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Violati i diritti dei migranti pure quelli dei minori

Qualche giorno fa la Corte europea per i diritti umani (Cedu), non ha avuto dubbi nell’accogliere la richiesta di scarcerazione di un ragazzino straniero di 15 anni. La Corte ha detto che la sua detenzione nel Cpr di Restinco, vicino a Brindisi (“in condizioni inumane e degradanti”), è assolutamente illegittima. E ha disposto la sua immediata liberazione il trasferimento in un luogo e in una struttura adatta, dove possa essere assistito e protetto.

Ma la realtà è peggio di quanto sembri. Asgi, Arci, Cnca, Defence for Children International Italia, Intersos e Oxfam Italia in una lettera inviata lunedì 18 dicembre 2023 alle istituzioni centrali e locali, quali la Prefettura, il Tribunale per i Minorenni, la Procura, il sindaco, il Servizio Centrale Sai e le Autorità garanti per l’infanzia denunciano: “Circa 180 minori stranieri non accompagnati vivono in condizioni gravemente inadeguate e lesive della loro dignità in una struttura di primissima accoglienza sita nel Comune di Rosolini, in Sicilia, alcuni da oltre tre mesi. Tali condizioni, oltre a non risultare conformi alle norme in materia di accoglienza dei minori stranieri non accompagnati, potrebbero configurare, sulla base della recente e ormai consolidata giurisprudenza della Cedu trattamenti inumani e degradanti ai sensi dell’art. 3 della Convenzione Edu”.

Le associazioni descrivono così le condizioni all’interno della struttura: “I minori dormono su brandine collocate all’interno del pallone tensostatico, senza alcuna garanzia di privacy. Non sono disponibili spazi comuni per la mensa né per svolgere attività educative e ricreative. In mancanza di tavoli e sedie, i ragazzi sono costretti a consumare i pasti in piedi o seduti sulle brandine”.

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Esecuzioni sommarie a Gaza City. L’ombra dei crimini di guerra su Israele

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Unhchr) ha affermato di aver ricevuto informazioni “inquietanti” secondo cui le Forze di difesa israeliane (Idf) avrebbero ucciso sommariamente almeno 11 uomini palestinesi davanti ai loro familiari a Gaza. Un rapporto dell’Unhchr citato dai media internazionali afferma che l’incidente sarebbe avvenuto due giorni fa nel quartiere di Al Remal a Gaza City, “sulla scia di precedenti accuse riguardanti il deliberato attacco e l’uccisione di civili per mano delle forze israeliane”.

Unhchr ha ricevuto informazioni “inquietanti” secondo cui le l’Idf avrebbero ucciso sommariamente almeno 11 uomini palestinesi davanti ai loro familiari a Gaza

Secondo quanto riferito, i soldati delle Idf avrebbero circondato e fatto irruzione in un edificio dove diverse famiglie si erano rifugiate quella notte. Secondo i resoconti dei testimoni, le truppe israeliane avrebbero “separato gli uomini dalle donne e dai bambini, e poi hanno sparato uccidendo almeno 11 uomini, per lo più tra i 20 e i 30 anni, davanti ai loro familiari”, si legge nel rapporto. L’Unhchr ha affermato di aver confermato gli omicidi avvenuti negli edifici, sebbene dettagli e circostanze siano ancora in fase di verifica.

L’Onu chiede l’apertura di un’indagine indipendente

L’agenzia Onu ha avvertito che queste accuse “danno l’allarme sulla possibile commissione di un crimine di guerra” e ha chiesto alle autorità israeliane di aprire immediatamente un’indagine indipendente. Dall’inizio del conflitto tra Hamas e Israele, cominciato il 7 ottobre, a Gaza il 66 per cento delle persone impiegate ha perso il posto di lavoro. Sono circa 192 mila i posti persi in dieci settimane. Lo riporta l’Onu, che cita dati dell’ufficio centrale di statistica dell’autorità palestinese. Ma non è tutto. Nel nord della Striscia di Gaza non c’è più alcun ospedale funzionante a causa della mancanza di personale, carburante e medicinali. Lo denuncia l’Organizzazione mondiale della sanità.

