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Maxi-multe alla stampa, Di Trapani: “Per i giornalisti è meglio la galera”

Un bavaglio sempre più stretto al diritto di cronaca. L’ultimo giro di vite arriva dal disegno di legge sulla diffamazione, che cancella il carcere ma introduce sanzioni fino a 50mila euro. E questo in un contesto già complicato dalle norme introdotte dalla riforma Cartabia che ha recepito la direttiva europea sulla presunzione di innocenza. La Federazione Nazionale Stampa Italiana non ci sta e parla senza mezzi termini di “bavaglio”.

Vittorio Di Trapani, presidente di Fnsi, c’è una reale compressione della libertà di stampa in Italia
“Ormai fare cronaca è diventato proibitivo. La Riforma Cartabia è stata un colpo molto duro. Con situazioni a macchia di leopardo poiché le procure hanno sensibilità diverse sul tema. In quella riforma c’è un grande errore di fondo: l’idea che cancellare il racconto anche nella fase di indagini sia un elemento di garantismo. È sbagliata. È interesse anche degli indagati che ci sia massima trasparenza sulle indagini. Non è vero che i garantisti devono essere contro il racconto o contro le intercettazioni. Più trasparenza c’è più riesci a garantire i diritti dell’indagato. Il primo pregiudizio che bisogna superare è l’idea che il garantismo stia solo da una parte. Non è vero. La verità è che si sta restringendo il diritto di cronaca con una serie di provvedimenti o di mancati provvedimenti”.

Però sulla presunzione di innocenza dicono di essersi allineati a una direttiva europea, la 2016/343…
“Fnsi ha presentato esposto alla Commissione europea perché la riforma italiana non rispetta la direttiva e aggiunge cose che non sono previste”.

Lo stesso discorso vale per il disegno di legge (ddl) presentato al Senato da Alberto Balboni (Fratelli d’Italia), presidente della Commissione Affari costituzionali? Anche in questo caso dicono “ce lo chiede l’Europa”…
“L’intervento che si sta tentando di fare sul ddl diffamazione non risolve i problemi per i quali l’Italia è indietro nelle classifiche sulla libertà di stampa e per cui la Commissione europea denuncia criticità. Nella relazione sullo stato di diritto la Commissione dice che il problema in Italia sono le querele bavaglio, la scarsa tutela delle fonti e del segreto professionale. Il ddl proposto da Balboni non risolve nessuno di questi temi ma semplicemente cancella il carcere. E quella non è una gentile concessione per improvvisa passione per l’articolo 21, è semplicemente l’attuazione di sentenze della Corte costituzionale e della Cedu. Quindi è un atto dovuto. Però nel frattempo aumentano le sanzioni a cifre insostenibili che di per sé diventano un deterrente alla scrittura, un bavaglio al diritto di cronaca. Quello che deve essere sempre molto chiaro è che il bavaglio non è ai giornalisti ma è il bavaglio messo al diritto del cittadino di essere informato”.

Addirittura
“È molto interessante la parola utilizzata in inglese: “slapp”, Strategic Lawsuit Against Public Participation. Slapp, ovvero ceffone: ed è un ceffone dato al diritti dei cittadini a essere informati. Poi, sciogliendo l’acronimo, si chiarisce che siamo di fronte a una strategia legale contro la partecipazione pubblica, contro l’interesse pubblico a sapere. Le querele bavaglio sono di fatto una via legale all’intimidazione. Quando prevedi come possibile sanzione a un giornalista ben 50mila euro molti colleghi precari mi dicono “quasi meglio il carcere”. E proprio qui c’è il pezzo relativo al “non fare”. Perché l’altro pezzo che manca per liberare il diritto di cronaca è intervenire sul precariato, intervenire su una giusta retribuzione, sull’equo compenso. Troppi giornalisti oggi sono sotto pagati. Ma su questo non si fa nulla. Come nulla si fa sulla tutela fonti. È evidente quindi che tutto questo limita l’articolo 21 della Costituzione”.

