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Al-Sisi rieletto in Egitto. L’Occidente non fa una piega

A proposito di esperti di democrazie, amanti di democrazie e esportatori di democrazia mi pare che si parli pochissimo del fatto che Abdel Fattah al-Sisi, l’uomo che sta ostacolando in tutti i modi la verità e la giustizia ai familiari di Giulio Regeni, sia stato eletto per la terza volta presidente dell’Egitto. Secondo l’Autorità elettorale nazionale egiziana, al-Sisi ha ottenuto l’89,6% dei voti (circa 39 milioni) con un’affluenza alle urne che ha raggiunto il 66,8%, un’adesione “senza precedenti”, ha affermato il capo dell’autorità Hazem Badawy.

Abdel Fattah al-Sisi, l’uomo che sta ostacolando in tutti i modi la verità e la giustizia ai familiari di Giulio Regeni, è stato eletto per la terza volta presidente dell’Egitto

Quanto possa essere democratico un Paese in cui si viene eletti con il 90% dei voti non è difficile da immaginare. Il suo avversario di più alto profilo, l’ex parlamentare Ahmed al-Tantawi, ha raccontato di arresti tra i suoi sostenitori. Al-Sisi nelle elezioni del 2015 e del 2018 aveva vinto con il 97% dei voti. Nelle elezioni del 2018 l’avversario del presidente era un suo fervente sostenitore.

Sì, avete capito bene: al-Sisi aveva sfidato un suo fan. L’altro avversario invece era stato arrestato. Altri ancora si sono ritirati dopo essere stati minacciati. Quatto anni fa al-Sisi ha modificato la Costituzione egiziana per concedersi un terzo mandato e – visto che c’era – ha pensato bene di allungare il mandato presidenziale da quattro a sei anni. Sarà quindi presidente dell’Egitto fino al 2030, riverito dall’Occidente che vorrebbe essere il custode delle democrazie degli altri ma che è pronto a stringere mani sporche di sangue per siglare accordi economici e a non vedere l’autocrazia quando gli torna utile. Non vediamo l’ora di sentire chi ci spiegherà che al-Sisi “è un male necessario”.

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L’Onu premia la Holding dei Benetton. Schiaffo alle vittime del Ponte Morandi

La Holding Edizione spa della famiglia Benetton “ottiene il premio Global advocate of the year 2023 da parte dell’Unca, associazione corrispondenti presso l’Onu, consegnato direttamente dal segretario Antonio Guterres, la motivazione trova radice negli oltre 3,5 miliardi di investimenti in sostenibilità. Non possiamo esimerci da alcune riflessioni”.

Incredibile riconoscimento per la sostenibilità alla Holding dei Benetton. Familiari indignati: scelta discutibile, non cancella i morti

Comincia così la nota di Egle Possetti, presidente del Comitato ricordo vittime ponte Morandi secondo la quale “non si può che restare perplessi rispetto alle brevi vie di purificazione. Infatti gli azionisti dopo avere letteralmente spremuto le autostrade italiane in concessione, che hanno all’attivo due tragedie come quella di Avellino e Genova, assumono ora il ruolo di filantropi premiati”. “Siamo terribilmente perplessi che le vie per il ritorno a candide vesti non passino per la verità e per la giustizia – scrive Possetti -. Dovremmo riflettere tutti sui percorsi che portano ai riconoscimenti. a volte per ottenerli le persone calpestano quello che incontrano, in questi casi immediatamente il valore di quanto ottenuto diventa così flebile che non si percepisce più. A noi non basta l’impegno in progetti di sostenibilità pur apprezzabili, crediamo che la risonanza di questa notizia strida come il rumore del cemento frantumato del Ponte Morandi sotto il peso degli utili stellari”.

