Migranti, Villa: “Con Meloni toccato l’apice”
Matteo Villa, responsabile DataLab di Ispi e studioso delle migrazioni, ieri era il secondo giorno di click day del decreto flussi che quest’anno prevede 136mila ingressi per il 2023. Questo governo non vuole i migranti ma poi li cerca
“In realtà Confindustria diceva che ne servirebbero 300mila all’anno per 3 anni, quindi circa 900mila personae in tutto. Questo ci dà l’idea di quanti davvero ci servano e quanti ne dovremmo regolarizzare. Ci dice anche quanto lo Stato italiano stia perdendo soldi poiché se mai li regolarizzano mai quelli pagheranno le tasse. Incredibilmente la destra sta programmando come gli altri non hanno mai fatto, alzando moltissimo le quote. Erano 30mila tra il 2014 e il 2020, un numero incredibilmente basso non alzato né dai governi di centrosinistra né dai governi tecnici. Con Draghi siamo arrivati a 80mila. Già all’insediamento del governo Meloni si sono accorti che 80mila non sarebbero bastati. Già l’anno scorso hanno aggiunto 40mila ingressi. Alla fine il governo Meloni ha preso atto e ha negoziato un altro numero, che sono 450mila persone in tre anni oltre a quei 40 mila”.
Mezzo milione di persone fatte entrare da chi aveva promesso di “chiudere i porti”…
“Capisci subito: 490mila, un pelo sotto mezzo milione. Come per i prezzi degli abiti a 19,99. Saltano agli occhi due elementi. Primo: i decreti flussi più alti li fa il centrodestra. Secondo: se hai raccontato in campagna elettorale che non li vuoi ora è un bel problema perché in questo momento si dovrebbe annunciare che esistono le alternative per venire legalmente in Italia”.
È abbastanza
“No ma la direzione è giusta. Potresti fare emergere 600mila persone già qui che avrebbero l’opportunità di pagare le tasse. Dall’altra parte se il tuo obiettivo è scoraggiare i flussi irregolari di sicuro non lo puoi raggiungere se il decreto flussi lo annunci un venerdì di luglio dopo le 17, lo approvi in Cdm come una cosa tra tante e poi non ne parli perché nel momento in cui è stato annunciato trovi le polemiche della tua base che ti accusa di tradimento, di politica immigrazionistica e di sostituzione etnica. Accade così. Se tu soffi per anni su quel fuoco quando ti rendi conto che devi cambiare la narrazione ti ritrovi contro un muro”.
E allora perché non ne parla l’opposizione?
“Le migrazioni sono un argomento tossico e non si è ancora capito come fare a raccontarla creando consenso politico.Lo dico da osservatore esterno: tutti quelli che ci hanno trovato hanno fallito. Il Pd in questo momento potrebbe avere un afflato di cambiamento e riconoscere che il governo ha preso una decisione giusta ma non lo fa per estrema paura che questa cosa gli esploda in mano. Si vede bene anche nei sondaggi, quando chiedi quale sia la minaccia o la preoccupazione l’immigrazione è tra le prime risposte anche se non corrisponde nei numeri. La paura è esplosa nel 2015-16 ed è rimasta altissima nel 2019 quando erano crollati gli sbarchi. La paura passa solo perché il governo ne parla meno. In Europa non esiste una forza politica progressista che sia riuscita a guadagnare consenso parlando di immigrazione”.
Oggi dovrebbe essere presentato in Cdm un disegno di legge per esternalizzare il trattenimento in Albania. Cosa ne pensa
“Mossa inutile e costosa. Non sappiamo quello che succederà ed è ovvio che se davvero le persone in quel centro saranno 4mila (neanche in Italia esistono centro così grandi) sarà a tutti gli effetti un carcere. Il governo vorrebbe fare passar da lì 39mila persone, significa sostituire gli ospiti ogni 4 settimane. Sarà già difficilissimo trovare personale per gestire la richiesta d’asilo in tempi così impossibili. Oggi siamo la gestione di una richiesta di protezione richiede oltre un anno e se la vuoi accelerare devi garantire comunque un giusto processo per non incappare in un ricorso. Io mi aspetto che sarà già tanto se ne andranno lì in 10mila”.
E perché?