Quindi secondo voi il ddl non rispetta la reale volontà della Commissione europea
“Il ddl diffamazione così com’è ci allontana dall’Europa e dagli standard europei di libertà. Fnsi, insieme all’Ordine dei Giornalisti, ha predisposto alcuni emendamenti messi a disposizione di tutte le forze politiche, per chi vuole farli propri. Ma attenzione: il ddl Balboni è un testo radicalmente sbagliato che non risolve i problemi, anzi li aggrava. Quindi non basta qualche emendamento qua e là: quel testo è praticamente inemendabile. Per questo le modifiche che proponiamo sono un blocco unico”.

Ma il Paese si sta rendendo conto del rischio?
“Noi Fnsi e l’Ordine dei giornalisti ci stiamo muovendo compatti. Nel dibattito parlamentare vedremo come reagirà il Paese. E comunque, noi non ci fermeremo: senza una inversione di rotta – come annunciato dalla Segreteria generale Alessandra Costante – cominceremo una mobilitazione. Presto. Già a dicembre”.

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Sibilla Barbieri e la tortura di Stato

“Per anni Sibilla si è battuta per vivere, poi ha scelto l’aiuto del figlio Vittorio, accettando la sua richiesta di accompagnarla, con coraggio, anche rispetto alle conseguenze che potrebbero esserci per lui. Non è possibile interpretare in modo diverso la sentenza della Consulta: Sibilla era dipendente da trattamenti di sostegno vitale, quindi negarle quel diritto ad autodeterminarsi è stata una violenza di Stato”: sono le parole di Marco Cappato che ieri si è autodenunciato per l’assistenza al suicidio offerto a Sibilla Barbieri, paziente oncologica terminale costretta ad andare in Svizzera perché in Italia le era stato negato il diritto al suicidio assistito. Ad autodenunciarsi è stato anche il figlio di Sibilla Barbieri, Vittorio Parpaglioni, insieme a Marco Perduca dell’Associazione Coscioni. 

Durante la conferenza stampa hanno ricordato come Barbieri avesse i requisiti per l’aiuto medico alla morte volontaria previsti dalla sentenza Cappato – Antoniani (ovvero, che la persona sia capace di autodeterminarsi, sia affetta da patologia irreversibile, che tale malattia sia fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che la persona reputi intollerabili e che sia dipendente da trattamenti di sostegno vitale). Proprio per questo hanno deciso di presentare due esposti contro l’Asl della regione Lazio, per chiedere di verificare se nei protocolli e nelle procedure possano ravvisarsi reati. “Per noi si configura anche il reato di tortura“, ha spiegato Filomena Gallo, segretaria dell’associazione Coscioni.

Uno Stato che decide di non decidere, sulla pelle dei malati.

Buon mercoledì. 

Nella foto: Sibilla Barbieri, frame del video-appello dalla pagina fb Liberi fino alla fine

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Addio egemonia culturale. La destra travolta dai flop

Il nuovo corso della Rai targata Meloni che non ha nessun altro obiettivo se non quello di un vendicativo repulisti ora ci sta ripensando. L’ultima voce è il ritorno di Flavio Insinna (malvisto per la sua passione per i diritti umani) che starebbe per riprendere al timone de “L’eredità”, la trasmissione destinata inizialmente a Pino Insegno se non fosse per gli sconcertanti risultati raccolti fin qui.

Il nuovo corso della Rai targata Meloni che non ha nessun altro obiettivo se non quello di un vendicativo repulisti ora ci sta ripensando

La nuova “egemonia culturale” sognata dalla destra si sbriciola di fronte ai numeri. I vecchi protagonisti dell’azienda di Stato saranno stati anche politicamente antipatici ma hanno una qualità piuttosto indispensabile per lavorare in televisione: vengono guardati. Il punto è che per proporre un’alternativa bisognerebbe averne una traccia in tasca mentre la gestione Rai evidenzia (come in molti altri settori) l’unica volontà di demolire senza avere i materiali per ricostruire a loro immagine e somiglianza.