Il crollo del ponte Morandi avvenne alle 11.36 del 14 agosto del 2018 provocando 43 vittime a bordo dei mezzi in transito e tra gli operai al lavoro nella sottostante isola ecologica dell’Amiu, l’azienda municipalizzata per la raccolta dei rifiuti. Secondo la perizia presentata nell’incidente probatorio del processo sulle cause dell’evento, redatta dagli ingegneri e professori universitari Massimo Losa e Renzo Valentini dell’Università di Pisa e Giampaolo Rosati e Stefano Tubaro del Politecnico di Milano, la causa del crollo è stata la mancanza e/o l’inadeguatezza dei controlli. Nella pila 9 solo 4 trefoli su 464 (meno dell’1%) non erano corrosi; a ciò si aggiungeva anche il degrado sia degli stralli sia del calcestruzzo.

Il 7 luglio 2022 è cominciato presso il Tribunale di Genova il processo per il crollo, con 59 imputati tra ex vertici e tecnici di Autostrade per l’Italia (ai tempi controllata da una holding della famiglia Benetton, ora tornata società pubblica dopo 20 anni) e Spea (la società responsabile delle manutenzioni e delle ispezioni), dirigenti ed ex dirigenti del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e funzionari del Provveditorato. Le accuse sono omicidio colposo plurimo, omicidio stradale, crollo doloso e omissione d’atti d’ufficio.

“Nessun premio, – scrive Possetti – nessun riconoscimento potrà cancellare quello che è stato. Sarebbe necessario molto di più, sarebbe necessario liberare definitivamente il vaso di Pandora che è stato aperto dalla tragedia del ponte Morandi, ma purtroppo questa via al momento sembra sbarrata. Il tempo verrà, noi e tante persone che hanno a cuore il bene, stiamo lavorando per ottenere quel piccolo “premio” nella nostra vita che si chiama giustizia, che non ci darà nuovamente le nostre famiglie, ma forse potrà salvarne altre”.

Ieri nel tribunale di Genova si è svolta l’ultima udienza dell’anno del processo in corso. Si riprenderà il 9 gennaio 2024 con tre udienze a settimana con l’obiettivo di concludere gli esami dei testi delle difese, circa 200 dopo lo stralcio di oltre 130 nomi da parte degli avvocati degli imputati, entro la fine di marzo. La speranza è che si possa arrivare ad avere una sentenza fra un anno, entro i primi mesi del 2025.

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La fame usata come arma

Il governo israeliano sta usando la fame dei civili come metodo di guerra nella Striscia di Gaza occupata, che è un crimine di guerra, ha detto oggi Human Rights Watch. Le forze israeliane stanno deliberatamente bloccando la consegna di acqua, cibo e carburante, mentre impediscono intenzionalmente l’assistenza umanitaria, apparentemente radendo al suolo le aree agricole e privando la popolazione civile di oggetti indispensabili per la loro sopravvivenza.

Lo afferma un rapporto di Human Rights Watch (Hrw) sottolineando come si tratti di un crimine di guerra secondo il diritto internazionale. Un orrendo crimine di guerra, verrebbe da aggiungere. Da quando i combattenti guidati da Hamas hanno attaccato Israele il 7 ottobre 2023, alti funzionari israeliani, tra cui il ministro della Difesa Yoav Gallant, il ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir e il ministro dell’Energia Israel Katz hanno fatto dichiarazioni pubbliche esprimendo il loro obiettivo di privare i civili a Gaza di cibo, acqua e carburante: dichiarazioni che riflettono la politica condotta dalle forze israeliane. Altri funzionari israeliani hanno dichiarato pubblicamente che gli aiuti umanitari a Gaza sarebbero condizionati o al rilascio di ostaggi detenuti illegalmente da Hamas o alla distruzione di Hamas. 

“Per oltre due mesi, Israele ha privato la popolazione di Gaza di cibo e acqua, una politica stimolata o approvata da alti funzionari israeliani e che riflette l’intenzione di affamare i civili come metodo di guerra”, ha detto Omar Shakir, direttore di Israele e Palestina di Human Rights Watch.

Buon martedì. 

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Tra panettoni e rave party. Il nulla delle destre al potere

Che una presidente del Consiglio al governo da più di un anno abbia bisogno di travestirsi da comiziante arrabbiata per sfamare i suoi elettori dice molto della democrazia italiana in campagna elettorale permanente. Con la Legge di bilancio in votazione al Senato, Giorgia Meloni è riuscita nella mirabile impresa di parlare e di far parlare di aspetti minuscoli del nostro Paese, utilizzando l’arma della distrazione in un Paese con la stampa che prona le ubbidisce.

