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Europee, si stringe sui posti per Bruxelles

La Lega risponde al servizio della trasmissione Report che annuncia il generale Roberto Vannacci candidato alle prossime elezioni europee con il partito di Matteo Salvini addirittura con il beneficio di un paracadute da “due-trecentomila euro” nel caso di mancata elezione: “È totalmente falso, temiamo che la vostra fonte sia la stessa di tante altre inchieste fantasiose finite nel nulla, come i presunti finanziamenti russi”, fanno sapere da via Bellerio.

Nonostante manchino ancora diversi mesi alle prossime elezioni europee all’orizzonte si stagliano già i primi nomi

Durante la trasmissione condotta da Sigfrido Ranucci l’ex maresciallo Domenico Leggiero ha raccontato che una candidatura a Vannacci sarebbe stata offerta anche da Fratelli d’Italia per bocca del ministro alla Difesa Guido Crosetto (prima dell’uscita del discusso libro Il mondo al contrario). Crosetto ha seccamente negato. Di certo il generale nelle sue interviste lascia aperta la porta a una discesa in politica, annunciando che un’eventuale campagna elettorale sarebbe finanziata anche con i proventi del libro che è quinto nella classifica delle vendite nel 2023.

Nonostante manchino ancora diversi mesi alle prossime elezioni europee all’orizzonte si stagliano già i primi nomi. All’interno dei partiti le trattative per collocarsi sono già in corso ma gli equilibri sono delicati poiché l’appuntamento elettorale sarà il primo vero test per i partiti di maggioranza e dell’opposizione.

Renzi da rottamatore a riciclatore cerca Mastella e Cuffaro

A giocare d’anticipo per ora è stato Matteo Renzi che ha annunciato la sua presenza sotto il simbolo della lista Il Centro. “Non saremo soli”, aveva annunciato il segretario di Italia Viva, ma per ora a rispondere al suo appello sono davvero in pochi. Dopo essere stato rifiutato dall’ex alleato Carlo Calenda, Renzi ha puntato su Cateno De Luca (che ha declinato) e su +Europa (ma Emma Bonino continua a non fidarsi). Ad ora gli unici interlocutori sono Clemente Mastella e Totò Cuffaro. Da rottamatore a riciclatore. E qualcuno intorno a lui lascia capire che alla fine l’ex presidente del Consiglio potrebbe anche ritirarsi dalla corsa per evitare il tonfo.

Schlein spinge i sindaci: ipotesi staffetta De Caro-Emiliano. Ma circola anche il nome dell’ex premier Letta

Nel Pd circola con insistenza il nome di Enrico Letta, che potrebbe decidere di trasferirsi definitivamente a Bruxelles mentre l’altro ex segretario dem Nicola Zingaretti continua a smentire ogni voce. Quasi certi sono i sindaci dem al secondo mandato Dario Nardella, Antonio Decaro, Giorgio Gori e Matteo Ricci. Sul sindaco di Bari Decaro spira però una suggestione della segretaria Elly Schlein che vorrebbe il governatore pugliese Michele Emiliano come uomo di punta al Sud per le Europee con Decaro candidato presidente per la Puglia a elezioni anticipate nel 2024. Schlein punterà anche su candidature simboliche a lei vicine: dopo il no della giornalista Lucia Annunziata rimane sul tavolo il nome di Cecilia Strada, figlia del fondatore di Emergency.

Al Sud ci sarebbe il giornalista Sandro Ruotolo mentre per la circoscrizione Isole (Sardegna e Sicilia) il timone della lista Pd sarà affidato a Pietro Bartolo, eurodeputato uscente e ex medico di Lampedusa, sostenuto da Demos e dalla comunità di Sant’Egidio. Tra gli uscenti ci riproveranno Pina Picierno, Brando Benifei e Camilla Laureti. In casa Movimento 5 Stelle lo stop al terzo mandato taglia fuori big della vecchia guardia, come Fabio Massimo Castaldo, Laura Ferrara e Tiziana Beghin. Circola ancora il nome di Marco Tarquinio, ex direttore di Avvenire. Piacerebbe Luisella Costamagna e potrebbe essere riproposta Donatella Bianchi, già candidata alla Regione Lazio.

