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Resort di Kushner in Albania, non si placa la protesta e Rama dà la colpa all’Iran. Ma ora è a rischio l’adesione all’Ue

Dal vertice Ue-Balcani occidentali di Tivat, in Montenegro, Edi Rama ha trovato il colpevole della piazza che da una settimana assedia Tirana: l’Iran. Una «guerra ibrida», ha detto il 5 giugno 2026, e a chi gli chiedeva del resort ha risposto che senza Jared Kushner di mezzo all’Europa non importerebbe niente. Eppure, mentre lo diceva, a casa era il settimo giorno consecutivo e sotto la sua residenza si chiedevano le sue dimissioni. Il fronte, stavolta, non è uno solo.

La piazza la chiamano “rivoluzione dei fenicotteri”, dal simbolo dell’area protetta di Vjosa-Narta, sulla costa di Valona. Lì la società di Kushner, Affinity Partners, vuole un resort da 1,4 miliardi di euro, anzi fino a 4 secondo le ultime cifre dello stesso Rama, su un piano che arriva a diecimila fra camere e ville. Era partita il 30 maggio a Zvërnec, quando le guardie private di un cantiere hanno trascinato un manifestante lungo la scogliera e un agente è finito in manette; le autorità hanno revocato la licenza a due società di sicurezza. Il 2 giugno lo Spak, la procura anticorruzione, ha congelato i conti di Albania Land Development, la società di imprenditori qatarioti che aveva comprato i terreni. Da Atene è arrivata una protesta formale, perché fra i feriti c’era anche un cittadino greco. La rabbia ha passato i confini, con cortei a Bruxelles, Berlino, Milano, New York. Ma Rama non arretra: alla Cnn ha parlato di un Paese «sotto attacco» da concorrenti e da migliaia di profili falsi, ha negato che esista «nessuna isola della famiglia Trump», e a Tivat ha assicurato che il resort «non sarà la mia Mar-a-Lago».

Perché proprio l’Iran

L’accusa di Rama non esce dal nulla. L’Albania ospita da anni circa 3.000 dissidenti iraniani del Mek, i Mujahedin del popolo, nel campo di Ashraf 3 vicino a Durazzo. Nel 2022 è stata il primo Paese al mondo a rompere le relazioni con Teheran, dopo un attacco informatico attribuito all’Iran: ambasciata espulsa in 24 ore, con Washington a coprirle le spalle. Già nel 2018 e nel 2019 aveva cacciato diplomatici iraniani per ragioni di sicurezza. Da allora Tirana ha costruito un pezzo della sua identità di sicurezza sull’essere la casa dei nemici di Teheran e sull’asse con Stati Uniti e Israele. È lo stesso asse che ha portato su quella costa un resort della famiglia del presidente americano, finanziato dal Golfo. Così, quando Rama dice che dietro la piazza c’è l’Iran, pesca da un avversario vero. Solo che i fenicotteri gonfiabili, stavolta, non li ha mandati Teheran.

Il capitolo 27

La Commissione europea ha fatto sapere a Politico che Tirana deve evitare mosse capaci di compromettere i parametri di chiusura del capitolo 27, quello su ambiente e clima, e allinearsi alle direttive Uccelli e Habitat. Tradotto: ritirare le modifiche del 2024 alla legge sulle aree protette e chiudere la legge sugli investimenti strategici del 2015. È la corsia veloce su cui il resort ha corso: status di investitore strategico il 30 dicembre 2024, concessione fino a 99 anni. Il ministro dell’Ambiente, Sofjan Jaupaj, ha riferito a Bruxelles che i lavori sono sospesi e che si farà una valutazione d’impatto con la società civile. Poi il portavoce ha corretto: mai cominciati, perché nessun permesso è stato approvato. I manifestanti chiedono esattamente quelle due leggi. E il 2027 è l’anno in cui Rama ha promesso di chiudere i negoziati, per entrare nell’Unione entro il 2030.