In un incontro con i giornalisti a Gerusalemme collegato dalla Striscia, Richard Pepperkorn, rappresentante dell’Oms a Gaza, ha detto: “Attualmente non ci sono più ospedali nel nord che funzionino. L’ultimo rimasto era Al-Ahli, ma adesso è al minimo della sua funzionalità”. Così mentre il portavoce militare di Israele annuncia che l’esercito ha completato l’operazione nell’area sud di Gaza City contro il Battaglione Nuseirat di Hamas ed ha allargato le sue azioni nel centro della Striscia dopo che “sono stati eliminati centinaia di terroristi e trovate armi in bambole per bambini nell’area di Bakshi” sorge spontanea una domanda: cosa altro serve perché lo stato di Israele venga portata di fronte alla Corte penale internazionale per i crimini commessi in guerra Dall’uccisione di ostaggi ritenuti terroristi all’utilizzo della fame e della sete come arma di pressione di guerra lo stato id Israele ha violato il diritto internazionale ripetutamente nel corso della sua controffensiva su Gaza.

Per gli eccidi in Ucraina il Tribunale dell’Aja ha ordinato l’arresto di Putin. A Netanyahu invece tutto è concesso

Quella che dovrebbe essere un’operazione antiterroristica contro Hamas ha coinvolto a oggi circa 20mila vittime, circa 300 persone al giorno dall’inizio del conflitto, escludendo il cessate il fuoco di sette giorni. Amnesty international ha chiesto un’indagine urgente su quella che ha definito la “sparizione forzata” di decine di detenuti palestinesi di Gaza a opera di Israele, dopo le notizie di morti nei centri di detenzione militare israeliani. L’Idf ha dichiarato di star indagando sui decessi. L’Oms afferma che “un mix tossico di malattie, fame e mancanza di igiene e servizi igienici” sta aumentando la disperazione della popolazione. Sono almeno 360mila i casi di malattie infettive registrati tra gli sfollati: si teme non solo che il numero sia sottostimato, ma che sia destinato ad aumentare. Perché Putin giustamente è stato immediatamente messo di fronte ai propri crimini e il presidente israeliano Benjamin Netanyahu gode di cotanta protezione?

Leggi anche: A Gaza oltre mezzo milione di persone rischia di morire di fame, ma intanto il Consiglio di sicurezza dell’Onu rinvia ancora una volta il voto sulla risoluzione per chiedere la fine dei combattimenti

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Armi all’Ucraina, Crosetto firma l’ottavo decreto e ammette che la guerra è un flop

Il ministro alla Difesa (o alla guerra) Guido Crosetto ieri ha annunciato la firma dell’ottavo decreto aiuti militari in favore dell’Ucraina. Non potendo negare la realtà dei fatti ha però tirato il freno a mano. In un’intervista al quotidiano Il Foglio Crosetto ha assicurato che l’Italia continuerà a garantire il suo supporto ma ha precisato che “la comunità internazionale però oggi ha il dovere di pensare se sia possibile ottenere attraverso la politica ciò che non è stato finora possibile ottenere fino in fondo attraverso le armi. Bisogna partire dallo stato attuale del fronte, rendersi conto di ciò che si è riconquistato, di ciò che si è mantenuto e di ciò che la controffensiva non riesce a riconquistare – ha aggiunto -. Se si parte da questo presupposto, è chiaro che da una fase di conflitto militare sia necessario passare a una fase di negoziato politico”.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ieri ha annunciato la firma dell’ottavo decreto aiuti militari in favore dell’Ucraina

Passa qualche minuto e ad attaccare il ministro ala Difesa è il senatore del Partito democratico Filippo Sensi che confessa di stimare il ministro ma ci tiene a precisare che il senso e il messaggio della sua intervista sull’Ucraina penso siano profondamente sbagliati: “Un grande paese come l’Italia non può permetterselo. Lo dobbiamo agli ucraini che combattono per la nostra libertà, le nostre democrazie”. Di tutt’altro avviso sono i i parlamentari del Movimento 5 Stelle delle commissioni Politiche Ue e Difesa di Camera e Senato che sottolineano come nel nuovo accordo europeo sul Patto di stabilità i nuovi paletti di bilancio “che imporrano dolorosi tagli alla spesa pubblica e impediranno manovre espansive e anticicliche basate su investimenti per la crescita e il welfare” mentre non vincoleranno gli investimenti per la difesa in particolare quelli per nuovi armamenti.