È la caratteristica di questa destra meloniana: funziona solo nella parte dell’oppressa sempre in guerra con nemici guidati da poteri oscuri, ma quando si ritrova a ottenere le redini non conosce altre maschere se non quella dell’opposizione “dura e pura”. Così in televisione come in Parlamento si assiste a una quotidiana litania lamentosa in cui l’unico appuntamento consiste nel ricordare quanto gli altri siano brutti, sporchi e cattivi.

Come ha detto qualche giorno fa lo scrittore Nicola Lagioia, “si fa un gran parlare di egemonia culturale, ma possiamo star tranquilli. Per quanto il ministro si possa adoperare non è per decreto che si può trasformare Giulio Base in un regista più importante di Marco Bellocchio o Marcello Veneziani in Carlo Ginzburg”.

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Giani commissario a tempi record nella Toscana di Renzi

La prima ordinanza del neo commissario delegato per l’emergenza in Toscana, il presidente della regione Eugenio Giani, è stata per “la sospensione del pagamento mutui per le imprese e per tutti i privati che documentano con l’autocertificazione lo stato delle cose”. “È un mio potere commissariale e vado avanti su questo”, ha spiegato il governatore del Partito democratico.

Il governatore Giani nominato commissario per l’emergenza in Toscana. Due pesi e due misure con l’Emilia-Romagna dove Meloni ha fatto fuori Bonaccini

Ieri a Prato è sbarcato anche il ministro agli Esteri, Antonio Tajani, che ci ha tenuto a incontrare le imprese colpite dalla tempesta Ciaran promettendo fondi già dal prossimo Consiglio dei ministri fissato per il 9 dicembre. Tajani ha precisato che farà il possibile perché “si possano accelerare i pagamenti. Se lavoriamo tutti quanti in fretta possiamo dare i primi fondi alla fine di questo mese. I riflettori li terremo accesi anche quando farete i conti del fatturato tra qualche mese per risarcire quanto mancherà. I fondi copriranno la parte non coperta dall’assicurazione”, ha concluso Tajani.

Il titolare della Farnesina ha predisposto d’intesa con Simest (la società del Gruppo Cdp che dal 1991 sostiene la crescita delle nostre imprese all’estero) uno stanziamento di 100 milioni di euro a fondo perduto per l’erogazione di ristori alle imprese esportatrici delle aree alluvionate volto a compensare le perdite materiali subite e finanziamenti agevolati per 200 milioni dal Fondo 394/8 finanziato dall’Unione europea tramite il Piano NextGenerationEu. I soldi che ci sono già per ora sono quelli delle banche. Intesa San Paolo ha annunciato un miliardo di euro a sostegno delle famiglie e delle imprese che hanno subito danni a seguito del grave evento calamitoso oltre a altre misure mentre Banco Bpm mette a disposizione un plafond da 50 milioni per “un immediato e concreto contributo per fronteggiare questa emergenza”. Ieri Enel ha lavorato tutto il giorno per ripristinare il servizio a 1.100 famiglie rimaste ancora senza elettricità.

Per l’alluvione in Emilia-Romagna il governo impiegò due mesi. E alla fine nominò il generale Figliuolo

La velocità con cui il governo si è mosso per la delega all’emergenza al presidente della Regione Toscana Giani però non può non stridere con il macchinoso incedere a cui abbiamo assistito in occasione delle alluvioni in Emilia Romagna. In quel caso il governo ha lasciato trascorrere due mesi prima di nominare il generale Francesco Paolo Figliuolo come commissario, lasciando ai margini il presidente emiliano Stefano Bonaccini, ora presidente del Partito democratico, al contrario dell’iter abituale in questi casi. L’abitudine di nominare il presidente di Regione (accaduta ben 55 volte dal 2012 a oggi) o a una dirigente della Pubblica amministrazione locale (già vista in 80 casi negli ultimi 11 anni) ad agosto di quest’anno era stata abbandonata dal governo per un’evidente scelta politica.