A Tivat, racconta lui, nessun leader europeo gli ha sollevato la questione. Sarà. Solo che la Commissione gliel’ha messa per iscritto, e non è un nemico che si squalifica come si fa con i fenicotteri gonfiabili. La piazza, di fatto, Rama può chiamarla Iran. La scadenza che si è dato da solo, no. E l’Italia, primo partner commerciale di Tirana, guarda quella costa e parla solo di sbarchi.

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A Gaza gli obblighi giuridici si misurano in calorie

Sul lato gazawi di Kerem Shalom il contenuto di centinaia di camion di aiuti resta fermo, in attesa di un ritiro che non arriva. Lo scrive il Cogat, l’organismo del ministero della Difesa israeliano per i Territori, nel comunicato dell’8 giugno che annuncia la chiusura di tutti i valichi di Gaza “fino a nuovo avviso”. La ragione dichiarata sono i missili iraniani sparati su Israele nella notte. Gaza, estranea a quel fronte, è la prima cosa sigillata.

È la terza volta da febbraio. Il 28 febbraio identica mossa, valichi riaperti pochi giorni dopo. Ogni volta che lo scambio con Teheran si riaccende l’assedio si stringe qui. E qui la tregua entrata in vigore il 10 ottobre ha già prodotto, secondo il ministero della Salute di Gaza che l’ONU considera attendibile, almeno 961 palestinesi uccisi e 3.020 feriti, contro cinque soldati israeliani nello stesso periodo. I morti dal 7 ottobre 2023 sono 72.971.

Il Cogat sostiene che la chiusura non avrà impatto umanitario, perché il cibo entrato con la tregua “supera il fabbisogno nutrizionale della popolazione secondo le metodologie dell’ONU”. Una frase che misura in calorie un obbligo giuridico. La Corte internazionale di giustizia, nell’ordinanza del 26 gennaio 2024 che riconosceva un rischio plausibile di genocidio, ha imposto a Israele di garantire l’assistenza umanitaria necessaria. Il Cogat risponde con un magazzino dichiarato a sufficienza.

Intanto al Cairo i mediatori trattano con le fazioni palestinesi per salvare quella tregua, mentre i valichi si richiudono. Domenico Centrone, 33 anni, docente di Molfetta, e Leonarda Alberizia, del Global Sumud Convoy, restano in carcere in Libia dal 24 maggio: il 7 giugno il consolato italiano a Bengasi insisteva ancora per la sola visita consolare.

I valichi, scrive il Cogat, riapriranno “gradualmente, sulla base di una continua valutazione operativa”. La valutazione lascia il cibo dichiarato sufficiente dentro i camion fermi.

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Populismo, riformismo ma soprattutto pulpitismo

Il 7 giugno 2026 Pina Picierno ha fondato un movimento riformista e non ha citato una sola riforma. Tre giorni prima aveva lasciato il Partito democratico con una frase da lapide, «la casa dei riformisti non c’è più», ed era passata ai Democratici Europei, gruppo Renew Europe. Adesso c’è Spazio Pubblico, che lei stessa definisce “non una corrente, non un’etichetta”. Definirlo, in effetti, è il problema.

Il manifesto parla a “chi produce, chi investe, chi innova, chi crea lavoro” e promette di radunare “coloro che lottano contro i populismi, le oligarchie e i profeti di sventura”. Tolto l’aggettivo riformista resta il vecchio programma del partito dei signori con la cravatta civica. Per ora nessuna misura, nessun numero, nessuna proposta: la parola riformismo galleggia da sola, e galleggia perché ormai non nomina più nessuna riforma. Lo aveva spiegato bene Lorenzo Zamponi su Jacobin Italia già nel 2023: oggi riformismo significa il rifiuto categorico di uscire dai binari del pilota automatico.

