Vai al contenuto

Tra ruspe e motoseghe. Milei è il Salvini argentino

C’è un nuovo idolo della destra sovranista mondiale orfana delle pericolose bizze di Donald Trump: Javier Milei è il nuovo presidente dell’Argentina. Il candidato de La Libertad Avanza ha preso più del 55% dei voti al ballottaggio e il 10 dicembre entrerà in carica. Il prossimo presidente argentino è diventato un’icona impugnando una motosega e agitandola di fronte ai suoi fan impazziti di gioia.

C’è un nuovo idolo della destra sovranista mondiale orfana di Trump: Javier Milei è il nuovo presidente dell’Argentina

Se vi chiedete come sia possibile ricordate che da noi è vice presidente del Consiglio uno che evocava le ruspe e si fotografava sorridente quando ne incrociava qualcuna in giro. Il programma di Milei è rintracciabile nei suoi sconclusionati slogan vomitati in campagna elettorale: “Tra la mafia e lo Stato, preferisco la mafia. La mafia ha un codice d’onore, la mafia non mente, la mafia compete sul mercato”, oppure le tasse sono “residui dello schiavismo” ed evaderle “un diritto umano”, oppure “la mia missione è prendere a calci nel culo i keynesiani e i collettivisti figli di puttana”. Milei vuole privatizzare tutte le scuole e gli ospedali, vuole liberalizzare la vendita di organi e vorrebbe “bruciare la banca centrale argentina”.

Qual è l’idea di sovranismo di Milei? Dollarizzare l’Argentina. In sostanza: fare il sovranista con la moneta degli altri. Peccato che per farlo Milei avrebbe bisogno di una quantità di dollari che non ha e che non hanno le banche, le imprese e le famiglie. Peccato che la politica monetaria nazionale verrebbe decisa da un altro Stato. Peccato che sia la migliore soluzione per arrivare veloci all’ennesimo default. Ma alla destra di Trump, Bolsonaro, Milei (e Salvini e Meloni quando sono in campagna elettorale) le soluzioni non interessano: contano solo le promesse.

L’articolo Tra ruspe e motoseghe. Milei è il Salvini argentino sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Le dimissioni di un premio Pulitzer contro le parole della guerra

Anne Boyer è poetessa, saggista e giornalista che si occupa di poesia, vincitrice del premio Pulitzer. Qualche giorno fa si è dimessa dal suo incarico per il New York Times Magazine contestando la narrazione sulla guerra a Gaza. La sua lettera di dimissioni parla del giornalismo e dell’uso delle parole. Sarebbe l’occasione per aprire un proficuo dibattito anche da noi se non fosse che la notizia rimarrà nascosta sotto i panni sporchi. 

“Mi sono dimessa da redattrice di poesia del New York Times Magazine.

La guerra sostenuta dagli Stati Uniti dallo stato israeliano contro il popolo di Gaza non è una guerra per nessuno. Non c’è sicurezza in essa o da essa, non per Israele, non per gli Stati Uniti o l’Europa, e soprattutto non per i molti ebrei calunniati da coloro che affermano falsamente di combattere a loro nome. Il suo unico profitto è il profitto mortale degli interessi petroliferi e dei produttori di armi.

Il mondo, il futuro, i nostri cuori: tutto diventa più piccolo e più difficile da questa guerra. Non è solo una guerra di missili e invasioni terrestri. È una guerra in corso contro il popolo palestinese, persone che hanno resistito durante decenni di occupazione, dislocazione forzata, privazione, sorveglianza, assedio, prigionia e tortura.

Poiché il nostro status quo è l’espressione di sé, a volte la modalità di protesta più efficace per gli artisti è rifiutare.

Non posso scrivere di poesia tra i toni “ragionevoli” di coloro che mirano ad acclimatarci a questa sofferenza irragionevole. Niente più eufemismi macabri. Niente più paesaggi infernali igienizzati verbalmente. Niente più bugie guerrafondaie. 