“Ho due dubbi. Primo: il costo di questa operazione è di 100 milioni di euro. Se tu avessi voluto fare una politica restrittiva, 100 milioni di euro potevi darli a Saied. C’è un altro aspetto: qualsiasi sia l’esito, queste persone dovranno tornare in Italia e quasi nessuna sarà rimpatriata. Quindi hai un procedura più costosa per avere meno diritti con molti più costi. E uno dice, perché?”.
Lei che risposta si è dato?
“Quei 10mila torneranno in Italia per essere trattenuti nei Cpr e rimpatriati, ma sappiamo che il tasso di rimpatrio è sotto il 10%. Resteranno illegali in Italia. Hai solo evitato che si veda che sbarchino. Inoltre c’è un altro rischio”.
E quale sarebbe?
“Quando tu li devi portare le persone in Albania devi bloccare le barche in mezzo al mare, avere una persona sulla barca che decida quali di queste persone debba essere mandata in Albania. Possono andarci solo i maggiorenni o donne non gravide o persone non vulnerabili. Si può solo immaginare quanta gente alzerà la mano per dire che è minorenne”.
Risultato?
“Quell’ufficiale che sale sulla barca e decide tra chi è e chi non è minorenne, su una barca in mezzo al mare? E poi: trasbordi 80 persone su 100 in Sicilia, ne tieni 20 sulle barche? Dovrai prendere una nave a noleggio da crociera, come le navi quarantena, metteranno i primi 20 e aspetteranno i prossimi finché non si riempie. Logisticamente è un delirio”.
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Regeni e il senso di giustizia
Era il 3 febbraio del 2016 e oggi è il 5 dicembre del 2023. Quanto dolore attivo serve per cercare giustizia attraverso due continenti, svariati governi e sette anni e mezzo in cui “tutto il male del mondo” che stava sul viso di Giulio Regeni è rimasto sotterrato dall’inezia (se non la complicità) di un’Italia bravissima a celebrare i morti e vigliacca nel restituire giustizia ai vivi.
I quattro agenti dei servizi segreti egiziani accusati dell’omicidio di Giulio Regeni sono stati rinviati a giudizio dal giudice per l’udienza preliminare di Roma. Eccola la svolta nell’inchiesta sulla morte del ricercatore italiano ucciso il 3 febbraio 2016 dopo esser stato sequestrato il 25 gennaio: a processo andranno Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Magdi Ibrahim Abedal Sharif, accusati a vario titolo di concorso in lesioni personali aggravate, omicidio aggravato e sequestro di persona aggravato.
Il rinvio a giudizio dei quattro agenti dei servizi è stato possibile grazie alla sentenza della Corte Costituzionale emessa il 27 settembre scorso che consentiva il processo pur con gli imputati irreperibili, circostanza che la legge italiana invece impedisce perché senza la notifica degli atti processuali agli imputati non si può tenere alcun processo.
Quando la giustizia supera gli aspetti formali (che sono sostanziali) per perseguire la verità lo Stato appare immediatamente alleato e vicino. La riforma che serve, a cui dovrebbe pensare il ministro Nordio sta qua: fare il possibile, all’interno delle leggi, perché i rapporti di qualsiasi tipo (politici, economici, famigliari) non diventino un ostacolo.
Buon martedì.
Nella foto: la campagna di Amnesty Verità e giustizia per Giulio Regeni
Numeri a caso e Fake news. Il Ponte di Salvini è una farsa
Sono molti e diversi gli elementi da tenere in considerazione per valutare la credibilità di un esponente politico e la serietà dei progetti che propone. Uno di questi è sicuramente la coerenza dei numeri, fattore essenziale per valutare la bontà e la fattibilità di una riforma, di un’opera o di una promessa. Sul progetto del Ponte di Messina i numeri sono campo di battaglia di diverse visioni.
Sul progetto del Ponte di Messina i numeri sono campo di battaglia di diverse visioni
Il ministro alle Infrastrutture nonché leader della Lega Matteo Salvini ha usato e usa i numeri dell’occupazione prevista per indorare la pillola di un’infrastruttura dibattuta da anni. Il messaggio è chiaro: se porta lavoro vale la pena compiere un sacrificio economico e ambientale. È il mantra del capitalismo ogni volta che deve giustificare la stonata imponenza dei suoi affari. Il problema è che Salvini – come ha notato il sito Pagella Politica – con i numeri si è ingarbugliato parecchio.
