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Delmastro e le bugie in fila per sei

Il sottosegretario alla Giustizia di Fratelli d’Italia Andrea Delmastro è stato rinviato a giudizio dal gup di Roma, Maddalena Cipriani, nell’ambito del procedimento che lo vede accusato di rivelazione di segreto d’ufficio in relazione alla vicenda di Alfredo Cospito, l’anarchico detenuto al 41-bis e protagonista nei mesi scorsi di un lungo sciopero della fame. Delmastro, che in via Arenula ha la delega alle carceri, aveva rivelato al compagno di partito Giovanni Donzelli il contenuto di una relazione della polizia penitenziaria sui dialoghi di Cospito con alcuni boss mafiosi suoi compagni di reparto nel penitenziario di Sassari. E il 31 gennaio, durante una seduta della Camera, Donzelli aveva usato quelle informazioni per attaccare quattro parlamentari del Pd, Debora Serracchiani, Walter Verini, Andrea Orlando e Silvio Lai accusandoli di essere “vicini alla mafia” per avere visitato tra gli altri detenuti anche lo stesso Cospito. 

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro alla Giustizia Carlo Nordio avevano ripetuto in più occasioni che quel documento non fosse segreto. Al di là della conclusione giudiziaria di questa storia Meloni e Nordio hanno ripetuto un’ignorante bugia. L’imputato Delmastro dopo avere negato le sue responsabilità ora si dice “straordinariamente fiero” di quello che ha fatto. Nel suo mondo dei sogni vede come una battaglia antimafia avere rivolto un segreto d’ufficio al suo compagno di partito. Ecco qui la carota che Nordio sventolava contro la magistratura. 

Buon giovedì. 

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Il sillogismo di Piantedosi. Cecchettin come Senna

Perennemente concentrati nel distogliere l’attenzione dal patriarcato in merito al femminicidio di Giulia Cecchettin, la compagine di governo si misura ogni giorno con dichiarazioni a raffica per convincerci che gli uomini che ammazzano le donne siano un evento che non ha nulla a che fare con una mala cultura generale.

“Giulia ha incontrato nella sua vita un criminale, che è stato il vero artefice del tragico epilogo della sua vita”

Ieri, tra i tanti, si segnala per capacità di analisi e per virtuosismo nella sintesi il ministro all’Interno, Matteo Piantedosi, che ospite della moritura trasmissione Avanti Popolo di Nunzia Di Girolamo su Rai 3 ci spiega che “Giulia ha incontrato nella sua vita un criminale, che è stato il vero artefice del tragico epilogo della sua vita. Sul resto c’è un approfondimento in corso”, spiega il ministro, con un’evidente desiderio che la questione si chiuda qui. Dopo l’illuminante uscita in occasione della strage a Steccato di Cutro in cui accusò le madri “di mettere in pericolo i propri figli” perché accettavano il rischio di morire per scappare da un luogo dove sarebbero sicuramente morti ora Piantedosi si ripete.

Agevoliamo una bozza per il calendario dei suoi prossimi comunicati stampa: Ayrton Senna se non avesse scelto di essere un pilota di Formula 1 non sarebbe morto; se John Fitzgerald Kennedy avesse fatto il panettiere molto probabilmente sarebbe ancora vivo; se le vecchiette non uscissero di casa per ritirare la pensione sicuramente non sarebbero scippate; se le gare di discesa libera fossero in salita non le vincerebbe nessuno; se Roberto Baggio non avesse sbagliato quel rigore saremmo stati campioni del mondo. E poi l’ultima, la più importante: se le donne fossero uomini finalmente non ci sarebbero più femminicidi.

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Piantedosi celebra i suoi successi. Un giovane egiziano espulso

Un’esemplare giornata di propaganda. Ieri con il decreto Migranti in discussione alla Camera l’ordine impartito dall’alto deve essere stato chiaro: signori oggi si torna a parlare di immigrazione. Così il tema magicamente scomparso dalle cronache politiche e dai dibattiti giornalistici in un uggioso lunedì di fine novembre torna alla ribalta. Il retrogusto, manco a dirlo, è quello di una vittoria da celebrare, un nuovo invidiabile successo del governo Meloni e quella solita tiritera replicabile per qualsiasi argomento.