Dicono di voler sconfiggere il populismo, qualsiasi cosa significhi. Solo che il populismo è esattamente questo: un appello al popolo virtuoso contro le élite corrotte, l’autoinvestitura dei migliori, il disprezzo per chi vota male. Sono populisti in purezza, col costume degli arguti, e pure con esibito orgoglio.

Potremmo chiamarlo pulpitismo: un piccolo gruppo che si percepisce come aristocrazia e che predica da un pulpito su cui non l’ha messa nessuno, autoproclamata competente, sicura di meritare la guida. Il fenomeno è più largo di Picierno: è l’intera area che si dice riformista, un centro affollato di dirigenti e povero di elettori, dove gli sparuti partiti si fanno la guerra. Il Terzo Polo di Matteo Renzi e Carlo Calenda si è sciolto nel 2023 dopo mesi di liti, e da allora Azione, Italia Viva e +Europa corrono separati, tutti intorno alla soglia di sbarramento. Competenti per autocertificazione, condannati dall’aritmetica sporca e cattiva (e populista). E Calenda ha già salutato la nuova arrivata: Azione c’è, e tanto basta.

E così resta il riformismo come il vestito nuovo dell’imperatore: tutti chiamati ad ammirare il taglio sopraffino di un abito che non c’è, e guai a dire che il re è nudo. Le riforme, quelle, si vedono quando arrivano. Qualcuno, prima o poi, dovrà mostrarcele. Intanto accontentiamoci del pulpitismo.

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Fine vita, il centrodestra rimanda ancora: il ddl Bazoli finisce di nuovo nel limbo. Cronaca di un colpo di spugna annunciato

Il 3 giugno 2026, mentre a Palazzo Madama l’Aula seppelliva il disegno di legge sul fine vita con 88 voti favorevoli e 59 contrari, in Svizzera moriva Lucia, triestina di 80 anni. Aveva una degenerazione cortico-basale, malattia neurodegenerativa che le toglieva il corpo pezzo per pezzo. Aveva chiesto di morire in Italia, e l’Italia le aveva risposto prima con un no e poi con il silenzio: l’azienda sanitaria del Friuli l’aveva giudicata fuori dai requisiti, contro la sua documentazione medica. Stessa giornata, due facce dello stesso Paese.

Il voto porta la firma di Fratelli d’Italia: una questione sospensiva che rispedisce il testo del senatore Alfredo Bazoli (Pd) nelle commissioni Giustizia e Sanità, da dove era partito. Quella mattina la conferenza dei capigruppo aveva calendarizzato l’esame all’unanimità. Poi la maggioranza si è tirata indietro, e il presidente del Senato Ignazio La Russa (FdI) si è smarcato: «Il Parlamento è sovrano». Bazoli da parte sua l’ha chiamata col suo nome: «Non prendete in giro gli italiani, questo voto serve solo ad affossare la legge».

Le promesse e i rinvii

In questa storia le cronologia parla. La Corte costituzionale chiede una legge dal 2018, con l’ordinanza 207, poi con la sentenza 242 del 2019 sul caso Cappato-Dj Fabo, poi ancora con la 135 del 2024. Otto anni di moniti. Il testo della maggioranza, a prima firma Pierantonio Zanettin (Forza Italia) e Ignazio Zullo (FdI), giace in commissione dal luglio 2025 senza che si sia mai aperto l’esame degli emendamenti. Il termine, fissato al 17 luglio, era già slittato. Come tutto il resto.

E quando una Regione prova a colmare il vuoto, il governo la ferma: la legge della Toscana sul suicidio assistito è stata impugnata da Palazzo Chigi. Il testo del centrodestra, intanto, restringe il requisito fissato dalla Consulta. Dove la Corte scrive “trattamenti di sostegno vitale”, la proposta Zanettin-Zullo scrive “trattamenti sostitutivi di funzioni vitali”, e affida il giudizio sull’accesso a un comitato di sette membri nominati dal presidente del Consiglio. Più stretto di quanto chieda la Corte, e fuori dal Servizio sanitario nazionale: un capolavoro. La maggioranza si difende con la prudenza e il presidente della commissione Sanità, Francesco Zaffini (FdI), ripete di volere una buona legge «senza invadere il campo dell’eutanasia». Solo che la prudenza, qui, somiglia parecchio a una scusa per rinviare.

