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Intesa fantasma Italia-Albania: accordo fuori dal diritto europeo

Prima c’è stato il Consiglio d’Europa che tre giorni fa ha sottolineato come l’accordo tra l’Italia e l’Albania sui migranti e sull’asilo extraterritoriale fosse “preoccupante per i diritti umani”. Poi è arrivata la bocciatura della Corte Suprema di Londra per l’accordo simile che il governo britannico aveva firmato con il Ruanda. Ora il protocollo firmato da Giorgia Meloni e Edi Rama viene martellato dagli uffici giuridici dell’Unione europea che sottolineano come il memorandum non violi le leggi europee per un motivo banale e tutt’altro che risolutivo: è al di fuori del diritto comunitario.

Protocollo Italia-Albania: solo propaganda

Non c’è niente per cui esultare: “L’intesa sembra applicarsi a tutti i soccorsi effettuati da navi italiane in alto mare, ovvero al di fuori delle acque territoriali italiane e quindi europee”, ha detto la commissaria Ue agli Affari Interni Ylva Johansson rispondendo ad una domanda a Bruxelles. Così mentre gli uffici legislativi dei ministeri degli Esteri, della Giustizia e degli Interni si scapicollano per trovare una quadra giuridica solida, l’Unione europea si limita a sottolineare come i salvataggi dei migranti che Meloni vorrebbe deportare in Albania debbano avvenire in acque non europee dove vige il regolamento di Dublino.

Peccato che le navi “italiane”, quelle della Guardia costiere e della Guardia di finanza, operino per la stragrande maggioranza dei casi in acque italiane (e quindi europee) e le poche volte che sconfinano si spostano nelle acque maltesi, sempre europee. Non esistono operazioni di ricerca e soccorso che si spingano in acque extraeuropee – ad esempio sulle coste libiche – dove le operazioni di ricerca e di soccorso sono state appaltate (anche quelle) alla cosiddetta Guardia costiera libica. Guardia costiera che, tra le altre cose, profumatamente paghiamo e addestriamo per operare spesso al di fuori delle leggi internazionali.

La valutazione preliminare della commissaria europea che precisa come in Albania non di applichi il diritto d’asilo europeo rimanda di fatto alla giurisdizione italiana dove, a dispetto del governo, l’articolo 10 della Costituzione che recita senza troppe possibilità di interpretazione che “lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione Italiana, ha il diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”. A questo si aggiunge anche la delicata situazione politica albanese che chiede di entrare nell’Unione europea: Bruxelles difficilmente potrebbe vedere di buon occhio una “delocalizzazione giuridica” in uno Stato che vorrebbe essere membro.

Solito teatrino

Se l’Albania entrerà nell’Ue quell’accordo ovviamente decadrebbe immediatamente e questa incoerenza è una delle maggiori critiche che l’opposizione albanese imputa al presidente Rama. Nel frattempo ieri il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani ha annunciato che “non c’è necessità giuridica di una ratifica di questo trattato ma questo non impedisce un dibattito in Parlamento che avverrà martedì con il vicepresidente Tajani”. Il ministro degli Esteri e segretario nazionale di FI nel corso di una conferenza stampa nella sede del partito, ieri a Roma, ha spiegato che martedì sarà in Aula: “Ci sarà il dibattito, ci saranno delle risoluzioni, si voterà. Permettetemi di dire al Parlamento quello che sarà, e non anticiparlo, altrimenti non sarei corretto nei confronti dei miei colleghi. Io ho grande rispetto per deputati e senatori”, dice Tajani. Ma il loro problema principale resta quello di rispettare le leggi e la Costituzione.

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Sciopero dell’orgoglio, altro che pregiudizio

Se oggi avrete la sensazione di vivere in un Paese devastato dallo sciopero e dai disservizi oppure se oggi siete convinti di non riuscire a superare l’effetto disturbante che vi procurano i lavoratori che chiedono e difendono i propri diritti potete spendere qualche minuto per aprire il finestrino e guardare un po’ più in là dell’aiuola dall’altra parte della strada. 