Una premier in campagna elettorale permanente

Meloni è riuscita ad accennare ancora ai rave party illegali mentre il Paese affonda nella povertà dilagante, urlacchiando che “nell’ultimo anno non c’è stato neanche un rave party illegale in Italia” (falsissimo) come se fosse davvero un prioritario problema degli italiani. Nessuno dei presenti è stato in grado di scrollarla dalla parte della vittima, ancora una volta. Il vittimismo feroce di Meloni e compagnia è il tratto distintivo di una forza politica reazionaria come Fratelli d’Italia che ha bisogno di nemici immaginari per raccontare il governo di un Paese come la mastodontica impresa di un manipolo di eroi.

Il vittimismo serve soprattutto per giustificare la prepotenza vendicativa che ritroviamo in ogni loro atto politico. Che una presidente del Consiglio trovi il tempo di litigare a distanza con influencer tra i panettoni è la cifra dell’inconsistenza politica. Che una presidente del Consiglio attacchi uno scrittore millantando come antimafia una fugace operazione sbirresca dalle parti di Caivano è la matrice dell’ignoranza sui temi. Non è solo uno sbilanciamento di potere di cui Meloni sembra non accorgersene, è soprattutto nanismo politico nel dibattito pubblico.

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fantascienza.com recensisce #IMangiafemmine

Anche fantascienza.com recensisce IMangiafemmine (grazie!)

Speriamo che rimanga fantascienza.

C’è un genere che sta affiorando nella narrativa italiana, un genere che potremmo definire “quasi distopia”. Spesso non ha origine da autori che appartengono al mondo del fantastico ma piuttosto a quello del sociale e della politica. Sono romanzi che immaginano sviluppi disastrosi da un contesto del tutto presente e reale. Quindi “quasi” non nel senso che lo scenario non sia distopico, ma nel senso che lo scostamento dalla realtà è in effetti piccolo. Sono difficili da classificare nel fantastico, ci rientrano appena appena, e dopo averli letti il lettore si augura con tutto il cuore che ci restino il più a lungo possibile.

Un esempio è la trilogia di Giulio Cavalli che dopo Carnaio e Nuovissimo testamento si completa ora con I mangiafemmine, un romanzo che affronta il tema di una destra di governo incapace di affrontare i problemi e del dilagare del femminicidio. 

Il libro

A un passo dalle elezioni, la placida vittoria di Valerio Corti – uomo forte dei Conservatori – è minata da una vera e propria epidemia di donne, di donne ammazzate a casa, dai mariti, dagli amanti, dagli ex fidanzati, donne fatte a pezzi da compagni devoti.

Ma il candidato premier non intende occuparsene, perché le donne sono sempre morte, perché le donne per bene, normali, le madri di famiglia, le fidanzate discrete non corrono rischi.

Oltre ogni strategia politica però pare che la strada della sua incoronazione a presidente del consiglio sia lastricata di sangue, con l’opinione pubblica che chiede conto e le poche voci delle attiviste che gridano al massacro.

Ma c’è davvero un’epidemia di donne? C’è davvero un problema? E che cosa succede quando la politica, un’intera classe politica, uno Stato, il problema non sono in grado di risolverlo?

Con I mangiafemmine Giulio Cavalli firma la sua opera più radicale e provocatoria, con lo stile riconoscibile di un narratore raffinato che non ha paura di raccontare un mondo che già c’è.

DF è ora più che mai lo specchio oscuro di una società in cui non vorremmo mai guardarci.

L’autore

Scrittore e autore teatrale, dal 2007 vive sotto scorta a causa del suo impegno contro le mafie. Collabora con varie testate giornalistiche e ha pubblicato diversi libri d’inchiesta, tra i quali ricordiamo Nomi, cognomi e infami (2010), L’innocenza di Giulio (Chiarelettere 2012), Santamamma (Fandago 2017) e Carnaio (Fandango 2018). È stato membro dell’Osservatorio sulla legalità e consigliere regionale in Lombardia. Nel 2015 pubblica per Rizzoli Mio padre in una scatola da scarpe.

