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Salvini scappa ancora

Matteo Salvini, il capitano, scappa. Era già scappato dal processo con Carola Rackete  (Vedi foto). L’ha definita una sbruffoncella fuorilegge, complice dei trafficanti, una potenziale assassina, una criminale che ha provato ad ammazzare cinque militari italiani. «Sono tutte menzogne, tutte bugie. Ma Salvini di tutte queste falsità non risponderà mai, perché i suoi amici al Senato hanno bloccato la possibilità di procedere nei suoi confronti», commentò lo scrittore Roberto Saviano il primo luglio di quest’anno. 

Ieri Matteo Salvini è scappato anche da Roberto Saviano. Ieri non si è presentato all’udienza programmata in tribunale. Racconta Saviano: «Probabilmente è spaventato di dover rispondere in tribunale di ciò che ha detto e di tutte le minacce che ha fatto. La giustificazione è risibile, ha detto che aveva un collegamento online, dimenticandosi che online poteva collegarsi anche dal tribunale, poi ha aggiunto un pranzo di beneficienza che si allunga fino alla prima della Scala a Milano. Salvini è così, scappa». 

Matteo Salvini è così, non solo lui. Salvini confonde volutamente il suo ruolo e addita come nemici giornalisti, intellettuali e artisti fingendo di non sapere del dislivello. è lo stesso Salvini che ha martoriato Michela Murgia fino al suo ultimo secondo, è lo stesso Salvini che dà in pasto comuni cittadini alla schiera di suoi seguaci attraverso i suoi social. Matteo Salvini, il capitano, scappa perché sa che fuori dal suo ring (che per nostra disgrazia ha piantato dentro le nostre istituzioni) esiste la responsabilità delle proprie affermazioni. 

Buon venerdì. 

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Nuova figura barbina. Anche sulla pista da bob

La politica italiana e la sua credibilità sulle prossime Olimpiadi Milano-Cortina 2026 sono appese a una pista di bob. Dopo avere passato mesi a magnificare la pista che sarebbe stata, additando ogni dubbio come un maledetto uccello del malaugurio, lo scorso 16 ottobre il presidente del Coni Giovanni Malagò ha dovuto mestamente confessare al Comitato olimpico di tutto il mondo che realizzare l’impianto sul tracciato della vecchia pista Eugenio Monti a Cortina sarebbe costato almeno 150 milioni di euro, oltre ai danni ambientali denunciati da molti.

La politica italiana e la sua credibilità sulle prossime Olimpiadi Milano-Cortina 2026 sono appese a una pista di bob

Niente da fare, ha detto Malagò, certificando così la figuraccia della Società Infrastrutture Milano Cortina 2020 – 2026 e della Regione Veneto. A quel punto era chiaro che l’unica soluzione restava quella di spostare le gare in Austria e Svizzera, subappaltando un pezzo di olimpiadi all’estero per inettitudine organizzativa. Uno bello smacco per i sovranisti di casa nostra. Sarà per questo che il ministro alle Infrastrutture e leader della Lega Matteo Salvini qualche giorno fa nella “cabina di regia” riunita per decidere se e dove si farà la pista da bob, skeleton e slittino ha deciso di difendere ad oltranza la scelta già bocciata di Cortina, lasciando di stucco i presenti.

Pur di non scontentare il suo compagno di partito (e avversario interno) Luca Zaia, presidente del Veneto, Salvini si è detto pronto a riscrivere i progetti, ad andare contro alla volontà del Comitato italiano olimpico (Cio) e a trovare qualche ditta disposta ad assumersi l’onere. Se non ce la farà, come oggettivamente è probabile, a quel punto saremo in ritardo anche per valutare le piste disponibili all’estero. E la figura barbina sarà olimpica, appunto.

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Via della Seta, l’ultimo bacio di Meloni alla pantofola di Biden

L’Italia è uscita ufficialmente dalla Via della Seta con una nota consegnata a Pechino nei giorni scorsi. La notizia, anticipata dal Corriere della Sera, viene confermata all’Ansa da fonti informate. La mossa è stata preceduta da una missione in Cina del segretario generale della Farnesina Riccardo Guariglia in estate e a seguire dalla visita del ministro degli Esteri Antonio Tajani: incontri in cui è stata confermata l’intenzione di coltivare il partenariato strategico tra i due Paesi e in cui sono stati avviati fra gli altri i passi preparatori per la visita del capo dello Stato Sergio Mattarella l’anno prossimo in Cina.