All’inizio erano 120 mila, poi sono scesi a 100 mila, ora sono 50 mila “mal contati”, sulla base di uno studio che però ne stima 33 mila. In poco più di un anno il ministro Salvini ha dimezzato il numero dei posti di lavoro che sarebbero creati dalla costruzione del ponte. Qualche giorno fa la trasmissione Report ha raccontato che i numeri sul risparmio di CO2 che il ministro riferiva allo studio di un’università (che non esiste) arrivavano invece da Giovanni Mollica, che da sempre promuove la costruzione del ponte e che inoltre ha collaborato con il consorzio incaricato alla sua costruzione. La domanda è scontata: vi fidereste di un ponte che attraversa lo Stretto piantato da un ministro così?
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Lo specchio distopico di Giulio Cavalli e la cruda verità di ‘I Mangiafemmine’”
Nella penombra di un mondo distorto, dove la realtà s’incaglia con la fantasia più buia, Giulio Cavalli conduce il lettore nel labirinto di DF. L’oscurità di questo paese diviene uno specchio rovesciato della società, un riflesso che svela gli abissi dell’animo umano. Un’epopea cruda e inquietante si dipana tra le pagine di “I mangiafemmine”, tessendo […]
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Cop28 sveglia Meloni
È una politica stretta, infeltrita e provincialissima quella che Giorgia Meloni ha portato in borsa alla Cop28 di Dubai, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Partiamo dall’inizio.
È una politica stretta, infeltrita e provincialissima quella che la premier Meloni ha portato in borsa alla Cop28 di Dubai
Tra qualche anno racconteremo che nel 2023 il più delicato incontro internazionale sui cambiamenti climatici organizzato mentre la terra bolliva come mai nella sua storia è stato presieduto dall’amministratore dell’Abu Dhabi National Oil Company (Adnoc), società petrolifera di stato degli Emirati arabi uniti che è prima al mondo nella poco invidiabile classifica delle aziende i cui piani di espansione sono incompatibili con il rispetto degli obiettivi climatici. Chissà i nostri figli cosa penseranno di noi che da giornalisti stiamo raccontando la cronaca in diretta di un assassinio con gli onori che si riservano alla diplomazia.
In questo quadro nefasto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dedicato i suoi due giorni di permanenza a Dubai rilasciando dichiarazioni in difesa del suo fedele sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, attaccando i magistrati per difendere il suo ministro Nordio, commentando le parole di Gianni Letta e vaneggiando sulla sua riforma costituzionale. Questa loquacità che sopravviene quando non ci sono giornalista italiani si chiama patriofobia. Non male per una patriota.
Inevitabile che la sacerdotessa del provincialismo e delle beghe si diluisse parlando di clima e temi globali. In una conferenza per salvare il clima Meloni ha attaccato gli attivisti climatici e ha rilanciato la “neutralità energetica” che è omeopatia politica nella lotta ai cambiamenti climatici. E poi si è fatta le foto da mettere sul suo profilo Instagram. A posto così.
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Giulia, «mia»
«Non accettavo che lei non fosse più mia». Altro che i biscotti, altro che il padre in tivù per lamentarsi che suo figlio venga diffamato perché indicato come assassino reo confesso com’è, altro che le lacrime, altro che gli articoli per sapere che libri vorrebbe in cella, altro che i rabdomanti di sangue sui marciapiedi, altro che la piscomagia del raptus: se c’è una frase su cui dibattere dell’interrogatorio di Filippo Turetta che ha ammazzato Giulia Cecchettin è questa: «non accettavo che lei non fosse più mia»
«Mia» come lo sono le cose che teniamo nel cassetto porta oggetti dell’auto. «Mia» perché possesso. «Mia» perché l’autonomia delle donne è un tradimento all’atavico patto che le donne debbano stare al loro posto, che spesso non è loro ma di qualche uomo che glielo concede.
Quali siano gli strascichi giudiziari del processo sul femminicidio di Giulia Cecchettin, a quanto ammonterà la condanna e che forma avrà la strategia difensiva è una piega della vicenda che ha poco a che vedere con quello che dovrebbe interessarci sui femminicidi come danni collaterali del patriarcato legittimato.