Giornata di ordinaria propaganda del governo. Che esalta la frenata invernale degli sbarchi già triplicati

In realtà non è successo nulla di nuovo: gli sbarchi sono diminuiti come diminuiscono ogni volta in questo periodo dell’anno per il peggioramento delle condizioni atmosferiche, il memorandum stanco con il presidente tunisino Saied non ha ricevuto nuovi impulsi, il Piano Mattei di Giorgia Meloni è una letterina dei desideri sotto l’albero di cui si parlerà nel 2024 e l’Albania in subaffitto come bidone dell’umido è sotto la lente dei regolamenti e delle leggi internazionali. Per questo l’antropologia della vittoria cantata in un giorno qualsiasi è un viaggio affascinante che vale la pena ripercorrere. A suonare l’adunata di prima mattina è ovviamente il ministro all’Interno Matteo Piantedosi.

“L’analisi dei flussi migratori che giungono sulle nostre coste dalla sponda Sud del Mediterraneo fa emergere un dato significativo: – dice il ministro nel suo intervento alla Conferenza dell’Alleanza globale contro il traffico di migranti a Bruxelles – i trafficanti hanno dato prova di saper adattarsi rapidamente al contesto, spostandosi in luoghi di partenza meno presidiati dalle Autorità. Nelle ultime settimane abbiamo registrato un calo degli sbarchi provenienti dalla Tunisia, compensato tuttavia da un incremento delle partenze dalla Libia”. Applausi fragorosi.

Nella capitale belga si sono riuniti 450 delegati, provenienti da circa 60 nazioni, con l’idea di costituire “un’alleanza internazionale contro il traffico di esseri umani”, qualsiasi cosa voglia dire. Poco prima del ministro italiano la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nel suo discorso di apertura ha aggiunto un ulteriore tassello verso destra nel tentativo di rimanere in sella alle prossime elezioni europee: “Oggi ci ritroviamo a Bruxelles da continenti e contesti diversi. – ha detto la presidente -. Ma sia che rappresentiamo Paesi di origine, di transito o di destinazione dei migranti, condividiamo tutti lo stesso desiderio. Siamo qui per combattere questo business criminale e fermare questa indicibile sofferenza. Siamo qui per costruire un’alleanza globale contro il traffico di esseri umani”.

Il ministro dell’Interno Piantedosi difende l’accordo con Tunisi che non c’è. Mentre aumentano le partenze dalla Libia che foraggiamo

È chiaro, lo spot funziona. Il problema di fondo però resta sempre lo stesso: i “trafficanti” nella retorica destrorsa (e purtroppo sempre di più anche in quella di von der Leyen) sono un’entità astratta che pochi hanno voglia di approfondire. C’è da capirli, basterebbe studiare le relazioni delle organizzazioni umanitarie (anche della stessa Ue) per scoprire che sono gli stessi referenti a cui si appalta il lavoro sporco. Il ministro Piantedosi che esulta per la riduzione di sbarchi dalla Tunisia e che si lamenta degli arrivi della Libia ne è un paradigma: stringere accordi con chi usa le partenze come rubinetto per aumentare la pressione per chiedere ancora più soldi significa avviarsi al patibolo con le proprie gambe.

Ci sarebbe anche il non trascurabile tema del rispetto dei diritti umani (su cui Libia, Tunisia e Albania non sono proprio fortissimi) ma evitare le violenze è un obiettivo largamente secondario. “Il miglior modo per evitare morti è impedire viaggi pericolosi”, ha detto ieri von der Leyen in versione sempre più sovranista. Anche lei – come tutti i sovranisti – si è scordata di spiegare come sia possibile viaggiare non pericolosamente verso l’Europa. Nella foga contro “i trafficanti” il ministro Piantedosi lancia l’asso: “Ho espulso un giovane egiziano, presente sul nostro territorio dal 2016”, scrive sui suoi social come uno sceriffo di provincia. Un ministro che esulta per l’espulsione di una singola persona è il termometro dello spessore della discussione.