Se questa rassegnazione lascia un buco nelle notizie delle dimensioni della poesia, allora questa è la vera forma del presente”. 

Buon lunedì. 

Nella foto: Anne Boyer, Buenos Aires, 10 de febrero de 2023 – Workshop en el Festival Poesía Ya! Fotos: Kaloian / Ministerio de Cultura de la Nación

L’articolo proviene da Left.it qui

Indennizzo familiari vittime di Cutro, un altro brillante insuccesso del Governo

Almeno hanno avuto un moto di vergogna. Quando è uscita la notizia che lo Stato italiano non volesse pagare il risarcimento ai familiari delle vittime della strage di Cutro a qualcuno in questo Paese si sono allargati gli sfinteri non riuscendo a trattenere il razzismo travestito da esperti in legge.

Lo Stato, ha promesso Piantedosi, “farà tutto quello che gli compete per indennizzare le vittime” della strage di Cutro

Il messaggio “se la sono cercata” che stava dietro la richiesta firmata dal pugno della senatrice della Lega Giulia Bongiorno che esercita da avvocata per conto dello Stato mentre è presidente della commissione Giustizia in Senato (ah, i conflitti di interessi…) è stato troppo perfino per loro. Nel processo che si sta svolgendo a Crotone contro i presunti scafisti dell’imbarcazione che ha portato alla morte 94 persone, di cui 35 bambini, lo studio legale Bongiorno rappresenta la Consap, Concessionaria servizi assicurativi pubblici che, per conto del ministero delle Finanze, gestisce il Fondo di garanzia per le vittime della strada.

Alla fine è intervenuto il ministro Matteo Piantedosi: “Lo stato – ha detto l’altro ieri a margine della manifestazione conclusiva del Pon 2014-2021 in corso a Crotone –. non si gira assolutamente dall’altra parte farà tutto quello che gli compete per indennizzare le vittime di questa drammatica tragica sciagura accaduta a febbraio”.

In un solo secondo si smutandano gli xenofobi da editoriali e da tastiera che tra le molte cose sono ignoranti anche in tema di indennizzi. Qualche ora dopo l’avvocata Bongiorno ha chiarito che il suo ruolo all’interno del processo si può considerare concluso. Tutti in ritirata, con le orecchie basse. Intanto al loro curriculum (e dei loro sfegatati sostenitori) si aggiunge un’altra figura barbina.

L’articolo Indennizzo familiari vittime di Cutro, un altro brillante insuccesso del Governo sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Disastro Emilia-Romagna: sei mesi di passerelle e zero ristori per l’alluvione

Ci hanno messo sei mesi. Sei mesi dopo la piattaforma online della Regione Emilia-Romagna attraverso cui famiglie e aziende possono chiedere i rimborsi per i danni subiti a causa delle alluvioni del maggio 2023. La piattaforma si chiama Sfinge alluvione 2023, è accessibile dal link alluvione2023.regione.emilia-romagna.it ed è una versione aggiornata di un portale analogo che era stato creato nel 2012 per i danni causati dal terremoto in Emilia. Sei mesi dopo le immagini di Giorgia Meloni con gli stivali che accarezzava gli alluvionati si comincia a parlare finalmente di rimborsi. Il 16 Maggio scorso l’alluvione in Emilia-Romagna con enormi danni alle infrastrutture, all’agricoltura, alle vie di collegamento con isolamento dei borghi appenninici. In Emilia-Romagna il dato delle 80mila frane censite è ormai largamente superato dopo l’alluvione in Romagna e i suoi Comuni sono largamente interessati da aree a rischio idrogeologico.