La discussione politica (già sopita come accade agli emendamenti di una legge di Bilancio) e la discussione culturale (egemonia di maschi impauriti) dovrebbe convergere su quel «mia» esalato dalla bocca di quasi tutti i femminicidi. Ma è una riflessione che non accadrà perché smentisce le radici delle scemenze ascoltate in queste settimane. Ogni femminicidio è premeditato perché sedimentato da una cultura che opprime e sopprime anche quando non uccide. Altro che biscotti.
Buon lunedì.
Il Cittadino sull’anteprima di “Odio gli indifferenti”: Il “sogno civile” a occhi aperti di Giulio Cavalli e De Magistris
Una “giullarata politica” che arriva dal futuro. Venticinque aprile 2045: un decreto legislativo obbliga tutti i cittadini, i partiti e le associazioni a rispettare la Costituzione. «In ufficio, nei bar, in casa, sul marciapiede, ovunque», dice Giulio Cavalli in apertura della prova generale di “Odio gli indifferenti – Che Paese saremmo se si rispettasse la Costituzione”, in scena venerdì sera nello spazio del teatrino San Rocco a Lodi grazie alla collaborazione del BarZaghi, il locale dell’omonima piazza che ha organizzato l’evento. Erano anni che l’attore, scrittore e giornalista non si esibiva nella sua città, a causa di vecchi “dissapori” che si sono come dissolti nell’abbraccio del pubblico, numeroso ed entusiasta. Il testo, seppure “in fieri”, è stato accolto da applausi convinti: Cavalli ha scritto un’opera geniale, divertente, a tratti commovente e pure ferocemente provocatoria. E la presenza sul palco di Luigi De Magistris, ex magistrato ed ex sindaco di Napoli, ha garantito ulteriore autorevolezza a un testo sì di fantasia ma che affonda le proprie radici nella realtà, tra gli articoli della legge fondamentale del nostro Stato. Una “carta” a lungo offesa, tradita, pugnalata. «La Costituzione non è un libro da tenere in biblioteca, ma il battito cardiaco di una democrazia», afferma De Magistris: per questo «devono essere processati tutti i traditori, perché fino al 2045 (l a data in cui è ambientata la “giullarata” , ndr) sono stati processati quelli che l’hanno rispettata». Nell’Italia che saremmo se si rispettasse la Costituzione, i poveri, gli immigrati, i diversamente abili e gli sconfitti improvvisamente si sveglierebbero con una dignità che non avrebbero mai potuto nemmeno sognare. E chi vive di rendita perché è “figlio di…” non scamperebbe all’arresto: perché l’Articolo 1, “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, entrerebbe finalmente in vigore, e soprattutto verrebbe applicato anche l’Articolo 4: “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Una società in cui, nel 2045, «sarebbe tutelato il principio di uguaglianza, il principio fondamentale della Costituzione» e in cui, ironizza Cavalli, «nelle carceri finirebbero soprattutto ricchi, istruiti e con la pelle bianca, e non il 90 per cento di poveri con bassa scolarizzazione, come succede oggi». Dal 12 al 21 gennaio lo spettacolo andrà in scena al Teatro della Cooperativa di Milano: per continuare a combattere l’indifferenza (o peggio: la complicità e la connivenza) e non smettere di sognare un Paese più giusto.