Ci si sarebbe aspettati anche un parola del ministro sulla condanna che la Corte europea dei diritti umani ha inflitto all’Italia per la detenzione illegale di “diversi minori stranieri non accompagnati” nell’hotspot di Taranto (art. 5, parr. 1, 2 e 4 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo), per avere utilizzato trattamenti inumani e degradanti nel predisporre le loro misure di accoglienza (art. 3 della Convenzione), per non avere nominato un tutore né avere fornito loro alcuna informazione sulla possibilità di contrastare in giudizio tale condizione (art. 13 della Convenzione, in relazione all’art. 3). Nulla. Si tratta, come ricorda l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, dell’ennesima sentenza contro l’Italia relativa alla gestione del fenomeno migratorio e, in particolare, dei cittadini stranieri minorenni ma la notizia scompare sotto i fasti della festa.

Al governo si festeggia, anche se non si capisce bene il perché. Il Sottosegretario di Stato alla Giustizia Andrea Delmastro delle Vedove (Fratelli d’Italia) dimentica i suoi guai giudiziari per un giorno, festeggia la promessa della Commissione europea di inasprire le pene contro i trafficanti (che non sono quelli che Delmastro crede che siano) e si scaglia contro “la sinistra italiana ormai isolata nel suo talebanesimo immigrazionista”. Il co-presidente del gruppo ECR al Parlamento Ue, Nicola Procaccini, sempre di Fratelli d’Italia, si spinge addirittura a dire che “la diminuzione degli sbarchi premia l’approccio di Giorgia Meloni”.

Dalle parti dei partiti di governo funziona così: quando gli sbarchi aumentano non se ne parla, quando diminuiscono (anche se per le sfavorevoli condizioni climatiche) allora si sventolano. Si arriva a sera. Il ministro Piantedosi esausto nel suo ruolo di “entusiasta del giorno” ci dice che l’Albania come colonia italiana per i richiedenti asilo sarà “un modello pilota”. Forse questa è troppo anche per lui. Finalmente è notte, si può finire con la propaganda di arte varia.

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La “ritrovata credibilità internazionale”

La “ritrovata credibilità internazionale” di cui si sente spesso parlare sta nei voti che l’Italia ha collezionato ieri nel momento in cui si è deciso che Expo 2030, l’esposizione universale, si svolgerà a Riad. La capitale dell’Arabia Saudita ha battuto la concorrenza incassando ben 119 voti dai 165 delegati che si sono espressi all’assemblea generale del Bureau International des Expositions a Parigi, mentre il progetto di Roma è stato sonoramente bocciato finendo perfino dietro a Busan con appena 17 preferenze contro le 29 per la città della Corea del Sud. 

Scriveva ieri il giornalista Enrico Mentana: “Questa non è una sconfitta, è una figuraccia. Non di Roma soltanto, ma di tutto il sistema Italia. Quando un Paese come il nostro spinge la candidatura della sua capitale fino al round decisivo, e al momento della scelta porta a casa solo 17 voti su 165, evidenzia un fallimento. Tutti sapevano che Riad, per mille motivi, era la favorita, e che l’Italia aveva già ospitato l’Expo solo otto anni fa, con ciò dovendo ancor più inseguire. Ma come ci si è potuti illudere, per poi ritrovarsi con solo il voto nostro e dei nostri amici?”.

Prevedibile anche la reazione – con il solito vittimismo condito da complottismo – dell’ex Segretario generale del Ministero degli affari esteri nonché direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza che vigila sull’attività dei Servizi, l’ambasciatore Giampiero Massolo, che parla di “deriva mercantile” e “metodo transazionale, non transnazionale”. Che bin Salman sia pronto a comprare “anche seggi dell’Onu” alcuni lo scrivono da anni. Ben svegliati. 

Buon mercoledì. 

foto by Rawan92 – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=141523964

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La terzietà secondo Gasparri riguarda tutti tranne lui

Ieri il “presidente dei senatori di Forza Italia” (si fa chiamare così) Maurizio Gasparri ospite di una trasmissione televisiva è accorso in difesa del ministro Guido Crosetto spiegando che “se un cittadino che non la pensa allo stesso modo domani dovesse essere giudicato da uno di quei magistrati, potrebbe legittimamente avere il dubbio che non ci sia quella terzietà richiamata proprio ieri dal ministro Nordio rispondendo a una mia interrogazione”.