L’Italia è uscita ufficialmente dalla Via della Seta con una nota consegnata a Pechino nei giorni scorsi

La cosiddetta Belt ad Road Initiative, lanciata da Xi Jinping nel 2013, è uno dei cardini del piano del Dragone per rafforzare la propria economia attraverso una rete di infrastrutture fra tre continenti che favorisca gli scambi. Il memorandum con l’Italia – unico Paese del G7 ad aderire – era stato firmato dal primo governo Conte nel 2019. L’esecutivo guidato da Giorgia Meloni doveva decidere se rinnovarlo o meno entro la fine del 2023. Per il ministro agli Esteri Tajani “la non partecipazione alla Via della Seta non significa che sia un’azione negativa nei confronti della Cina, significa poter continuare ad avere ottimi rapporti e lavorare intensamente sugli aspetti commerciali per rafforzare la nostra presenza sul mercato”. Ieri il ministro ha spiegato che “chi non è parte della via della Seta ha avuto risultati migliori” anticipando una prossima riunione intergovernativa Italia-Cina “per affrontare tutti i temi di commercio internazionale”.

Coro di critiche da Conte ad Alemanno: “Danno economico per migliaia di imprese italiane”

A definire la decisione “un autogol” è il leader del M5S Giuseppe Conte spiegando di avere lavorato “a un’intesa programmatica che non interessava nessun asset e infrastruttura strategica del nostro Paese”: “a pagarne lo scotto saranno semmai le imprese e le famiglie”, ha detto Conte. Per il quale l’Osservatorio economico della Farnesina parla chiaro: “Nei primi 9 mesi del 2023 l’export italiano in Cina ha registrato una crescita tendenziale del 25,1%, attestandosi quasi a 15 miliardi di euro”. Contesta la decisione anche Gianni Alemanno, segretario di Indipendenza, la sua nuova creatura politica: “È una follia il cui conto sarà pagato dalle piccole e medie imprese italiane, che non avranno più nessuna copertura politica per la loro attività con la Cina e verso la Cina”, spiega l’ex sindaco di Roma.

Chi invece plaude alla scelta è il leader di Azione Carlo Calenda che su X scrive: “Lo stop alla Via della Seta è una decisione sacrosanta. Avere buoni rapporti con la Cina e diventarne una pedina in Ue sono cose molto diverse”. Di “conferma del collocamento geopolitico dell’Italia che sta saldamente con l’Occidente e all’interno del sistema delle alleanze tradizionali”, parla anche il senatore della Lega Marco Dreosto, segretario dell’Ufficio di presidenza in commissione Esteri e Difesa di Palazzo Madama: “La Cina rimane un partner commerciale ma allo stesso tempo – dice Dreosto – era necessario respingere al mittente le mire geopolitiche di Pechino nei confronti del nostro Paese”. La Lega parla di “allineamento tra potenze autocratiche – Russia, Cina e Iran – che sfidano l’Occidente”.

L’Italia di Giorgia Meloni ancora una volta conferma il suo approccio unilaterale in campo internazionale

Palazzo Chigi non ritiene opportuno commentare. Qualcuno, come il senatore di Italia viva Ivan Scalfarotto, chiede almeno un confronto in Parlamento per “un accordo firmato in pompa magna sotto gli occhi del mondo viene cancellato in sordina, quasi di nascosto”. L’Italia di Giorgia Meloni ancora una volta conferma il suo approccio unilaterale in campo internazionale. Gli Usa sorridono, i suoi elettori, che l’avevano votata per tutt’altro, un po’ meno.

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Salvini visto da Sud

Lorenzo De Cicco racconta su Repubblica il blitz di ieri da parte di una schiera di deputati leghisti che torna alle cosiddette gabbie salariali per premiare i dipendenti pubblici che lavorano al Nord, spacchettando l’unità nazionale in un Paese a due marce più di quanto già lo sia.

Nel mezzo della convulsa giornata parlamentare che ieri ha definitamente affossato il salario minimo l’ordine del giorno approvato impegna il governo a «valutare l’opportunità di prevedere con apposito provvedimento un intervento sulla contrattazione del pubblico impiego». L’odg della Lega auspica «per alcuni settori, come ad esempio nel mondo della scuola, un’evoluzione della contrattazione», proponendo «una base economica e giuridica uguale per tutti, cui aggiungere una quota variabile di reddito temporaneo correlato al luogo di attività». Questo perché «lo stipendio unico nazionale», si legge, potrebbe «comportare diseguaglianze sociali su base territoriale, creando discriminazioni di reddito effettivo».