(da Il Cittadino)

@CriticaLetteraria recensisce #IMangiafemmine
“Lui era un brav’uomo e rimane un brav’uomo al di là di quello che ha fatto, se l’ha fatto”, spiegherà il portiere non mancando di ripetere a tutti come Tullio Ravasi fosse dedito al lavoro: “Lavoro lavoro lavoro, solo quello, fino a tardi, dalla mattina prestissimo, e quando torna a casa si ritrova quel muso buio di una moglie ingrata, eternamente insoddisfatta”. Al radio giornale pure la madre di lei a mezza bocca dovrà ammettere che ce ne vuole per esaurire la pazienza del marito di sua figlia. “Come può un uomo che lavora tutto il giorno per garantire l’inedia della sua signora non esplodere?”, chiederà un passante senza nome e cognome da scrivere nel sottopancia del servizio televisivo. (p. 28)
La moglie “ingrata”, Frida, è stata uccisa dal tanto paziente marito che da molto tempo ormai, non le dedicava alcuna attenzione, rincasava tardi, stanco, così lui riferiva, ma nessuno sapeva che Tullio abusava nel suo ufficio, ma anche altrove, delle stagiste che avevano bisogno di lavorare e stavolta la nuova ragazza aveva avuto il coraggio di denunciare tutto. Il pericolo dello scandalo e le conseguenze legali del suo comportamento lo avevano incattivito e capro espiatorio di tanta tensione era stata sua moglie che già da tempo si era confidata con la madre, manifestando preoccupazione:
«No, mamma, non posso stare sempre zitta. […] Questa volta è diverso. Tullio non è stanco, è diventato cattivo. Ieri sera è tornato a casa, puzzava di alcol, la camicia increspata e i capelli schiacciati. […] Te lo giuro, mi guardava con odio. Odio». (p. 22)
Frida, Sonia, Clara e altre donne sono state uccise dai loro compagni, ossia dalla persone cui un giorno avevano deciso di affidare la propria vita. È la cronaca nera che dà in pasto al sensazionalismo dei media storie e retroscena di violenze, stupri e femminicidi. Nella nazione di DF, quello stato immaginario che abbiamo già visto nei romanzi Carnaio e Nuovissimo testamento, Giulio Cavalli osa provocare per l’ennesima volta, e forse anche di più rispetto ai precedenti libri della trilogia, creando una situazione paradossale: il femminicidio è ammesso dalla legge. È legale uccidere donne. A DF il femminicidio è parificato all’attività venatoria: l’uomo, il cacciatore per eccellenza, va a caccia di donne e le uccide, allo scopo di combattere l’esuberanza numerica della popolazione di sesso femminile. Quello che conta è rispettare le normali regole igieniche, seguire le istruzioni dettate dal ministero evitando di uccidere la donna in presenza di minori che possano assistere allo spettacolo di caccia. Questa è l’unica “delicatezza” concessa, per il resto l’utilizzo o meno di brutalità, l’abuso sessuale prima o dopo la caccia non è neppure tenuto in considerazione dalla normativa. L’oggettificazione della donna raggiunge allora il culmine: non solo il suo consenso non è richiesto in nessuna occasione, ma è qualcosa di cui disfarsene quando diventa molesta. È come dire che il bene-donna, nel libero mercato della nazione di DF, è un surplus di cui non se ne fa nulla, non è parificato alla persona, ma alla selvaggina ed è necessario disfarsene seguendo regole di smaltimento ben precise: eliminare donne per rispettare l’equilibrio sociale e demografico di DF.
Decreto Legge n. 55/4231 Misure straordinarie per la regolamentazione temporanea dell’attività venatoria speciale/straordinaria del femminicidio
IL PRESIDENTEVisti gli articoli 77 e 87 della Costituzione, […] Decreta:Articolo 1 – FinalitàIl presente Decreto Legge stabilisce misure straordinarie per la regolamentazione della caccia al fine di preservare l’ordine pubblico e i principi etico-sociali, nel rispetto delle nome igienico-sanitarie.
Articolo 2 – autorizzazione all’attività venatoria specialeè consentita la pratica venatoria volta all’equilibrio dei generi, secondo i protocolli e le modalità stabilite nel presente Decreto Legge. L’autorizzazione alla caccia è subordinata al possesso di una licenza rilasciata dalle autorità competenti, previo superamento di un esame attestante la conoscenza delle norme igienico-sanitarie e delle regole di sicurezza. (p. 123)