E poi c’è la beffa tecnica. Il presidente del Cnr Andrea Lenzi ha trasmesso un documento in cui nega l’esistenza di dispositivi con marchio Ce per l’autosomministrazione del farmaco a chi è immobilizzato. Solo che a marzo 2026 quel dispositivo, a comando oculare, lo aveva costruito proprio il Cnr per Libera, 55enne toscana con sclerosi multipla. In pratica l’ente nega ciò che l’ente ha fatto.

Il cattolicesimo a corrente alternata

Sul fine vita la maggioranza si scopre devotissima: evoca argini contro l’”eutanasia di Stato”. Eppure lo stesso governo è sordo a Papa Leone XIV quando il Pontefice lo incalza sui temi scomodi. Sul riarmo, che il Papa chiama tradimento dei popoli e denaro versato nelle «tasche dei mercanti di morte». Sui migranti, banco di prova della giustizia. Giorgia Meloni ha intanto giudicato gli impegni Nato sul riarmo «significativi e sostenibili». Cattolici quando conviene, laicissimi quando il Vangelo costa un voto.

Le critiche più dure le firmano i diretti interessati. Marco Cappato e l’avvocata Filomena Gallo, dell’Associazione Luca Coscioni, ricordano che in Italia l’aiuto medico a morire è legale da sette anni, dalla prima pronuncia della Consulta. Francesco Boccia (Pd) cita il Rapporto Eurispes: i favorevoli sono il 70 per cento. Numeri che la politica conosce e finge di non vedere.

Manca un anno al voto. La legislatura si chiuderà, il ddl si perderà, e qualcuno ricomincerà da capo. Che questo governo non avrebbe legiferato sul fine vita lo sapevano tutti. Ingenuo chi ci ha creduto.

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Il formidabile apparato digerente è di chi sputa il veleno e non firma

Venerdì 5 giugno, pagina 41 de la Repubblica: un corsivo senza firma sbeffeggia Paolo Di Paolo, firma di quella stessa redazione, come un codardo dall’”apparato digerente” formidabile. Il 13 giugno, intanto, lo stesso Di Paolo salirà sul palco che apre il festival Salerno Letteratura per farsi contestare di persona, dopo aver tolto a Erri De Luca la prolusione d’apertura. Tenete insieme le due…

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Università e ricerca, le destre occupano l’Agenzia di valutazione: all’Anvur le nomine diventano politiche

L’Anvur, Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca,, ha ottenuto l’accreditamento europeo nel 2025 per una ragione precisa: era indipendente. Il registro Eqar l’ha iscritta il 27 marzo, l’associazione Enqa ha rinnovato l’adesione il 10 aprile a Paphos, e in entrambi i casi il requisito che pesava di più era la distanza dal potere politico. Undici mesi dopo, quella distanza il governo l’ha riportata indietro.

Il regolamento varato con il Dpr 7 gennaio 2026 n. 12, in vigore dal 19 febbraio, ha riscritto la governance dell’Agenzia. A scegliere il presidente ora è il ministro, da una terna preparata da un comitato a maggioranza di nomina ministeriale, proprio lì dove prima decideva il Consiglio direttivo. A presiedere il comitato che filtra le candidature è il segretario generale del Ministero dell’Università e della Ricerca: l’autonomia, di fatto, parte da dentro il ministero. E l’Agenzia deve muoversi “in coerenza con le linee di indirizzo del Ministro”, che ne approva il programma. Il direttivo scende da sette a cinque, arriva un direttore generale, entra pure l’Afam, il sistema italiano di istruzione superiore di livello universitario dedicato alle arti visive, alla musica, alla danza e al design che sta sotto la supervisione del Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR). La ministra Anna Maria Bernini lo presenta come un rafforzamento dell’indipendenza, dice.