Emilia-Romagna, i ristori dell’alluvione alle calende greche

“Come impatti sul territorio probabilmente è l’effetto alluvionale più grave almeno degli ultimi 100 anni. Come estensione delle aree interessate e quantità di precipitazione, così come per danni su più province, è qualcosa di devastante, gravissimo”, sottolinea Pierluigi Randi, presidente dell’Ampro (Associazione meteo professionisti). “Un disastro annunciato, ma abbiamo ignorato i segnali”, ha commentato il meteorologo, Luca Mercalli. Le promesse si sprecarono, prima tra tutte i “fondi che arriveranno presto”. In mezzo c’è stata la guerra senza quartiere contro il presidente della regione Stefano Bonaccini che secondo il governo era troppo del Pd per essere credibile come commissario, nonostante la prassi nella storia d’Italia fosse quella di affidare il ruolo di coordinatore dell’emergenza e della ricostruzione agli amministratori del territorio.

Sei mesi dopo l’unico risultato, a osservare bene, è politico: avere fatto fuori un odiato presidente di un partito avversario sostituendolo con il generale Francesco Paolo Figliuolo. Da lì in poi soldi non se ne sono visti ma sono aumentate le polemiche, fino a quelle di pochi giorni fa, quando il valente commissario ha pensato bene di scusare i sindaci delle zone colpite di “lamentarsi e non fare”, provocando un putiferio.

Figliuolo ha provato quindi a metterci una pezza. No, non ci è riuscito. “Io voglio lavorare assieme in maniera positiva. Questo è il mio mandato, sono abituato così. Se si fa squadra si vince, se non si fa squadra si rischia di non raggiungere gli obiettivi”, ha detto il generale nel suo tour bolognese dopo quella che ha definito “un’ottima riunione operativa” per sviscerare “i temi sulla ricostruzione pubblica e privata”. Nel frattempo dal governo si sovrapponevano le voci sui ristori che erano già stati decretati. Ma di soldi non se ne sono visti. I comunicati sono tutti simili.

Federconsumatori – solo per dirne uno – qualche settimana fa scriveva: “Risorse indispensabili per le famiglie, per le aziende e per la messa in sicurezza del territorio. Non sono comprensibili né giustificabili lungaggini e rinvii: i fondi vanno stanziati ora. Ogni giorno di ritardo comporta un aggravamento della situazione nelle zone colpite in termini di mancata ripartenza delle attività produttive, impossibilità per i cittadini di rientrare nelle proprie case, strade e infrastrutture ancora dissestate dopo più di quattro mesi dall’evento. Il comportamento del Governo è inaccettabile”.

Alla buon’ora

Sei mesi dopo è arrivata la piattaforma per richiedere i soldi. Sei mesi in cui i partiti di maggioranza hanno ripetuto in ogni dove che i soldi c’erano e che qualsiasi lamento fosse solo una strumentalizzazione politica. E la foto di Giorgia Meloni con gli stivali nel fango è già ingiallita.

L’articolo Disastro Emilia-Romagna: sei mesi di passerelle e zero ristori per l’alluvione sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Dal Mes al Piano Mattei, un governo di indecisionisti che bluffano – Lettera43

Gli indecisionisti. Del Mes, per esempio, si sono perse le tracce. Come ha fatto notare il sito Pagella politica, il dibattito in Italia è precox. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a discussioni spente nel giro di qualche ora come sul missile francese della strage di Ustica dopo un’intervista a Giuliano Amato: stupore, furore, opinionismo inviperito e poi alla sera tutti a letto a dormire. Del finanziamento tedesco alle Ong nel Mediterraneo si è scritto come se dovesse essere la fine di qualsiasi relazione diplomatica tra Italia e Germania. A leggere il giornali sembrava la fine dell’Europa come l’abbiamo sempre pensata, con dirigenti di partito che apparivano pronti alla crocifissione. Passata la buriana sono ricominciati i baci, gli abbracci e le scatole di cioccolatini in regalo.