“Debbo confessare che mai come in questi due mesi ho visto confondere il piano istituzionale con quello di partito – disse Bonaccini in un’intervista a La Stampa lo scorso 29 giugno -. Glielo dice uno che da commissario alla ricostruzione post-sisma si è dovuto confrontare con sette governi differenti, di diverso colore politico”. In quel caso lo scontro politico si è trascinato fino ad oggi, con il presidente dell’Emilia-Romagna che ha lamentato in diverse occasioni un notevole ritardo nel pagamento dei ristori promessi da parte del governo. “La fretta è di chi vuole visibilità”, disse ad agosto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni rispondendo proprio a Bonaccini. Cosa è cambiato? Per ora le ipotesi sono almeno due. La prima, immediata, è che Stefano Bonaccini sia visto come un “avversario” politico più consistente rispetto a Giani.

La seconda, volendo essere cattivi, è che la Toscana – Giani o non Giani – rimane il covo elettorale di quel Matteo Renzi che a Meloni servirà moltissimo nei prossimi mesi in cui si apre ufficialmente la pesca nell’opposizione per trovare i voti in vista della riforma costituzionale sull’elezione diretta del presidente del Consiglio. È solo un sospetto, certo, ma come diceva Andreotti “a pensar male degli altri si fa peccato, ma spesso ci si indovina”.

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L’Albania come sacchetto dell’umido

Alla continua ricerca di un Paese disponibile a fare da “parcheggio” per un’umanità che sporca l’immagine e le propagande del suo governo, ieri Giorgia Meloni ha firmato un accordo con l’Albania per parcheggiare i migranti salvati dalle navi italiane nel Mediterraneo, che siano quelle della Marina o della Guardia di finanza. 

Al porto di Shengjin, l’Italia si occuperà delle procedure di sbarco e identificazione e realizzerà un centro di prima accoglienza e screening. A Gjader, nel nord ovest dell’Albania, realizzerà una struttura modello Cpr per le successive procedure. Il protocollo è stato chiuso nel Ferragosto scorso, quando la premier Giorgia Meloni si era recata nel Paese delle Aquile.

Per avere un’idea dell’empietà dell’accordo basta scorgere alcuni indizi lasciati in giro nella giornata di ieri, ovviamente rivenduta come “trionfale” come accade ogni volta che questo governo prova – fallendo – a risolvere superficialmente un tema complesso.

Il premier albanese Edi Rama ha detto che non spetta a lui «giudicare il merito politico di decisioni prese in questo luogo» definendo «maledetta» la geografia per l’Italia. La geografia quindi è l’ennesimo potere forte contro il governo. La presidente del Consiglio per l’ennesima volta dimostra di avere così poca autorevolezza in Ue da dover comprare intese fuori dall’Unione, cianciando come sempre di “contrasto al traffico degli essere umani” che non ha niente a che vedere con la trasformazione dell’Albania in sacco dell’umido dell’Italia. 

Ma soprattutto il fatto che dall’intesa siano esclusi minori, donne in gravidanza e soggetti vulnerabili restituisce la cifra umanitaria del patto. 

Buon martedì. 

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Migrare sì, ma senza meta. L’assurda teoria di Valditara

Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara nei giorni scorsi è intervenuto via social sull’immigrazione con una ficcante considerazione senza merito e senza istruzione. In un annoiato pomeriggio domenicale ha impugnato il suo telefono e ha scritto: “C’è qualcuno che ancora ignora la differenza fra il diritto di emigrare e il diritto di immigrare. Il primo è riconosciuto da tutte le carte internazionali. Era negato dai regimi comunisti. Il secondo non è accordato da alcuna carta internazionale, è rivendicato dagli ex comunisti. È la stessa differenza che esiste fra il diritto di uscire da casa propria e quello di entrare in casa altrui”.

Per Valditara il diritto a emigrare corrisponde al diritto di essere inghiottiti in un buco nero spazio-temporale che non occupi un solo metro quadrato in giro per il mondo

Al di là di una preoccupante fobia che porta a vedere comunisti dappertutto mentre escono dalle fottute pareti (questi sono gli stessi de “il fascismo è morto”, notate bene), il ministro per l’ennesima volta dimostra molta confusione mescolando il diritto internazionale alla politica. Prendendo alla lettera l’illuminata analisi di Valditara (che tra le altre cose sarebbe anche un giurista), un migrante qualsiasi dovrebbe avere il diritto di uscire dal proprio Paese (spesso da Paesi che non rilasciano passaporti tra l’altro) ma poi non potrebbe pretendere altro che stagnare in acque internazionali o caracollare sulle linee di confine.

