Francesco – detto Franco (Meloni) – con il re della droga Michele Senese, boss campano con una fiorente attività nella capitale.

A parlare in un’intervista è Nunzio Perrella, collaboratore di giustizia ed ex camorrista che ha fatto scattare diverse indagini sulla gestione dei rifiuti in Campania. Perrella ama le luci della ribalta: qualche anno fa si era prestato come “agente provocatore” per fare emergere alcuni funzionari corrotti nella pubblica amministrazione. Anche in quel caso, come spesso accade da noi, i cultori del garantismo peloso si interessarono più al pentito che aveva scoperchiato un sistema illecito che ai corrotti. Perrella sostiene di aver chiesto quantitativi di hashish al boss Michele Senese detto ‘O Pazzo e questo avrebbe fatto riferimento a un uomo che con una barca a vela faceva viaggi tra la Spagna e il Marocco fino all’Italia e che il pentito riconosce in Francesco Meloni, arrestato il 25 settembre 1995 nel porto di Maò a Minorca con 1.500 chili di hashish.

La responsabilità penale – lo sanno anche i sassi – è personale. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni in diverse occasioni ha raccontato di non avere più voluto avere rapporti con il padre fin dall’età di 11 anni. Il giornalismo ha ovviamente il compito di indagare, meglio ancora se scopre. Ma vedrete che l’occasione sarà buona per randellare Report e Ranucci. E lo faranno gli stessi che difendono il diritto di appostarsi sotto casa di Fedez per le uova di Pasqua della moglie.

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Silurato pure Sinibaldi: il Centro per il libro al monarchico Colella

“Un’occupazione, una propensione famelica che non guarda al lavoro, alle competenze, alle biografie”. Usa parole dure Marino Sinibaldi appena fatto fuori dal governo di Giorgia Meloni dal Centro per il libro e per la letteratura. La sua presidenza triennale era scaduta l’8 gennaio ma tutto (e tutti) lasciava intendere che sarebbe stata rinnovata per non stralciare il filo del buon lavoro fatto fin qui. Sinibaldi critica anche il metodo con cui gli è stata comunicata la decisione: una telefonata proprio mentre stava raggiungendo la sede romana del Cepell per una riunione: “Quella telefonata è arrivata senza nessun preavviso. In 24 ore mi hanno sostituito dimostrando un’intenzione famelica che non mi aspettavo”, dice nella sua intervista a caldo a Repubblica.

Silurato Sinibaldi, arriva Colella

Lo stile greve del governo è sempre lo stesso: poche righe via mail o poche parole dette al telefono per interrompere percorsi culturali avviati. L’egemonia culturale si esprime soprattutto estirpando i presunti avversari da ogni angolo culturale. Non conta che l’ormai ex presidente stesse lavorando a un incontro europeo sulle politiche della lettura in occasione della Fiera di Francoforte del 2024, dove l’Italia sarà ospite d’onore e a un progetto per il sostegno alle traduzioni dei libri italiani all’estero. “Mancavano solo i libri e si sono presi anche i libri. Complici le feste natalizie, hanno fatto fuori dal Centro per il libro e la lettura Marino Sinibaldi, una delle personalità più popolari della cultura del nostro Paese che ha speso la sua vita per invogliare il grande pubblico alla lettura dei libri”, dice Sandro Ruotolo, responsabile cultura del Partito democratico.

“Questo governo di destra – aggiunge Ruotolo – ha un solo un obiettivo: piazzare i suoi uomini dovunque sia possibile, hanno solo fame di potere. Non c’entrano biografie, curriculum, storie, ma solo appartenenza. La scelta del nuovo presidente è caduta su Adriano Monti Buzzetti Colella, tra gli organizzatori della mostra su Tolkien, l’icona della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Stiamo diventando un Paese sempre più povero, omologato e senza punti di vista diversi”. Per il dem Nicola Zingaretti “ci rimette l’Italia e la nostra cultura”. A sostituire un riconosciuto professionista del settore con un curriculum sterminato arriva il giornalista professionista (è vice caporedattore alla redazione cultura del Tg2) e direttore della rivista Dimensione cosmica, amante dell’horror di Lovecraft, tra gli organizzatori della mostra su Tolkien. Noto anche per le sue posizioni apertamente monarchiche: definì il referendum del 2 giugno 1946 ispirato a “dinamiche truffaldine e di fatto golpiste”.