Un ex vicepresidente del Senato presidente di una società di sicurezza informatica è già una barzelletta

Gasparri da giorni si divincola come un’anguilla dalla notizia (che avete letto prima di tutti su questo giornale) della sua presidenza dell’azienda Cyberealm, società che si occupa di sicurezza informatica, in contrasto con l’articolo 18 del regolamento per la verifica dei poteri del Senato. Come ha spiegato il giornalista di Report Sigfrido Ranucci “Gasparri ha di fatto tessuto per loro relazioni istituzionali per l’assegnazione di commesse tenendo all’oscuro il Senato. Commesse che riguardano tutti i suoi ruoli istituzionali”.

Un ex vicepresidente del Senato presidente di una società di sicurezza informatica è già una barzelletta. Che Gasparri dica che il suo “non è un ruolo operativo” perché si limita solamente a “dei pareri, dei consigli su quelle che possono essere le scelte strategiche” è un’aggiunta tragicomica. Ma che Gasparri pontifichi sulla terzietà dei giudici è il re del paradosso. Sapete chi giudicherà il senatore in merito alla sua mancata comunicazione agli uffici del Senato? Lo stesso Senato di cui era vicepresidente fino a qualche giorno fa. Anche noi possiamo “legittimamente avere il dubbio che non ci sia quella terzietà”. O no?

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Crosetto spara sulle toghe. Ma a sentirsi minacciato è lui

Nella costante inversione di ruoli operata dal governo per piegare la realtà, ieri il ministro ala Difesa Guido Crosetto ha deciso di indossare i panni del minacciato. “Una risposta al fondo di un’intervista su tutt’altro. Una risposta nella quale racconto una cosa riferitami. Una preoccupazione, non un attacco. Dico che voglio riferire al Parlamento. Vengo attaccato, insultato, minacciato, offeso. Preventivamente. Dovrei avere paura Non ne ho”, ha scritto ieri il ministro sul suo account X, riguardo alla sua intervista rilasciata domenica scorsa al Corriere della Sera in cui raccontava di un riferito tentativo di golpe giudiziario da parte di una corrente della magistratura per fare cadere il governo.

Il ministro Crosetto prima accusa i magistrati e poi fa la vittima

Accusatore e vittimista, il ministro può contare comunque sull’appoggio dei suoi alleati e compagni di governo. Interviene anche il presidente del Senato Ignazio La Russa: se l’allarme di Crosetto “riguarda il passato e la storia, – dice La Russa – lo condivido e lo capisco: la magistratura qualche volta è entrata a gamba tesa. Se guardo ai magistrati che volevano fare politica a colpi di sentenze capisco quello che dice”. La Russa è meno spericolato del ministro e specifica di non avere elementi. In difesa accorre anche il viceministro alla Giustizia Francesco Paolo Sisto con un sillogismo da bar: Crosetto è una persona seria quindi se ha fatto quelle dichiarazioni avrà i suoi motivi. Che “i suoi motivi” dovrebbero essere il vero tema della scontro politico sembra sfuggire a molti.

Prevedibili i soccorsi anche dei centristi. Da Matteo Renzi che si dice convinto che “Crosetto abbia detto delle cose di sicuro interesse perché se il ministro della Difesa, non l’ultimo arrivato, dice le cose che ha detto evidentemente c’è qualcosa di molto serio”, al calendiano Enrico Costa che sottoscrive “le parole di Crosetto sui magistrati”. Sullo sfondo rimane una riforma della Giustizia che appare bloccata e che, come sottolinea il segretario di +Europa Riccardo Magi, “si avvia nel modo peggiore”.

Conte lo sfida: “Vada in Procura e in Parlamento”

Sulle parole del responsabile della Difesa, interviene anche il leader del M5S Giuseppe Conte: “Francamente non ricordo che un ministro responsabile possa fare dichiarazioni così, in piena leggerezza, alla stampa. Se lui ha notizia circostanziata di accuse così gravi deve andare in Procura e venga a riferire in Parlamento. È il minimo – continua Conte – per un ministro che voglia svolgere responsabilmente le sue funzioni, altrimenti ricadiamo nel solito circuito dei complottismi per nascondere i fallimenti del governo, e questo non è accettabile”.