Leggendo il nuovo romanzo di Cavalli, ci si rende conto paurosamente di quanto il paradosso, o se si vuole, la distopia che lui costruisce sia lo specchio fedele della realtà in cui viviamo, ma di cui fatichiamo a renderci conto. Nella storia vi sono personaggi politici inventati, con sigle politiche generiche, ma dietro cui non si fatica certo a trovare le posizioni, le ipocrisie e la corruzione della classe politica, italiana e non solo. Ospitate televisive in occasione delle elezioni, scontri verbali fra esponenti di forze avversarie da cui partono a razzo parolacce o ingiurie che mettono in imbarazzo l’intero partito e a cui bisogna entro il giorno dopo porre rimedio tramite social, magari con un post. È la politica che salva le apparenze, partecipa ai diversi programmi televisivi per parlare del niente e creare discorsi che mirano a infangare il partito nemico, contando sul power dressing (leggi: l’abito fa il monaco) e distogliendo l’attenzione dai problemi reali. È proprio il caso di Valerio Corti, che, partecipando a una intervista televisiva, è convinto di farcela e di fare del suo partito quello vincitore nel parlamento di DF, ma nel confronto verbale con Clementina Merlin, direttrice del giornale DF unita ed esponente del partito opposto, quello dei democratici, commette una serie di gaffe e si fa scappare di bocca commenti ingiuriosi sulla donna che gli aveva chiesto semplicemente come mai nel suo programma politico non fossero state previste misure per arginare i casi di violenza sulle donne, alla luce anche del recente omicidio di Frida per mano del suo compagno:
“Come le fa brutte le donne, l’isteria”, disse allora ammiccando storto verso la telecamera. […] Dismette la postura da damerino.“Guardi Clementina…”“Merlin”, lei lo interrompe.“Signorina”, dice Corti, “non vorrei sbagliarmi, poiché le indagini sono ancora in corso, ma questa Frida non era propriamente un’eroina. Quel che sappiamo, lo può leggere sui giornali, è che questa Frida, pace all’anima sua, ha potuto comodamente dedicarsi al solo mestiere di moglie, senza doversi alzare per andare a fare un lavoro normale. E il suo dovere non lo ha esercitato molto bene se il povero marito è stato trascinato dall’ esasperazione fino a compiere un gesto inimmaginabile a detta di chiunque lo abbia conosciuto. […] (pp. 46-48)
Discorsi maschilisti, frasi e commenti sessisti però non si leggono, ahimè, solo nei libri distopici! E Frida, come si è già detto all’inizio, in questo romanzo non è l’unica vittima di uomini violenti. Uomini che non sanno accettare un no, che non si capacitano della fine di una storia, uomini che chiedono a una donna di licenziarsi dal proprio lavoro e di dipendere solo dal maschio, uomini che approfittano dell’occasione e diventano ladri di corpi di donne, usandoli a proprio piacimento per poi disfarsene, uomini che continuano a pensare che la donna sia “roba” loro, uomini che temono la donna forte. Uomini mangiafemmine, appunto.
Un romanzo davvero provocatorio, forte, dissacrante, scritto da un artista libero, che non ha paura di esporsi, che sa dominare le pagine con uno stile davvero interessante, fluido e chirurgico insieme, volutamente freddo a volte, laddove il freddo serve per agghiacciare le coscienze.
Il problema non sono solo gli uomini che uccidono o che stuprano, il problema sono anche gli uomini che non uccidono e non stuprano ma hanno il terrore di avere prima o poi il bisogno di farlo. Nella loro testa è sempre la reazione sbagliata a una rabbia giusta. E se non delegittimiamo quella rabbia, la nostra salvezza dipenderà sempre dal buon cuore del nostro nemico. (p. 151)
Voglio chiudere la mia recensione con questa citazione, che è uno stralcio del discorso di Clementina Merlin, nel romanzo democratica e giornalista attivista per i diritti delle donne, perché trovo che sia emblematica, in quanto in essa è condensata l’essenza del patriarcato, che, ci piaccia o meno ammetterlo, ha profonde radici nella nostra tanto evoluta cultura. Tra le righe si legge infatti: «io, uomo, posso aver bisogno di farti del male, ucciderti anche, se mi dai motivo di farlo». La donna vittima di violenza – lo dicono i dati – si colpevolizza, si sente causa del suo male, prova verso sé stessa disgusto e vergogna e questo circolo vizioso che si crea è alimentato proprio dal maschilismo che continua a considerare la donna un essere inferiore e più debole bisognoso di essere guidato, mero oggetto di soddisfazione sessuale. Questo retaggio medievale, duro da combattere, ha dato sfogo alla frustrazione dell’uomo che in età recente ha visto diventare la donna sempre più libera, sempre più indipendente. La violenza è la punizione per aver osato emanciparsi. Per cominciare a fare davvero qualcosa di concreto, non bastano leggi e decreti, c’è bisogno di una rivoluzione culturale, di un nuovo paradigma su cui impostare una nuova visione del mondo veramente inclusiva e paritaria.
https://www.criticaletteraria.org/2023/12/blog-post.html?m=1
Il quotidiano Domani su I mangiafemmine (e un estratto dal libro)
Nel primo Consiglio dei ministri che convocherò entro la fine della prossima settimana interverremo con un decreto», dice la presidente Marzia Rizzo testa sul microfono come un abbeverarsi, «legalizzando il femminicidio e chiudendo una volta per tutte questa piaga infestante che ha assalito il dibattito pubblico. Il popolo ha espresso la sua volontà, ci affida la responsabilità di occuparci di cose ben più serie per la prosperità dei cittadini di DF».