“Su richiesta dell’Italia, infatti, queste spese, e solo queste, saranno considerate – scrive il M5S – come fattore rilevante per giustificare scostamenti dalle regole di bilancio, il che significa che la Commissione chiuderà un occhio su sforamenti dovuti a spese eccezionali in armi, garantendo a questa voce un trattamento privilegiato rispetto alle altre spese come sanità, istruzione e pensioni”. Per i parlamentari grillini Crosetto “parla di ‘grande successo’ e ha il coraggio di dire ‘in un momento difficile come questo era giusto liberare risorse per sanità, sociale, interventi per la fiscalità e per la competitività delle aziende’. E allora, gli chiediamo, perché il governo italiano non si è battuto per escludere direttamente queste spese dal patto di stabilità, puntando invece solo su quelle in armamenti?”.

Negli Usa il tema degli aiuti a Zelensky è oggetto di un acceso dibattito pubblico. In Italia invece è calato il silenzio

Una cosa è certa. Negli Usa la questione della spesa per gli armamenti è al centro del dibattito politico mentre da noi sembra riservata al ministro della Difesa, al Copasir e a una stratta compagnia di giro. Il neo-leader della Camera, Mike Johnson, ha dichiarato in una lettera all’amministrazione Biden che i legislatori hanno bisogno di maggiori dettagli sugli obiettivi degli Stati Uniti in Ucraina e ha collegato la questione a concessioni sull’immigrazione. Lo scontro politico sull’Ucraina negli Stati Uniti è acuito dalla campagna per le elezioni presidenziali di novembre 2024, iniziata da mesi, e che ha rafforzato ulteriormente la maggioranza degli elettori e dei politici repubblicani a sostegno di un ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump.

Di armi, di cifre e di tempi se ne parla sui media e nel dibattito pubblico. Qui dalle nostre parti le spese per gli armamenti sono al riparo da qualsiasi discussione parlamentare. Anzi, se il ministro prende atto del fallimento della controffensiva ucraina e si permette di accendere il dubbio che sia giunto il tempo di trattare, viene accusato di tradimento.

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L’Italia e l’abuso dei minori stranieri. Ancora

È successo, ancora. La Cedu ha ordinato al Governo italiano di trasferire un minore di 15 anni trattenuto dall’inizio di ottobre nel centro di Restinco in provincia di Brindisi, in un adeguato centro per minori non accompagnati. Lo ha reso noto l’Asgi (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione), specificando che la decisione “si aggiunge alla lunga serie di sentenze della Corte Europea per i Diritti Umani e le Libertà fondamentali contro l’Italia”. Con la decisione cautelare del 19 dicembre, la Corte “ha specificato che tale nuovo centro dovrà garantire al minore i diritti sino ad oggi negati tra cui tutta l’assistenza necessaria, compreso, a titolo esemplificativo, il rilascio di validi documenti di identificazione, il collocamento in condizioni compatibili con l’articolo 3 della Convenzione, l’accesso alle procedure legali e amministrative pertinenti, la nomina di un tutore. Inoltre ha deciso di dare priorità all’esame del ricorso di merito”, spiega l’Asgi in una nota. 

“A fronte della natura sistemica delle violazioni riscontrate, ricordiamo che Asgi – prosegue il comunicato – lo scorso 6 novembre ha inviato una comunicazione al comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa che deve supervisionare l’attuazione delle sentenze della Cedu, elencando le innumerevoli situazioni di mancata tutela e illegittimo trattenimento di cui sono vittima i minori stranieri non accompagnati in Italia. Situazione destinata ad ulteriormente aggravarsi anche alla luce dell’entrata in vigore delle misure previste dal d.l. 133/2023, convertito con modificazioni in L. 173/2023 del 1.12.2023 e dell’ulteriore rischio che, a seguito di procedure superficiali, siano identificati come maggiorenni coloro che, invece, sono minori di età”.

Buon venerdì. 

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Altro che deriva giudiziaria. È il bavaglio la vera barbarie

Non c’è niente di meglio che raccontare come sarebbe stata la stampa italiana già da tempo con l’emendamento del calendiano Enrico Costa, che a braccetto col governo ha deciso di confezionare l’ennesima legge bavaglio. Per l’onorevole Costa bisogna vietare la pubblicazione integrale e per estratto degli atti processuali.