Per Valditara il diritto a emigrare corrisponde semplicemente al diritto di essere inghiottiti in un buco nero spazio-temporale che non occupi un solo metro quadrato in giro per il mondo. Come dice giustamente la giurista Vitalba Azzolini, era meglio l’originale di Cochi e Renato: “E c’è sempre qualcuno che parte / Ma dove arriva se parte”.

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Che ridere. Meloni che vede misoginia

Mancano due giorni all’uscita del libro di Giorgia Meloni che per confezionare l’orpello elettorale natalizio ha trovato la fedele collaborazione del giornalista Bruno Vespa. Il titolo (Il rancore e la speranza) cela al lettore l’ingrediente principale del composto che si può facilmente ritrovare in ogni parole, azione e omissione della presidente del Consiglio: il vittimismo.

L’ultima opera di Meloni infatti raggiunge un livello superiore di vittimismo sfidando i record battuti finora invadendo stavolta il campo della misogina. Scrive Meloni: “Quando leggo pezzi di rassegna stampa con Matteo e con Antonio Tajani, restiamo basiti. Capisco che alcuni giornali vogliono mandarci a casa: legittimo, ci mancherebbe. Quello che non è accettabile ed è estraneo a qualunque deontologia è mettere tra virgolette cose mai dette né pensate. Sa qual è la verità? Sono degli inguaribili misogini. Tentano di accreditare la tesi che la testa di una donna non può reggere di fronte alla pressione. Come quei legislatori che, fino a qualche decennio fa, ritenevano che le donne non potessero fare il magistrato perché, quando hanno il ciclo, non ragionano bene”. 

La presidente del Consiglio al solito è ossessionata dal fatto che “legittimamente” (cara grazia) esista un’opposizione non disposta a incensarla di fronte alle sue mosse ma soprattutto utilizza la misoginia (elemento fondamentale della propaganda della sua maggioranza) come clava. Il governo che sogna le madri a casa a rassettare la cucina e sfornare figli denuncia la misoginia degli altri. Fantastico e prevedibile: è uno dei risultati scontati di confondere una leadership femminile con una leadership femminista. 

Buon lunedì. 

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La doppia morale di Matteo e Giorgia, vedono l’antisemitismo ovunque tranne che in casa loro

Che Matteo Salvini avrebbe usato l’antisemitismo come clava per poter accusare di antisemitismo tutti gli altri, qualcuno lo aveva previsto da tempo. Era gennaio del 2020 quando il leader della Lega per rispondere alle accuse di intolleranza religiosa che si intravedevano nella sua opposizione all’insediamento della cosiddetta Commissione Segre decise di lanciare una grande “campagna in difesa di Israele”. La senatrice Liliana Segre in quell’occasione declinò l’invito del leader della Lega al convegno tenuto in Senato cogliendo già tre anni fa il punto.

Era scritto

La senatrice a vita disse di apprezzare l’iniziativa ma anche di ritenere “che non si debba mai disgiungere la lotta all’antisemitismo dalla più generale ripulsa del razzismo e del pregiudizio che cataloga le persone in base alle origini, alle caratteristiche fisiche, sessuali, culturali o religiose. Questa visione mi pare tanto più necessaria in questa fase storica, in cui le condizioni di disagio sociale spingono tanti a indirizzare la propria rabbia verso un capro espiatorio, scambiando la diversità per minaccia”.

A quel convegno rifiutarono di partecipare Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane, e Ruth Dureghello, presidente della Comunità ebraica romana. Poi anche Salvini è riuscito a normalizzarsi. Accanto all’antisemitismo complottista e di antica data (che è infiltrato anche nel partito di Giorgia Meloni, poi ci arriviamo) c’è anche chi utilizza la questione ebraica – come Salvini e molti altri in questi giorni – per stemperare nell’amicizia con lo Stato ebraico ogni sospetto di razzismo e di criminalizzazione della diversità etnica e religiosa.