Fantasy

Sul genere fantastico usato dalla destra come leva per scardinare l’esistente ieri è intervenuta anche la scrittrice e giornalista Loredana Lipperini: “Questo ostinato e obsoleto scherno del fantastico come identificativo della cultura di destra, e per questo immondizia, è sciocco, disinformato e dannoso”, scrive. Come ricorda Sinibaldi, il Cepell gestisce “circa 4 milioni di finanziamenti”. Tra le attività che promuove, “ci sono i Patti per la lettura e il sostegno a festival e associazioni culturali. Un lavoro quotidiano per sostenere il libro diffuso che in questi tre anni, funestati dalla pandemia, mi sembra di aver curato al meglio. L’industria editoriale, anche grazie all’impegno del ministero, è sopravvissuta bene al virus. È verosimile che la destra voglia ora costruire una nuova rete di festival culturali ‘identitari’ con una matrice politica forte“.

Il suo ruolo non prevede compensi. Diranno: “anche la sinistra ha sempre fatto così”. Falso. Il precedente direttore del Centro per il Libro, Angelo Piero Cappello, nominato come me da Franceschini, era di destra. Sinibaldi, sia chiaro, non è intoccabile, come tutti. A colpire è soprattutto il metodo di sostituzione totale nel mondo culturale dove a costruire egemonia dovrebbero essere le idee più delle appartenenze. Così coloro che si proclamano difensori della cultura italiani appaiono con l’unico obiettivo di sostituire chiunque ovunque. Eccola la sostituzione etnica.

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Acca Larentia: chiederanno scusa, si può scommettere

Per capire quanto c’entri il partito di Fratelli d’Italia con i saluti fascisti durante la commemorazione di Acca Larentia potrebbe essere utile farsi un giro sul canale Telegram del Blocco studentesco, la formazione giovanile di estrema destra di Casapound che è tra gli organizzatori della commemorazione che ogni anno si ripete di fronte alla sede dell’ex Msi. Il gruppo ha condiviso un articolo di Repubblica in cui il vice presidente della Camera di Fratelli d’Italia Fabio Rampelli spiega che le persone nel filmato che ha fatto il giro del mondo “sono persone di varia provenienza, cani sciolti, organizzazioni extraparlamentari. Non hanno niente a che vedere con FdI”. Il commento di Blocco studentesco è chiaro: “Dopo l’infamia, l’ipocrisia”, scrivono, prendendosela anche con lo scrittore e giornalista Marcello Veneziani che aveva definito i presenti come “cretini”. 

Facile immaginare che l’ipocrisia di cui parlano i giovani di Casapound sia la mimetizzazione di chi come Giorgia Meloni nel 2009 da ministra della Gioventù si presentava alla cerimonia accompagnata dall’ex leader di Forza nuova Giuliano Castellino (appena condannato per l’assalto alla Cgil del 9 ottobre del 2021). Il senso di tradimento di una parte dell’estrema destra è la certificazione dell’ipocrisia di un governo che nega l’innegabile per apparire potabile. 

C’è da scommettere che in molti nel partito di Giorgia Meloni muoiano dalla voglia di scusarsi per quest’improvvisa moderazione simulata resa obbligata dalle circostanze. Lo faranno – si può scommettere – quando saranno all’opposizione. 

Buon giovedì. 

Nella foto: militanti di Blocco studentesco (Wikipedia)

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In Ucraina la pace può attendere, Crosetto già parla di nono decreto armi

Crosetto tira dritto. Intervenendo alla Camera sulla proroga all’invio di armi decisa dal Consiglio dei ministri a dicembre scorso, il ministro alla Difesa ha ribadito la linea del governo. “Il nostro sostegno all’Ucraina resta forte e totalmente inalterato”. Anche se “parrebbe giunto il momento” del dialogo, ha aggiunto, “che affianchi gli aiuti che stiamo portando avanti perché si rilevano una serie di segnali importanti che giungono da entrambe le parti in causa. Le dichiarazioni di diversi interlocutori russi evidenziano una lenta e progressiva maturazione di una disponibilità al dialogo per porre fine alla guerra. In Ucrainail fronte interno appare meno compatto che nel passato nel sostenere la politica del presidente Zelensky”.

Crosetto si porta avanti sul decreto armi

“Vorrei non ci fosse bisogno di un nono, e poi di un decimo pacchetto di aiuti militari, vorrei che l’ottavo fosse l’ultimo e che il prossimo fosse di aiuti umanitari, utile a ricostruire scuole e ospedali”, ha detto il ministro della Difesa. “Lo stesso vale per Israele – ha proseguito -, la richiesta che smettano di cadere bombe sui civili palestinesi la faccio ogni giorno e non sui giornali ma al mio collega israeliano. Siano stati tra i primi a mandare aiuti e continueremo a farlo, perché ci siamo assunti la responsabilità di fare la cosa giusta che non è mai quella facile”.