Conte blinda l’ex numero uno di Inps Tridico, nel M5S si ragiona anche sul nome di Casalino

Quasi sicuro della candidatura dovrebbe essere l’ex presidente dell’Inps Pasquale Tridico, molto supportato dagli attivisti storici, mentre Rocco Casalino ci starebbe ancora pensando. Rimane in bilico, come in ogni recente elezione, il nome di Alessandro Di Battista ancora molto amato nello schieramento di Giuseppe Conte. Nel centrodestra alle scorse elezioni europee i vari leader si sono presentati tutti come capolista ma adesso, visti i ruoli di governo, questo sarebbe molto più complicato.

Giorgia Meloni e Matteo Salvini così non potrebbero sfruttare il loro brand per cercare di trainare le rispettive liste. All’interno di Fratelli d’Italia si starebbe pensando a una candidatura di Arianna Meloni, sorella della premier recentemente nominata responsabile della segreteria politica del partito. Qualche settimana fa l’Espresso indicava tra i papabili nel partito di Meloni anche Federico Palmaroli, noto al grande pubblico per Le più belle frasi di Osho. L’interessato ha smentito ma il gioco delle parti in questo momento prevede smentite per non farsi bruciare.

Nella Lega, oltre Vannacci, arla dell’ex governatore siciliano Raffaele Lombardo

Nella Lega – oltre all’incognita Vannacci – si parla dell’ex governatore siciliano Raffaele Lombardo nella circoscrizione Sud. A sinistra per ora Nichi Vendola, tornato alla politica attiva con Sinistra italiana, nega di volersi candidare alle prossime europee. Di sicuro ci sarà con una la lista pacifista di Michele Santoro, che potrebbe imbarcare il vignettista Vauro e il Capitano Ultimo.

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Di una panchina rossa e di una notizia data male

Sfogliando le pagine romane del Corriere della Sera vi può capitare di imbattervi nel titolo “Alla Sapienza inaugurata e subito distrutta da collettivo femminista la panchina rossa contro la violenza sulle donne”. In un Paese in cui la gente non compra i giornali e legge solo i titoli di quelli che incrocia sul tavolino del bar sarà facile pensare che per l’ennesima volta qualche nemico delle donne o qualche negazionista fanfarone dei femminicidi abbia pensato di distruggere un simbolo per rimuovere un tema. 

Non è proprio così. Quella panchina è stata smontata (e non “distrutta”) dal collettivo Zaum Sapienza (Zone Autonome Università e Metropoli) con una motivazione chiarissima: “Non vogliamo panchine rosse ma azioni concrete, che vadano a colpire la causa e non a piangere la conseguenza” – spiegano in un post su Instagram Collettivo medicina Sapienza e Non una di meno Roma – Le panchine rosse sono erette come mausolei a ricordo di “vittime cadute a causa di eventi straordinari e inevitabili”. Sono il simbolo di staticità, rassegnazione, impotenza e dolore morboso. Non solo chi agisce violenza non viene minimamente scalfito da questo tipo di simboli, ma questi possono diventare una violenza reiterata per le persone che la hanno vissuta. La panchina rossa è un diversivo con cui Ateneo e istituzioni “assolvono” il loro impegno nell’anti-violenza, cavandosela con un lavoro a basso costo e senza impegno”. 

La notizia avrebbe dovuto essere che le istituzioni si sono sottratte al confronto e che quelle che la rettrice ha definito “un manipolo di pochi facinorosi” (chissà perché al maschile) che sono state spintonate dalla Digos erano lì a chiedere cosa ci fosse oltre alla panchina. 

Buon martedì. 

La panchina rossa de La Sapienza prima che fosse smontata, frame video

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La destra allarga le maglie al decretificio Meloni

Incapaci di governare secondo le regole che esistono da ottant’anni dalle parti del governo Meloni stanno pensando bene di inventarne di nuove perché il comandare da lontano sembri un sinonimo di amministrare. Nel mese di novembre è tornato prepotentemente d’attualità il tema del massiccio ricorso fatto dal governo allo strumento della questione di fiducia.