Così dispensando amicizia con lo Stato di Israele ci si può impunemente inventare un Piano Kalergi di sostituzione etnica per conquistare l’Occidente molto simile nei meccanismi all’architettura di odio che fu riversata contro gli ebrei. Così nel corso degli ultimi anni il governo di Netanyahu ha incassato l’amicizia e la solidarietà di pezzi della peggiore destra xenofoba del mondo accettando il ruolo di alibi. Contraria alla commissione Segre era un’altra novella sacerdotessa protettrice dell’antisemitismo, la presidente del Consiglio Meloni che parlò di “speculazione” di una certa “propaganda politica” quando si trattò di astenersi in Parlamento.

A novembre del 2019 l’attuale presidente del Consiglio si avventurò addirittura a teorizzare che la senatrice Segre avesse accettato di diventare uno “strumento di censura”. In un’intervista a Repubblica, Segre aveva commentato l’astensione del centrodestra con una battuta proprio su Meloni: “Ma come può venirle in mente? Mi ha telefonato l’altra sera: ‘Sa, ci siamo astenuti perché noi difendiamo la famiglia’. Le ho risposto: ‘Cara signora, io difendo così tanto la mia famiglia che sono stata sposata per sessant’anni con lo stesso uomo’. Qualcuno mi dovrà spiegare cosa c’entri tutto questo con la Commissione contro l’odio”.

Dalla Shoa alle Foibe

Sembra che nessuno in questi giorni ricordi la battaglia di Salvini e Meloni per equiparare con una legge la Shoah alle Foibe. Fratelli d’Italia presentò una proposta di modifica dell’articolo 604 bis del codice penale che punisce “la negazione, sulla minimizzazione in modo grave o sull’apologia della Shoah” o “dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra”. Il capogruppo al Senato,Luca Ciriani e FdI volevano aggiungere, dopo Shoah, “e delle foibe”.

Quando il governo a gennaio di quest’anno ha nominato il prefetto Giuseppe Pecoraro nuovo Coordinatore nazionale per la lotta all’antisemitismo (per corroborare la strategia iniziata da Salvini tre anni fa) qualcuno gli suggerì di dare un’occhiata al sito dell’Osservatorio antisemitismo che riporta numerosi episodi di esponenti di Lega e Fratelli d’Italia come i meloniani che si fecero fotografare con il saluto fascista, oppure un neonazista candidato consigliere comunale a Latina a sostegno del candidato di Fratelli d’Italia e decine di storie di questa solfa.

Oppure basterebbe tornare alle elezioni europee del 2019 quando proprio Meloni, a proposito del finanziere ungherese George Soros, finanziatore di Emma Bonino, diceva: “Tenetevi i soldi degli usurai, la nostra forza è il popolo italiano”. Nella frase c’è la doppia infamia del filantropo che in quanto ebreo è automaticamente usuraio e in quanto ebreo è un ricco che complotta.

Heil Hitler

Vale la pena ricordare per l’ennesima volta il sottosegretario Galeazzo Bignami che nel 2005 veniva immortalato in una foto travestito da nazista con la svastica al braccio e con lui anche l’ex consigliera comunale a Milano per Fratelli d’Italia candidata anche in Regione Lombardia che l’inchiesta di Fanpage ha ripreso nelle sue frequentazioni con le frange più estreme del mondo della destra, tra saluti romani, gladiatori, “patriota tra i patrioti”, insieme al “barone nero” Roberto Jonghi Lavarini.

Nei messaggi di posato cordoglio di Meloni e Salvini nel Giorno della memoria non vengono mai citati esplicitamente i responsabili nazisti e fascisti. Sono passati solo due anni da quando Meloni e Salvini hanno candidato come sindaco di Roma Enrico Michetti che nel 2020 si chiedeva perché “si girano e si finanziano 40 film sulla Shoah e non su altro”. E si rispondeva così: “Forse perché non possedevano banche e non appartenevano a lobby capaci di decidere i destini del pianeta”. Questi sono i nuovi difensori degli ebrei.