Cosa controlla davvero l’Anvur

Sotto l’organigramma c’è il denaro. L’Anvur certifica la qualità di atenei, corsi e dottorati, e le sue valutazioni della ricerca pesano sulla redistribuzione del Fondo di finanziamento ordinario: una quota rilevante delle risorse alle università si muove sui risultati di quegli esercizi. Chi guida l’Agenzia quindi decide dove vanno i soldi.

Francesca De Rugeriis, segretaria Fp Cgil Roma e Lazio, ricorda che l’Agenzia regge tutto questo con 36 dipendenti su un fabbisogno di 59, e che se diventa «il braccio lungo del ministro» perde la sua funzione. Gli standard europei Esg chiedono esattamente l’opposto: separazione netta tra chi regola, il ministero, e chi valuta. Senza quel timbro, avverte la sindacalista, l’Agenzia perde autorevolezza in Europa e la capacità di trattenere competenze, mentre i ragazzi continuano ad andarsene. Cosa succederebbe al sistema universitario se quell’accreditamento saltasse?

L’occupazione, una poltrona alla volta

Il 22 maggio il Consiglio dei ministri ha avviato le nomine. Alla presidenza Venerando Marano, presidente del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano e ordinario a Tor Vergata, dato in quota Meloni. Nel direttivo Aurelio Tommasetti, ex rettore di Salerno e consigliere regionale della Lega in Campania fino a fine 2025, e Matteo Lorito, rettore della Federico II, indicato come riferimento di Forza Italia. Un seggio per partito.

Gianna Fracassi, segretaria della Flc Cgil, parla di conferma dei peggiori timori: l’Agenzia «è diventata di fatto un dipartimento del ministero». La stessa Fracassi lega la mossa a un taglio del Fondo arrivato insieme alla richiesta agli atenei di «semplificare le spese». Il Movimento 5 Stelle ha chiesto la ministra in commissione, parlando di spartizione di poltrone. Il governo risponde che i curriculum sono di alto profilo, e in effetti lo sono. Solo che il valore dei singoli non spiega il disegno.

L’Anvur è un caso dentro una sequenza. Il Servizio per il controllo parlamentare della Camera ha contato 103 caselle da riempire in 35 enti entro fine settembre; nelle sole partecipate pubbliche si parla di oltre 200 nomine nel corso del 2026; e poi la Consob, l’Antitrust, il collegio del Garante della privacy, gli enti culturali fino alla Reggia di Caserta, la Rai che le opposizioni contestano nomina dopo nomina da due anni. Ogni casella, ogni ente un presidio. Del resto è il metodo, prima ancora del merito di chi entra.

E l’accreditamento europeo, quello che certificava un’università italiana credibile oltre i confini, ora pende da un’indipendenza che il governo ha appena trasferito a sé stesso.

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A Gaza mancavano solo i dati violati

Per ricevere un pacco di farina dal World Food Programme, a Gaza, una persona deve scrivere il proprio nome, il numero del documento, il telefono e il quartiere in cui dorme. Quel modulo si chiama People Portal, l’applicazione di auto-registrazione che il WFP rivendicava per aver tagliato tempi e burocrazia. Oltre due milioni di palestinesi l’hanno compilato.

Il 14 maggio quei dati sono finiti in mani non autorizzate. Il The New Humanitarian, con l’inchiesta di Jacob Goldberg e Irwin Loy, parla di circa 600.000 famiglie esposte: nomi, documenti, telefoni, posizione. È la più grave violazione di dati di beneficiari umanitari mai registrata, sopra le 515.000 persone colpite nell’attacco al Comitato internazionale della Croce Rossa nel 2022.