L’idea di legalizzare le disuguaglianze in nome dell’uguaglianza è un paradosso così bieco che perfino il ministro all’Istruzione Valditara ha dovuto, tempo fa, innescare la retromarcia chiedendo scusa a tutti. In fondo basta allungare un ordine del giorno nell’agitazione di una seduta parlamentare per insinuare lo stesso concetto senza bisogno di affrontare l’opinione pubblica e la stampa. 

Gli Odg in Parlamento, lo sappiamo bene, non sono vincolanti. Continuo però a chiedermi cosa altro serva agli abitanti del sud Italia per avere coscienza della natura anti-meridionali della politica di Matteo Salvini, al di là delle felpe. E mi rimane il mistero. 

Buon giovedì. 

Nella foto: Matteo Salvini (governo.it)

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Ultima Voce recensisce I Mangiafemmine

[@Ultima Voce recensisce #IMangiafemmine]

Nella penombra di un mondo distorto, dove la realtà s’incaglia con la fantasia più buia, Giulio Cavalli conduce il lettore nel labirinto di DF. L’oscurità di questo paese diviene uno specchio rovesciato della società, un riflesso che svela gli abissi dell’animo umano.

Un’epopea cruda e inquietante si dipana tra le pagine di “I mangiafemmine”, tessendo una trama tanto attuale quanto disturbante.

Attraverso il libro “I mangiafemmine”, pubblicato da Fandango Libri, Giulio Cavalli ci trascina nuovamente nel cupo territorio di DF, un luogo che si erge come un sinistro specchio della società attuale, un posto in cui molti preferirebbero non affacciarsi mai. Questo romanzo, crudo e incisivo, si rivela un’opera imprescindibile per coloro che si appassionano alla narrativa distopica e sono alla ricerca di storie in grado di stimolare profonde riflessioni. È la conclusione della trilogia di DF, che aveva preso il via con i titoli “Carnaio” e “Nuovissimo Testamento“.

L’autore, firma forse il suo lavoro più radicale e provocatorio, abbracciando uno stile narrativo riconoscibile, senza timore nel dipingere un mondo già esistente.

Esaminando attentamente la nuova opera di Cavalli, emerge in modo spaventoso il parallelo tra la distopia che l’autore dipinge e la realtà che ci circonda, una realtà che, però, spesso fatichiamo ad ammettere. All’interno di questa storia si presentano figure politiche inventate, contrassegnate da simboli partitici generici, ma che non nascondono affatto le tendenze, le ipocrisie e la corruzione diffuse nella classe politica, non soltanto in Italia ma anche al di là dei confini nazionali.

DF diviene lo specchio deforme di una società in cui affiora un’epidemia di violenza contro le donne, un’epidemia ignorata da una classe politica in piena campagna elettorale. Donne uccise, smembrate dai propri compagni, mentre il candidato premier, Valerio Corti, trascura il problema, ritenendo le vittime come “normali” e non degne di considerazione.

Il romanzo di Cavalli riflette, in modo pauroso, il paradosso di una distopia che trova riscontro nella nostra realtà, con politici fittizi ma facilmente riconducibili alla corruzione diffusa, alle ipocrisie e alle posizioni vuote della politica contemporanea.

L’autore dipinge scene televisive e scontri verbali fra rappresentanti politici che imbarazzano l’intero sistema, distogliendo l’attenzione dai problemi reali. Corti stesso, in una disastrosa intervista, rivela il suo disprezzo verso le donne, negando qualsiasi responsabilità sociale nel caso di violenza su Frida, vittima di un omicidio perpetrato dal compagno.

Ma non è solo nella finzione di Cavalli che si annida il sessismo: la realtà, purtroppo, riflette tali atteggiamenti. Uomini violenti, incapaci di accettare il rifiuto, usurpano il corpo delle donne come oggetto di piacere e possesso. Cavalli, con uno stile chirurgico e freddo, sottolinea questo orrore, spingendo il lettore nell’abisso della misoginia dilagante.

Il romanzo si fa voce di una verità scomoda: il problema non sono solo gli uomini violenti, ma anche coloro che temono di diventarlo, evidenziando la fragilità di una società intrisa di patriarcato.

Le parole di Clementina Merlin, nel romanzo giornalista e attivista, rappresentano la cruda essenza del patriarcato, sottolineando la necessità di una rivoluzione culturale per rompere questo circolo vizioso di violenza e colpa auto-inflitta dalle vittime.