Qualcuno però nota anche una curiosa coincidenza. “Affermazioni gravi che peraltro avvengono a pochi giorni dall’udienza preliminare che si terrà a Roma a seguito dell’imputazione coatta del sottosegretario Delmastro Delle Vedove”, aveva detto l’altro ieri la responsabile Giustizia nella segreteria del Pd, Debora Serracchiani. In effetti, come osserva anche l’ex Forza Italia Elio Vito, le parole usate nell’intervista da Crosetto sull’opposizione giudiziaria sono simili a quelle di un comunicato di Palazzo Chigi del luglio scorso. Entrambe le dichiarazioni avvengono in coincidenza di sviluppi del caso del sottosegretario Delmastro.

Nel luglio scorso il comunicato di Palazzo Chigi è stato diramato subito dopo che è stata chiesta l’imputazione coatta per Delmastro, indagato per rivelazione di atti riservati a Donzelli. L’intervista di domenica a Crosetto arriva alla vigilia dell’udienza relativa a tale richiesta. Intanto alla Gip che aveva chiesto l’imputazione per Delmastro è stata tolta la tutela che aveva per minacce dai clan. A volte le coincidenze…

Leggi anche: Dopo l’attacco del governo alla magistratura, Conte incalza l’esecutivo: “Crosetto irresponsabile, da Meloni ipocrisia”

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Migranti deportati in Albania. A scuola di crudeltà dalla Meloni

È prevista domani la sentenza della Corte suprema del Regno Unito sul progetto di espulsione in Ruanda dei migranti voluto dal governo. Un modello di deportazione che piace moltissimo a Giorgia Meloni e ai suoi compagni di governo, pronti a ripetere l’esperienza con l’aiuto del presidente albanese Edi Rama. Come accade qui in Italia anche nel caso inglese si tratta di propaganda più che di amministrazione. Il governo britannico nei giorni scorsi ha riconosciuto che, nel caso in cui il sistema venga autorizzato, si tratterebbe di circa 300 persone all’anno per un massimo di quattro anni che il Ruanda sarebbe disposto ad accogliere.

Il giornalista del Guardian Malik e il sociologo olandese de Haas smontano l’intesa farsa Italia-Albania sui migranti

Numeri minimi, sostanzialmente insignificanti nella soluzione strutturale del problema. Il giornalista del Guardian Kenan Malik sulle pagine di ieri non ha potuto sorvolare sul parallelo italiano nei centri di detenzione che la presidente del Consiglio Meloni sogna in Albania. “I dettagli rimangono abbozzati, – scrive Malik – ma lo schema sembra essere una forma di elaborazione offshore – piuttosto che una semplice deportazione, come prevede la Gran Bretagna nel suo piano per il Ruanda – in base alla quale coloro che si dirigono verso l’Italia ma intercettati in acque internazionali devono essere detenuti in Albania e i loro casi ascoltati lì”.

Malik coglie il punto: perché Giorgia Meloni dovrebbe scegliere una soluzione costosa che non risolve il problema Secondo il giornalista “l’Italia come la Gran Bretagna e molte nazioni occidentali, sta trasformando la politica dell’immigrazione in una performance pubblica”. Si tratta però degli stessi governi che cercano disperatamente manodopera immigrata per soddisfare il mondo del lavoro. In Italia la quota di lavoratori non Ue con permessi di lavoro si è esaurita in un’ora. Il presidente ungherese Viktor Orbán, che della lotta ai migranti ne ha fatto una bandiera politica, ha preparato piani per accettare mezzo milioni di extracomunitari.

Una chiave di lettura di questa schizofrenia politica la offre il saggio del sociologo olandese Hein de Haas nel suo nuovo libro How Migration Really Works: “Le democrazie liberali affrontano un trilemma di conciliazione di tre obiettivi distinti: il bisogno economico di manodopera migrante; il desiderio politico di essere visti come abili difensori dall’immigrazione; e il bisogno morale di trattare i migranti e i richiedenti asilo come persone con diritti e dignità”. Spiega de Hass: “L’apparente impossibilità di raggiungere tutti e tre ha portato i governi a perseguire una politica chiara di essere dura sull’immigrazione, una politica spesso segreta di aumento dei flussi netti di immigrazione e la volontà di sacrificare i diritti dei migranti e dei richiedenti asilo alle esigenze economiche e politiche”.