FdI starebbe ragionando sul “disegno di legge a data fissa” che entra automaticamente in vigore se non viene approvato dal Parlamento entro i termini

I voti di questo tipo che si sono tenuti in parlamento infatti sono stati ben 8, un nuovo record. Il ricorso alla fiducia è andato costantemente aumentando negli ultimi mesi, tanto che il governo Meloni ha raggiunto anche il primo posto (a pari merito con l’esecutivo guidato da Mario Monti) se si considera la media dei voti di fiducia per mese. Di pari passo l’abuso di decreti legge per comprimere ancora di più il potere delle Camere sta andando alla grande. Nell’attuale legislatura le conversioni di decreto rappresentano il 50% delle leggi approvate, un record assoluto.

E pensare che quando si trovava all’opposizione proprio Giorgia Meloni tuonava contro questa pessima abitudine. Ora il suo governo è quello che ricorre di più ai decreti in ogni mese: 3,83 nel primo anno in carica, contro i 3,20 del Draghi e 3,18 del Conte-2. Ciò implica spesso che le Camere debbano correre per svolgere il proprio ruolo di pulsantificio.

Ecco la soluzione: due disegni di legge per allungare i tempi di conversione dai canonici sessanta giorni a novanta. Secondo il Messaggero, Fratelli d’Italia starebbe ragionando anche sul “disegno di legge a data fissa” che entra automaticamente in vigore se non viene approvato dal Parlamento entro i termini fissati. Il premierato, de facto, non ha nemmeno bisogno di una riforma costituzionale.

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Quel pasticcio del ministro Valditara

Il pasticcio del ministro all’Istruzione Giuseppe Valditara che vorrebbe educare gli studenti italiani alle relazioni e non è in grado di intrattenerne con i suoi compagni di governo è completo. Il 7 dicembre Valditara comunica in pompa magna tre nomine che dovrebbero coordinare gli incontri degli studenti (su base volontaria) per il progetto “educare alle relazioni”.

Il pasticcio del ministro all’Istruzione Valditara che vorrebbe educare gli studenti alle relazioni e non è in grado di intrattenerne con i suoi compagni di governo è completo

Valditara sornione è convinto di avere assestato un colpaccio. Ha scelto tre donne, in un Paese che ancora scambia il femminile come sinonimo di femminista. Ha nominato una suora per accarezzare la pancia ai cattolici spaventati dalla novità: suor Monia Alfieri, membro della Consulta di Pastorale scolastica della Cei nonché fellow dell’Istituto Bruno Leoni per il libero mercato, una che si batte come una leonessa da sempre per le scuole private, con due begli schiaffi alla scuola pubblica e alla laicità previste dalla Costituzione.

Ha nominato l’avvocata Paola Zerman, candidata, nel 2018, con Mario Adinolfi e il suo “Popolo della famiglia”, organizzazione politica che da suo stesso manifesto è “figlia del Family Day”. E infine, convinto di mettere in difficoltà l’opposizione, ha nominato Paola Concia, una attivista lgbt, lesbica dichiarata, e per di più con un passato nell’opposizione ovvero nel Pd.

Con Concia il ministro era evidentemente convinto di avere spiazzato l’opposizione. Si è sbagliato. A fare naufragare tutto sono stati leghisti, meloniani e quelli di Pro Vita. In coro gli hanno ricordato che la nuova egemonia culturale non è altro che una sostituzione totale di ogni posto, in ogni campo. Non c’è nemmeno spazio per la tattica. Niente da fare.

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La celebrazione del libro che non ha letto nessuno

C’è un libro bellissimo, in giro per il mondo, che non si prende la briga di leggere nessuno. È, secondo me, il libro con le parole più pesate che mi sia mai capitato in mano, uno di quelli in cui anche le virgole hanno la tornitura di chi ci ha messo tempo, mestiere e passione.

Ha un inizio fulminante, di quelli che entrano subito nel senso della storia, senza troppi giri: “Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo”. Famiglia umana. Inizia così. E famiglia umana è un manifesto culturale, politico, letterario. Tutto insieme. “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”: ragione e coscienza. Ecco l’accordo. Ragione e coscienza.

E poi c’è la sicurezza, anche qui, la sicurezza che riempie tutti i giornali, i dibattiti, le distorsioni. Ascoltate bene: “Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona.” Ed è una rivoluzione, perché la sicurezza va solo con con la libertà e il diritto alla vita come compagne. Non è mica la sicurezza che se ne sta sola e guardinga con la bava alla bocca che va di moda di questi tempi; questa è una sicurezza sempre allegra, in mezzo alla gente, che gira il mondo, che sorride alla vita. È simpatica, questa sicurezza raccontata così, è una con cui farci un viaggio o andarci a teatro, per dire.