“I mangiafemmine” è un libro claustrofobico, una lettura che stringe lo stomaco e afferra l’attenzione, portando l’angoscia del lettore a livelli estremi. Cavalli adotta uno stile ruvido e crudo, sconvolgente ma necessario per far emergere la drammatica attualità del tema trattato.

Il romanzo è uno spaventoso specchio della nostra realtà, una lettura urgente per tutti coloro che cercano di comprendere e combattere questa epidemia di violenza che ancora affligge la nostra società.

https://www.ultimavoce.it/lo-specchio-distopico-di-giulio-cavalli-e-la-cruda-verita-di-i-mangiafemmine/?fbclid=IwAR1f3KVxeKWefAHHQgE-bkX6B0I4dDMa8tOvT33AxpWWqtY9Q7GDGuiCUto

Sanità, premierato, magistratura… Tutte le balle di Meloni in 30 minuti

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ieri ha rilasciato un’intervista alla trasmissione radiofonica No stop news su Rtl 102.5 in cui ha affrontato i temi politici più scottanti degli ultimi mesi, dalla riforma costituzionale al salario minimo. Abituata a conferenze stampa senza stampa o a più agevoli lettere ai giornali, ieri Meloni ha citato dati che Carlo Canepa per Pagella politica ha verificato.

Intervista a tutto campo alla premier Giorgia Meloni su Rtl 102.5. Dalle riforme alla spesa sanitaria non ne dice una giusta

Sul salario minimo, ad esempio, la presidente del Consiglio ha utilizzato un refrain molto in voga tra coloro che osteggiano la misura: “Per paradosso – ha detto Meloni – il Salario minimo rischia di abbassare il salario di molta gente che oggi si trova con un salario superiore”. Una delle fonti più autorevoli e citate sull’impatto del Salario minimo è il rapporto realizzato nel 2019 per il governo britannico dall’economista Arindrajit Dube, professore di Economia alla University of Massachusetts Amherst, tra i massimi esperti al mondo di Salario minimo.

Studi alla mano, Dube spiega che non ci sono dubbi sul fatto che il salario minimo aumenti le retribuzioni dei lavoratori con paghe sotto il suo livello. Nella letteratura scientifica a oggi non ci sono evidenze – come scrive Pagella politica – che il salario minimo porti a un generale aumento dei salari anche tra i lavoratori non interessati direttamente dalla misura, o a un loro abbassamento. È fuorviante anche la frase con cui Meloni accusa sul salario minimo Pd e M5S (“oggi Movimento 5 Stelle, Pd ci dicono che il salario minimo è l’unica vera cosa che va fatta in Italia. In dieci anni che sono stati al governo non gli è mai venuta in mente di farla”): il M5S è stato al governo non dieci ma quattro anni (2018/22) tra l’altro con tre governi diversi mentre negli ultimi dieci anni il Pd è stato invece al governo da aprile 2013 a giugno 2018. Il primo e il secondo governo Conte avevano tra gli obiettivi di governo l’introduzione del Salario minimo.

Pagella Politica fa le pulci alla Meloni. Smontate pure le accuse alle opposizioni sul Salario minimo

È una falsità già sentita anche quella sulla riforma del premierato. Meloni dice: “Con la riforma del premierato noi non abbiamo toccato i poteri del Presidente della Repubblica”. Come sottolinea Canepa se la riforma fosse approvata così come è stata proposta dal governo (il percorso di approvazione è ancora lungo e potrà prevedere un referendum), il capo dello Stato non nominerà più il presidente del Consiglio, non avrà la possibilità di sciogliere una sola delle camere, non potrà incaricare un tecnico di formare un nuovo governo e non potrà più nominare i senatori a vita.

Fumo anche sui soldi alla sanità. “Sulla sanità abbiamo fatto un aumento del fondo sanitario, che lo porta al massimo storico, mai visto prima”, dice Giorgia Meloni. La presidente del Consiglio però sa benissimo che gli stanziamenti di fondi per il Ssn raggiungeranno il valore in assoluto più alto mai toccato, ma altri governi hanno stanziato più risorse anno su anno sulla sanità e, se si tiene conto del forte aumento dell’inflazione, buona parte delle nuove risorse servirà a compensare l’aumento generale dei prezzi. Infine, se si considera il dato in percentuale al Pil, il livello della spesa sanitaria non sarà il più alto di sempre, ma tornerà sui livelli precedenti alla pandemia di Covid-19.