Non c’è niente di meglio che raccontare come sarebbe stata la stampa italiana già da tempo con l’emendamento del calendiano Costa

“Un provvedimento liberticida non solo nei confronti dell’articolo 21 della Costituzione, ma anche nei confronti delle libertà individuali”, dice la Fnsi. Come sarebbe? Il cronista giudiziario di Repubblica Giuliano Foschini ricorda che non avremo potuto sapere nulla di Andrea Bonafede, l’uomo che ha prestato la sua identità a Matteo Messina Denaro. Non avremmo saputo e visto le immagini delle botte dei carabinieri all’interno della caserma di Piacenza, non sapremmo dei comportamenti di Filippo Turetta prima dell’omicidio di Giulia Cecchettin, non sapremmo delle conversazioni del magistrato Luca Palamara.

Il Fatto Quotidiano ricorda che non avremmo letto la teoria del “mondo di mezzo” di Buzzi e Carminati o non avremmo letto il brigare dell’ex senatore Giancarlo Pittelli, descritto come “l’affarista massone dei boss della ’ndrangheta calabrese”, nominato loro legale “in quanto capace di mettere mano ai processi con le sue ambigue conoscenze e rapporti di ‘amicizia’ con magistrati”.

Sono alcuni esempi ma potrebbero essere migliaia, a partire dagli atti del Ponte Morandi. Ve lo immaginate un Paese in cui tutto è delegato a una “sintesi” (non si capisce come)? Il punto sta tutto qui: chi ci guadagnerebbe? Nella risposta ci sono i poteri che si vogliono difendere. E no, non è il diritto all’informazione.

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Chi paga non prende migranti. E l’Italia diventa il campo profughi Ue

Per capire cosa ci sia dentro l’accordo tra eurodeputati e i governi nazionali raggiunto ieri a Bruxelles per rinnovare la legislazione dell’Ue in materia di asilo e migranti basta guardare in Francia dove il premier Emmanuel Macron traballa per la rabbia dei repubblicani che denunciano una “regressione dei diritti indietro di quarant’anni” e hanno ritirato dal governo il loro ministro della Salute Aurélien Rousseau.

Accordo a Bruxelles sulla riforma del Trattato di Dublino. Il nostro Paese sarà il Centro rimpatri del continente

Non è un caso quindi che insieme a Marine Le Pen e il leader spagnolo di Vox Santiago Abascal da noi festeggino tutti i partiti di centrodestra, rivendicando i nuovi accordi come “una vittoria politica dell’Italia”. Il Patto migrazione e asilo, presentato dalla Commissione europea nel settembre 2020, è un pacchetto di vari provvedimenti legislativi, molti dei quali già accordati. L’accordo di ieri riguarda cinque regolamenti. Tra i punti principali: gli Stati membri possono scegliere tra ospitare i richiedenti asilo e fornire contributi finanziari; come affrontare le situazioni di crisi e la strumentalizzazione dei migranti e dei richiedenti asilo; le domande di asilo saranno esaminate più rapidamente; miglioramento dell’identificazione all’arrivo, comprese l’immagine del volto e le impronte digitali, per i bambini a partire dai sei anni; controlli sanitari e di sicurezza obbligatori per le persone che entrano irregolarmente nell’Ue. L’Italia in realtà ha ben poco da festeggiare. La normativa sulla gestione dell’asilo e della migrazione è l’elemento principale del nuovo accordo e si propone di sostituire il Regolamento Dublino, che stabilisce norme per determinare quale Stato membro è competente per l’esame di una domanda di asilo.

La normativa sulla gestione dell’asilo e della migrazione è l’elemento principale del nuovo accordo e si propone di sostituire il Regolamento Dublino

Il nuovo regolamento sulla gestione dell’asilo e della migrazione prevede la solidarietà obbligatoria per i paesi dell’Ue riconosciuti come sotto pressione migratoria, consentendo agli altri Stati membri di scegliere tra il ricollocamento dei richiedenti asilo nel loro territorio e il versamento di contributi finanziari. Cosa accadrà non è difficile immaginarlo: pur di non avere problemi con la propria base elettorale i governi – in particolari quelli del Gruppo di Visegrad – preferiranno pagare per non accogliere. L’Italia diventa così la nuova Albania: un enorme Cpr al servizio dei Paesi membri. “Se si paga restano in Italia – dice la segretaria del Partito democratico Elly Schlein – al governo se ne sono accorti?”.