Gentiloni nemico del giorno e il caos sullo spot Esselunga

Paolo Gentiloni accusato di «giocare con un’altra maglia a Bruxelles» è stato l’episodio breve della serie “un nemico al giorno” tanto cara al governo. Si è chiusa talmente presto e bene che si può saltare senza la paura di perdere il filo. Imbarazzante a dir poco è stato il duello sulla pesca dell’Esselunga che ha visto in prima fila anche la presidente del Consiglio, sempre parca nelle dichiarazioni di intenzioni politiche ma sorprendentemente prodiga di opinioni sulla frutta tradizionale. Chissà cosa avranno pensato all’estero di una nazione che si accapigliava su uno spot pubblicitario.

Apostolico era il male della Patria, poi tutti appresso a Giambruno

La giudice di Catania Iolanda Apostolico è stata presentata come nemica della Patria, possibile elemento di rovesciamento della pace sociale italiana. La giustizia italiana non ha ancora deciso se la sua decisione di non convalidare il trattenimento di quattro migranti tunisini, ma la politica ha già emesso la sua sentenza della sua Cassazione: disinteressato silenzio. Della separazione di Giorgia Meloni e Andrea Giambruno si è scritto talmente tanto e tumultuosamente che a ripensarci oggi provoca quasi imbarazzo. I litigi tra Marina Berlusconi e la presidente del Consiglio promettono di essere pillole che torneranno a giorni alterni.

Tante scenate sul Mes, però alla fine il governo dovrà cedere

Poi c’è il Mes. Il Mes che è diavolo e acqua santa, salvifico e poi subito drammatico, indispensabile e poi truffa. Ma sul Mes gli indecisionisti non potranno bluffare a lungo. Per questo il caso fa specie. Come degli immaturi di fronte ai problemi dalle parti del governo decidono di non parlarne, chiedono di non farne parlare. Però l’Europa bussa e non si potrà fingere che in casa non ci sia nessuno ancora per molto. «Alla fine dovremo cedere, ma almeno speriamo di chiedere qualcosa in cambio», mi disse qualche settimana fa a microfono spento un alto dirigente della Lega.

Dal Mes al Piano Mattei, un governo di indecisionisti che bluffano
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Ma quale pugno duro, Meloni si è inginocchiata davanti ai balneari

È ormai un genere letterario invece il tira e molla sui balneari con Bruxelles che ormai ha aperto una linea diretta per le infrazioni rivolte al governo italiano. Chissà come racconteremo tra vent’anni che il governo che vorrebbe essere del “pugno duro” non riesca a non inginocchiarsi di fronte a un chiosco sulla piaggia. Decidere di non decidere. Anche l’assegno unico universale resta sotto infrazione a livello europeo. Bruxelles ha formalizzato, con l’invio di un parere motivato all’Italia, la contestazione mossa contro la principale misura di sostegno per le famiglie, entrata in vigore a marzo 2022. Il governo aveva spedito delle valutazioni che non sono state ritenute soddisfacenti.

Piano Mattei pubblicato in Gazzetta eppure è tutto rinviato

Decidere di non decidere. Sulla Gazzetta ufficiale la pubblicazione del “Piano Mattei” è un’imperdibile scena di nonsense: dalla rivoluzionaria strategia sull’immigrazione della presidente del Consiglio sparisce l’articolo che ci dice quando dovrebbe partire. Tutto rinviato: un proposito pubblicato in Gazzetta è un capolavoro di propaganda. Gli indecisionisti sono squali panpenalisti quando si tratta di punire (di più i poveracci), ma si incagliano su tutto il resto. Doveva essere il governo della “donna forte” circondata da “uomini forti”, invece è un bullo che balbetta. Ma quanto può funzionare? Questo è il tarlo che consuma ogni indecisionista.

L’articolo proviene da Lettera43 qui https://www.lettera43.it/governo-meloni-mes-piano-mattei-decisioni/

Mafie e litorale laziale, Colosimo sorvola su Latina nella mappa dei clan

Quattro giorni fa, la presidente della Commissione Antimafia, Chiara Colosimo, di Fratelli d’Italia, nella sala consiliare di Villa Sarsina di Anzio, centro del litorale romano il cui Consiglio comunale è stato sciolto nel mese di novembre 2022, spiegava l’esigenza di “raccontare fuori da qui qual è la geografia dei clan su questo territorio e come questi utilizzano le nuove generazioni e la criminalità comune”.