Potreste accorgervi che dal 2022 e per tutto il 2023 i macchinisti in Germania hanno aderito all’iniziativa sindacale che gli ha permesso di ottenere un aumento di 410 euro mensili con un una tantum di 2.850 euro esentasse. 

Oppure potreste scorgere ciò che accade in Francia dove a mobilitarsi sono stati trasporti, scuola, sanità e altri servizi pubblici che seguono gli scioperi della stragrande maggioranza delle categorie che si opponevano alla riforma delle pensioni voluta dal presidente Macron. 

Negli Usa sono stati quasi 50mila i lavoratori che hanno incrociato le braccia nel settore automobilistico. Lì nessuna precettazione e nessuna accusa di bighelloneria ai lavoratori: ai picchetti dei lavoratori si è presentato il presidente Joe Biden e perfino il suo sfidante Donald Trump. Inutile dire che il risultato in termini di salari sia stato eclatante. 

Se invece davvero non ce la fate a non guardare il contesto italiano vi è utile un dato: secondo l’Ocse, nel nostro Paese i salari reali, cioè al netto dell’inflazione, sono calati del 7,5 per cento rispetto al periodo precedente la pandemia. L’Italia è anche l’unico Paese europeo in cui i salari sono diminuiti rispetto al 1990. Altro che pregiudizio, qui è una questione di orgoglio. 

Buon venerdì. 

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Come ti… Insegno la Rai. Ascolti vuoti e tasche piene

Vi ricordate il furioso abbaiare contro Fabio Fazio per il suo compenso in Rai che tra le altre cose era ampiamente ripagato dalla raccolta pubblicitaria grazie al folto numero di telespettatori? Oggi parliamo di un altro compenso di un esterno Rai che conduce la trasmissione Mercante in fiera collezionando imbarazzanti risultati: Pino Insegno.

Oggi parliamo di un altro compenso di un esterno Rai che conduce la trasmissione Mercante in fiera collezionando imbarazzanti risultati: Pino Insegno

Pino Insegno (che in Rai ha raccolto sempre deludenti risultati anche in passato) avrebbe dovuto prendere il timone dell’Eredità con l’arrivo del nuovo anno ma la disfatta ha convinto i dirigenti della televisione pubblica a lasciarlo in panchina. Quella trasmissione però dovrà fare da traino al Tg1 e nessuno ha osato mettere a rischio gli ascolti dopo le proteste della redazione del Tg2 oggi fortemente penalizzato dai risultati del conduttore.

Dopo la diffusione della notizia il suo agente Diego Righini ha incontrato il direttore del day time Angelo Mellone chiarendo che pretendeva comunque un “incarico pesante” per il suo assistito (in nome della meritocrazia, evidentemente) e sembra che sia riuscito a ottenere un programma su Radiorai tra gennaio e maggio, per poi tornare in televisione in estate alla conduzione di Reazione a catena.

Dicevamo, quanto incassa Pino Insegno? Secondo alcune accreditate indiscrezioni si parla di più di un milione di euro in due anni. Soldi che, dicono i bene informati, prenderà nonostante i fallimenti delle sue trasmissioni. Un reddito di cittadinanza pagato dalla Rai. Il suo agente non conferma ma soprattutto non smentisce e ci tiene a precisare che si tratta comunque di una cifra “al di sotto del compenso di Amadeus”. Soprattutto di pubblico, verrebbe da dire.

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Patto illegale con Tirana per nascondere gli sbarchi continui

Mettere tutti gli eventi in fila fa spavento. Era agosto del 2022 – anche se sembra un’era geologica fa – quando la presidente del Consiglio Giorgia Meloni cianciava ancora di “blocco navale”. Sapevano benissimo anche loro che non sarebbe stato possibile – a livello di legge e a livello operativo – ma pensarono evidentemente di rimandare il senso di responsabilità. A marzo 2023 il governo partì con la “caccia agli scafisti in tutto l’orbe terraqueo”. Era la confessione morbida di avere mentito fin lì rilanciata con un’altra promessa strabica. Dimostrarono nel giro di pochi giorni di saperne poco o nulla su chi fossero realmente gli scafisti puntando il dito contro quattro disperati che si ritrovano a guidare carrette del mare sotto minaccia. E infatti fu un flop: nonostante i giornali si affannassero a scrivere di arresti a ogni sbarco le facce sfinite di questi ragazzetti violentati non sfamava gli elettori dei partiti di maggioranza.