Giulio Cavalli, I mangiafemmine, Fandango, 204 pagg., euro 18, ebook 9,99.

https://www.fantascienza.com/29457/i-mangiafemmine-la-distopia-di-giulio-cavalli

Per fortuna muoiono lontani dalle nostre spiagge

Non procureranno il dolore simulato e obbligatorio come ai tempi di Steccato di Cutro i 61 morti al largo della Libia. Da quelle parti il Mediterraneo non è sentito come mare nostro, possiamo fottercene. 

Mentre a Roma stringono accordi con l’Albania (bloccati dalla Corte costituzionale albanese), con la Tunisia (anche se non se ne parla più) e ora con la Gran Bretagna almeno 61 migranti sabato sono morti nel naufragio di un gommone al largo delle coste della Libia. Secondo le prime ricostruzioni a bordo del gommone partito c’erano 86 persone, anche donne e bambini, alla deriva da almeno giovedì 14 dicembre. A dare la notizia l’agenzia delle Nazioni Unite, l’Organizzazione Internazionale per le migrazioni (Iom).

Il gommone si sarebbe ribaltato sabato a causa del mare grosso, con onde alte fino a tre metri che non inducono gli scafisti a rallentare le partenze. Secondo il giornalista di Radio Radicale Sergio Scandura  l’area di mare in cui si trovava il gommone sarebbe stata sorvolata da diversi aerei dell’agenzia di frontiera dell’Unione Europea Frontex mentre la Guardia Costiera aveva diramato un’allerta per un gommone al largo delle coste libiche. E l’imbarcazione era alla deriva almeno da giovedì. Si sono salvate 25 persone, i superstiti che hanno raccontato che a bordo del gommone c’erano 86 persone. Si tratta di una delle stragi più gravi degli ultimi anni.

Ma per fortuna sono morti abbastanza lontani per non sanguinare nei nostri salotti. Quindi la notizia si può nascondere nelle pagine degli Esteri, come se non fosse cosa nostra.

Buon lunedì. 

Nella foto: i resti di un gommone naufragato vicino allo stretto di Gibilterra (adobe stock)

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Che altro serve per difendere Gaza

Qualche aggiornamento, solo per avere idea di cosa stia accadendo laggiù. Il pronto soccorso dell’ospedale al-Shifa, il più grande nel nord di Gaza, è “un bagno di sangue” e la struttura “ha bisogno di rianimazione”, ha avvertito l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Le sale operatorie non funzionano a causa della mancanza di carburante, ossigeno e altre forniture, ha affermato l’organizzazione che parla di “centinaia di feriti”.

Netanyahu ha dichiarato che dopo l’eliminazione di Hamas la Striscia di Gaza sarà smilitarizzata e sotto il controllo israeliano

Un agente diplomatico francese è morto dopo essere stato ferito in un bombardamento che ha colpito la casa dove si rifugiava a Rafah, a Gaza. Poi: sventolavano una bandiera bianca i tre ostaggi che sono stati uccisi per sbaglio dall’esercito israeliano a nord della Striscia di Gaza. Lo ha fatto sapere un funzionario dell’esercito dello Stato ebraico che è rimasto anonimo e che ha fornito ai giornalisti le prime conclusioni delle indagini. I soldati hanno comunque percepito i tre come un pericolo. In particolare uno dei militari avrebbe cominciato a sparare e a urlare: “Terroristi!”.

Poi: dal 7 ottobre sono almeno 60 i giornalisti uccisi. La maggior parte di loro sono giornalisti locali che sono morti coprendo la distruzione della loro patria per i colleghi dei media internazionali. Poi: le famiglie degli ostaggi tenuti nella Striscia di Gaza hanno esortato il governo israeliano a porre fine alla guerra e a trattare subito per il loro rilascio. “Stiamo solo recuperando cadaveri. Vogliamo che fermiate i combattimenti e avviate i negoziati“, ha detto Noam Perry, figlia di un israeliano rapito, durante un raduno di famiglie di ostaggi a Tel Aviv.