Due giorni prima, il 12 maggio, un informatore aveva segnalato al WFP una falla individuata da un esperto indipendente. La sede di Roma aveva assicurato che era risolta. L’attacco è arrivato lo stesso, e gli abitanti di Gaza sono stati avvisati via Telegram solo il 31 maggio, diciassette giorni dopo. L’informatore descrive al The New Humanitarian dati «che possono individuare posizioni precise e causare danni», e nessuna valutazione del rischio.

A Gaza un dato di posizione pesa diversamente. La Corte internazionale di giustizia ha dichiarato illegale l’occupazione con il parere del 19 luglio 2024, e dal gennaio 2024 considera la popolazione della Striscia esposta a un plausibile rischio di genocidio. Lì le forze israeliane hanno ucciso centinaia di persone in fila per gli aiuti del WFP, scrive la stessa testata.

Intanto Domenico Centrone e Leonarda Alberizia restano detenuti a Bengasi: il procuratore libico ha prorogato la custodia senza fissare udienza, il 4 giugno una delegazione alla Farnesina ha chiesto pressione.

Il WFP scrive ai registrati: “continuerete a ricevere assistenza”. Per riceverla, avevano già scritto dove dormono.

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Caso Centrone-Alberizia, paradosso Bengasi: l’Italia sta finanziando il carceriere dei suoi cittadini

In una caserma della polizia di Bengasi, Domenico Centrone e Leonarda “Dina” Alberizia hanno ottenuto il permesso di farsi una doccia e cambiarsi d’abito. Lo ha negoziato il console generale Filippo Colombo durante la prima visita, la sera del 27 maggio 2026. Lui ha 33 anni e insegna a Molfetta, lei ne ha 67 ed è stata per trent’anni educatrice dei servizi del Comune di Torino. Per le autorità della Cirenaica sono due clandestini, fermati con l’accusa di ingresso illegale.

La stessa Bengasi è il posto dove l’Italia sta per aprire un centro di coordinamento dei soccorsi in mare, finanziato con fondi europei. Lo aveva scritto a gennaio il quotidiano tedesco nd, lo conferma l’inchiesta di IrpiMedia del 3 giugno sul nuovo accordo tecnico della missione Eunavfor Med Irini, reso pubblico il 28 maggio dall’ong britannica Statewatch. Qui da noi si chiama cooperazione.

Due cittadini, una carovana

Il Global Sumud Land Convoy è partito il 15 maggio, giorno della Nakba: oltre 200 persone da più di 25 Paesi, una trentina di mezzi, 7 ambulanze, 20 case mobili, 10 camion di aiuti diretti a Gaza via Rafah. Il 24 maggio il convoglio si è fermato nei pressi di Sirte, sulla linea 5+5 che divide l’ovest dall’est libico. Dieci attivisti hanno superato il posto di blocco per trattare il passaggio del resto della carovana. Da lì sono finiti in cella a Bengasi.

A trattenerli sono le milizie del generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica. Oltre ai due italiani ci sono una spagnola, una polacca, una statunitense, un uruguaiano, due argentini, una portoghese e un tunisino. Il 2 giugno il procuratore di Bengasi ha prolungato la custodia cautelare fino alla prossima udienza, e all’accusa di ingresso illegale si sarebbe aggiunta quella, più grave, di manifestazione illegale. Gli altri italiani del convoglio, una settantina di chilometri più indietro, sono già rientrati a Fiumicino. I dieci avevano superato il confine solo per negoziare un passaggio sicuro.

La regia italiana a Bengasi

Per anni l’Italia ha addestrato e finanziato i libici passando da Tripoli, il governo riconosciuto dall’Onu. Adesso il raggio si allarga a est. Il documento riservato del Consiglio dell’Unione cita la formazione delle “istituzioni libiche”: una formula che a marzo 2025, nel rinnovo di Irini fino al 2027, ancora diceva “guardia costiera libica”. A ottobre, intanto, Frontex ha ricevuto per la prima volta funzionari di Haftar. La frontiera europea scende sempre più a sud, e Bengasi è la nuova porta. Il modello c’è già: l’Mrcc di Tripoli, il centro di coordinamento costruito dall’Italia con il progetto Sibmmil, sempre con soldi di Bruxelles.