Lo sciopero dei medici e degli infermieri di tre giorni fa dimostra plasticamente come i numeri assoluti siano semplicemente uno specchietto per le allodole. Infine falso e grave è che Meloni parli di “una piccola, piccolissima parte anche se rumorosa della magistratura che per ragioni ideologiche ritiene di dover fare altro rispetto al suo ruolo, disapplicando provvedimenti del governo”: la disapplicazione delle leggi del governo è dovuta alla loro inapplicabilità, non ai giudici.

 

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Rigurgiti di patriarcato. Pure sulla tomba di Giulia

Al funerale della figlia Giulia, Gino Cecchettin ha chiesto di sfidare “la cultura che tende a minimizzare la violenza da parte di uomini apparentemente normali”. Ha spiegato anche che “difendere il patriarcato quando qualcuno ha la forza e la disperazione per chiamarlo col suo nome” e “trasformare le vittime in bersagli solo perché dicono qualcosa con cui magari non siamo d’accordo, non aiuta ad abbattere le barriere”.

Al funerale della figlia Giulia, Gino Cecchettin ha chiesto di sfidare “la cultura che tende a minimizzare la violenza da parte di uomini apparentemente normali”

Che la politica se ne renda conto o meno quel discorso segna una svolta anche nella politica di questo Paese, cancellando una volta per tutte l’idea che il femminicidio sia solo opera di criminali e riportando la riflessione nell’alveo della responsabilità collettiva. Come ha reagito certa politica Qualche esempio a portata di mano. Il consigliere regionale Valdegamberi eletto nella lista Zaia in Veneto (lo stesso che parlò di felpe sataniche riferendosi alla sorella Elena) ieri ha definito il funerale uno “show per far approvare qualche legge assurda come l’educazione sessuale nelle scuole” e ha parlato sdegnato di “politici che si scusano di essere uomini, altri che stanziano fondi per educare contro il patriarcato”.

La ministra della Famiglia Eugenia Roccella ha spiegato che “la teoria gender è una nuova forma di patriarcato” e il vero femminicidio di massa è quello “di Hamas” dove ci sarebbe “il vero patriarcato”. Per la ministra anche le battaglie dei movimenti trans per l’autodeterminazione del genere in opposizione al sesso biologico “sono le nuove forme di patriarcato, un modo di aggiornare il patriarcato a nuove filosofie e pensieri”. Giorgia Meloni – più furba – ha parlato di “crisi della famiglia” e “impatto dei social”. Non male, eh?

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La svolta Green può attendere. Altro elogio del petrolio alla Cop28

Ennesimo giorno di Cop28 dove i grandi della terra avrebbero voluto incontrarsi per affrontare il nodo della crisi climatica. Per capire l’aria greve che tira basta qualche particolare paradigmatico. Dopo l’uscita del presidente della conferenza sul clima Sultan al Jaber (al Jaber è anche capo dell’azienda petrolifera di stato) in cui ha pronunciato tesi antiscientifiche a favore dei combustibili fossili e del petrolio di cui è il quarto detentore al mondo, ieri il Ceo di Saudi Aramco, Amin Nasser (nella foto), ha chiesto maggiori investimenti nel petrolio rispetto alle energie rinnovabili per soddisfare la crescita della domanda di energia.

La Conferenza sul clima Cop28 ridotta a un raduno di lobbisti. Dopo al Jaber è il turno del Ceo della Saudi Aramco

“Se si guarda a questo trimestre, ci sono 103 milioni di barili al giorno di domanda, rispetto al 2019, quando eravamo circa 100 milioni di barili al giorno”, ha spiegato Nasser alla Saudi Green Initiative, un evento collaterale alla Cop28 a Dubai, dove le aziende produttrici di combustibili fossili hanno chiesto di sedersi al tavolo per discutere il loro contributo al futuro mix energetico. “Prevediamo che in futuro ci sarà un’ulteriore crescita della domanda e pertanto sono necessari investimenti per soddisfare la richiesta della nostra produzione e allo stesso tempo gestire il declino dei giacimenti esistenti”, ha aggiunto.

Per tastare il polso della situazione bisogna guardare fuori. È “ormai inevitabile” che la soglia di 1,5°C di riscaldamento globale venga superata “costantemente per diversi anni” e c’è una possibilità su due che ciò accada in soli sette anni. è l’avvertimento lanciato dagli scienziati del Global Carbon Project, che chiedono un’azione urgente. Secondo lo studio di riferimento presentato in occasione della Cop28 in corso a Dubai, si prevede che le emissioni di CO2 prodotte dall’uso di carbone, gas e petrolio in tutto il mondo per il riscaldamento, l’illuminazione o la guida aumenteranno, raggiungendo addirittura un nuovo record nel 2023.