Infine il premier Benyamin Netanyahu ha dichiarato: “dobbiamo dire la verità e non coltivare illusioni. Dopo l’eliminazione di Hamas, la Striscia sarà smilitarizzata e sarà sotto il controllo di sicurezza israeliano”.
Serve altro?

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Ritorno di fiamma per la Bonino, sfida Azione-Iv per un pugno di voti. Dopo il flop delle Politiche il Terzo polo ci riprova, tutto fa brodo per superare il quorum delle Europee

Cronaca di una giornata tipo dalle parti del cosiddetto Terzo polo dove le prossime elezioni europee sono un’acqua alla gola che accarezza tutti i protagonisti. Mentre ieri il Consiglio europeo primeggiava su siti e giornali i renziani e calendiani sono impazziti per un’intuizione nuovissima di Emma Bonino, anima di +Europa: l’unione europea sarà davvero unione se diventerà Stati Uniti d’Europa.

Gli “Stati Uniti d’Europa” sono uno slogan immarcescibile che ciclicamente infesta la propaganda politica. Nessuno ha mai capito esattamente cosa significhi nel concreto ma il claim suona così rotondo e dolce che non se ne può fare a meno. Del resto dalle parti del cosiddetto Terzo polo l’europeismo è una bandiera da acquistare in allegato con il proprio quotidiano preferito, una spilla da tenere all’occhiello negli apertivi della gente che conta di contare.

La contesa

All’amo degli “Stati Uniti d’Europa” arrivano a frotte quelli di Italia Viva, con la coordinatrice nazionale Raffaella Pasta che ci regala l’esegesi. Dice Paita che la formuletta “significa essere riformatori, progressisti e anche rivoluzionari” e “avere il coraggio e la lungimiranza di completare il più grande e coraggioso progetto di pace, libertà e integrazione”. Mo’ me lo segno. Passa qualche minuto e al gran trotto arriva anche il senatore Enrico Borghi, presidente del Gruppo Italia Viva-Il Centro-Renew Europe che definisce le riflessioni di Bonino “condivisibili e intelligenti”.

Infine ovviamente arriva lui, il leader maximo Matteo Renzi che nota come l’idea d’Europa di Bonino “è la prospettiva e la missione di Italia Viva. O l’Europa cambia e cresce o rischia di diventare irrilevante nel mondo”. “Noi ci siamo”, dice Renzi. In modo molto meno trionfale e egomaniaco si potrebbe tradurre come “per favore Bonino facci salire sul treno di +Europa per le prossime elezioni”. Perché in fondo il tema è molto più politico degli slogan: Italia Viva è un’isola senza ponti e con i porti vuoti nel mare della prossima sfida elettorale.

Qualche alleanza e almeno lo straccio di una relazione anche simulata sono indispensabili per superare la soglia di sbarramento. Cambio scena. Dalle steppe di Azione si leva la voce del leader di Carlo Calenda per dirci che “la Bonino ha scritto un un articolo su gli Stati Uniti d’Europa” che lui condivide “dalla A alla Z”. “Ma il punto fondamentale è cercare l’accordo sul merito delle cose”, spiega Calenda. Anche questo si potrebbe tradurre facile: “Per favore Bonino facci salire sul treno di +Europa per le prossime elezioni”. Ospite di Sky Tg 24 Calenda però non si trattiene e così la marcia di avvicinamento verso +Europa rischia di durare meno di una gita fuori porta.

“È una menzogna che io abbia abbandonato Bonino”, spiega Calenda in riferimento alle ultime elezioni politiche, “lei ha ritenuto che quella coalizione che conteneva Fratoianni, Bonelli, Di Maio con accordi che contraddicevano il nostro, era la strada giusta”. Insomma: Bonino è brava ma quando non è d’accordo con Calenda sbaglia. In una giornata tipo ovviamente non possono mancare le bizze tra i due ex coniugi Renzi-Calenda. Ieri è stato il turno del leader di Azione che su Renzi ci dice che lui ritiene “che chi fa politica ed è pagato dei cittadini non può essere pagato da nessun altro” e quindi ha sempre creduto che “sia sbagliato e inaccettabile che si prendano soldi da Stati stranieri da prima, durante e dopo l’alleanza con Matteo Renzi”.

