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La sinistra secondo Rama. E la sindrome d’Albania

Un ottimo esempio della sinistra che diventa destra e poi da destra insegna alla sinistra come fare la sinistra è il presidente dell’Albania Edi Rama, grande amico della presidente del Consiglio Giorgia Meloni (non è un caso) intervistato ieri dai sinistri destrorsi de Il Foglio (non è un caso).

Un ottimo esempio della sinistra che diventa destra e poi da destra insegna alla sinistra come fare la sinistra è il presidente dell’Albania Edi Rama

Dice Rama che è sorpreso dalla sinistra in Italia (attenzione: dalle parti de Il Foglio è “di sinistra” e “populista” chiunque non butterebbe una bomba atomica su Gaza) perché “uno aiuta l’Italia e viene trattato così: solo la vostra sinistra è capace di certe reazioni”. Il passaggio che vorrebbe essere inattaccabile per logica è di una fallacia mostruosa: Giorgia Meloni non è “l’Italia” (mica per niente quelli che si oppongono vengono chiamati opposizione, mica stranieri) e il “prestare aiuto” non di per sé un atto angelico.

Se domani bussasse Goebbels per chiedere aiuto non sarebbe un gesto umanitario collaborare alle sue faccende. A questo punto il giornalista pone una domanda fenomenale per l’equilibrio che inizia così: “Edi Rama, che è un conoscitore delle cose di casa nostra, entra nella carne viva dell’opposizione. Che cerca, dice, di attaccarsi sempre allo scandalo del giorno senza poi afferrare nulla e soprattutto senza mai incidere nel dibattito”.

Che fa quindi il presidente albanese? Annusa l’aria e ci spiega che “il Pd non ha imparato niente da Giorgia” che è il più bel complimento che possa ricevere la segretaria dem Elly Schlein visto che guida un partito che negli ultimi anni ha assorbito fin troppo dai presunti avversari politici. Per il presidente albanese “Giorgia (la chiama proprio così ndr) quando non governava non stava tutti i giorni a dire questa cosa non è buona, fa tutto schifo”. Sì, ciao.

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Benedetto… Figliuolo! Non bastava il flop in Emilia-Romagna ora tocca alla Toscana

Voci sempre più insistenti indicano il generale Francesco Paolo Figliuolo pronto ad aggiungere anche la Toscana al suo ruolo di commissario per l’emergenza in Emilia Romagna. Verrebbe da credere che l’ulteriore occupazione sia il riconoscimento al generale degli ottimi risultati raggiunti se non fosse che proprio i cittadini dell’Emilia Romagna, con i loro amministratori, stanno vivendo in questi ultimi due giorni i momenti più concitati di un rapporto mai sbocciato.

Voci sempre più insistenti indicano il generale Figliuolo pronto ad aggiungere anche la Toscana al suo ruolo di commissario in Emilia-Romagna

Due giorni fa il commissario Figliuolo ha pensato bene di prendersela con i sindaci emiliani e romagnoli accusandoli di avere “più voglia di fare polemica che di rimboccarsi le maniche”. Una frase infelice che ha suscitato lo sconcerto degli amministratori locali del territorio. Ieri Figliuolo ha provato quindi a metterci una pezza. No, non ci è riuscito. “Io voglio lavorare assieme in maniera positiva. Questo è il mio mandato, sono abituato così. Se si fa squadra si vince, se non si fa squadra si rischia di non raggiungere gli obiettivi”, ha detto ieri il generale nel suo tour bolognese dopo quella che ha definito “un’ottima riunione operativa” per sviscerare “i temi sulla ricostruzione pubblica e privata”.

Tra le sue promesse (ben sei mesi dopo) c’è anche un emendamento alla legge 31 luglio 2023 n.100 per fare arrivare i risarcimento anche alle frazioni che non erano contenuti nella legge originaria. I sindaci che fino al giorno prima erano degli scansafatiche nel giro di 24 ore per il commissario voluto dal governo ora sono indispensabili per “fare squadra”. A stretto giro di posta risponde, a nome degli amministratori presenti all’incontro, la sindaca di San Lazzaro di Savena, Isabella Conti, che ha definito “importante” l’incontro “per porre le nostre perplessità e le criticità riscontrate nell’attuazione dei decreti e questo ci ha consentito di aprire un dialogo molto franco e diretto, trasparente”.