Poi: “Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese”. Soprattutto, si legge, “ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni”. E insieme alle persone anche le loro storie devono muoversi. Davvero. C’è il diritto di “ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”. Le storie che devono correre in giro per il mondo senza riguardo per le frontiere sono una favola.

Parola della Dichiarazione universale per i diritti umani, firmata a Parigi il 10 dicembre del 1948, oltre settant’anni fa. Settant’anni per studiarla e sembra che non abbia fatto i compiti nessuno. Così la casa per la famiglia umana, nonostante le dichiarazioni universali è una villetta bifamiliare, triste e grigia e mal illuminata che sta nel vicolo cieco nella periferia dei nostri tormenti. Sul citofono ci sono due nomi, in stampatello, scoloriti ai bordi: casa nostra e casa loro.

Buon lunedì.

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Il Cittadino sullo spettacolo “A casa loro”

[Lunedì si torna a casa con lo spettacolo scritto con Nello Scavo. L’articolo di Fabio Ravera per Il Cittadino di Lodi]

«Il mare non uccide. A uccidere sono le persone, la povertà, le politiche sbagliate e le disuguaglianze che rendono il mondo un inferno se nasci dalla parte sbagliata». Dopo l’anteprima di “Odio gli indifferenti”, Giulio Cavalli torna in scena a stretto giro a Lodi, sul palco delle Vigne in via Cavour, con uno spettacolo «molto più teatrale e doloroso». Si tratta di “A casa loro”, un testo scritto insieme a Nello Scavo, giornalista di “Avvenire”, reporter internazionale e cronista giudiziario, portato in tutta Italia durante gli ultimi due anni.

L’appuntamento è fissato per lunedì alle 21 (ingresso gratuito): la serata è promossa da Sai (Sistema di accoglienza e integrazione) del Comune di Lodi – Progetto Insieme ODV ETS, con il sostegno del Comune di Lodi. La prenotazione non è obbligatoria ma è consigliata in caso di gruppi numerosi: per info scrivere a eros.invernizzi@sprarlodi.org o info@sprarlodi.org. «Il tema centrale è quello delle detenzioni illegali in Libia, denunciate più volte dalle organizzazioni internazionali – racconta Cavalli che sul palco sarà accompagnato da Federico Rama alla chitarra e da Ivan Merlini al piano -. Spesso si sente la frase “Aiutiamoli a casa loro”: ci è sembrato importante raccontare cosa succede davvero a casa loro. Il testo raccoglie inchieste condotte sul campo da Nello Scavo per “Avvenire”». Partendo dalle coraggiose inchieste del reporter, il monologo di Cavalli prova a raccontare quella parte del mondo che ci illudiamo di conoscere e di poter giudicare guardando le immagini dei profughi, mentre invece ci viene nascosta nel buio delle notizie non date. “A casa loro” è anche la scelta di versare sul palco quel pezzo di mondo «che ignoriamo per assolverci e invece la storia ce ne renderà conto perché la solidarietà non sta nei regolamenti, nei trattati internazionali e nemmeno negli editoriali – continua l’attore, scrittore e giornalista lodigiano -. E per questo forse anche uno spettacolo teatrale serve: i furbi parlano molto di solidarietà, ma ne parlano troppo con chi avrebbe bisogno di riceverla, piuttosto che parlarne con chi avrebbe bisogno di farla. Il Mediterraneo è il cimitero liquido dei nostri scheletri ma lì intorno, nelle regioni che scendono per l’Africa, quelle sulla rotta balcanica e nella zona impigliata tra i fili spinati della Turchia, ci sono le persone.

Persone, semplicemente, con il fardello delle loro storie che hanno l’odore di carne viva, senza valigie ma con quintali di paura, costretti al macabro destino di stare sulle pagine dei giornali o sulle bocche più feroci della politica e poi davvero non avere un posto dove stare». +++ Se volete organizzarlo nel vostro teatro, nel vostro comune, nella vostra scuola, con la vostra associazione o nel vostro festival potete scriverci a organizzazione@giuliocavalli.net

Com’è finita la vicenda di Salvini contro la giudice Apostolico – Lettera43

La magistrata che ha disapplicato il decreto sui migranti fu “pizzicata” dal Capitano in un video del 2018 durante una manifestazione per il caso Diciotti. Nordio, in seguito agli accertamenti, ha detto che lei non è accusabile di essere anti-governo. E che il leghista non ha violato profili di riservatezza. Quindi, dopo aver strillato sull’allarme democratico da entrambi i fronti, il nulla.