Balle spaziali

A dire il vero gli “scafisti” che si arricchiscono con i migranti sono gli stessi che di giorno indossano la divisa delle cosiddette Guardie costiere dei Paesi con cui il governo italiano stringe accordi, già prima dell’insediamento di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. Fare la guerra agli scafisti continuando a pagare, per esempio, i libici è come voler sconfiggere la mafia trattando con Totò Riina (sì, lo so, è successo anche questo). A giugno di quest’anno Giorgia Meloni ha promesso un “cambio di passo dell’Europa” e i giornalini di quella parte hanno titolato a nove colonne che la nostra presidente del Consiglio avesse messo in riga l’Unione europea come nessun altro prima di lei.

Risultato? Non cambiò nulla. Bastarono pochi giorni perché l’Europa tornasse sporca e cattiva e così Meloni ha deciso di guardare fuori, in Africa, coniando un Piano Mattei che avrebbe dovuto essere l’invitante confezione dello sgretolamento dei diritti umani. Il primo Paese che avrebbe dovuto risolvere il problema italiano è stata la Tunisia di Kaïs Saïed. C’era un piccolo particolare: al presidente tunisino non interessava risolvere le angustie della presidente del Consiglio italiana. Voleva soldi, solo soldi, dal Fondo monetario internazionale e dall’Ue. Così gli arrivi dalla Tunisia addirittura aumentarono. Una barzelletta.

A settembre Meloni ci ha fatto sapere che Ursula von der Leyen “è collaborativa con l’Italia”. Qualcuno fece notare che tornare ad affidarsi alla presidente della Commissione europea era un’implicita ammissione del fallimento del Piano Mattei. Alcuni sottolinearono come quest’affannosa ricerca di partner in giro per il mondo stesse diventando patetica. E infatti qualche giorno fa Giorgia Meloni ha esultato per un accordo con l’Albania, che smentisce la strategia con Bruxelles. Su quell’accordo l’Ue dovrà ufficialmente pronunciarsi, ma intanto i giuristi di mezzo mondo, le organizzazione internazionali e il Consiglio d’Europa hanno già bocciato l’accordo con il presidente albanese Edi Rama.

Sbarchi a pieno regime

Intanto solo tra la notte e la mattinata di ieri a Lampedusa si sono verificati dieci sbarchi per un totale di 1.133 persone. Le diverse autorità del Mediterraneo sono state allertate dall’Ong internazionale Alarm Phone della presenza di 11 barconi carichi di migranti, per lo più nella zona tra la Tunisia e Lampedusa. Nell’hotspot di Lampedusa c’erano ieri 1.430 persone. Molte di loro sono partite dalla Libia che lautamente paghiamo e addestriamo e dal porto di Sfax in Tunisia. Intanto la Corte Suprema di Londra ha stabilito che il programma di deportazione del governo britannico dei migranti in Ruanda è illegale (leggi pezzo a pagina 6). È il preludio di quello che accadrà qui sull’accordo dell’Italia con l’Albania.

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La faccia del governo è sempre a Cutro

Ieri abbiamo saputo che il governo guidato da Giorgia Meloni non ha nessuna intenzione di risarcire i familiari delle vittime della strage di Steccato di Cutro dove morirono 94 persone di cui 30 bambini. Oggi su certi giornali circola un’affettata sorpresa, come se dovessimo dimenticare che Giorgia Meloni non trovò un minuto per onorare le vittime e incontrare i loro familiari nel giorno in cui cannibalizzò la strage per farne uno spot elettorale con tanto di ministri riuniti in città e uno schifosissimo decreto seguente che porta quel nome macchiato di sangue. 