Promette “lotta per i rimorsi totali” il presidente della regione Emilia Romagna Stefano Bonaccini: “Io non sono al governo del Paese, ognuno si prenda le sue responsabilità – dice ospite di Restart su Rai 3 -. Io darò sempre una mano al governo del paese, perché è anche il mio governo, ma sappiano che noi, fino a che non avremo visto per gli imprenditori, per le famiglie e per i sindaci il 100% dei rimborsi, se lo mettano bene in testa, non ci sposteremo di un millimetro, esattamente come abbiamo fatto con il terremoto”.

E così nel pomeriggio “la grande squadra” dei sogni di Figliuolo viene bombardata, questa volta dai partiti di maggioranza. “Ha ragione il Commissario Figliuolo, – tuona intempestivo il senatore di Fratelli d’Italia Marco Lisei – sono mesi che combattiamo contro le polemiche pretestuose e le mistificazioni messe in campo dai sindaci e dalle truppe del Partito democratico, sono mesi che questi amministratori hanno abdicato alla collaborazione ed alla cura del territorio per imbracciare la lotta al Governo”.

Il generale blatera di lavoro di squadra. Ma dopo quasi 6 mesi dal disastro la Romagna non ha visto ancora un euro

Per Lisei per sopportare il Partito democratico non sarebbe stato sufficiente neppure un Santo” e anche Rosaria Tassinari di Forza Italia, coordinatrice azzurra per l’Emilia-Romagna, parla di “notizie, per altro totalmente infondate, diffuse da taluni sulle quantità e sulla modalità dei rimborsi” puntando il dito contro i dem. Il prossimo 21 novembre Figliuolo sarà in Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna, per confrontarsi con le forze politiche elette in Regione. Intanto sul profilo di X (ex Twitter) del Partito democratico anche stamattina, come tutti i giorni, è comparso un messaggio: “173 giorni dalla passerella in stivali nel fango della Presidente #Meloni, e neanche un euro è arrivato ai cittadini dell’Emilia-Romagna per l’alluvione #GovernoSoloChiacchiere”. Altro che lavoro di squadra.

Leggi anche: In Emilia-Romagna la ricostruzione è al palo. I sindaci contro Figliuolo. Il commissario sostiene che i fondi non vengono erogati perché non richiesti. La replica dei Comuni: “Sconcertati”

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Bandecchi: “Giorgia circondata da ministri inadeguati. Come la Manovra”

“Come tutte le persone ho diverse anime. Ne ho una che è il peggio di me che anch’io non sopporto. Le ricordo che un paio di volte al giorno tutte le persone fanno la cacca. Non è bella ma c’è dentro di noi”. Stefano Bandecchi, imprenditore, sindaco di Terni e coordinatore nazionale di Alternativa popolare è uomo dalle riflessioni tumultuose ma al telefono non rivendica i fatti per cui sale ogni tanto nella cronaca nazionale.

Bandecchi, cosa ne pensa di questa Manovra
“Per me è una manovra molto tecnica, una manovra che non mi piace perché non ha nessuna scelta politica. Una manovra che non farà crescere l’Italia come le manovre di questi ultimi 30 anni”.

Non sembra benevolo con il governo. Come lo giudica
“Scarso di professionalità adeguate. Composto da molti ministri che non sono le persone giuste nel posto giusto. Purtroppo è un governo fatto da una destra non preparata a governare”.

I nomi di questi ministri inadeguati?
“Non mi metterei mai a farne”.

Eppure la dipingono tutti come schiettissimo…
“Posso dire che Giorgetti lo reputo uno dei migliori ministri”.

Il blocco degli sbarchi promesso dal governo non pare stia andando benissimo…
“Una roba demenziale. E infatti con l’Albania paghiamo una tangente per farlo fare a loro e meglio”.

Ma la legge non permette blocchi navali…
“Non ho mai creduto nel blocco navale che sarebbe impossibile anche solo per una questione di costi. L’immigrazione andrebbe guardata con meno retorica e più lucidità. Le faccio un esempio pratico matematico: negli ultimi dieci anni in Italia sono arrivate un milione e mezzo di persone e ne sono rimaste 500mila. Quindi l’Italia non è più appetibile nemmeno per loro. Nel 2023 per la prima volta abbiamo più emigrati che immigrati. Io lo trovo un dato preoccupantissimo. Ci sono altri due aspetti: gli extracomunitari che sono qui smettono di fare figli percependo la crisi italiana e la seconda è che gli italiani stanno scappando. Per un governo che voleva tenere alta l’italianità direi che dobbiamo preoccuparci. Gli italiani studiano e lavorano all’estero e noi abbiamo mantenuto solo la mucca Chianina”.