“Abbiamo un territorio dove un giorno sì e un giorno no pare esserci un accordo che poi salta tra diversi tipi di criminalità organizzata”, osservava Colosimo, “una presenza nota e conosciuta della ‘ndrangheta, con una locale che viene da Santa Cristina d’Aspromonte; abbiamo la presenza acclarata di diverse famiglie, quella nota dei Gallace, dei Perronace, dei Madaffari, dei Tedesco, ma abbiamo insieme una presenza importante dei clan camorristici. In questo senso segnaliamo la lunga mano del clan Moccia, il clan Mallardo. E allo stesso tempo abbiamo un braccio della Cosa nostra catanese”.

La bella destra di Colosimo

La Commissione Antimafia sotto la guida della fedelissima di Giorgia Meloni è scomparsa dalle cronache nazionali. Come temevano in molti l’organo parlamentare ha l’aria di essere un’organizzazione celebrativa preoccupata di non disturbare la narrazione: la mafia non c’è, se c’è c’è pochissimo ed è una questione di cognomi sul territorio dediti al brigantaggio organizzato. Nel suo viaggio tra Anzio e Nettuno la presidente della commissione ha sfiorato senza fare cenno il territorio di Latina.

È un’occasione persa perché lì proprio qualche giorno fa la Procura ha ordinato un sequestro di beni per il valore di cinque milioni di euro che con il partito di Colosimo ha molto a che fare. I beni confiscati infatti sono di Pasquale Maietta, 52 anni, commercialista ed ex deputato di Fratelli d’Italia. Maietta a Latina è uno che conta: ex assessore comunale al Bilancio ed ex presidente del Latina Calcio, è imputato in tre processi (Arpalo, Arpalo 2 e Olimpia) per trasferimento fraudolento di valori, associazione per delinquere finalizzata all’evasione fiscale, bancarotta fraudolenta, corruzione, e numerosi reati tributari e fiscali commessi in concorso con altri soggetti.

Nel dispositivo di confisca si legge della pericolosità sociale del commercialista, che dai primi anni 2000 – viene evidenziato – è risultato in contatto con soggetti della provincia di Latina di elevato spessore criminale come Costantino Di Silvio detto Cha Cha. La famiglia Di Silvio, molto vicina al clan dei Casamonica. Mafia, insomma. Quella stessa mafia di cui si vorrebbe occupare la Commissione, solo che in questo caso in questa brutta storia c’è un ex tesoriere (a Montecitorio) dello stesso partito della presidente dell’Antimafia.

Siamo certi che questo piccolo particolare non ostacolerà l’attività istituzionale e non ottunderà la proverbiale curiosità dei suoi membri. Anche perché sui rapporti tra Maietta e Cha Cha c’è un’esaustiva inchiesta che uscì nel 2014 su Il Manifesto (e un importante libro, Laboratorio criminale) firmata dai giornalisti Marco Omizzolo e Roberto Lessio. Nella quale si legge: “Il deputato Pasquale Maietta, tesoriere alla Camera di Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale, ex assessore al Bilancio di Latina e presidente del Latina Calcio: squadra che milita nel campionato di serie B. L’onorevole è accusato di violenza privata tentata in concorso, perché intercettato mentre chiedeva a Cha Cha di risolvere per le vie brevi una vicenda personale.