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Vogliamo parlare di cosa Meloni ha detto nella telefonata-fake? – Lettera43

Un caso studio della distrazione come metodo di governo e del concorso esterno in associazione distratta della stampa negli ultimi giorni. Della telefonata di due comici russi alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni ormai sappiamo tutto. Il duo Vovan-Lexus riesce a farsi passare come presidente dell’Unione africana e parla con la premier per alcuni minuti. Nel contenuto di quella telefonata c’è un punto sostanziale: Meloni sulla guerra in Ucraina sostiene le stesse tesi (quella di una risoluzione del conflitto che non può passare dalla vittoria degli ucraini che faticano nella loro controffensiva) di molti opinionisti, analisti e giornalisti. C’è una differenza sostanziale: chi si è permesso di dire o scrivere che la controffensiva ucraina fosse molto al di sotto delle più pessimistiche aspettative e chi ha chiesto una mediazione è stato bollato come fiancheggiatore, come putiniano, come pacifinto, come nemico della democrazia, come nemico dello Stato e un’altra decina di epiteti non ripetibili. Dopo quella telefonata la presidente Meloni avrebbe dovuto spiegare come possa ritenere in privato “di buon senso” ciò che in pubblico viene bollato come collaborazionismo con il nemico.

Vogliamo parlare di cosa Meloni ha detto durante la telefonata-fake?
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

LEGGI ANCHE: Cosa non ha funzionato nel buco di Palazzo Chigi sullo scherzo a Meloni

Le due Meloni: quella al telefono e quella pubblica

Cosa è accaduto dopo? Andiamo per ordine. Il sottosegretario Mantovano ha detto che «Giorgia Meloni si è accorta subito dello scherzo». In pratica secondo Mantovano le redini dello sketch comico le teneva la presidente del Consiglio. Nessun’altra considerazione sul contenuto della conversazione. Il vice presidente del Consiglio e segretario di Forza Italia, il ministro agli Esteri Antonio Tajani, ha parlato di «una superficialità da parte di chi ha organizzato la telefonata e questo non deve più accadere». Nessun’altra considerazione sul contenuto della conversazione. I più spericolati hanno addirittura avuto il coraggio di dirci che Giorgia Meloni ha mantenuto le stesse posizioni che tiene in pubblico: secondo loro una premier che si lamenta di essere lasciata sola dall’Europa sarebbe «colei che ha regalato all’Italia autorevolezza internazionale» e la presidente che diceva «non abbiate paura di scommettere sulla vittoria dell’Ucraina» è la stessa che al telefono dice c’è «molta stanchezza» del conflitto, la controffensiva di Kyiv «non sta andando bene» e serve «una via d’uscita».

Cosa non ha funzionato nel buco di Palazzo Chigi sullo scherzo a Meloni
Francesco Maria Talò (Imagoeconomica).

Le tesi della premier sono le stesse di coloro che il suo governo ha sempre bollato come pacifinti e filoputiniani