Il Movimento 5 Stelle ha presentato una risoluzione in cui chiedeva di “interrompere immediatamente la fornitura di materiali d’armamento alle autorità governative ucraine, ferme restando le misure destinate agli aiuti umanitari” e che impegnava il governo “a voler comunicare preventivamente al Parlamento l’indirizzo politico da assumere in occasione di consessi internazionali con riferimento all’evoluzione del conflitto Russia-Ucraina”. I 5S chiedevano anche al governo di “intraprendere tutte le azioni necessarie atte a scongiurare la distrazione delle risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza a favore del cofinanziamento dell’industria della difesa”.

La risoluzione è stata bocciata, come quella di Alleanza Verdi e Sinistra. È passata invece la risoluzione del Partito democratico che chiedeva di “sostenere il ruolo dell’Italia in un rinnovato e più incisivo impegno diplomatico e politico dell’Unione europea, in collaborazione con gli alleati Nato e in un quadro multilaterale, anche con l’auspicio di poter ospitare una futura conferenza di pace a Roma, per mettere in campo tutte le iniziative utili al perseguimento di una pace giusta e sicura”. Nella risoluzione dei dem si prevede la conferma di “tutti gli impegni assunti dall’Italia nel quadro dell’azione multilaterale”. Per questo il ministro non ha espresso parere contrario.

Approvata anche la risoluzione presentata da Italia viva, Azione e Più Europa. Al Senato invece più della discussione sull’invio di armi in Ucraina a tenere banco è stato il derby di Coppa Italia tra Roma e Lazio. La conferenza dei capigruppo ha deciso di limitare il dibattito per far finire i lavori in tempo per la partita di calcio che era in programma alle 18. I tifosi dell’una e dell’altra squadra hanno chiesto di fermare in anticipo i lavori dell’Aula per poter assistere tranquillamente alla partita. Alcuni senatori – che preferiscono rimanere anonimi – raccontano di una decisione presa “all’unisono” dai gruppi parlamentari. Impossibile sapere di chi sia stata l’idea. “Non cercate il pelo nell’uovo”, dice un senatore al telefono. Al mattino il governo aveva garantito di voler “mantenere un costante dialogo con il Parlamento in riferimento all’andamento del conflitto e sugli sviluppi politici e diplomatici”. Giorni di derby esclusi.

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Vannacci politico dilettante, ma in ottima compagnia

Andrà a finire come si sapeva fin dall’inizio. Il generale Roberto Vannacci – ultimamente anche scrittore – segna un ulteriore passo verso la sua fragorosa entrata in politica meritata grazie all’attività di troll sovranista in modalità letteraria. È passato solo un giorno da quando il leader della Lega e ministro delle Infrastrutture Salvini gli ha aperto le porte offrendogli una candidatura per le prossime elezioni europee e così il prode Vannacci decide di rilasciare in un’intervista a Il Messaggero in cui raccoglie felice l’amo.

Prima Vannacci ci fa sapere di avere i polpastrelli caldi per un secondo libro dopo ‘Un mondo al contrario’, record di incassi e polemiche: “Ebbene potrebbe essere, tra qualche tempo. Ma non dico altro, nella mia professione la sorpresa gioca un ruolo decisivo”, dice il generale. Quali siano le linee nemiche che potrebbero essere debellate dall’uscita del suo libello sarebbe curioso capirlo. Poi ci fa sapere che “non si può trascendere” dall’Europa che lui sogna “configurata in base ai nostri interessi nazionali”, praticamente una specie di dependance in subaffitto.

E infine Vanancci dice: “Io ho solo un cruccio. Passare da un settore in cui sono un professionista affermato, l’esercito e il mondo militare, a un settore come la politica, in cui sono un dilettante. Di politica invece non mi sono mai occupato, e dunque mi prendo del tempo e ringrazio chi mi ha offerto un’alternativa”. Su questo lo rassicuriamo noi: in una selva di pistoleri allegri, pregiudicati perseveranti, imprenditori falliti ma ministri e professionisti della boutade, il generale ha le carte in regola per fare la sua porca figura.

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Rivista Blam recensisce “I mangiafemmine”

Giulio Cavalli, giornalista e autore teatrale che dal 2007 vive sotto scorta per il suo impegno nella lotta contro le mafie, firma con I mangiafemmine (Fandango, 2023) la sua opera più paradossale e provocatoria, completando la trilogia di romanzi distopici ambientati nell’immaginario Paese di DF. Dopo i misteriosi ritrovamenti dei cadaveri di Carnaio (Fandango, 2018) e la diffusione incontrollata di focolai di empatia e sentimentalismi di Nuovissimo testamento(Fandango, 2021), in I mangiafemmine Cavalli racconta la decisione del governo di DF di legalizzare il femminicidio parificandolo a un’attività venatoria che ha lo scopo di ristabilire l’equilibrio tra i generi.