«Legalizzare il femminicidio?». Nella sede dei Democratici, uffici usurati e odore di mensa, la conferenza stampa della presidente Marzia Rizzo è seguita nel salone principale da una televisione larga e pesante ormai fuori produzione. «Legalizzare il femminicidio è impossibile, ha preso un abbaglio, avrà voluto dire normare e le è scappata la mano», dice un senatore che anche questa volta è riuscito a rientrare in Parlamento, per 110 fortuna, visti i debiti ancora da pagare.
Il segretario dei Democratici assiste alla trasmissione su una sedia di magazzino, i gomiti sulle ginocchia, una campagna elettorale appena persa che non ha lasciato segni. Alla brocca del caffè Mario Spini, un vecchio comunista che ancora legge libri, lamenta un «periodo nero, nerissimo, per cui non siamo pronti, per cui non siamo attrezzati», e gli altri che gli dicono di smetterla, di accontentarsi, che ha guadagnato un altro giro di giostra alla sua età e non ha ancora imparato a fare un caffè. In fondo alla stanza si consigliano di non evidenziare l’errore, non è questa l’opposizione che gli elettori si aspettano, non è una parola sbagliata a fare perdere il consenso a questi che sono una corazzata. Dall’osservatorio del sentimento sui social dicono che quella frase sostanzialmente è passata inosservata. «Alle femministe gliela farà pagare. Questo lo possiamo dare per certo.
Il suo elettorato glielo chiede ma soprattutto glielo chiede Corti che non sopporta l’idea di essere stato fatto fuori su un tema che per lui non dovrebbe nemmeno esistere», Filippo Sansa è il segretario particolare del segretario, quando dice qualcosa i parlamentari gli prestano attenzione perché conoscono i passaggi di idee all’interno del partito: Sansa propone, il segretario talvolta si limita a smussare ma l’azione finale ricalca la proposta. Il segretario ombra lo chiamano quelli della minoranza interna che vorrebbero scalzare il segretario da anni ma ogni volta ne escono sconfitti. «Ai cittadini di DF interessa l’economia. Vedo che continuate a non capirlo. Non interessano le battaglie ideologiche sui principi. Non interessa l’azione residuale di chi radicalizza lo scontro ma non propone soluzioni», dice Luigi Barattini, l’economista per tutti, professore universitario in una scuola senza iscritti ma membro nei direttivi di una dozzina di fondazioni. «Sì Luigi», gli risponde Sansa, «posso anche essere d’accordo con te ma Valerio Corti non ha perso la poltrona da presidente per una previsione errata sull’inflazione».
Sbuffa, Sansa. Lo scontro nel partito tra chi ritiene gli elettori selvatici sottosviluppati da non inseguire nei loro pruriti e chi, come lui, chiede di intercettare anche i desideri, oltre ai bisogni, è una litania quotidiana. Filippo Sansa non lo vuole nemmeno fare quel lavoro, non sopporta ricoprire quel ruolo. Filippo Sansa ha la natura del funzionario di partito, ama smistare le elaborazioni dei gruppi di lavoro, allertare gli esperti sui progetti di legge, coordinare i gruppi locali e nazionali, tirare le somme degli incassi nelle feste e negli eventi.
Pragmatico, dicono di lui. Il segretario del partito lo vuole con sé perché «il Sansa vede le cose come le vede la nostra gente, è la cinghia di distribuzione tra dirigenti e popolo». «Nei nostri circoli ci si chiede perché non siamo capaci di esprimere una donna come segretario», affonda Sansa. Qui il segretario solleva i gomiti e si pone eretto. «In che senso?», gli chiede, e Sansa spiega che tra gli iscritti al partito galleggia un’evidente delusione per l’intuizione di candidare a presidente di DF una donna, dice Sansa che gli iscritti gli chiedono perché «non siamo arrivati prima noi». «Le iscritte, immagino», interviene il deputato Torlisi.