Lo studio stima che il totale delle emissioni globali di anidride carbonica immesse nell’atmosfera nel 2023 raggiungerà i 40,9 miliardi di tonnellate (GtCO2): si tratta di quattro volte di più rispetto al 1960, e la curva delle emissioni, invece di ridursi, è rimasta stabile per dieci anni. Nel 2015, con il trattato dell’Accordo di Parigi, i leader mondiali si sono posti l’obiettivo di non superare la soglia dei +1,5°C per evitare ripetute ondate di caldo e cambiamenti profondi, anche irreversibili, inflitti alla natura dall’azione umana.

Per gli scienziati della Global Carbon Project l’aumento di un grado e mezzo è ormai inevitabile

“I leader riuniti alla CoP28 dovranno concordare una rapida riduzione delle emissioni di combustibili fossili, anche per mantenere l’obiettivo dei 2°C”, afferma il climatologo britannico Pierre Friedlingstein, che ha supervisionato lo studio che ha coinvolto 150 ricercatori da tutto il mondo. Tuttavia, “le misure volte a ridurre le emissioni di carbonio derivanti dai combustibili fossili rimangono terribilmente lente”, critica lo scienziato. “Il tempo che resta da qui alla soglia dei +1,5°C si riduce a tutta velocità, dobbiamo agire adesso”, ha aggiunto.

Del resto il vero record per la CoP28 è chiaro: quasi 2.500 lobbisti dei combustibili fossili hanno ottenuto l’accreditamento per la conferenza sul clima delle Nazioni Unite negli Emirati Arabi Uniti, che non ha fatto mistero di averli invitati, secondo quanto dichiarato martedì da una coalizione di Ong. Questa cifra non sorprende, dato che si prevede che la Cop accoglierà un numero record di partecipanti (oltre 88mila, senza contare i 20mila membri dello staff tecnico e organizzativo) e che, per la prima volta, i partecipanti hanno dovuto fornire informazioni sul loro datore di lavoro e sul loro rapporto, finanziario o di altro tipo. Difficile riporre troppe speranze.

 

Leggi anche: Un nuovo preoccupante allarme climatico: dopo un novembre da record, il 2023 sarà l’anno più caldo mai registrato nella storia

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Gino Cecchettin e quel funerale che parla del futuro

Nel 1960 la Scat, l’azienda che si occupava dei trasporti pubblici catanesi, decise di raddoppiare i bus della linea 27 che partivano da piazza Duomo e arrivava fino alla zona industriale della città. Uno dei bus lo chiamavano “Concettina” ed era per le operaie mentre l’altro era detto “coi baffi” e serviva per gli uomini. Parve quella l’unica soluzione possibile per evitare le molestie troppo frequenti contro le donne. Cinque anni dopo il nipote del boss di Alcamo Vincenzo Rimi, Filippo Melodia, decise di prendersi con la forza Franca Viola confidando nel fatto che dopo averla violata sarebbe stata sua. Non fu così. Franca denunciò il suo violentatore e il padre Bernardo divenne il simbolo del maschio che decide di mettersi contro il maschile che era stato fin lì. 

Ieri Gino Cecchettin ha messo in fila le responsabilità che concimano i femminicidi come quello di sua figlia Giulia. L’ha fatto con tono e parole misurate, una spilla rossa aggrappata sulla giacca e con il coraggio di trasformare un lutto personale in una lezione universale. Il suo discorso a Padova dove si sono celebrati i funerali è uno degli atti politici più potenti di questi ultimi anni. Cecchettin ha sfidato il patriarcato e i maschi conservatori terrorizzati di essere scippati. Come Bernardo Viola anche Gino Cecchettin cova la speranza di riformare la cultura di un genere. 

Quando ricorderemo questo funerale che parla al futuro non potremmo non pensare che là dove si faceva la politica gli unici politici presenti siano stati il presidente veneto Zaia e il ministro alla Giustizia Nordio. Niente Meloni, non Schlein, non Conte, non la ministra Roccella, non gli altri leader di partito. Chissà se ci saranno oggi. 

Buon mercoledì. 

 

In foto Gino Cecchettin, con i figli Elena e Davide, frame da video tv

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