Il governo esulta ma c’è poco da festeggiare. Legittimate anche le politiche repressive ai confini europei

Di patto che “legittima le politiche di repressione ai confini dell’Unione e soprattutto manda in soffitta la solidarietà”, parla anche il capogruppo dell’Alleanza Verdi e Sinistra Peppe De Cristofaro, presidente del gruppo Misto di Palazzo Madama. In un comunicato congiunto le Ong che operano nel Mediterranei sottolineano come “verrà mantenuto il fallimentare sistema di Dublino e si continuerà invece nell’isolare i rifugiati e i richiedenti asilo, trattenendoli in campi remoti. Sempre più persone cercheranno di fuggire via mare, scegliendo rotte sempre più pericolose”.

Per Save The Children l’accordo porterà a “palesi violazioni dei diritti dei minori, mettendoli in pericolo e porterà a ulteriori separazioni delle famiglie”: “porterà anche a sistematizzare la detenzione di minori di tutte le età ai confini dell’Ue e minerà il loro equo accesso all’asilo in tutto il continente”, scrive l’organizzazione. Per Refugees Welcome Italia è “il fallimento di un’idea di Europa in grado di garantire protezione e sicurezza a chi fugge da guerre e persecuzioni”. Un accordo che mina ancora di più i diritti umani, che rende l’Italia ancora più esposta al sovraccarico di arrivi e che viene subito contestato dall’ungherese Orbàn. Che fa il centrodestra Esulta.

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Altra donna, solita storia. È un Paese da Codice Rosso

Un’altra donna e sempre la solita storia. Vanessa Ballan aveva deciso di troncare la sua relazione con Bujar Fandaj ma lui non aveva accettato la sua libertà di scegliere, la sua autonomia. Così l’ha uccisa non potendola più possedere. Anche in questo caso c’è una donna che aveva paura. Lo raccontano i colleghi del supermercato in cui la vittima lavorava, lo racconta la denuncia presentata da Ballan lo scorso 26 ottobre.

Un’altra donna e sempre la solita storia. Denunce da “codice rosso” che attivano un allarme giallo

“C’erano elementi forse per un pericolo di attività persecutoria e molesta, ma non per un divieto di avvicinamento”, ha detto ieri ai giornalisti il procuratore capo di Treviso, Marco Martani, con il tono di un mea culpa. “Dopo una perquisizione eseguita nella sua abitazione dopo la querela, da parte di Fandaj non c’erano più stati episodi di molestie, di avvicinamenti o minacce. La valutazione fatta – ha concluso Martani – era di non urgenza, cosa purtroppo che si è rivelata infondata”.

Un’altra donna e sempre la solita storia. Branchi di uomini che giudicano lei una cattiva mamma perché aveva un’amante. Pare di capire che quindi meritasse di essere uccisa secondo la legge ottocentesca del delitto d’onore. Un’altra donna e sempre la solita storia. Le origini kossovare dell’assassino usate per concimare razzismo e salvare i maschi italiani che svettano invece nelle statistiche.

Un’altra donna e sempre la solita storia. Denunce da “codice rosso” che attivano un allarme giallo. Strumentalizzazione della gravidanza della vittima per fomentare cultura antiabortista. “Ci sono elementi per contestare la premeditazione”, dice la Procura. Vedendo i fatti forse ci sono anche i soliti elementi per contestare l’immobilismo.

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Il piagnucolio degli assalitori della Cgil

Quelli che si offendono se vengono chiamati neofascisti ieri sono stati condannati a oltre 8 anni di reclusione per l’assalto alla sede della Cgil di Roma avvenuto durante una manifestazione contro il green pass del 9 ottobre di due anni fa e in aula  ieri alla lettura della sentenza si sono levate urla (come “La gente come noi non molla mai” inno nelle manifestazioni no vax) ma anche braccia tese per fare i saluti romani fascisti. C’è anche chi tra familiari e amici degli imputati ha gridato “mò famo la guerra”.

La condanna riguarda l leader di Forza Nuova Roberto Fiore e quello che a lungo è stato il suo braccio destro, Giuliano Castellino. Con loro anche Luigi Aronica, ex Nar, organizzazione terroristica neofascista. Agli imputati venivano contestati, a vario titolo, il danneggiamento aggravato, devastazione e saccheggio, violenza e resistenza a pubblico ufficiale. La sentenza, sottolinea il segretario della Cgil Maurizio Landini, “conferma che quell’azione non fu un semplice episodio di generica violenza di matrice fascista, bensì un vero e proprio assalto alla casa dei lavoratori e al sindacato che li rappresenta”.