Poi, come spesso accade, il governo punta sul vittimismo. Decine di infuriati giornalisti raccontano che il duo russo è molto vicino a Putin, forse anche ai servizi segreti russi. Qualcuno scrive che la trappola telefonica rientrerebbe in una strategia di guerra a bassa intensità contro l’Europa e contro l’Italia. Osservazioni plausibile, certo, ma nessun’altra considerazione sul contenuto della conversazione. Così arriviamo a venerdì: Giorgia Meloni in conferenza stampa spiega che quella telefonata è stata «gestita con leggerezza che ha esposto la nazione». Ci si aspetterebbe una confessione o almeno un gesto di scuse verso coloro che da un anno sono stati lapidati. No, no. Per Meloni la leggerezza è di chi avrebbe dovuto verificare l’autenticità della telefonata e infatti annuncia le dimissioni del suo consigliere diplomatico Francesco Talò. Anzi Meloni spiega che «verso la fine della telefonata» ha anche «avuto un dubbio». «La telefonata», ha spiegato Meloni, «è stata rilanciata prima di tutto da programmi organici alla propaganda del Cremlino e questo dovrebbe indurre a riflettere chi sta facendo da megafono a questi comici che ieri in tv hanno detto di non avere legami con il Cremlino». Ma quella “stanchezza” per il conflitto in Ucraina? Qui arriva il colpo di genio. Meloni dice: «Non ho detto nulla di nuovo, io sono consapevole che le opinioni pubbliche, anche la nostra, soffrono per le conseguenze del conflitto. È un tema che ho segnalato a 360 gradi. Non sono un alieno per non capire che tra inflazione, prezzi delle materie prime…non ci siano conseguenze». È vero, non ha detto nulla di nuovo. Ha ripetuto ciò che qualche commentatore (a torto o a ragione, non è questo il punto) ha scritto venendo travolto dalla delegittimazione. Ha sostenuto la stessa tesi dei “pacifinti” che lei stessa e tutta la sua schiera hanno additato per mesi. Così per l’ennesima volta la comunicazione di crisi ha seguito l’itinerario dello sviamento ossessivo. Si è parlato di tutto tranne che del nocciolo della questione. E adesso basterà – come fanno spesso – dire «ma basta con questa storia, abbiamo già chiarito». Fino alla prossima distrazione.

LEGGI ANCHE: Meloni tra scherzi telefonici e fuorionda dovrebbe farsi qualche domanda sull’intelligence

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Mentre l’Italia sprofonda c’è chi pensa ai selfie. L’appello alla prudenza di Zaia smaschera l’ignoranza del nostro Paese

Nel pieno dei disagi e dei danni causati dalla devastazione climatica, ieri mattina il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, durante una conferenza stampa con la Protezione civile a Mestre dice una frase: “Faccio un appello ai cittadini – dice -: evitiamo l’hobby di andare a vedere la piena del fiume perché il rischio è che crolli la terra sotto di te, si rischia grosso, la nostra preoccupazione sono gli sfondamenti arginali, non andate per i campi a vedere i fiumi per fare video da pubblicare sui social perché è molto pericoloso”.

Lì dentro c’è la fotografia di un pezzo di Italia in questo momento. Sono gli ignoranti climatici che vivono il cambiamento climatico come un bouquet di eventi splendidamente instagrammabili di cui fare un video per sorprendere amici, parenti e follower.

Le mareggiate, le frane e le esondazioni sono episodi alieni da catturare per riempire il cassetto dei ricordi sensazionali, senza nessuna consapevolezza che ciò che avviene a pochi chilometri da casa e già anche in mezzo al salotto dei turisti climatici.

Beata ignoranza

Quello che molti chiamano “maltempo” non è un episodio. In Toscana non ci sono state “le più imponenti piogge degli ultimi 50 anni”, ma le prime imponenti piogge dei prossimi 50 che mettono a serio rischio la tenuta non della regione, non dell’Italia, non dell’Europa ma del Pianeta.

L’hanno ripetuto decine di volte quei giovani additati come sbruffoncelli che si permettevano di fare notare come il vero “disagio” non sia una strada bloccata o una statua sporcata: il vero “disagio” contro cui prendere misure urgenti è quello che sta sotto gli occhi di tutti in queste ore, sono i morti di questi giorni.

“L’hobby di andare a vedere la piena del fiume”, come lo chiama Zaia, è la realtà che ci aspetta. Da anni gli scienziati hanno avvisato, spesso invano, che sarebbe accaduto ciò che sta accadendo e che accadrà di nuovo, ogni volta più forte, ogni volta con fenomeni più ravvicinati. Noi siamo il Paese di quelli che, mentre il Titanic affonda, corriamo sulla prua per farci un selfie da inviare agli amici e ai paredxfnti soltanto per dire: “Guarda che onde, guarda che buio, guarda quanto è vicino il filo del mare”.

Lo stato di emergenza diventerà uno Stato in emergenza e noi penseremo a quanto siamo stati stupidi a prendercela con gli attivisti.

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