All’Italia e non solo serve manodopera straniera. Ma attua politiche inumane per oscurare i problemi sociali

De Haas sbriciola abilmente la miriade di miti in cui sono radicati i nostri atteggiamenti contraddittori nei confronti dell’immigrazione. Immigrazione fuori controllo? Il numero di persone che si muovono in tutto il mondo è certamente aumentato ma come percentuale della popolazione globale è rimasto costante nei decenni a circa il 3%. De Haas mostra che non c’è stato un aumento a lungo termine del numero di rifugiati e che i rifugiati costituiscono solo lo 0,3% della popolazione globale. Spiega anche che l’immigrazione non è responsabile di salari più bassi, disoccupazione più alta, aumento dei tassi di criminalità o mancanza di alloggi a prezzi accessibili nei paesi ospitanti. “La crudeltà nei confronti dei migranti e dei richiedenti asilo diventa il mezzo per oscurare i problemi sociali in patria”, spiega il sociologo. E anche in questo Giorgia Meloni sta facendo scuola.

 

Leggi anche: La presidenza del Consiglio e il Viminale si costituiscono parte civile nel processo sul naufragio di Cutro in cui morirono almeno 94 migranti

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Giulio cavalli intervistato da La Provincia di Como sullo spettacolo ‘A casa loro’

Giulio Cavalli: «Violenza sui migranti, la colpa collettiva»

Sara Cerrato

L’attualità più drammatica e discussa irromperà, questa sera, martedì 28 novembre, sul palco del Teatro Sociale di Como. Alle 20.30, per il ciclo Prosa Off, va in scena “A casa loro”, un monologo teatrale che Giulio Cavalli, giornalista, scrittore, autore e attore teatrale, ha scritto con Nello Scavo, giornalista di “Avvenire”, nonché reporter internazionale e cronista giudiziario. 

Lo spettacolo è stato scelto anche come primo step dell’abbonamento Under30, pensato per il pubblico tra i 18 e i 30 anni, con spettacoli eterogenei, attorno ai quali sono costruite serate ad hoc. In questo caso, l’appuntamento collaterale si terrà alle 18.30, in collaborazione con FuoriFuoco, collettivo giornalistico composto da ragazze e ragazzi under30 di Como e provincia. Essi presenteranno un proprio lavoro di indagine sul tema della migrazione, nel nostro territorio. (I biglietti per lo spettacolo costano 20 euro più prevendita. Info: 031/270170 e www.teatosocialecomo.it). Con Giulio Cavalli, da sempre impegnato in un teatro che dia voce ai temi dell’oggi, anticipiamo i temi del monologo.

Cavalli, lo spettacolo che la vedrà in scena, stasera, con il chitarrista Federico Rama, tratta il tema delle migrazioni. Da che punto di vista?

Abbiamo scelto di concentrarci sulle condizioni in cui vengono detenuti, illegalmente (lo sanciscono tutte le organizzazioni internazionali), i migranti in Libia. È la famosa “esternalizzazione delle frontiere” che è tornata in voga anche ultimamente con gli accordi tra Italia e Tunisia e successivamente, tra Italia e Albania. A me e a Nello interessava raccontare cosa significhi veramente “a casa loro”, per avere contezza che si tratta di violenza sistemica compiuta da persone pagate e addestrate da noi e dall’Unione europea. La colpa è collettiva.

Tutto si basa su un’inchiesta giornalistica.

Sì. Noi abbiamo scelto di non dare un giudizio ad una vicenda che è pre – politica. Credo che chiunque possa essere d’accordo sul fatto che questi migranti abbiano il diritto a non essere imprigionati, a non essere vittime di torture e violenze, a non essere uccisi. Persone di sensibilità politica diversa, anche contrapposta, non possono non riconoscere come ingiusta questa situazione, che nega i diritti fondamentali dell’uomo. 

Che tipo di linguaggio avete utilizzato?