Giorgia Meloni che dovette “scappare per i toppi impegni” (partecipare al karaoke per la festa a sorpresa del compleanno di Matteo Salvini) ha poi ricevuti i parenti delle vittime a Palazzo Chigi, assicurando la vicinanza dello Stato. Ed eccola qua: ieri al processo contro i presunti scafisti lo Stato ha reso noto che non intende risarcire i familiari delle vittime. La Consap, la concessionaria servizi assicurativi pubblici (del ministero delle Finanze) a cui fa capo il Fondo di garanzia dello Stato per il risarcimento delle vittime di incidenti stradali o del mare, in aula ha spiegato che quella carretta mortale non può “ritenersi un’imbarcazione adibita al trasporto e dunque assoggettabile al codice delle assicurazioni”.

Lo Stato a Crotone getta la maschera e come dice l’avvocato Francesco Verri “a Crotone sta mostrando al mondo il suo volto più impietoso e cattivo”. Con un ulteriore particolare: il Fondo di garanzia vittime della strada che si rifiuta di pagare, è rappresentato dall’avvocata Giulia Bongiorno, senatrice della Lega e presidente della commissione Giustizia di palazzo Madama. 

Buon giovedì. 

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Lo insultano sui Social. E Gasparri denuncia Report

Non gli basta esser sbertucciato dagli ordini e le federazioni stampa per le sue intemerate in Commissione di Vigilanza sventolando carote e grappini. Il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri ieri ci ha fatto sapere di avere “presentato un esposto-denuncia presso i Carabinieri del Senato nei confronti di Report e della stessa Rai per le minacce che mi sono arrivate attraverso i canali social di Report e della stessa Rai”.

Gasparri ieri ci ha fatto sapere di avere “presentato un esposto-denuncia nei confronti di Report e della stessa Rai”

Spiega Gasparri che “alcune di queste minacce sono molto gravi e spero che si possano individuare gli autori che si firmano con nomi e cognomi apparentemente reali”. Chissà se i carabinieri del Senato avranno avuto l’ardire di spiegare al valente senatore che avrebbe dovuto denunciare gli autori dei commenti che ritiene diffamatori come farebbe qualsiasi persona. Ma l’obiettivo di Gasparri, non c’è nemmeno bisogno di dirlo, è la trasmissione di Sigfrido Ranucci che per il senatore si contraddistingue per la “prepotenza comunicativa”, che evoca odio “attraverso i social”.

Letto di fretta il suo comunicato rischia perfino di apparire un’autobiografia. Travolto dalla sua stessa foga Gasparri ci comunica anche la sua speranza che “prima o poi si trovi un giudice a Berlino tra tanti amici di Report che non muovono un dito benché le denunce presentate contro questa trasmissione siano decine e decine”. È il garantismo secondo Gasparri: se ti odiano in molti sei sicuramente un po’ colpevole. Quella di ieri è solo l’ultima puntata di una lunga serie di attacchi del senatore di Forza Italia a Report. A questo punto potrebbe sorgere il sospetto che il vero interesse di Gasparri sia di far parlare di sé per spingere Ranucci a non parlare di lui. Ma è solo un sospetto, per carità.

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Stefano Meloni su CagliariPost recensisce “i mangiafemmine”

(Stefano Meloni per CagliariPost recensisce – velocissimo – il mio romanzo #IMangiafemmine. Lo ringrazio e appoggio il suo pezzo qui)

Viaggio nei labirinti della mente e del cuore, tra inspiegabili e soprattutto ingiustificabili esplosioni di violenza contro le donne e sottili intrecci fra politica e società ne “I Mangiafemmine”, il nuovo romanzo di Giulio Cavalli, pubblicato da Fandango Edizioni (in libreria da martedì 14 novembre) che affronta in una chiave surreale e grottesca il tema scottante e attuale dei femminicidi: la parola all’autore, protagonista mercoledì 15 novembre alle 18 nel Foyer del Teatro Massimo di Cagliari insieme con il giornalista Michele Pipia, per un nuovo appuntamento sotto le insegne di Legger_ezza 2023 / Promozione della Lettura – V edizione a cura del CeDAC / Circuito Multidisciplinare dello Spettacolo dal Vivo in Sardegna in collaborazione con la Libreria Edumondo.