Forza Nuova in una nota parla di “sentenza politica” e lamenta di essere bloccata alla corse per le prossime elezioni europee. Peccato che la formazione neofascista non compaia nemmeno nelle rilevazioni grazie alle sue percentuali che non sfiorano nemmeno l’1%. Però non hanno tutti i torti: ogni condanna che riguarda manifestazioni di violenza di matrice neofasciste ha una forte valenza politica. Anzi, di più: ha a che fare con la Costituzione. 

Buon giovedì. 

Foto Collettiva Cgil

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Altra strage di migranti in mare. +Europa: “Governo corresponsabile”

Riccardo Magi non ha dubbi: l’Italia è corresponsabile della morte delle 61 persone annegate la sera del 14 dicembre in acque internazionali. Per il segretario +Europa “la responsabilità del nostro governo è tanto grave quanto evidente”: “Giorgia Meloni pensa ai pandori e agli influencer – ha scritto Magi in una nota – mentre invece dovrebbe chiarire la dinamica che ha portato al naufragio di sabato dove sono morte 61 persone: Frontex ha rivelato di aver avvistato il gommone alla deriva e di aver informato Italia, Malta, Tunisia e Libia. Perché non siamo intervenuti? Perché è stato impedito di fatto a Ocean Viking di effettuare il salvataggio?”.

Riccardo Magi non ha dubbi: l’Italia è corresponsabile della morte delle 61 persone annegate la sera del 14 dicembre in acque internazionali

Il deputato ha annunciato di avere già depositato un’interrogazione per il ministro all’Interno Matteo Piantedosi. La segretaria del Partito democratico Elly Schlein chiama invece in causa Meloni “per spiegare com’è possibile che Frontex avesse avvertito quattro Paesi tra cui l’Italia, e nessuno sia intervenuto per soccorrerle”. Schlein chiede alla premeir anche di “spiegare che una nave, la Ocean Viking, che aveva già fatto un altro salvataggio in zona si stava allontanando per ottemperare all’ordine di sbarcare 26 superstiti a Livorno, a 1.000 chilometri e 8 giorni di navigazione tra andata e ritorno. Questo accade a causa delle vostre scelte e del vostro decreto inumano, che ha il solo scopo di rendere più difficile salvare le vite in mare. E gli effetti si vedono”.

Atto d’accusa di +Europa contro le destre: “L’Italia ha impedito alla Ocean Viking di intervenire”

In effetti molte ore prima del naufragio, alle 17.30 del 14 dicembre, il Comando generale delle Capitanerie di Porto della Guardia costiera, era stato avvisato da Alarm Phone che aveva ricevuto l’Sos dei naufraghi con le coordinate del gommone. L’Mrcc avrebbe potuto chiedere alla Ocean Viking della ong Sos Mediterranée di invertire la rotta e recuperare i superstiti, molto probabilmente salvandoli dalla morte. Vi sono ripetute comunicazioni via mail e telefoniche tra il comando e la nave. Il decreto Piantedosi però vieta esplicitamente un secondo salvataggio alle navi e Ocean Viking il 13 dicembre alle 16 aveva salvato 26 persone proprio in quello specchio di mare dove poi è avvenuta la strage. Per questo le era stato assegnato il porto di Livorno, a 100 chilometri di distanza nel mezzo di un temporale con raffiche forza 9 e onde alte 4 metri.

Ieri alcune “fonti” della Guardia costiera italiana hanno spiegato che la Ocean Viking “si trovava in prossimità delle coste siciliane”. La sostanza non cambia. L’Mrcc ha preferito attendere che intervenisse la cosiddetta Guardia costiera libica, fingendo di non sapere ciò che sappiamo da anni: i libici non salvano persone in mare ma nel migliore dei casi recuperano i vivi per riportarli nell’inferno dei lager finanziati anche dal governo italiano. Alarm Phone racconta di avere avvisato Italia, Malta, Libia. La cosiddetta Guardia Costiera libica più di tre ore dopo, alle 20.44, ha risposto ad Alarm Phone che “siccome c’erano le onde alte non avrebbero inviato nessuno”.