Com’è finita nel silenzio generale la vicenda di Salvini contro la giudice Apostolico

Un giorno qui intorno era tutto un parlare della giudice Iolanda Apostolico e del ministro Matteo Salvini. I fatti sono noti: a Catania la giudice Iolanda Apostolico ha disapplicato il decreto del governo Meloni che prevede il trattenimento dei richiedenti asilo nei Centro per il rimpatrio. Il verbo “disapplicare” non è stato usato per caso in quei giorni a cavallo tra settembre e ottobre perché insinuava l’idea di una ribellione contro la legge. Si potrebbe dire più semplicemente che la giudice Apostolico ha applicato gli articoli 3 e 10 della Costituzione (oltre alle convenzioni internazionali) accogliendo il ricorso di una persona migrante di origini tunisine sbarcata il 20 settembre a Lampedusa e portata nel nuovo centro di Pozzallo, aperto da pochi giorni nel Ragusano. Dalle parti del governo e dei partiti di maggioranza del centrodestra avevano descritto l’evento come «un grave attacco allo Stato». Se dovessimo pesare le parole dovremmo pensare a un golpe giudiziario, l’ennesimo atteggiamento «anti-maggioritario» come sussurrano nei corridoi di Palazzo Chigi ogni volta che si imbattono contro qualcuno (che sia giudice, giornalista o un professionista qualsiasi) che “non sta al suo posto”.

Fango ben oliato dalla Bestia social leghista contro Apostolico

L’opposizione politica gridò allo scandalo inverso. Salvini, com’è sua abitudine, aveva lanciato l’attacco contro la persona senza entrare nel merito della questione, rilanciando un video in cui la giudice Apostolico era presente alla manifestazione del 25 agosto 2018 al porto di Catania per il caso Diciotti. Il fango ben oliato dalla Bestia social del leader leghista (tutt’ora funzionante nonostante la decadenza del suo fedele ex collaboratore Luca Morisi) aveva travolto la giudice colpevole di seguire su Facebook le pagine di Open Arms (la Ong che ha portato Salvini a processo), di Potere al popolo, (sezione di Catania), movimento fondato dal centro sociale «Je so’ pazzo» di Napoli, poi la pagina di Democrazia e Autonomia, il partito fondato da Luigi De Magistris, e quella di Possibile, il partito fondato da Pippo Civati.

Com'è finita nel silenzio generale la vicenda di Salvini contro la giudice Apostolico
La giudice Apostolico col compagno.

Per gli elettori di centrodestra la giudice è solo l’ennesima toga rossa

Qualcuno parlò di una «schedatura» ipotizzando che il video della manifestazione al porto di Catania con la presenza della giudice fosse stato archiviato da servizi più o meno deviati che l’avrebbero messo a disposizione del ministro Salvini. Se dovessimo pesare le parole dovremmo pensare a un apparato parallelo da smascherare il prima possibile per mettere al sicuro la tenuta democratica del Paese. In entrambi i casi i cittadini dovrebbero avere vissuto mesi di infernale preoccupazione in attesa di un chiarimento. Del “caso Apostolico” non ne ha più scritto nessuno e non ne ha più parlato nessuno. Per gli elettori di centrodestra la giudice catanese è solo l’ennesima toga rossa che dovrebbe essere cacciata. Per gli elettori di centrosinistra Salvini è il solito ministro che utilizza canali non convenzionali per accedere a informazioni riservate utili a delegittimare coloro che considera avversari politici nonostante non siano politici.

Com'è finita nel silenzio generale la vicenda di Salvini contro la giudice Apostolico
La giudice Apostolico durante le manifestazioni del 2018.

Dagli accertamenti sui social non è emerso nulla contro la magistrata e il suo compagno

Ma com’è finita, in realtà? Replicando all’interrogazione del senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri il ministro alla Giustizia Carlo Nordio ha offerto le risposte. Nordio ha parlato degli accertamenti svolti dall’ispettorato generale nei confronti della magistrata Apostolico e del suo compagno Massimo Mingrino. Ha detto che sono stati scandagliati i social network, ma non si è trovato nulla che potesse far pensare a qualche atteggiamento contro il governo. Apostolico quindi non è colpevole delle accuse che le sono state rivolte.