“Auguri e che se li goda, ma questa è la fine della democrazia”, è il messaggio in bottiglia che Calenda manda al suo ex alleato. Lui, Renzi, non risponde. A ben vedere non risponde alle lusinghe nemmeno Emma Bonino. Noi ce li godiamo.

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Le parole di Corsini ad Atreju, quello sberleffo a Schlein e la concezione del potere meloniano – Lettera43

Più del «noi» usato per rivendicare la militanza in FdI, del direttore dell’approfondimento Rai colpisce la delegittimazione con sberleffo della segretaria dem. Giusto quanto inutile il richiamo della presidente Soldi all’imparzialità dei giornalisti. Il destra-centro è proprio questo.

Le parole di Corsini ad Atreju, quello sberleffo a Schlein e la concezione del potere meloniano

Stupisce che stupisca il fatto che il direttore dell’approfondimento Rai Paolo Corsini non riesca a trattenersi dal dire «noi» ad Atreju, la festa di Fratelli d’Italia, dove ha pensato bene di passare per senso di gratitudine. Corsini deve avere pensato che il mandato della presidente del Consiglio Giorgia Meloni fosse riuscito nel suo intento di aprire una nuova egemonia culturale in cui dichiarare fede al partito sia il prerequisito essenziale per essere notati. Se si porgesse l’orecchio ad alcune trasmissioni televisive e radiofoniche del servizio pubblico si coglierebbe lo stesso spirito di militanza, la stessa sicumera esibita, lo stesso piglio. La differenza sta solo nella platea: sculettare da attivista alla manifestazione politica della compagine della presidente del Consiglio sperando di non essere notati significa essere poco svegli, anche come giornalisti.

Le parole di Corsini ad Atreju, quello sberleffo a Schlein e la concezione del potere meloniano
Paolo Corsini ad Atreju (da youtube).

Il melonismo ha portato la Bestia salviniana dai social ai luoghi di potere

Il punto è che il melonismo è esattamente questa roba qui: esercitare “la Bestia” (quella che Salvini riservava solo ai social) nei luoghi di potere per svilirli e farli apparire gustosamente vicini ai propri elettori. Se anche i giornalisti della Rai perculano Elly Schlein come i commentatori social questo è davvero il miglior mondo possibile. Così alla presidente della Rai Marinella Soldi non è rimasto che ricordare «che un giornalista del servizio pubblico deve garantire un atteggiamento sempre equidistante, a prescindere dal contesto in cui opera» ed «esercitare la propria professione nel segno del pluralismo e dell’imparzialità, essenziali per aiutare il cittadini a formarsi un’opinione libera da pregiudizi, a massimo vantaggio della democrazia e del Paese». Tutto vero, tutto bello, ma se dovessimo applicare alla lettera le parole della presidente ci sarebbe qualche decina di giornalisti fuori dalla sua porta pronti con le dimissioni in mano.

Le parole di Corsini ad Atreju, quello sberleffo a Schlein e la concezione del potere meloniano
Marinella Soldi, presidente Rai (Imagoeconomica).

Più del «noi» di Corsini colpisce la delegittimazione con sberleffo di Elly Schlein

Il problema non è l’avere giornalisti che nutrono legittime opinioni politiche, questo è un tratto naturale che appartiene a qualsiasi lavoratore in qualsiasi campo e di qualsiasi categoria. L’elemento nuovo dell’abisso di questo tempo sono i giornalisti – solo perché stiamo parlando di quelli – che utilizzano lo sberleffo senza nessun altro contenuto per la delegittimazione di avversari politici che sentono come nemici propri. Più del «noi» scappato a Corsini in pubblico per l’abuso che ne fa in privato, dice la frase pronunciata contro Elly Schlein: «Quest’anno il confrontare ce l’abbiamo, ma qualcuno ha preferito rifiutare, forse perché nell’era dei social è più facile cercare un po’ di like che dibattere nel merito. Hanno preferito occuparsi di come vestirsi e di che colori utilizzare, piuttosto che confrontarsi». Qui dentro c’è l’arroganza del potere trasferita per appartenenza a “non potenti” che rivendicano di essere sotto la giusta ala protettrice. Magnificare le sorti del partito che ti ospita è già un atteggiamento lascivo ma voler contribuire all’affossamento dell’avversario assente ha un che di vigliacco.