Solo alle 21.40 l’Italia, attraverso l’Mrcc, decide di avvisare una nave di rifornimento di piattaforma petrolifera – la Vos Triton – che in passato, coinvolta in soccorsi, si è macchiata di respingimenti illegali in Libia. A quel punto, era notte fonda, non è rimasto che recuperare i 25 sopravvissuti e constatare il decesso di 61 persone, tra cui donne e bambini. Secondo il progetto Missing Migrants dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), dall’inizio del 2023 sono morte 2.511 persone in mare. Ma secondo l’organizzazione EuroMed Rights questo numero è sottostimato. L’aumento in percentuale, secondo i dati dell’Oim , sarebbe addirittura del 60%. “Sono oltre 2.271 le persone che hanno perso la vita nel Mediterraneo Centrale quest’anno – spiega il portavo e Oim, Flavio di Giacomo – l’anno scorso in tutto l’anno furono 1.417, un numero drammatico che purtroppo dimostra che non si fa abbastanza per salvare vite in mare”.

Otto morti al giorno nel Mediterraneo non spingono a una riflessione il governo. A nessuno dalle parti di Palazzo Chigi viene il dubbio che boicottando i salvataggi per decreto alla fine ai naufraghi capiti di annegare. Ciò che interessa al governo è tenere lontano dagli occhi i morti e i diritti violati. Si insiste nell’investire 650 milioni di euro per aprire Cpr in Albania e sventolare un nebuloso Piano Matteo sul fronte africano. Proprio a proposito del cosiddetto Piano Mattei che ancora non ha visto nessuno ieri il ministro agli Esteri Antonio Tajani in un’intervista a La Stampa ha fatto sapere che si starebbe creando una “struttura di governance, ma nel frattempo molte iniziative del governo vanno in quella direzione”. “Abbiamo aumentato le 500 borse di studio a studenti africani e stretto un accordo con l’università di Perugia per fornire alle imprese italiane degli studenti africani laureati in Italia”, spiega Tajani secondo cui “il Piano Mattei, in fondo, è soprattutto un metodo”. Chissà qual è, nel “metodo” Mattei, il ruolo dei morti che potevano essere salvati.

Leggi anche: Trovato l’accordo in Ue sul Patto sui migranti e l’asilo, ma la solidarietà obbligatoria è una farsa: per evitare i ricollocamenti sul proprio territorio basta pagare

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Fare bene, non beneficenza

C’è un modo semplicissimo per scollegare il benefare dei ricchi e collegare il fare bene alla comunità: un’imposta europea per i grandi patrimoni. La proposta è stata scritta non molto tempo fa da Oxfam e prevede l’istituzione di un’imposta europea sui grandi patrimoni, che in Italia, a titolo esemplificativo, potrebbe essere rivolta al solo 0,1% più ricco della popolazione con un patrimonio netto individuale sopra i 5,4 milioni di euro.

L’imposta progressiva sui grandi patrimoni potrebbe generare risorse considerevoli per l’Unione europea. A seconda dei destinatari e di come sarà strutturata, gli introiti potrebbero attestarsi tra 150 miliardi e 213 miliardi di euro all’anno. Il potenziale gettito per l’Italia sarebbe di 13,2 – 15,7 miliardi di euro all’anno, se ad essere tassato fosse lo 0,1% dei contribuenti più ricchi; 23 miliardi di euro all’anno, se si considerasse lo 0,5% più facoltoso dei nostri connazionali e le aliquote marginali replicassero quelle dell’imposta in vigore in Spagna. Le entrate erariali potrebbero essere anche più consistenti, se si aumentasse il grado di progressività dell’imposta, introducendo ad esempio un maggior numero di scaglioni e ricorrendo, in corrispondenza, ad aliquote marginali più elevate.

Nel 2021 due terzi dei rispondenti italiani a un sondaggio, commissionato all’istituto di ricerca di mercato Glocalities, dal network dei multi-milionari Millionaires for Humanity e da Tax Justice Italia, si è espresso favorevolmente su un’imposta dell’1% sui patrimoni netti superiori a 8 milioni di euro, il cui gettito fosse destinato al finanziamento della ripresa post-pandemica e alle famiglie più bisognose.

Altro che beneficenza. 

Buon mercoledì. 

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