La mucca Chianina
“Ci saranno più mucche che italiani. Questa storia della mucca Chianina è simbolica: non possiamo avere aziende che fanno carne coltivata ma possiamo mangiarla. Per difendere la mucca Chianina non faremo ricerca e nei nostri ristoranti intanto danno il 60% di carne argentina”.

A proposito di comportamenti, ha visto Sgarbi come trattava i suoi autisti?
“Io sono molto cattivo e ho avuto atteggiamenti molto sbagliati ma sempre verso i potenti. Sono uno zerbino con le persone umili, sono forte con i forti e molto debole con i deboli. Questi sono il contrario”.

C’è molto rumore anche per una certa inclinazione alla parentopoli di governo…
“Ho visto carriere fulminanti di alcuni figli di esponenti importanti, ministri, presidenti del Senato. Trovo questa cosa estremamente sgradevole e molto poco intelligente”.

Da uomo di destra è deluso dalla destra
“Io sono un liberale, di centrodestra come indole. Il mio partito è iscritto al partito popolare europeo”.

Come si definirebbe?
“Io mi reputo un capitalista sociale di un capitalismo europeo, molto sociale, vicino alle classi più deboli. Oggi siamo in mano alla destra sociale”.

Che ne pensa della riforma del premierato?
“Finora non avevo visto gesti fascisti come questo: saremmo l’unico paese al mondo che elegge un presidente del Consiglio al primo turno, senza ballottaggio. È una cazzata che per avere stabilità si debba avere un duce. Ricordo che siamo stati la quinta potenza mondiale mentre cambiavamo governo ogni sei mesi. Oggi non contiamo un cazzo anche se abbiamo il maggioritario. Stiamo tornando al culto dell’uomo solo al comando. Già Berlusconi (che era un carissimo amico) ha sbagliato a mettere il suo nome all’interno del simbolo. Addirittura c’è ancora adesso da morto. Solo la Chiesa con Gesù si comporta così. Mancano i partiti e la cultura di partito”.

Meloni dice che governerà altri 4 anni…
“Sono contento. Se la Meloni va avanti così per i prossimi 4 anni sarò il prossimo presidente del Consiglio”.

E cosa farebbe?
“Farei una manovra interamente politica. A Terni se avessi dovuto ascoltare i tecnici avrei dovuto mettere 600mila euro sulle strade e invece ci ho messo 6 milioni. Dare un po’ di soldi a tutti non è possibile. Qual è l’indirizzo economico e industriale di questa manovra Nessuno. Cosa c’è per il lavoro? Nulla. Bisogna avere il coraggio di scegliere. Questa è una manovra che non aggiunge nulla e che non ripaga un solo euro del debito che abbiamo accumulato. Un governo così non serve a nulla, bastava pagare dei buoni ragionieri”.

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Pure il Muro di Berlino con Salvini diventa girevole

Sempre preso dalla sua comunistofobia ieri Matteo Salvini ha pensato bene di celebrare la caduta del muro di Berlino scrivendo sui suoi social: “Trentaquattro anni fa cadeva il Muro di Berlino, che avrebbe visto da lì a poco la fine del regime comunista sovietico. Un simbolo di Libertà e Democrazia, contro le violenze e le oppressioni dei diritti. Ricordare per non dimenticare: mai più dittature”.

Ieri il vicepremier Matteo Salvini ha pensato bene di celebrare la caduta del muro di Berlino scrivendo sui suoi social

Al ministro dei Trasporti sfugge da sempre la regola che la credibilità di un messaggio dipenda anche dall’autorevolezza del messaggero e così diventa impossibile non cogliere alcune incongruenze all’interno della sua declamazione. Viene da chiedersi ad esempio come possa essere che il regime comunista sovietico sia “finito” se i giornali della sua parte politica lo vedono tutti i giorni vivissimo nell’incarnazione di Putin. La Russia (così come Putin) diventa comunista e poi “faro nel mondo” (parole della stesso Salvini quando era amicissimo del presidente russo) una decina di volte al giorno, avanti e indietro.