Del resto il 22 maggio Francia e Grecia hanno deciso di non rinnovare il compito che autorizzava Irini a ispezionare in mare le navi sospettate di trasportare armi, previsto dalla risoluzione Onu 2292 del 2016. Restano il pattugliamento e l’addestramento dei guardacoste. Già nel 2017 gli esperti dell’Onu segnalavano violenze sui migranti compiute anche dopo i corsi di formazione. Dieci anni dopo, Haftar deve diventare un partner affidabile, costi quel che costi.

Sulla sorte di Centrone e Alberizia il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha detto la cosa più rivelatrice: «Mi auguro che li possano espellere il prima possibile». Espellere. La parola che lo Stato italiano ha contribuito a insegnare alla Libia torna indietro, applicata a due suoi cittadini. La deputata Chiara Appendino (M5S) gli chiede di muoversi «non con le parole di circostanza», il sindaco di Torino Stefano Lo Russo (PD) si dice preoccupato. Dal governo, sui due, parla solo Tajani, e parla di espulsione. La macchina dei rimpatri che l’Italia ha aiutato a costruire a Bengasi adesso stringe due italiani, e l’unica speranza ufficiale è che li restituisca da clandestini.

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Mi si nota di più se vado o se non vado?

A Tivat, ieri c’erano quasi tutti. I capi di Stato e di governo di 26 paesi dell’Unione europea, i sei dei Balcani occidentali, il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa. Si discuteva di allargamento e delle sorti dell’Ucraina, che a giugno apre il primo capitolo negoziale. Giorgia Meloni invece era a Reggio Calabria, alla festa dei carabinieri, stentorea davanti a un francobollo.

Un francobollo vero, nato con tutti gli onori. Il 212° anniversario dell’Arma dei Carabinieri prevedeva la cerimonia, fissata alle 11. Poi la premier ha voluto restare anche per l’annullo filatelico in Prefettura. Solo che alle 14 l’aereo di Stato è decollato verso Roma, non verso il Montenegro. Poco prima era arrivata la nota: “A causa del protrarsi della cerimonia” Meloni “non potrà più partecipare”…

L’annullo filatelico, insomma, è stato salvifico. Perché tutto era cominciato prima: su questo dossier, come su quasi tutto, la maggioranza è divisa. Inoltre la sera precedente da Palazzo Chigi filtrava fastidio per il coordinamento di Francia, Gran Bretagna e Germania con Kiev verso il tavolo con Mosca. L’Italia Esclusa, un’altra volta. È il “solito formato E3“, minimizzavano le fonti italiane, salvo aggiungere che “senza gli Usa al tavolo, non si arriva a un accordo con Putin“. Tradotto: offesi di non essere invitati, sospettosi di chi c’è andato.

Torniamo a maggio 2025, sempre lei. Kiev, poi Tirana: i volenterosi si vedevano, Meloni mandava un video o restava a casa, e rivendicava la coerenza di chi le truppe non le invia. Anzi, raccontava ai suoi elettori e a qualche giornale di essere un punto di riferimento internazionale. E invece era una semplice presenza evanescente, quando andava. Ieri ha fatto un passo avanti: si è risparmiata pure il viaggio.

Torna in mente l’adagio di Nanni Moretti: mi si nota di più se vengo e sto in disparte o se non vengo per niente? La premier ha sciolto il dilemma nel modo più comodo. A Tivat il posto dell’Italia è rimasto vuoto, ma almeno in Prefettura il francobollo ha avuto il suo timbro puntuale. Commemoriamo quello, allora, chi se ne importa delle guerre alle porte dell’Europa e nelle tasche degli italiani.