Le parole di Corsini ad Atreju, quello sberleffo a Schlein e la concezione del potere meloniano
Il cartonato di Elly Schlein ad Atreju (Imagoeconomica).
CARTONATO DI ELLY SCHLEIN

La stretta contro i giornalisti che rifiutano l’appartenenza a questo sistema di potere

È la stessa viltà che si legge nelle scuse con cui  Corsini attinge al genere letterario del fraintendimento e delle «facili critiche e strumentalizzazioni». Ci fa sapere che «non c’era ovviamente alcun intento politico o polemico». Per «dibattere nel merito», come dice lui, bisognerebbe decidere di cosa si stia scusando: di non saper cogliere la differenza tra la figura del moderatore e quella del provocatore? Di non sapere riconoscere le forme dell’intento «politico» che giura di non avere avuto? Passerà ancora del tempo prima che ci si renda conto che in taluni ambienti l’appartenenza è la virtù più importante nel tempo di questo governo. Passeranno ancora mesi prima che ci si renda conto che siamo in un tempo in cui le querele vengono sconsideratamente utilizzate da membri di maggioranza e di governo contro i giornalisti non appartenenti. Ci vorranno forse anni per accorgersi che la riforma della diffamazione ha dei tratti raggelanti. Ci vorrà ancora tempo per comprendere che l’ipotesi di non fare scrivere i giornalisti sugli arresti fino alla fase processuale (come si immagina in un emendamento di questi giorni) sia un’idea da regime saudita. Ci vorrà tempo e poi si avrà coscienza che non si tratta di giornalisti, si tratta di un’idea del potere.

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La Lega festeggia Salvini. Dieci anni di in… successi

“Dieci anni da Segretario Federale della Lega. Innumerevoli battaglie, tante vittorie, tenacia da vendere e una regola che ci ha sempre accompagnati: mai mollare. Leader, Capitano, Ministro, Vicepremier, Senatore, Amico: semplicemente, Grazie Matteo!”. Sono le parole che sono comparse ieri sul profilo Instagram della Lega con cui il partito ha voluto augurare un buon compleanno da segretario al suo leader. Belli questi dieci anni di Matteo Salvini.

Forte questo Salvini che negli ultimi dieci anni è riuscito a governare con tutto e con il suo contrario, rimangiandosi ogni volta i propositi precedenti e arrivando perfino a negare i suoi stessi provvedimenti. Forte Salvini che annuncia il reddito di cittadinanza per pasturare qualche voto al Sud e poi dopo qualche mese accusa i cittadini del Sud di oziare per il reddito di cittadinanza. Forte quel Salvini lì, ricorda tanto il ragazzetto brillo che cantava che i napoletani puzzano per ripresentarsi con la felpa con la scritta Napoli in bella mostra. A proposito di felpe. Di questi dieci anni rimane la faccia buia del Capitano di fronte alla copia della sua maglietta tenuta in mano dal sindaco polacco Wojciech Bakun, primo cittadino di Przemysl.

C’era Putin in primo piano, quel Putin che Salvini in questi dieci anni ha ripetuto di considerare un “salvatore dell’Occidente” tanto da volerlo scambiare con più di un Mattarella. Grazie Matteo. Grazie anche per il Ponte sullo Stretto che per anni è stato il simbolo di tutti i mali del Sud e che ora si è trasformato nell’opera necessaria per la nazione. E grazie ancora per la legge Fornero che era la madre di tutti i mali e che invece ha mantenuto senza nemmeno un plissé. Auguri Salvini. Auguri a noi.

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