Sfugge anche come possa celebrare la fine di un muro lo stesso politico che si eccitava all’idea che Austria, Cipro, Danimarca, Grecia, Lituania, Polonia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia e Slovacchia chiedessi un muro a testa in giro per l’Europa. “Se ben 12 Paesi Europei con governi di ogni colore chiedono di bloccare l’immigrazione clandestina, con ogni mezzo necessario, così sia. L’Italia che dice?”, chiese Salvini nell’ottobre del 2021. Per non parlare del muro che Salvini (e Meloni) sognerebbero di piantare sulle coste del Mediterraneo La domanda è scontata: “Se Salvini vuole i muri e contemporaneamente celebra la caduta di un muro che sembra”.

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Come va la guerra Male, come tutte le guerre

Com’è andata la conferenza di Parigi sugli aiuti a Gaza che si è tenuta ieri? Male, non è riuscita, ad oltre 1 mese dall’inizio del conflitto, a centrare quello che era l’unico vero obiettivo: chiedere un immediato cessate il fuoco.

Lo spiega bene Oxfam: “Sebbene gli sforzi diplomatici del presidente francese Macron per aiutare i civili palestinesi siano da apprezzare, i risultati della conferenza sono deludenti. La mancanza di un forte appello per un immediato cessate il fuoco, mina lo scopo stesso di questo incontro, riducendolo a un mero gesto simbolico. – sottolinea Paolo Pezzati, portavoce per le crisi umanitarie di Oxfam Italia –. Bisogna salvare la vita dei civili e intervenire con gli aiuti quanto prima possibile. Aiuti che al momento è pressoché impossibile distribuire per via degli intensi bombardamenti e delle vie di comunicazione interrotte”.

La situazione a Gaza in queste ore è catastrofica. Milioni di civili sono allo stremo e stanno subendo una punizione collettiva: in media un bambino rimane ucciso ogni 10 minuti e interi quartieri sono ridotti in macerie. Tre quarti della popolazione è stata costretta a fuggire dalle proprie case, circa 1,5 milioni di persone. Sono oltre 10.569 le vittime, tra cui 7.081 donne e bambini; 2.450 persone, di cui 1.350 bambini, risultano disperse e potrebbero essere ancora intrappolate o morte sotto le macerie. 

Oxfam è chiara: Israele come “potenza occupante”, secondo il diritto umanitario internazionale, ha l’obbligo legale di garantire il benessere della popolazione di Gaza, compresa la fornitura di aiuti.

Buon venerdì. 

foto del giornalista Motaz Azaiza che da più di un mese sta coraggiosamente documentando quel che accade a Gaza follow @azaizamotaz9

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Promessometro di governo. Giorgia ha mantenuto solo 17 impegni su cento

Quante promesse ha mantenuto il governo guidato da Giorgia Meloni? Immaginando di suddividere le promesse in 100 obiettivi importanti il sito di fact cheking Pagella Politica ha fatto i conti scoprendo che le cose stanno andando diversamente da come vengono raccontate: più della metà è in corso di attuazione, ma in tre casi è stato fatto il contrario di quanto promesso. Solo 17 promesse su 100 sono state mantenute mentre per 21 il governo non ha fatto nulla per rispettare la parola data ai suoi elettori prima delle elezioni. In tre casi le promesse risultano essere “compromesse” perché il governo ha fatto l’esatto contrario di quanto si era impegnato a fare.

L’analisi sull’esecutivo Meloni di Pagella Politica. Ecco tutti i flop collezionati dal governo dai migranti alla ricerca

Tra le 17 promesse mantenute Pagella Politica elenca: la sostituzione del reddito di cittadinanza con l’assegno di inclusione e il supporto per la formazione e il lavoro; il sostegno militare all’Ucraina, con l’invio di due pacchetti di armamenti che si sono aggiunti a quelli mandati dal governo Draghi; l’introduzione di nuovi incentivi per le assunzioni dei lavoratori, tra cui donne e giovani; l’aumento dell’estrazione di gas naturale in Italia; e l’innalzamento del limite all’uso del denaro contante, portato a 5 mila euro. Tra le 59 promesse che sono in corso di attuazione secondo Pagella Politica ci sono alcuni dei provvedimenti principali promossi dal governo. Qui, per esempio, rientrano la revisione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), su cui sono in corso le trattative con l’Unione europea; il taglio del cuneo fiscale, che è stato approvato, ma non in via strutturale; l’estensione del regime forfettario (chiamato impropriamente “flat tax”) per le partite Iva con ricavi fino a 85 mila euro, e non 100 mila come promesso nel programma di coalizione; la riforma fiscale, la cui legge delega è stata approvata dal Parlamento e che ora il governo dovrà concretizzare con i decreti attuativi; il sostegno alla natalità e altre varie riforme, come quella della giustizia.

Tra i punti disattesi persino la riforma del premierato che ha rimpiazzato l’elezione diretta del Capo dello Stato

Mentre tra le 21 promesse che secondo Pagella Politica il governo non è ancora riuscito a mantenere spiccano la “difesa dei confini nazionali ed europei” dai migranti, con gli sbarchi che dal 1° gennaio al 24 ottobre 2023 sono quasi raddoppiati rispetto allo stesso periodo del 2022; la creazione di hotspot nei Paesi fuori dall’Europa; l’allineamento ai parametri europei degli investimenti nella ricerca; la “salvaguardia della biodiversità” con “l’istituzione di nuove riserve naturali”; e l’introduzione della “valutazione dell’impatto generazionale delle leggi e dei provvedimenti a tutela delle future generazioni”. Nella sezione delle promesse compromesse il sito invece rileva come Giorgia Meloni avesse chiesto “l’elezione diretta del Presidente della repubblica” durante la sua campagna elettorale. Il cosiddetto “premierato” di cui si sta discutendo in queste settimane prevede una riforma costituzionale per l’elezione del presidente del Consiglio.

Sulla promessa del governo di “prodotti e i servizi per l’infanzia” pesa la prossima Legge di Bilancio che invece prevede invece la fine del taglio dell’iva al 5%. Niente da fare anche per la promessa “piantumazione di alberi sull’intero territorio nazionale”. Ridiscutendo con l’Unione europea il Pnrr il governo Meloni ha chiesto di poter ridimensionare l’obiettivo, considerato irraggiungibile, di piantare 6,6 milioni di nuovi alberi entro il 2024. Analizzando gli ambiti Pagella Politica nota come le promesse non mantenute riguardano soprattutto le sezioni “Giovani e sport”, “Ambiente” e “Scuola, università e ricerca”. Molti di loro sono quelli spesso in piazza. Chissà perché.

 

Leggi anche: Ministri scavalcati e decreti fiume. Il premierato di fatto esiste già. L’iter della riforma costituzionale deve ancora partire. Ma la svolta autoritaria di Meloni dura da un anno

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«Che vergogna la Rai che spettacolarizza uno stupro»: un appello contro Avanti Popolo di Nunzia De Girolamo

Nella trasmissione “Avanti popolo” condotta da Nunzia De Girolamo non c’è solo un problema di ascolti. Per la credibilità dell’azienda pubblica e per il rispetto del suo ruolo nel Paese esiste un tema che intellettuali, giornalisti, scrittori, operatori dell’informazione e dello spettacolo, rappresentanti di associazioni, attivisti stanno provando a sollevare: la pornografia del dolore che di solito era recintata in alcune televisioni private che ne hanno fatto una missione. 

«Nel corso dell’intervista alla vittima dello stupro di Palermo, la conduttrice Nunzia De Girolamo non le risparmia di rivivere nei minimi dettagli il trauma subito. La trasmissione contrasta con le policy di genere approvate dal Cda», hanno scritto giovedì 2 novembre 2023 le Commissioni Pari Opportunità di Rai ed Usigrai commentando la puntata di Avanti Popolo andata in onda il 31 ottobre su Rai 3.

Si parla della violenta intervista alla ragazza vittima di uno stupro di gruppo a Palermo. «Riteniamo che la modalità di intervista incalzante nei confronti della sopravvissuta e la conduzione adottate da De Girolamo rappresentino un esempio inaccettabile di pornografia del dolore», si legge nell’appello che circola da qualche giorno in rete. L’intervista di De Girolamo in effetti aveva le tipiche caratteristiche di un interrogatorio, come spesso accade nelle dinamiche di rivittimizzazione che ancora troppo spesso viene rilevata alle donne. 

«Chiediamo pertanto – si legge nella conclusione della lettera – che i vertici dell’azienda,  in vista del 25 Novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, prendano posizione sull’accaduto e si assumano la responsabilità di una gestione dell’informazione e del servizio pubblico adeguata al ruolo informativo, culturale e sociale della Rai». Attendiamo.

Buon giovedì. 

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Ministri scavalcati e decreti fiume. Il premierato di fatto esiste già

Che il sogno della donna sola al comando – seppur chiamata con l’articolo al maschile – fosse un’ossessione di Giorgia Meloni era facilmente intuibile fin dal suo primo discorso in Parlamento, subito dopo la sua nomina a presidente del Consiglio. Perfino prima, nel bel mezzo delle trattative, quel suo “non sono ricattabile a differenza di altri” lanciato contro Silvio Berlusconi lasciava intendere che la leader di Fratelli d’Italia vedesse anche nei suoi alleati dei possibili nemici.

Dai migranti al Pnrr la premier Meloni ha commissariato l’esecutivo. E svilito il ruolo delle Camere

Nel libro di Bruno Vespa uscito in questi giorni la premier rincara la dose: “Margaret Thatcher – dice Meloni – si faceva portare soltanto i giornali che parlavano bene di lei. Io nemmeno quelli. Non leggo niente per non essere condizionata. Non ho padroni, non ho niente da restituire. Mi fido solo della mia coscienza e mi interessa solo il giudizio degli italiani”, riferendosi chiaramente ai suoi compagni di governo. Poi aggiunge di essere “schietta nel trasferire” le sue convinzioni: “Non abbasso la testa. Non ho complessi d’inferiorità”, risponde la presidente del Consiglio, incapace di abbandonare il vittimismo sfidante che in campagna elettorale le ha portato così tanta fortuna.

Per questo non stupisce che la promessa della campagna elettorale di “far eleggere il Presidente della Repubblica” si sia modellata nel corso di quest’anno di governo nella voglia di un premierato che aumenti i poteri del presidente del Consiglio. La riforma costituzionale per Meloni è un passo “verso la governabilità” perché riflette perfettamente la sua idea di governo: un esecutivo che scippa l’azione legislativa al Parlamento svilito in un votificio affermativo delle intenzioni e un presidente della Repubblica da estrarre dalla naftalina in occasione delle cerimonie. Per questo da Palazzo Chigi è iniziata la conta per valutare le possibilità di ottenere una maggioranza abbastanza ampia da evitare il referendum confermativo su cui si è già schiantato Matteo Renzi.

L’iter della riforma costituzionale per introdurre il premierato deve ancora partire. Ma la svolta autoritaria di Meloni dura da un anno

Ma il premierato di Giorgia Meloni nei fatti è già qui, ora. Anche in occasione del Memorandum d’intesa firmato con l’Albania Meloni non ha abbandonato la sua abitudine di informare i suoi ministri praticamente a giochi fatti. Ieri il ministro agli Esteri Antonio Tajani ha chiesto, piuttosto risentito, di poter vedere una bozza dell’accordo con il presidente albanese Edi Rama mentre dal Viminale il ministro all’Interno Matteo Piantedosi non ha potuto fare altro che prendere atto di un ulteriore commissariamento di Palazzo Chigi sul tema dell’immigrazione.

Nessuna voce in capitolo ha invece il leader della Lega Matteo Salvini che pur essendo ministro e vice presidente del Consiglio non può fare altro che mandare avanti i suoi a logorare la premier. Non è un caso che il suo vice Andrea Crippa parli di “un buon accordo” con Tirana ma puntualizzi che “non basta”: “Bisogna utilizzare il metodo Salvini”, dice il vice segretario federale della Lega. Il premierato di fatto di Giorgia Meloni è plasticamente riscontrabile anche nella bozza della legge di bilancio da cui sono scomparsi i punti fondamentali di Matteo Salvini (la riforma Fornero che la Lega avrebbe voluto abolire ne esce praticamente rinforzata) e le priorità di Forza Italia, tanto che Antonio Tajani aveva reagito stizzito leggendo la bozza.

Che la presidente del Consiglio abbia deciso che la prossima Manovra finanziaria non sia emendabile in Parlamento (invertendo perfino il Senato con la Camera per evitare polemiche) è perfettamente in linea con l’abuso di decreti legge che in questo anno hanno sostituito di fatto l’iniziativa parlamentare sui temi più scottanti. Insomma, il premierato è già qua, manca solo la legittimazione.

Leggi anche: Meloni si è completamente dimenticata della crescita. Il Fondo monetario internazionale boccia la manovra: “Mancano le riforme, il governo deve essere più ambizioso”

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Due bicchieri e al volante. Salvini pericolo costante

Ieri il ministro alle Infrastrutture e ai Trasporti Matteo Salvini, in attesa di completare i lavori del Ponte sullo Stretto che devono ancora cominciare, ha deciso di occuparsi di guida e alcol: “Nel nuovo codice della strada non tocchiamo il tasso alcolemico: qualche bicchiere di vino non solo non fa male, ma è assolutamente lecito per chi lo ritiene salutare”, ha detto il leader leghista intervenendo all’evento inaugurale di Eicma, l’esposizione internazionale delle due ruote, alla Fiera di Milano Rho.

L’annuncio di Salvini: “Nel nuovo codice della strada non tocchiamo il tasso alcolemico: qualche bicchiere di vino non solo non fa male”

Per la sua riconosciuta eleganza il ministro non ha voluto svelare di essere un grande amante delle bevande alcoliche come si evince dalle sue ormai celebri fotografie in diverse occasioni e da un suo paradigmatico tweet nella notte del 13 luglio 2013 in cui scriveva testualmente: “Gran serata coi Fratelli Leghisti. Ginepro, assenzio, limoncello e ora… sereni al volante con Vasco! Liberi liberi siamo Noi!!!”.

Per il ministro non conta l’ultimo report dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sull’impatto dell’alcol nel mondo attribuisce al consumo delle bevande alcoliche il decesso di 3 milioni di persone ogni anno, di cui 17mila in Italia per una media di 48 al giorno. Per Salvini l’importante è schiacciare il pedale sull’ipocrisia dell’alcol salutare con tesi antiscientifiche.

Come dice l’Oms “non esiste soglia di sicurezza nel consumo di bevande alcoliche, non c’è una dose che non presenti rischi per la nostra salute” e come dice l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro l’etanolo è sostanza sicuramente cancerogena. Chi vuole bere beva ma senza raccontare fregnacce. E soprattutto non faccia il moralista sulle abitudini degli altri.

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Rama rifila un pacco all’amica Meloni. I centri per i rimpatri non si possono fare in Albania

Al di là degli aspetti politici – condannabili fin dalla radice – il nuovo accordo con il premier albanese Edi Rama di cui è fiera la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è fragilissimo dal punto di vista giuridico. Le leggi, che piaccia o no, contano molto di più della propaganda. E saranno le leggi, ancora prima del fallimento della retorica, a far cadere il castello di bugie. Innanzitutto ci sono gli accordi dell’Unione europea.

L’accordo tra Italia e Albania per realizzare centri per migranti è fragilissimo dal punto di vista giuridico

L’altro ieri la presidente del Consiglio ha dichiarato alla stampa che il Memorandum d’intesa con l’Albania prevede la realizzazione in Albania di due centri per il rimpatrio, che dovrebbero ospitare ogni mese fino a 3000 persone definite “irregolari”, ma solo se soccorse nel Mediterraneo da navi militari italiane, come quelle della Marina Militare e della Guardia di Finanza. La presidente del Consiglio aveva anche dichiarato che l’Unione europea era stata informata dell’iniziativa. Le dichiarazioni di ieri della Commissione europea dicono tutt’altro: “Siamo stati informati dell’accordo Italia-Albania prima dell’annuncio”, ha spiegato la portavoce lasciando intendere che anche nelle istituzioni brussellesi si attende di conoscere i dettagli del documento.

Bruxelles ora vuole verificare se tra i punti dell’accordo non emergano violazioni degli Accordi di Dublino, dato che si tratta di un patto con uno Stato terzo, fuori dall’Unione. Dal testo circolato si apprende che i migranti che potranno essere trasferiti nei due centri pensati per l’accoglienza temporanea in Albania, in attesa della valutazione della loro domanda di protezione internazionale, sono solo quelli soccorsi in mare dalle navi delle autorità italiane.

Questo potrebbe far sì che l’Italia, pur assumendosi tutte le responsabilità della gestione di queste persone anche in territorio albanese, non risulti Paese di primo approdo e non sia quindi costretta a gestire tutto l’iter di valutazione dei singoli casi sul suolo nazionale. Come sottolinea l’avvocato esperto in diritti umani, Fulvio Vassallo Paleologo sul sito dell’Associazione diritti e frontiere (Adif) La consegna delle persone soccorse in mare alle autorità albanesi, al momento dello sbarco, fino, presumibilmente, all’ingresso nei centri di detenzione, che si asserisce sarebbero “sotto giurisdizione italiana”, potrebbe costituire una ipotesi di respingimento collettivo analoga a quella riscontrata e condannata dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo nel caso Hirsi, quando nel 2009 una motovedetta della Guardia di finanza riconsegnò alle autorità libiche, entrando nel porto di Tripoli, decine di naufraghi soccorsi in acque internazionali (pratica illegale che comunque si protrasse fino al 2010, con trasbordi più discreti in alto mare, piuttosto che con l’ingresso delle unità militari italiane nei porti libici).

In quell’occasione la Corte di Strasburgo affermò che sebbene il soccorso fosse avvenuto in acque internazionali, il codice della navigazione italiano, oltre che il diritto internazionale, riconoscono che sulla nave militare in alto mare si applica la giurisdizione dello stato della bandiera. Dunque, in quella occasione, tra il momento in cui i profughi venivano accolti a bordo delle navi italiane e quello in cui gli stessi erano consegnati alle autorità libiche a Tripoli, le autorità italiane avevano esercitato su di essi un controllo de facto che impegnava la responsabilità dello stato italiano per qualunque violazione dei diritti sanciti dalla Convenzione europea.

I giuristi sottolineano anche come i precedenti di applicazione extraterritoriali sono pessimi: “L’accordo tra Australia e Papua Nuova Guinea, che ha “affittato” alcune isole per far costruire strutture di trattenimento, e quello Uk-Ruanda sospeso dalla Corte d’appello britannica. – spiegava ieri Maurizio Veglio, l’avvocato esperto in protezione internazionale avvocato, che fa parte dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) – Questi esempi mostrano la peggiore ripartizione possibile di oneri tra un paese servente e uno dominante. Tornando all’accordo tra Meloni e Rama, è tutto da verificare cosa debba fare l’autorità albanese per garantire che un territorio di sua giurisdizione sia espropriato e soggetto a norme italiane e Ue nei cui confronti l’Albania non ha alcun vincolo”.

Ci sarebbe poi l’impossibilità di fare valere i diritti di difesa e le garanzie della libertà personale previsti dalla Costituzione italiana (a partire dal’art.13 che impone la tempestiva convalida da parte di un giudice di ogni misura di trattenimento amministrativo attuata sotto la giurisdizione italiana) e dalle norme sovranazionali dettate dalle Nazioni Unite a protezione dei richiedenti asilo, e dall’Unione Europea in materia di rimpatri e procedure per il riconoscimento della protezione internazionale. Non solo: riconoscere l’Albania come “Paese sicuro” non autorizza respingimenti collettivi, vietati dall’art. 19 della Carta dei diritti fondamentali del’Unione Europea, pratiche illegali di privazione della libertà personale o procedure di rimpatrio vietate dalla Direttiva 2008/115/CE, e dalle Direttive n. 32 e 33 del 2013, in materia di procedure e di accoglienza per richiedenti asilo.

In ogni caso le attività degli assetti militari in mare, con riferimento al soccorso dei naufraghi ed al contrasto dell’immigrazione irregolare, non possono prescindere dagli obblighi imposti dal Regolamento europeo n.656 del 2014. Come ricorda Vassallo Paleologo “la Corte europea dei diritti dell’Uomo ha già sanzionato l’Italia nel 2014 sul caso Sharifi per i respingimenti collettivi effettuati verso un paese terzo “sicuro”, come poteva esserlo nel 2009 la Grecia, e sentenze più recenti hanno condannato su diversi casi il nostro Paese per trattenimenti informali o “de facto“, senza la tempestiva convalida giurisdizionale imposta in precisi termini temporali, oltre che dall’art. 13 della Costituzione italiana, dagli articoli 5, 6 e 13 della Convenzione europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo”. Per le polemiche politiche invece basta la frase dello stesso premier albanese Rama che in un’intervista laconicamente dice “ce l’hanno chiesto ma non servirà a niente”.

L’articolo Rama rifila un pacco all’amica Meloni. I centri per i rimpatri non si possono fare in Albania sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

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