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Sezione 224, gli Usa cuciono il proprio esercito a quello di Israele: ricerca, sviluppo e produzione militare sincronizzata

Donald Trump ha telefonato a Benjamin Netanyahu e gli ha dato del pazzo, lo sappiamo, l’abbiamo letto. Lo ha confermato lui stesso, al New York Post, il 3 giugno 2026: era «un po’ contrariato», ha detto, per le operazioni israeliane in Libano che rischiavano di far saltare il negoziato con l’Iran. Parole grosse, ripetute con un certo gusto. Eppure, nelle stesse ore in cui il presidente americano insultava l’alleato al telefono, la sua Camera lavorava a cucire i due eserciti in un corpo solo.

La sezione che fonde gli apparati

Il 4 giugno la commissione Forze armate della Camera, presieduta dal repubblicano Mike Rogers, ha respinto l’emendamento che chiedeva di cancellare la Sezione 224 dal National Defense Authorization Act per il 2027, la legge di bilancio della difesa. Voto per alzata di voce. Contrari nel merito in due: il democratico Ro Khanna (California) e la collega Sara Jacobs. Tutti gli altri, repubblicani e democratici insieme, dalla parte dell’integrazione. La norma istituisce la “United States-Israel Defense Technology Cooperation Initiative” e ordina al Pentagono di nominare un “agente esecutivo” che sincronizzi ricerca, sviluppo, test e produzione militare con Israele: dal cyber all’intelligenza artificiale. Di fatto un solo apparato tecnologico, ma con due bandiere. La cooperazione copre dati e reti militari, ricerca congiunta e coproduzione di armi, e una volta scritta dentro la legge che il Congresso deve approvare ogni anno diventa quasi impossibile da smontare. Il pacchetto vale 1.150 miliardi di dollari di spesa base, dentro una richiesta complessiva dell’amministrazione che arriva a 1.500 miliardi.

Quello che la legge cancella

Khanna lo ha detto in aula: gli americani sono stanchi dell’arroganza di un premier straniero che detta la linea a Washington, e a comandare deve essere l’America, non il primo ministro di un altro Paese. Il repubblicano Thomas Massie (Kentucky) ha promesso un altro emendamento per stralciare la norma quando arriverà sul pavimento dell’aula. Jacobs ha ricordato il punto che pesa di più: la legge americana vieta di trasferire armi a chi commette crimini di guerra, e la Sezione 224 quella clausola la salta, insieme al voto del Congresso. Funziona così. L’integrazione aggira la procedura di vendita militare, che oggi pretende un impegno sui diritti umani prima di ogni via libera. Netanyahu, del resto, la chiama «il mio piano», e in una lettera al deputato Marlin Stutzman ha scritto che è arrivato il momento di passare “da beneficiario a partner”. Ben Freeman, del Quincy Institute, scrive che il Congresso dovrebbe bocciare la norma proprio adesso, mentre cresce il numero di americani contrari a quello che Israele fa nella regione, e avverte di un sistema politico sempre più esposto ai capricci di un governo israeliano. E Joe Kent, l’ex direttore dell’antiterrorismo dimessosi a marzo contro la guerra in Iran, scrive che esternalizzare pezzi di sicurezza nazionale a chi non condivide i tuoi interessi è il rovescio esatto dell’”America First”.

Ma la parte più eloquente sono i conti: Washington versa ogni anno 3,8 miliardi di dollari all’esercito israeliano, dato del Council on Foreign Relations, quasi 300 miliardi dal 1946, e la guerra in Iran è già costata oltre 50 miliardi ai contribuenti americani, secondo funzionari citati dalla CBS. I sondaggi richiamati nel dibattito raccontano un Paese che vuole meno aiuti a Israele, non di più. Tutto questo verso un alleato su cui pende un mandato della Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità a Gaza.

Così la più grande potenza del mondo, come amano chiamarsi, mette nero su bianco nella sua legge di bilancio che farà da maggiordomo tecnologico a un primo ministro incriminato. Trump al telefono può anche urlare quanto vuole. La firma, intanto, dice il contrario.

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