Alla base c’è il preziosissimo lavoro di Nello Scavo che propone un giornalismo di qualità che vuole essere testimonianza. Inoltre tra i materiali per la costruzione del monologo abbiamo inserito le voci di molti migranti che Nello ha incontrato. Il registro linguistico è quello del teatro civile. 

Possiamo considerare il tema divisivo?

In realtà, no, almeno per quanto riguarda lo spettacolo. Questo allestimento ha infatti preso una piega inaspettata. Abbiamo avuto il privilegio di “costruire” un circuito teatrale che non esiste e che passa dalle sale comunali alle chiese. Il pubblico è eterogeneo e proviene da mondi diversi che difficilmente, altrimenti, si toccherebbero. Proprio perché proponiamo una questione “pre – politica”, come dicevo, suscitiamo reazioni concordi. Mi è capitato di parlare con gente che non vuole sentir neppure parlare di migranti, non li vuole qui. Eppure tutti comprendono che l’orrore dei campi di detenzione deve finire. Si pretende che l’Italia faccia la sua parte per il salvataggio di queste persone, Mi sembra una vittoria. Eppure questa semplice constatazione viene un po’ furbescamente nascosta dalla politica. 

Crede che ci sia qualche speranza, perché le cose possano cambiare in meglio?

Le vicende a cui assistiamo non fanno ben sperare. Io confido però nella attuazione rigorosa delle convenzioni internazionali.

Il teatro è importante per mettere sotto gli occhi dello spettatore fatti che si vorrebbero ignorare?

Il teatro è sempre una voce importante anche se non è la sede per cambiare il corso degli eventi. Quello spetta, ovviamente, alla politica. 

Un’ultima domanda sul suo ultimo libro, in uscita: “I mangiafemmine”. Un romanzo sul tema, purtroppo, attuale del femminicidio?

Non ho scritto sul femminicidio in senso stretto. Come già in “Carnaio” mi interessava mostrare come sia facile scivolare nell’orrore. È un romanzo iperrealista e disturbante che vuole costringere a pensare.

https://www.laprovinciadicomo.it/stories/premium/cultura-e-spettacoli/giulio-cavalli-violenza-sui-migranti-colpa-collettiva-o_1845167_11/

Fiducia Poca

Il 22 luglio del 2021, erano i tempi del governo Draghi, Giorgia Meloni dichiarava: «Il governo sostenuto dal 90% del Parlamento che pone il voto di fiducia su ogni provvedimento è un po’ come la mamma che chiede in continuazione al bambino “mi vuoi bene”? La risposta è scontata, ma fa molta tenerezza. La democrazia è un’altra cosa però».

L’altra cosa ora vede Giorgia Meloni al posto di Draghi a Palazzo Chigi. Sarebbe prevedibile registrare un deciso cambio di passo e invece Draghi e Meloni si assomigliano moltissimo (anche) in questo. Ieri, lunedì 27 novembre, la Camera ha approvato il voto di fiducia per la conversione in legge del decreto “Immigrazione” che il governo Meloni aveva posto tre giorni prima. Nei 400 giorni dall’insediamento, avvenuto il 22 ottobre 2022, è la quarantaduesima volta che l’attuale governo pone un voto di fiducia su un provvedimento in una delle due aule del Parlamento. Secondo le verifiche di Pagella Politica, questo è lo stesso ritmo tenuto dal precedente governo tecnico, guidato da Mario Draghi, che più volte in passato è stato criticato dalla leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni proprio per l’eccessivo ricorso ai voti di fiducia.

C’è un aspetto apparentemente banale che sembra sfuggire ogni volta che si avvicinano le elezioni: la credibilità di un politico non si può continuare a misurare per il baccano che procura stando all’opposizione. Concediamo alla politica un’incoerenza che non perdoneremmo a nessuno dei nostri amici, dei nostri famigliari o dei nostri collaboratori. Così alla politica non sembra nemmeno più necessario dare delle spiegazioni.

Buon martedì. 

Nella foto: Giorgia Meloni e Mario Draghi nella cerimonia del passaggio della campanella, Palazzo Chigi, Roma, 23 ottobre 2022 (governo.it)

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