Migranti, il ministero della Giustizia ha avviato l'accertamento preliminare per la giudice Iolanda Apostolico.
Carlo Nordio (Getty Images).

Salvini ha usato informazioni pubbliche senza violare profili di riservatezza

L’altro aspetto importante di quella risposta è che Nordio ha scagionato anche il suo collega di governo Salvini: il Guardasigilli ha scritto che gli accertamenti svolti, come emerso dalla nota estesa in data 20 ottobre 2023 dall’ispettorato generale, hanno consentito di acquisire materiale informatico dal quale emergeva l’esistenza di video e messaggi pubblicati sui social network; in data 17 ottobre 2023 veniva, quindi, conferito incarico a un assistente informatico (…) per la loro individuazione ed estrapolazione. A seguito di tale incarico, l’assistente informatico rimetteva (…) il materiale acquisito, precisando di avere potuto svolgere ricerche accedendo a informazioni di natura esclusivamente pubblica senza violare profili di riservatezza». Quindi: allarme democratico da entrambi i fronti, chiasso seguito da silenzio e disinteresse. Nessuna riflessione sugli esiti. Allarmi estemporanei che subito si spengono. Tutto questo parla della politica, più di Iolanda Apostolico.

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Crosetto e “i mandanti” del Giornale. Spunta il fuoco amico sul ministro

Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, alla fine ha capitolato e ha deciso di riferire in Aula alla Camera – lo farà il 19 dicembre – sulle sue incaute dichiarazioni sulla magistratura. Intanto ieri ha toccato con mano il senso per la stampa de Il Giornale e del suo direttore Alessandro Sallusti, innescando una polemica tutta interna al centrodestra che promette di finire in querela. Motivo del contendere è il titolo che il direttore del quotidiano milanese (che fu di Berlusconi e ora è del Gruppo Angelucci) ha riservato all’incontro di due giorni fa di Crosetto in Procura.

Il 19 dicembre il ministro della Difesa Crosetto tornerà a riferire alla Camera sulle sue dichiarazioni sulla magistratura

“Inchiesta su Crosetto”, strilla in prima pagina Il Giornale, titolando l’articolo di Luca Fazzo, lasciando intendere che il ministro sia vittima di un’indagine nei suoi confronti che – nella logica editoriale sallustiana – dovrebbe essere la dimostrazione dell’ennesimo complotto giudiziario nei confronti del governo. La realtà è molto più semplice. Il ministro della Difesa è entrato negli uffici della Procura di Roma in piazzale Clodio per incontrare il procuratore capo Francesco Lo Voi in seguito all’intervista di Crosetto al Corriere della Sera in cui il fondatore di FdI aveva parlato di un “grande pericolo” per la continuità del governo Meloni, costituito dall’ “opposizione giudiziaria di chi si sente fazione antagonista da sempre”, che “ha sempre affossato i governi di centrodestra”.

E poi aveva lanciato un’accusa circostanziata: “A me raccontano di riunioni di una corrente della magistratura in cui si parla di come fare a ‘fermare la deriva antidemocratica a cui ci porta la Meloni’. Siccome ne abbiamo visto fare di tutti i colori in passato, se conosco bene questo Paese mi aspetto che si apra presto questa stagione”. Pochi giorni dopo la sua intervista Crosetto aveva ridimensionato le sue parole parlando di un “tentativo di mistificazione” e di “interpretazioni malevole”. “Non ho detto che a me raccontano di incontri segreti, di cospirazioni“, ma di “alcuni interventi pubblici che io reputo gravissimi sulla questione giustizia”, aveva detto alla Camera rispondendo a un’interpellanza.