I mangiafemmine di Giulio Cavalli: la trama del libro

Valerio Corti, candidato premier per la coalizione dei conservatori di destra, è ormai certo della vittoria alle imminenti elezioni politiche di DF e non si cura delle donne che ogni giorno sono ammazzate da mariti, compagni, amanti o ex fidanzati. Tutti i sondaggi sono a suo favore e la campagna elettorale procede senza intoppi, fino a quando non commette un grave errore di comunicazione nel commentare l’ennesimo femminicidio avvenuto nel Paese. Infatti, mentre le femministe manifestano nelle piazze per denunciare il massacro e l’opinione pubblica si domanda cosa farà il governo per risolvere il problema, Valerio Corti sostiene che le donne per bene non corrono alcun rischio e afferma che non intende occuparsi del problema, perché da secoli «agli uomini capita di ammazzare le donne e alle donne capita di ammazzare gli uomini». Per non compromettere la campagna elettorale e per sedare le polemiche, la coalizione impone a Corti di farsi da parte e candida come premier Marzia Rizzo che, in quanto donna, risulta meno attaccabile. Come da pronostico, i conservatori vincono le elezioni e presentano il decreto-legge n. 55 che stabilisce «misure straordinarie per la regolamentazione temporanea dell’attività venatoria speciale/straordinaria del femminicidio», legalizzando attraverso una serie di norme l’uccisione delle donne. Durante il voto in parlamento, i democratici non contestano la proposta e si limitano a chiedere maggiore chiarezza sulle regole che gli uomini dovranno seguire per rispettare la legge. L’unica a preoccuparsi delle effettive conseguenze di questo decreto è la giornalista di «Df Unita», Clementina Merlin, che crede che solo una rivoluzione culturale potrà salvare le donne dalla violenza degli uomini.

Una distopia iperrealistica che diventa specchio della nostra società

«Il problema non sono solo gli uomini che uccidono o che stuprano, il problema sono anche gli uomini che non uccidono e non stuprano ma hanno il terrore di avere prima o poi il bisogno di farlo. Nella loro testa è sempre la reazione sbagliata a una rabbia giusta. E se non delegittimiamo quella rabbia, la nostra salvezza dipenderà sempre dal buon cuore del nostro nemico».

I mangiafemmine è romanzo distopico e allo stesso tempo iperrealistico in cui il Paese immaginario di DF appare uno specchio della nostra società. Valerio Corti e Marzia Romano rappresentano l’ipocrisia di una classe politica che fonda i propri successi solo sulle apparenze e su strategie di comunicazione che curano gli slogan della campagna elettorale, le risposte confezionate per i giornalisti, il power dressing e il tono di voce basso per sembrare più carismatico. I racconti dei femminicidi che si susseguono nel romanzo riprendono dinamiche che ritroviamo anche nei fatti di cronaca reali, come la ricerca di una giustificazione al comportamento degli uomini e la colpevolizzazione delle vittime. Frida, «moglie ingrata, eternamente insoddisfatta», è uccisa dal marito Tullio, mangiafemmine allontanato dall’ufficio perché abusava delle stagiste. Sonia dopo anni di violenze subite dal marito Gianni decide di lasciarlo e lui, incapace di accettare la fine della loro storia, la ammazza prima di suicidarsi. La sedicenne Beatrice festeggia un anno di fidanzamento con Mario che, mosso dalla gelosia, le stringe le mani sul collo fino a farla smettere di respirare. Con il decreto Mangiafemmine le donne sono paragonate a un capo di selvaggina in sovrannumero di cui è necessario disfarsi, seguendo precise regole igieniche e comportamentali, come ricorda lo spot lanciato sulla televisione di Stato: «[…] la nuova legge voluta dal governo impone la tutela e il rispetto delle donne, in difesa dei diritti che per lo Stato di DF sono una priorità. Per questo […] l’abbattimento della femmina deve essere autorizzato dal comando provinciale del Corpo forestale di DF, dopo avere presentato la documentazione».

La scrittura di Giulio Cavalli in I mangiafemmine

Ispirandosi a Margaret Atwood, Roberto Bolaño e José Saramago, con uno stile crudo e diretto, Giulio Cavalli porta all’estremo quella narrazione distorta dei femminicidi ancora ampiamente diffusa nella mentalità comune. Il romanzo si caratterizza, inoltre, per un’accurata ricerca sul linguaggio che dimostra come il patriarcato sia ben evidente anche nella scelta delle parole. I conservatori, infatti, rifiutano di adottare il termine femminicidio per indicare quelli che per loro sono comuni uxoricidi, mentre Marzia Rizzo, premier del governo più patriarcaledella storia di DF, ribadisce ai giornalisti che il suo sarà un governo femminile e non femminista.

A cura di Francesca Cocchi