«Gli iscritti, anche gli iscritti maschi», puntualizza Sansa. «Me li vedo i nostri iscritti Democratici che non dormono la notte perché non abbiamo una donna come segretaria, interessati più al sesso che alle qualità della guida della nostra comunità. A me pare che qui si stia perdendo la bussola. Se domani lanciamo una campagna in difesa degli uccelli dobbiamo proporre un’upupa come ministra all’Ambiente?», chiede Barattini mentre smammola sul telefonino sudato. «Io dico la mia», dice Sansa che ha voglia di troncare la discussione, in sottofondo s’ode Marzia Rizzo rispondere sulle iniziative per richiudere il buco dell’ozono.
«I nostri hanno bisogno di essere scaldati con battaglie identitarie. E infatti in questa campagna elettorale si sono mossi poco, svogliati e male», dice Sansa. Il segretario dei democratici ora è in piedi. «Andare alla guerra contro un governo che non si è ancora insediato accusando una donna di essere nemica delle donne sarebbe un gesto di poco rispetto istituzionale, basato su un pregiudizio. La Rizzo ha anche una figlia femmina. Faremo solo la figura dei fessi, ancora una volta». La discussione è chiusa, forse.
Guardando la conferenza stampa, Clementina si riempie di collera. «Legalizzare il femminicidio?», Clementina Merlin chiama immediatamente la redazione. «Questa è la notizia da mettere in prima», dice trafelata al suo caporedattore. «Non lo so, ora vediamo, non ne sta parlando nessuno, nemmeno i Democratici rispondono, rischiamo di montare un caso inesistente». «Inesistente? Ma cosa serve di più, che vengano a manganellarci in casa? Ma perché siete così cretini?». «Clementina, al solito esageri e io non ho tempo da perdere, devo chiudere il giornale». La stimano in redazione. Però «quando vuole sa essere davvero insolente», dicono. Lei ora vorrebbe poter parlare per l’ultima volta con suo padre, chiedergli un consiglio. «Legalizzare il femminicidio?».
Quando Marzia Rizzo pronuncia la frase, Beatrice Vagnati sta bruciando nel boschetto dietro alla stazione di Saranda. Aveva sedici anni fino a un minuto fa. Ora ha milioni di anni come la cenere che si appoggia. Era contenta di Mario, più grande, con la patente. A volte le faceva il piacere di accompagnare al supermercato anche le sue amiche, in classe con lei. Passavano a prenderle, come gli adulti, lei scendeva per alzare il sedile e spedirle dietro perché il sedile davanti, di fianco a Mario, quello delle mogli, era roba sua. L’ha conosciuto alla festa della scuola, lui era fidanzato con una all’ultimo anno. Ma era una puttana, diceva, perché lo tradiva in continuazione. A Beatrice ha fatto tenerezza, così ferito e bistrattato, nonostante il taglio sul sopracciglio destro.
Oggi uscivano per festeggiare un anno di fidanzamento, Mario si è arrabbiato per un messaggio nel telefono di Beatrice, un compagno di classe che la salutava con baci. «Che cazzo bacia? Che vuol dire Bea?», le ha chiesto. «Baci, si dice baci mica perché si bacia, si dice baci come si dice ciao», ma lui no, lui sapeva che semplicemente gli era scappato perché si baciano davvero. «Pensi che sia stupido? Pensi di prendermi per il culo?». A lei veniva da ridere ma non rideva per non farlo arrabbiare di più, lo baciava a baci piccoli sulla bocca come i pappagalli mangiano i biscotti, lui l’ha spinta sul sedile con una manata sulla faccia. «Ma sei scemo?».
«Chi cazzo è questo? Chi cazzo è?», diceva mentre le stringeva le mani sul collo, urlandole come poteva fargli questo, anche lei come tutte le altre, «Ma allora siete tutte puttane», e ripeteva rispondi!, le diceva rispondi!, ma lei non respirava più. Terrorizzato, non voleva. Non se n’è nemmeno accorto. La solleva, non ci riesce, la trascina in uno spiazzo, ha una tanica di benzina per il decespugliatore. Gli rimane l’odore dei capelli bruciati, sembra plastica.
Quando i giornalisti chiedono a Valerio Corti cosa ne pensi dell’ennesimo femminicidio lui risponde che, se è un femminicidio anche un litigio tra ragazzini, allora vale tutto. «Ancora con questa storia? Non preoccupatevi, ora la sistemiamo». Saluta. Ora che è al governo la scorta ha un’auto nuova, più veloce e più elegante.