È lo stesso deputato che un anno fa ritirò in extremis un’interrogazione parlamentare preparata dal suo staff proprio contro il questore di Latina De Matteis, accusato di gettare discredito sulla città per aver denunciato la presenza di una criminalità autoctona capace di condizionare settori nevralgici, a partire dall’urbanistica. Un attacco mal digerito da chi ha governato Latina negli ultimi venti anni”. A Latina non la presero benissimo: qualche ora dopo la pubblicazione del reportage appaiono sul perimetro dello stadio striscioni che definiscono “zecche di merda senza dignità” gli autori dell’articolo. Si è scoperto altresì che il capo degli ultrà della squadra era un componente della famiglia rom che “comandava” nelle piazze di spaccio, estorceva denaro e minacciava numerosi professionisti, e che il magazziniere della squadra era un altro illustre esponente del clan, storico amico mai rinnegato di Maietta. Omizzolo e Lessio non furono dei preveggenti nel 2014, bastò loro guardarsi attorno.

Basta chiedere

Qui c’è il particolare più interessante: il sociologo Marco Omizzolo è consulente proprio della Commissione Antimafia, quindi anche della sua presidente Colosimo. “Gli si potrebbe chiedere una relazione sulla misura di prevenzione, per esempio”, scrive un ex membro della Commissione Antimafia come Davide Mattiello (Pd). In effetti non sarebbe una brutta idea. Anche perché della sua volontà di “fare luce sulle stragi di Falcone Borsellino” (fu una sua promessa nei giorni dell’insediamento) non si è saputo più nulla. C’è da capirla: le toccherebbe passare per forza dal pentito Gaspare Spatuzza che ha riscritto la storia di via D’Amelio e dei depistaggi successivi senza perdere occasione di parlare dei rapporti tra Graviano, Dell’Utri e Berlusconi. Ai tempi l’ex capo di Forza Italia non la prese benissimo, cacciando Spatuzza dal programma di protezione. Ma oggi ci sarebbe un’ottima occasione per fare chiarezza. Occuparsi non solo dei pesci piccoli: indagare sui pesci grossi e sugli amici. Dovrebbe essere questo il compito della commissione. O no?

L’articolo Mafie e litorale laziale, Colosimo sorvola su Latina nella mappa dei clan sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Aggressioni e numeri falsi, tutto per una salsiccia

Il senso per la politica e per la democrazia di Coldiretti sta tutto nell’aggressione fisica del suo presidente Ettore Prandini contro i deputati di +Europa, Riccardo Magi e Benedetto Della Vedova, colpevoli di dire ciò che molti pensano: esultare per una legge che vorrebbe fare la guerra alla carne “sintetica” è la soddisfazione di una battaglia di retroguardia che trascina l’Italia fuori dal mercato, fuori (molto probabilmente) dalle prossime leggi europee e soprattuto fuori dal presente. Una campagna politica – quella di Coldiretti – basata su un volantino a due colonne, che separa il “buon” cibo “naturale” dal “cattivo” cibo “sintetico” fatto di cellule impazzite in bioreattori, come scrivono i valenti grafici dell’associazione.

All’oscurantismo si aggiunge anche una nota comica del Codacons che ieri ha pensato bene di denunciare. Chi? Magi e Della Vedova. Da non crederci. Il Codacons si è rivolto alla magistratura per chiedere di “predisporre tutti i controlli necessari per accertare la possibilità del configurarsi di fattispecie di illecito civile, amministrativo e penale quali i reati di abuso d’ufficio e Istigazione a disobbedire alle leggi e ogni fattispecie criminosa che venisse individuata”. Nella guerra per il protezionismo delle salsicce finisce perfino il sacrosanto diritto di opporsi a leggi ritenute ingiuste. Tutto mentre sullo sfondo la politica racconta di “avere salvato un mercato da 580 miliardi di euro, un terzo del Pil italiano”, dicono i partiti di maggioranza. Solo che l’Istat dice che quel mercato vale al massimo 70 miliardi. Cifre false, paure false, promesse false. La carne sembra quasi l’ultimo dei problemi.