L’esponente di FdI querela il quotidiano degli Angelucci. Il direttore Sallusti: il nervosismo fa perdere lucidità

Alla Procura di Roma è stato aperto un fascicolo iscritto a modello 45, senza indagati e senza ipotesi di reato che è stato al centro dell’incontro tra il procuratore e il ministro. Ieri Crosetto ha parlato di “un incontro cordiale” con il procuratore sottolineando come “quasi tutti i giornali” hanno dato “una rappresentazione corretta”, “Il Giornale invece – ha detto il ministro – inventa di sana pianta un titolo gravemente diffamatorio, totalmente falso, costruito evidentemente con il solo intento di infangare. Un atto gravissimo per il quale ho dato immediatamente mandato di denunciare in ogni sede possibile”. E ancora: “Il titolo e l’articolo del Giornale rivelano invece la chiara volontà di mistificare la realtà e trasmettere un messaggio, lo ripeto, tanto diffamatorio quanto falso, inaccettabile. Non posso ora esimermi dal capirne la ratio e soprattutto i mandanti”.

A stretto giro è arrivata la risposta del direttore Sallusti che ha sottolineato come a Crosetto “il nervosismo faccia perdere la lucidità”. “Il titolo è una sintesi”, si è difeso Sallusti. Evidentemente il dono della sintesi di Sallusti per il ministro lascia ampiamente a desiderare. Sorride sardonico il deputato del Pd Arturo Scotto: “Il ministro parla di ‘mandanti’. E non si riferisce agli avversari politici. Ho l’impressione che si ballerà molto nei prossimi mesi dalle parti di Palazzo Chigi”, scrive su X. E in effetti sarebbe curioso capire a chi si riferisca Crosetto quando ipotizza un disegno del giornale ‘amico’ per screditarlo. Del resto “il centrodestra è compatto e unito”, aveva detto l’altro ieri Giorgia Meloni. A vederli da fuori non si direbbe.

 

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Autonomie e gabbie salariali. Le misure che spaccano l’Italia

Era il 26 gennaio di quest’anno quando il ministro all’Istruzione, Giuseppe Valditara, disse che “chi vive e lavora in una regione d’Italia in cui più alto è il costo della vita potrebbe guadagnare di più”, tornando all’idea di differenziare gli stipendi degli insegnanti su base regionale. Ripiombare negli anni Settanta con le gabbie salariali abolite dopo fortissime pressioni sindacali non sembra una buona idea. Secondo alcuni studi de lavoce.info la differenza salariale media tra il Nord e il Sud in Italia è del 4,2 per cento, mentre il costo della vita varia significativamente sul territorio e cresce all’aumentare, per esempio, della densità urbana, con differenze che arrivano anche a 30-40 punti percentuali.

In porto il blitz della Lega per gli stipendi differenziati. E la riforma Calderoli aumenterà il divario tra Nord e Sud

Legalizzare le differenze non era stata una buona idea negli anni ’60 e quasi tutti, a gennaio, furono d’accordo che non lo sarebbe stato nemmeno nel 2023. Il 3 maggio il ministro Valditara rispondendo ad alcune interrogazioni parlamentari spiegò di “non avere mai parlato di gabbie salariali”. La questione sembrava chiusa. E invece no. Le gabbie salariali invocate dalla Lega prima maniera, quella di Umberto Bossi, sono tornate in un velenoso ordine del giorno firmato dai leghisti Andrea Giaccone e Rossano Sasso alla guida di una schiera di colleghi. Non servono troppe interpretazioni per comprendere la proposta di “una base economica e giuridica uguale per tutti, cui aggiungere una quota variabile di reddito temporaneo correlato al luogo di attività”: per i proponenti “lo stipendio unico nazionale” potrebbe “comportare diseguaglianze sociali su base territoriale, creando discriminazioni di reddito effettivo”.

L’ordine del giorno è andato a segno, benedetto dal sottosegretario al Lavoro (il leghista Claudio Durigon) che l’ha considerato approvato dal governo evitando anche la discussione prima del voto. Marco Sarracino, deputato e responsabile Sud nella segreteria del Partito democratico, non ha dubbi: “La destra torna a sdoganare il principio delle gabbie salariali, perché con l’ordine del giorno presentato dalla Lega e approvato in piena notte, si punta esplicitamente a classificare i cittadini del Meridione e delle aree interne quali cittadini di serie B”. “Per la destra — spiega Sarracino — un medico, un infermiere, un insegnante del Sud deve guadagnare meno di un suo collega del Nord: è un colpo alla coesione e all’unità nazionale, che si aggiunge allo scellerato progetto di Autonomia differenziata, mentre già oggi lo Stato italiano investe per un cittadino del Nord circa 18mila euro l’anno, mentre per uno del Mezzogiorno circa 13mila”.

La deputata del M5S, Anna Laura Orrico, chiede se “i parlamentari meridionali e del centro di Fratelli d’Italia e di Forza Italia sono d’accordo con i loro alleati leghisti che vorrebbero introdurre le gabbie salariali per pagare di meno gli insegnanti del centro e del sud” mentre il sindaco di Firenze Dario Nardella parla di “scontro di diritti”. Il segretario generale della Cgil Sicilia, Alfio Mannino, ieri ha chiesto al presidente della Regione Renato Schifani se intende restare in silenzio, mentre Flc Cgil accusa Meloni e il governo di dare solo “risposte che dividono il Paese puntando a dividere anche i lavoratori” annunciando “lotta e mobilitazione”. L’ordine del giorno leghista, osserva qualcuno, non impegna il governo ma è solo un atto di indirizzo. È vero.

L’indirizzo del governo nei confronti del Sud però non ha bisogno di troppe conferme. L’abolizione del reddito di cittadinanza, il no al salario minimo e le modifiche del Pnrr sono scelte che danneggiano e danneggeranno soprattutto il Meridione. L’ultimo decreto Sud ha cancellato le otto Zes (Zone economiche speciali) esistenti per farne una unica. “Un modo per non farne nessuna”, osservavano nei giorni della discussione in Parlamento le opposizioni. Nel 2022 per gli sgravi in queste aree, in tutto otto da Napoli a Palermo, erano stati stanziati 1,6 miliardi di euro. Ora il governo ha allargato formalmente le Zes a tutto il Meridione, passando da 20 mila ettari di aree speciali a 10 milioni di ettari che ricomprendono tutte le aree dei Comuni.

Contemporaneamente ha accentrato le competenze in un’unica struttura al ministero di Raffaele Fitto, con sessanta tecnici dedicati per rilasciare le autorizzazioni. Un commissariamento del Sud da parte di Palazzo Chigi. “Per aprire un cinema, un centro sportivo, un negozio, e chiedere contestualmente il credito d’imposta, si dovrà presentare la domanda al ministero che secondo il’“dl Sud” avrà anche poteri derogativi ai limiti urbanistici e alla pianificazione paesaggistica di Comuni e Regioni: un potere discrezionale enorme”, spiegava a fine ottobre il deputato del Pd, Piero De Luca.

Cancellate le otto Zone economiche speciali. E Palazzo Chigi commissaria il Mezzogiorno

All’orizzonte si staglia il disegno di legge sull’Autonomia differenziata, cavallo di battaglia della Lega e del ministro per gli Affari regionali e per le Autonomie, Roberto Calderoli. A quel punto la sottrazione di ingenti risorse alla collettività nazionale e la disarticolazione di servizi e infrastrutture logistiche (come i trasporti, la distribuzione dell’energia, la sanità o l’istruzione), che per il loro ruolo nel funzionamento del sistema Paese dovrebbero avere necessariamente una struttura unitaria e a dimensione nazionale sarà legge. La sottrazione del gettito fiscale alla redistribuzione su tutti i territori potrà violare per legge il principio di solidarietà economica e sociale contenuto in Costituzione, andando a aumentare le disuguaglianze tra Nord e Sud, con un conseguente crollo sociale ed economico dei territori più svantaggiati che potrebbe mettere facilmente in crisi l’intera Italia.

A quel punto il disegno sarebbe completo. In Italia su due milioni di famiglie italiane povere, circa 775mila sono al Sud; inoltre, su 5,6 milioni di individui in condizioni di povertà, 2,3 milioni sono al Sud. In più, in misura percentuale rispetto al totale della popolazione, l’incidenza dei poveri al Sud è maggiore che al Nord, e al Mezzogiorno sono anche cresciuti nell’anno della pandemia: 9,4% nel 2020, contro l’8,6% nel 2019. Svimez sottolinea come la debolezza dei consumi degli individui sia causata da una dinamica salariale piatta (circa il 15% dei dipendenti al Sud è sottopagato, contro l’8,4% del Centro-Nord), oltre che da un tasso di disoccupazione alto e in crescita rispetto al periodo pre-Covid. A pensarci bene le gabbie salariali leghiste sono solo un tassello di un disegno più grande e più spaventoso.

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