Tra le voci più interessanti e originali della letteratura italiana contemporanea, l’eclettico attore e scrittore milanese (classe 1977), dal 2007 sotto scorta per il suo impegno nella lotta contro le mafie, disegna un affresco di varia umanità, schierandosi consapevolmente dalla parte delle vittime di abusi, imprigionate in un ruolo tradizionale di mogli e madri, miti e sottomesse, mettendo l’accento sulle varie forme di crudeltà fisica e psicologica, fino al delitto.

Una cronaca spietata resa con toni quasi fumettistici, nel mettere in risalto la metamorfosi di un individuo (quasi) perbene dietro la cui correttezza formale, con la consumata abilità di gestire situazioni complicate e cavarsi dagli impicci, rifugiandosi in una rassicurante mediocrità, si cela una bestia ripugnante, abbietta e volgare, capace delle peggiori nefandezze o anche la “banalità” di una casa degli orrori in cui un altro personaggio tormenta per anni la moglie, coprendola di insulti e botte, finché costei non trova la forza di reagire, per pagare la ritrovata consapevolezza e la necessità di riaffermare la propria dignità con la sua stessa vita.

Una amara fotografia del presente, una antologia di storie differenti ma con lo stesso terribile finale, in cui l’aspetto più drammatico è dato da una sorta di generale assuefazione davanti alla freddezza dei numeri, che non fanno (quasi) più notizia, come se le donne maltrattate, ferite e uccise non fossero persone, ma dati di una statistica, in un bilancio di morti (in)naturali.

Una strage silenziosa, uno stillicidio feroce che si diffonde come un’epidemia, quasi per contagio, una terribile escalation da cui riaffiora il retaggio di una arcaica civiltà patriarcale, dove le figure femminili – figlie, mogli, madri e sorelle – appaiono necessariamente in secondo piano, come sfocate, pallidi angeli del focolare, sante oppure prostitute in un’antitesi che ne stigmatizza morale e comportamenti.

Dopo secoli di oscurantismo, in cui è stata loro negata perfino l’anima, a sancire una presunta superiorità maschile, le donne anche quando, grazie alle battaglie per l’emancipazione femminile e all’evoluzione culturale e sociale, siano diventate brillanti e apprezzate professioniste, imprenditrici, scienziate, finiscono spesso per ritrovarsi, proprio dentro le mura di casa, sminuite e oltraggiate, costrette a combattere contro i pregiudizi e l’ingiustificata gelosia di padri e fratelli, mariti e amanti.

Ne “I Mangiafemmine”, Giulio Cavalli costruisce una sorta di montaggio incrociato tra le vicende di coppie più o meno (in)stabili, in cui le donne che semplicemente aspirino o tentino di infrangere o ribellarsi all’egemonia maschile, oppure improvvisamente si ritrovino a essere testimoni scomode del fallimento dei loro compagni, vengono massacrate da coloro che dovrebbero invece proteggerle, secondo il modello patriarcale, ma comunque amarle e soprattutto rispettarle e la situazione politica, dove l’approssimarsi del voto fa esplodere, inaspettatamente, la questione dei femminicidi come emergenza nazionale.

Il poliedrico artista, che spazia fra teatro e letteratura, spinge il suo sguardo nell’intimità domestica, fin dentro la testa dei suoi personaggi, per rivelarne pensieri e impulsi inconfessabili, e fornisce una inedita chiave di lettura per un fenomeno che in Italia – ma nel libro tutto si svolge a DF, e ogni altro accostamento dipende del lettore – sta assumendo dimensioni sempre più ampie e trasversali, in parte come effetto collaterale del lockdown e della pandemia, con convivenze forzate e prolungate da cui sono emersi anche conflitti latenti, amplificate dalla crisi economica e dal disagio sociale.

Uno stile brillante e vivace, che offre molteplici spunti all’immaginazione, caratterizza una narrazione che si dipana tra studi televisivi e luoghi più appartati, nell’alternarsi dei dibattiti tra esponenti della politica, della società e della cultura e delle riunioni al vertice in cui si analizzano e decidono le strategie di comunicazione, accanto agli spietati ritratti di famiglia in un inferno, dove emergono, intramontabili, i più “classici” luoghi comuni sui rispettivi ruoli, specialmente laddove le mogli abbiano rinunciato a lavorare per occuparsi delle faccende domestiche e dei figli, oltre che di accudire il consorte.

Il marito resta quello che fatica per portare a casa il pane, l’eroe da accogliere con ogni riguardo al termine di una giornata densa di responsabilità e ostacoli, ma trovano posto anche la vergogna e l’imbarazzo all’idea di far sapere a vicini, parenti e conoscenti che oltre la soglia si consumano violenze e abusi, la riluttanza ad ammettere di avere sposato un uomo sbagliato, di aver amato (e sopportato) un mostro.

Giulio Cavalli descrive con sottile humour nero il dilemma del candidato, indeciso se dare ascolto alle richieste delle associazioni in difesa delle vittime o minimizzare il problema, se cercare delle soluzioni sicuramente complesse per porre fine a quella strage annunciata o rifugiarsi dietro la considerazione che in fondo i femminicidi sono una sorta di tradizione, le donne che sono morte e continuano a morire per mano degli uomini sono le “altre”, le più ribelli e trasgressive, quelle che non sanno stare al loro posto, mentre «le donne per bene, normali, le madri di famiglia, le fidanzate discrete non corrono rischi».

Quali saranno le conseguenze del massacro sulle scelte di Valerio Corti, nome di punta del partito dei conservatori, come sullo scenario politico, si potrà scoprirlo solo leggendo il romanzo: “I Mangiafemmine” è un libro avvincente, che offre attraverso una chiave di lettura paradossale molteplici spunti di riflessione sulla realtà. Giulio Cavalli – si legge nella presentazione – «firma la sua opera più radicale e provocatoria, con lo stile riconoscibile di un narratore raffinato che non ha paura di raccontare un mondo che già c’è. DF è ora più che mai lo specchio oscuro di una società in cui non vorremmo mai guardarci»

Un caso Indi pure in Italia: Ettore morto di Sma per una firma che manca

Ettore era un bambino di 35 giorni che è morto perché è nato nella regione sbagliata. In un’altra regione avrebbero diagnosticato e curato la sua malattia, la Sma, l’atrofia muscolare spinale dalla perdita dei motoneuroni, ovvero quei neuroni che trasportano i segnali dal sistema nervoso centrale ai muscoli, controllandone il movimento. Per quella malattia esiste una terapia che permette uno sviluppo motorio uguale agli altri bambini, basta diagnosticarla precocemente con un semplice esame che consiste nel prelievo di qualche goccia di sangue dal tallone del neonato. Oggi grazie a ben tre diverse terapie, tutte efficaci, si possono diagnosticare e curare bambini che vivono una vita normale.

La storia di Ettore e i diritti negati

Nei progetti pilota della Regione Lazio e della regione Toscana i 18 bambini affetti da Sma oggi stanno bene. Ettore era nato lo scorso 3 ottobre all’ospedale di Santorso, in provincia di Vicenza, poi è stato trasferito a Padova e qui è morto lo scorso 6 novembre. “Ci sentiamo affranti, addolorati, sconfitti, traditi dal nostro Stato, ma anche molto molto arrabbiati”, scrive Anita Pallara presidente di FamiglieSMA associazione di genitori e persone affette da SMA che da oltre 10 anni è in prima linea per migliorare la qualità della vita e garantire le migliori cure possibili alle persone affette da questa malattia: “Nessuno può dire che non sapeva, questa situazione viene denunciata da anni, sui giornali, nei convegni, in incontri di persona con sottosegretari e tecnici del Ministero della Salute, e c’è anche una fila lunghissima di interrogazioni parlamentari alle quali il Ministero ha più volte risposto che ‘è questione di tempo’, una cantilena di morte che va avanti da più di due anni, perché di fronte alla SMA perdere tempo significa perdere vita”.

Bisogna avere il coraggio di raccontare perché Ettore è morto: per un Decreto di aggiornamento della Legge 167/2016 che – dice Pallara – “lo Stato da oltre due anni tiene fermo nei cassetti del Ministero della Salute”. La Sma infatti sulla carta dovrebbe già essere oggetto di screening in tutta Italia come si legge nell’emendamento Volpi del 2018 alla Legge 167/2016 (detta “Legge Taverna”), estendendo lo screening anche alle malattie neuromuscolari.

Il 13 febbraio del 2020 l’emendamento della deputata Lisa Noja, di Italia Viva, aveva stabilito un termine certo per l’aggiornamento degli screening neonatali, un passo indispensabile per includere nel panel anche malattie neuromuscolari, immunodeficienze congenite severe e malattie da accumulo lisosomiale. Il tavolo tecnico si è insediato a fine 2020 e a maggio 2021 ha concluso i suoi lavori.

C’è tutto quello che serve, manca solo la firma, che ancora non arriva. Come racconta il settimanale Vita, specialista nel Terzo settore, sono 9 le regioni in cui ad oggi lo screening per la Sma viene proposto e la Puglia è la sola regione in cui è obbligatorio per tutti i neonati: alcune Asl, anche nelle regioni che non hanno lo screening, hanno avviato dei progetti pilota ma solo l’approvazione del decreto a livello nazionale può eliminare le disuguaglianze nell’accesso a questa opportunità che davvero può fare la differenza tra la vita e le morte di un bambino.

Colpevole ritardo

“Noi non possiamo più attendere una firma che non arriva per mancanza di volontà, – dice l’associazione FamiglieSMA – e questioni che nulla hanno a che fare con la sacralità della vita e il diritto costituzionale alla salute dei cittadini. È ora che le istituzioni si prendano le loro responsabilità e agiscano. Ci hanno dimostrato che i decreti possono uscire in una manciata di giorni, ora vogliamo vedere la stessa cosa: pretendiamo che il decreto venga firmato immediatamente e diventi legge dello Stato con applicazione immediata”. Intanto Ettore è morto.

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L’Unione Sarda su “i mangiafemmine”

CULTURA
mercoledì 15 novembre


«Se l’ assassino ha le chiavi di casa»


Dopo “Carnaio”, finalista al premio Campiello 2019, sul tema dei migranti, e “Nuovissimo testamento” (2021), sulla soppressione delle emozioni che possono “indebolire” le persone, come l’empatia, tutti editi da Fandango, è appena giunto in libreria “I mangiafemmine”, sul tragico problema dei femminicidi riletto in chiave paradossale, terzo volume di un’ideale trilogia distopica ambientata nell’immaginario paese di DF, anche se l’autore, Giulio Cavalli (Milano, classe 1977), preferirebbe non chiamarla così «dato che molte situazioni e dichiarazioni rispecchiano completamente la vita reale». Cavalli, giornalista, scrittore e autore teatrale, che dal 2007 vive sotto scorta per il suo impegno nella lotta contro le mafie, collabora con varie testate giornalistiche e ha pubblicato diversi libri d’inchiesta, tra i quali “Nomi, cognomi e infami” (2010), e sarà ospite oggi alle 18 nel Foyer del Teatro Massimo di Cagliari per un nuovo appuntamento con Legger_ezza 2023 quinta edizione a cura del Cedac ardegna in collaborazione con la Libreria Edumondo. Dialoga con l’autore il giornalista Michele Pipia.

Perché affidarsi alla letteratura per parlare di femminicidi?

«È una forma espressiva che ti dà la libertà di far convivere quel che è irreale, possibile, probabile e reale; credo la letteratura resti lo strumento più “bello” che abbiamo per raccontare le brutture di questo mondo».

Cosa l’ha spinta a scrivere “I mangiafemmine”?

«Anch’io mi sono trovato a essere investito dalle dimensioni di questo sterminio di donne quotidiano, e anche se lascerei il versante di analisi femminista a chi se ne occupa meglio di me, mi ha sempre incuriosito e spaventato il fenomeno della “normalizzazione” che segue l’esposizione mediatica continuativa di un fenomeno: mi terrorizza questo nostro istinto di sopravvivenza».

Che storia affronta il libro?

«Ci troviamo ancora nello stato immaginario di DF, e alla vigilia delle elezioni la parte politica conservatrice è sicura di vincere mentre si assiste a un’escalation di violenze sulle donne. Il candidato premier, Valerio Corti, inciampa in un comunicato stampa nel quale minimizza ciò che sta accadendo in quanto «sempre avvenuto»; viene dunque sostituito da una candidata donna e ripescato come ministro, dato che il pronostico iniziale non verrà ribaltato».

Quali provvedimenti verranno presi?

«Ad esempio sarà parificato il femminicidio all’attività venatoria e dunque legalizzato, questo sia perché a DF ci sono molte più donne che uomini, sia per dimostrare che non si tratta di un vero allarme».

Cosa la colpisce di più in questo tipo di crimini?

«Il fatto che l’assassino, nei femminicidi, abbia quasi sempre le chiavi di casa, perché vive ancora con la sua vittima o lo ha fatto: spesso sentiamo dire che servirebbero più forze dell’ordine o si sposta l’attenzione sui non residenti. Bisogna invece riconoscere che si tratta di un problema innanzitutto indigeno».

Come contrastarlo?

«Mi sembra evidente che si tratti di una criticità culturale, retaggio del patriarcato che ci portiamo dietro da secoli e che è ancora forte nella popolazione maschile della mia età, perché da piccoli siamo stati inevitabilmente esposti a una cultura maschilista».

Cosa le dànno la letteratura, il giornalismo e il teatro?

«La letteratura mi permette di creare qualsiasi mondo spendendo pochissimo per la carta; il giornalismo mi dà la piacevole sensazione di stare dentro il mio presente; il teatro mi consente di avere un pubblico che durante lo spettacolo ascolta quello che ho da dire».

Luca Mirarchi

Dagli allo sciopero che forse ti meriti un posticino in giuria a Miss Italia

Come volevasi dimostrare: il fastidio nei giorni scorsi del ministro Salvini verso gli scioperaturi sindacati Cgil e Uil era solo l’assaggio per decidere di affondare il colpo. Ha tastato con mano che il suo elettorato è infastidito molto più dal ritardo di un treno regionale che dal fatto di vivere nell’unica nazione europea in cui i salari negli ultimi decenni si abbassano invece di alzarsi e ha potuto attaccare le facce di Maurizio Landini e Pierpaolo Bombardieri sulla bacheca dei nemici (veri, presunti e immaginari) che tiene nella sua cameretta. 

Qualche buon amico deve avergli consigliato di convocarli al ministero prima di lanciarsi nella precettazione ma i due segretari di Cgil e Uil hanno notato del ministro il digrignar di denti e hanno deciso di starsene a casa. 

Le fazioni qui in basso sono già schierate. Ci sono quelli che “lo sciopero che atto inelegante signora mia!”, quelli che “va bene lo sciopero ma solo di mercoledì dalle 10 alle 10.25 che intanto sono in fila alla posta”, quelli che “per legge bisognerebbe concedere lo sciopero solo nei treni in cui non sale nessuno”, quelli che “Landini mi è antipatico per il taglio di capelli” e quelli che “io non ho mai scioperato” come se fosse una skill da aggiungere al curriculum. 

Quando c’è da fare la guerra agli schiavi questo Paese eccelle sempre senza sapere che a furia di gareggiare con gli schiavi si diventa schiavi. Così ci godiamo la guerra agli oppressi, sperando di diventare cari agli oppressori, ingaggiata da quelli che confidano di essere nella prossima giuria di Miss Italia. 

Buon mercoledì. 

Nella foto: frame del video sull’incontro al Mit, 14 novembre 2023

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