L’articolo Aggressioni e numeri falsi, tutto per una salsiccia sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Da rottamatore a paleontologo, Renzi abbraccia il dinosauro Mastella

Matto Renzi, il rottamatore che voleva rottamare la vecchia politica, citofona a Clemente Mastella. Dopo avere perso per strada il suo ex alleato Carlo Calenda il leader di Italia Viva annaspa alla ricerca dei voti che servono per le elezioni europee, rimbalzando tra la folta schiera di ex amici traditi e tra la destra che vorrebbe conquistare ma che continua a considerarlo residuale. Così all’ex presidente del Consiglio e leader di Italia Viva non resta che incontrarsi per confabulare a lungo con Mastella. I due alla fine si abbracciano e si dicono d’accordo: serve un’area di centro “fondamentale e necessaria per la democrazia italiana senza porre alcun veto per chi ha la stessa idea e volontà”, annunciano rimasticando la solita formula che emerge ogni volta prima di un’elezione.

Renzi-Mastella, baci e abbracci

“C’è stata una manifestazione reciproca d’interesse”, ha sottolineato il sindaco di Benevento all’Adnkronos. “Entrambi ci siamo trovati d’accordo sull’idea del Centro. Ora parte un percorso per mettere assieme e chiamare a raccolta tutti quelli che si riconoscono nella tradizione popolare, liberale”. Si tratta di un progetto aperto, ma non di un nuovo partito. “Non è io che confluisco in Italia Viva. Lo schema è quello della Margherita”, ha precisato ancora Mastella.

“Alle elezioni europee c’è il sistema proporzionale, e il proporzionale chiama il centro, i liberi e forti della tradizione cattolico-democratica, i riformisti. Chi non vuole Salvini né Conte, né Meloni né Schlein, può votare per noi”, ha detto Renzi. I due in fondo si assomigliano più di quanto sembri. Matteo Renzi tra il 2012 e il 2013 voleva “rottamare” il Partito democratico per renderlo un partito “moderno”. Assicurò la sua fiducia a Enrico Letta – ai tempi presidente del Consiglio – prima di defenestrarlo e prenderne il posto. Tuonò contro i “partitini personali” e dopo essersi schiantato sul referendum costituzionale corse ad apparecchiarne uno. Assicurò la fiducia al secondo governo Conte prima di farlo cadere. Assicurò fedeltà politica a Calenda per divorziare una volta raggiunto di nuovo il suo posto in Parlamento. Lui la chiama “coerenza” ma è la stessa pasta del suo nuovo alleato Mastella fondatore compulsivo di partiti (Ccd, Cdr, Udr, Udeur e da ultimo Noi di Centro) e uomo di centrodestra o di centrosinistra alla bisogna.

Strano destino

Il bacio al rospo comunque per il leader di Italia Viva è praticamente obbligato. Le macerie del fu Terzo polo (che è sempre stato quarto) lo costringono a cercare i voti che servono per superare la soglia di sbarramento alle prossime elezioni europee che sono tra sette mesi. Quel 4% che serve a oggi al partito di Renzi è una chimera. Sono lontani i tempi in cui Matteo (era il 4 dicembre del 2022) declamava che “nel 2024 noi saremo il primo partito e Meloni andrà a casa” e chiedeva a Majorino in Lombardia “di fare il vice della Moratti”: “Noi in Lombardia si vince e dopo 30 anni la Lombardia cambia colore. Io ci credo fino all’ultimo”, prevedeva.

Una delle sue mirabolanti previsioni frantumate. Sono lontani anche i tempi in cui Mastella accusava Renzi di “doppia morale” in occasione della caduta del governo Conte II: “Dunque i responsabili sono traditori e incoerenti quando si tratta degli altri, se lo fa lui invece va bene”, disse Mastella al Corriere della Sera rincarando la dose: “Cosa dovrei rispondere? Che lui è il Renzi-Verdini?”. Ora con questo curriculum collettivo di tutto rispetto la strana coppia si prepara a sbancare Bruxelles. Sì, come no.

L’articolo Da rottamatore a paleontologo, Renzi abbraccia il dinosauro Mastella sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui