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Ce ne rendiamo conto?

Nella legislatura con il Parlamento più bistrattato dalla decretazione come strumento legislativo (sette decreti solo nell’ultimo mese) le uniche vere riforme che rimangono sul tavolo e su cui puntano i leader dei partiti di maggioranza sono il presidenzialismo (o il premieranno) e l’autonomia differenziata. 

Entrambe sarebbero evidentemente uno stravolgimento dello spirito con cui la Costituzione ha immaginato gli equilibri e i contrappesi della nostra democrazia repubblicana. L’elezione diretta del presidente della Repubblica – come se fosse un presidente del Consiglio – modificherebbe una figura di garanzia in una figura di governo, eliminando di fatto un contrappeso istituzionale. In entrambe le ipotesi su cui si sta discutendo (un presidente della Repubblica “governante” o un presidente della Repubblica ridotto alla funzione di “simulacro”) l’attuale presidenza si svuoterebbe dei suoi poteri di controllo. 

Gli esempi di Francia e Usa sventolati per rassicurare perdono molta efficacia in queste settimane dove lo scontro tra poteri (esecutivo e giudiziario) è ai vergognosi livelli del più vergognoso berlusconismo. Basta scorrere i giornali in edicola stamattina per rendersi conto che in questo Paese si sta consumando una guerra pericolosissima non solo per questo o quel giudice ma anche (e soprattutto) per la tenuta dei ruoli e dei poteri in campo.

Accanto a tutto questo resta il progetto di autonomia differenziata nella fase più acuta delle disuguaglianze nel Paese. Toccare l’Italia “una e indivisibile” in questo momento storico, con questo governo, significa prendersi la responsabilità di mettere mano all’articolo 5 della Costituzione. Ne siamo consapevoli, vero?

Buon venerdì. 

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Giorgia, sei la migliore! Firmato Abdullah Qamar

Marco Zonetti, sempre curioso e vigile, ha notato che sui social la presidente del Consiglio Giorgia Meloni “vanta una marea sconfinata di follower indiani, bengalesi, indonesiani, mediorientali, ma anche sudamericani e in generale extracomunitari. Una quantità di seguaci stranieri tale da surclassare quasi quelli italiani”.

Sui social la premier Meloni vanta una marea sconfinata di follower indiani, bengalesi, indonesiani e mediorientali

A differenza di quello che potrebbe pensare qualche elettore ottimista, siffatta platea non appare essere frutto di una enorme riconoscibilità internazionale di Meloni (che anche ieri ripeteva di “non essere isolata in Europa”): sono in molti, come scrive Zonetti, a trovare un filino sospetta – sulle pagine social dell’inquilina di Palazzo Chigi – la massiccia presenza di profili stranieri, molti dei quali con pochissimi o addirittura zero follower, e perlopiù blindati o visibilmente fake.

“Tanto che molto spesso – spiega Zonetti – sotto i post della presidente del Consiglio, al profluvio di messaggi di utenti extracomunitari, si alternano quelli ironici dei commentatori italiani che sospettano si tratti di bot. Ovvero di profili social ai quali corrisponde un nome, una foto profilo, spesso perfino una mini biografia, ma che di fatto sono fittizi e manovrati da software e programmi che li fanno interagire con gli utenti reali”.

I bot indiani o bengalesi sono profili finti che servono alla presidente del Consiglio per rendere popolare qualsiasi dichiarazione. Si trova per esempio tale Abdullah Qamar che lascia qualche commento in inglese, per poi sentenziare in perfetto italiano: “Giorgia, sei la miglior premier di sempre!”. Qualcuno sospetta che sia Giambruno in incognito, altri temono che in Bangladesh le notizie arrivino parecchio distorte. Come piacerebbe a Giorgia.

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Via all’ispezione giudiziale. Si stringe il cerchio intorno alla Santanchè

È rimasta solo la ministra al Turismo Daniela Santanchè a ritenere “chiarite” le sue vicende imprenditoriali prima di entrare a fare parte del governo. Il Tribunale di Milano ha deciso ieri di dare il via libera all’ispezione giudiziale della sua ex società, Visibilia Editore, e a Palazzo Chigi si dice che anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni stia perdendo la pazienza.

Il Tribunale di Milano ha deciso di dare il via libera all’ispezione giudiziale dell’ex società della ministra del Turismo Santancè, Visibilia Editore.

Nella camera di consiglio dopo l’udienza del 28 settembre i giudici Amina Simonetti, Maria Antonietta Ricci e Alima Zana, con un lungo dispositivo che elenca diverse irregolarità, hanno decretato l’ispezione giudiziale della holding quotata del disastrato gruppo editoriale-pubblicitario in base all’articolo 2409 del codice civile. L’iniziativa era stata chiesta dagli azionisti di minoranza, guidati da Giuseppe Zeno, che vogliono vederci chiaro sugli opachi assetti societari dell’azienda capitanata dalla ministra Santanchè fino a due anni fa.

Sotto la lente dei magistrati sono finiti la conversione in azioni di due prestiti obbligazionari convertibili (Poc) del 10 ottobre 2017 con il fondo Bracknor, successivamente ceduto a Negma Group, e l’anomala esecuzione di tali contratti, per l’esecuzione nel 2020 di operazioni con società correlate “di dubbia economicità in un contesto di conflitto di interesse” relativa ad “acquisti di testate e domini da Visibilia”. Per i giudici il “nuovo organo gestorio di Visibilia Editore spa” non può “dirsi sia posto in decisa discontinuità con il precedente consiglio di amministrazione”.

Nel provvedimento i giudici scrivono dei “gravi episodi relativi alle violazioni della normativa inerente le comunicazioni al pubblico delle partecipazioni azionarie che può avere gravi ricadute sull’esercizio del diritto di voto in assemblea (violazione che parrebbe sia stata compiuta da chi stava a presiedere il nuovo Cda della società)”, ossia Ruffino, che era alla guida anche di Sif Italia, maggiore azionista di Visibilia In più, il Tribunale tratta dei “gravissimi fatti, dannosi sotto più livelli, relativi alla violazione della disciplina della Cassa integrazione durante il periodo Covid, noti alla società fin dal 2022”.

I rilievi dei giudici: “Nessuna iniziativa presa verso i vertici precedenti nonostante fatti gravissimi”

Per i giudici, nella gestione di Visibilia nulla è cambiato perché il bilancio 2022 è stato presentato “all’assemblea di maggio 2023 in continuità con il bilancio 2021 e così a dirsi per la semestrale al 30 giugno 2023”. Nessuna “iniziativa” è stata presa nei confronti dei “precedenti componenti del consiglio di amministrazione in relazione ai gravissimi fatti” relativi alla gestione della Cig Covid, su cui è in corso un filone di inchiesta per truffa aggravata allo Stato. E l’aver affidato, scrive il Tribunale, “per altro tardivamente ad uno studio specializzato l’interlocuzione con Inps per sanare la posizione contributiva non esaurisce certo le possibili iniziative della società a riparazione dei gravi fatti di mala gestione”.

I nuovi amministratori, poi, non hanno “preso chiara e convincente posizione” sulle “ragioni che hanno portato la società con i precedenti amministratori ad accordare a Visibilia srl in liquidazione una dilazione nel piano di rientro del suo debito con saldo portato dal 2023 al 2025”.

Per queste ragioni il Tribunale ritiene necessari accertamenti sulla “situazione patrimoniale della società fin dall’esercizio 2022 in relazione alle poste di bilancio”, soprattutto sulla “voce avviamento e imposte anticipate”. E serve un “approfondimento istruttorio, in relazione al sospetto della violazione da parte degli amministratori dei propri doveri”. Il vice capogruppo del Pd alla Camera, Toni Ricciardi, ha chiesto alla presidente Meloni di chiedere le dimissioni di Santanchè “per difendere le istituzioni”. L’ipotesi è molto più vicina di quel che sembra.

La Procura di Milano ha ritirato l’istanza di liquidazione giudiziale

Intanto la Procura di Milano ha ritirato l’istanza di liquidazione giudiziale, ossia la richiesta di fallimento, per Visibilia Concessionaria, una delle società del gruppo fondato dalla ministra del Turismo. Nelle scorse udienze gli avvocati della senatrice di Fratelli d’Italia avevano sottolineato che la società, che raccoglie la pubblicità per le riviste del gruppo, non avrebbe più “alcun debito scaduto e non pagato”. E che solo “finalità precauzionali” hanno portato alla scelta di aprire la procedura stragiudiziale della “composizione negoziata della crisi”. Ne resta ancora pendente un’ultima che riguarda Visibilia in liquidazione, società per cui è in corso un procedimento per l’omologa della ristrutturazione del debito.

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Le Figaro su “Nuovissimo testamento”

“Nuovissimo testamento” nella sua edizione francese finisce sulle pagine de

@Le_Figaro «Sotto la penna di Cavalli, leggere diventa un atto di resistenza, una dichiarazione di guerra, un attentato. Una distopia come lo sono i migliori del suo genere.»

Indagato un carabiniere. Lo scandalo Tidei esalta i falsi garantisti

Garantisti pettegoli, giornalisti benpensanti ma pruriginosi e strumentalizzatori a fasi alterne: c’è dentro l’intero bestiario dei finti garantisti nella vicenda che coinvolge il sindaco di Santa Marinella, nella città metropolitana di Roma, che è caduto in uno scandalo sessuale ripreso dalle telecamere installate nel palazzo del Comune dopo una sua denuncia. Pietro Tidei, 77 anni, ex Pci, poi nei Ds, oggi nel Pd, due volte deputato, due volte primo cittadino di Civitavecchia e al secondo mandato a Santa Marinella, ha denunciato per corruzione due consiglieri e il titolare dell’Isola del Pescatore, famoso ristorante della zona.

Il sindaco Pd di Santa Marinella, Pietro Tidei, nel tritacarne da giorni. E strumentalizzato per attaccare le toghe

Il sistema di sorveglianza degli investigatori però registra il sindaco che in una sala vicino all’Aula consigliare consuma un rapporto sessuale con una donna. Quando le indagini si chiudono il consigliere comunale Roberto Angeletti acquisisce tramite il suo avvocato quasi tutte le registrazioni. Il video dell’episodio pruriginoso era stato classificato come “irrilevante”, ma gli avvocati contestano la classificazione e decidono di acquisirlo. Il video comincia a circolare. Il sospetto dei magistrati, che nel frattempo hanno aperto un’indagine per revenge porn, è che sia stato proprio Angeletti a farlo circolare.

Ovviamente l’adulterio del sindaco scatena la curiosità e le voci in città. La stampa locale e nazionale parte alla caccia della presunta amante di Tidei che rilascia anche interviste. Al sindaco finito tra le maglie della sua stessa denuncia si aggiunge quindi lo sconforto del presunto marito tradito che chiede (ai giornalisti) di avere conferme sull’infedeltà della moglie. Un romanzetto boccaccesco di provincia che imbarazza i dirigenti del Partito democratico laziale che per ora non hanno preso posizione. È a questo punto che spuntano i garantisti pettegoli. Vedendo la possibilità di usare la fornicazione del sindaco per martellare magistratura e intercettazioni i “garantisti” si sprecano in lunghi editoriali in cui lamentano “la privacy violata” di Tidei, “il disfacimento di due famiglie” e “la vergogna della giustizia italiana”.

A nessuno viene in mente che chi ha compiuto le indagini non avesse nessun interesse per quella vicenda minore rispetto ai fatti che stavano approfondendo. Come capita spesso in questo Paese di martellatori della magistratura travestiti da garantisti sulle stesse pagine che raccolgono i loro lamenti ci sono anche gli articoli pruriginosi. Tutto sullo stesso giornale. Qualche giorno fa anche Matteo Renzi si cimenta in un editoriale in cui esprime “solidarietà più totale alla nostra amica Marietta Tidei”, consigliera regionale di IV, “e alla sua famiglia, costretta da giorni a subire una vergognosa aggressione mediatica”.

La vicenda personale degli incontri hot del primo cittadino del comune romano trasformata in battaglia politica contro i magistrati

Sul quotidiano Il Foglio, Giuliano Ferrara ne approfitta per difendere il defunto Silvio Berlusconi con un editoriale dal titolo “Dal Cav. al sindaco di Santa Marinella, la morbosa e villana caccia al sesso degli altri”: “Le battaglie sessuali di Pietro Tidei e delle Marinelline in suolo pubblico sono frizzi e lazzi. E i moralisti?”, si chiede Ferrara. Ieri però la Procura ha disposto il sequestro dei dispositivi elettronici di una poliziotta sorella dell’indagato Angeletti e di un carabiniere.

Ricapitolando: chi attacca la magistratura e le intercettazioni finge di non accorgersi che il “caso Tidei” è molto probabilmente figlio di qualche uomo di Stato infedele e di un giornalismo guardone. Ma i garantisti fingono di non accorgersene poiché sarebbero costretti a riconoscere che le leggi ci sono e funzionano. Sono proprio loro a trasformare una “vicenda personale” in una battaglia politica contro la magistratura. E sono sempre loro a lamentarsene.

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Sulla decretazione d’urgenza ha perso la pazienza perfino la maggioranza. Immaginatevi noi

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si era raccomandato: basta con i decreti omnibus. Il governo quindi ieri ha pensato di farne votare uno. Non solo: in una Repubblica fiaccata da anni da una decretazione d’urgenza che utilizza le maggioranze parlamentari come pulsantificio il governo Meloni è riuscita a battere un record arrivando a sette decreti nell’ultimo mese sfondando il primato precedente che si era fermato a cinque.

Ieri al Senato s’è votata una legge che avrebbe dovuto occuparsi di processi penali e civili in cui si parla anche di tossicodipendenze, di interventi sulla cultura, di pubblica amministrazione e, per non farsi mancare nulla, anche di piromani.

Ha perso la pazienza perfino il presidente della Commissione Affari Istituzionali Alberto Balboni che fa parte del gruppo di Fratelli d’Italia, partito di maggioranza e della presidente del Consiglio. E’ facile immaginare cosa ne pensino gli altri, quelli che dall’opposizione hanno come unica possibilità l’opporsi via stampa o in piazza poiché in questo Parlamento non c’è spazio per parlarne. 

«Qui ripetiamo la solita nenia e così anche la nenia diventa prassi. Propongo a tutte le opposizioni di andare tutti insieme da Mattarella, magari il 22 ottobre, quando il governo compie un anno», ha detto ieri Riccardo Magi di +Europa invitando tutti i leader dell’opposizione a bussare al presidente della Repubblica perché intervenga. Ci andranno, certo, con qualche imbarazzo poiché anche loro al governo hanno seguito la stessa solfa. Qui la prima pietra non la scaglia nessuno. 

Buon giovedì.

Nella foto: la presidente del Consiglio firma il patto anti inflazione, 28 settembre 2023 (governo.it)

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Ventuno morti sull’asfalto. Ma Salvini si occupa di altro

Nel giorno in cui tutta Italia segue con apprensione la tragedia accaduta a Mestre, con l’incidente di un pullman che ha provocato 21 morti e 18 feriti, il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini ha altro di cui occuparsi. Più delle pessime condizioni del guardrail, a disturbare il leader leghista è un “mi piace” messo su Facebook dalla giudice Iolanda Apostolico, colei che rispettando la legge ha smontato in men che non si dica il cosiddetto “Decreto migranti” licenziato dal governo.

Nel giorno in cui tutta Italia segue con apprensione la tragedia accaduta a Mestre il ministro dei Trasporti Salvini ha altro di cui occuparsi

Riprendendo un articolo del sito affaritaliani.it in cui si legge che la giudice avrebbe apprezzato un post del marito con considerazioni non benevole nei suoi confronti, Salvini scrive sui suoi social: “Domando a voi: ma è normale che un magistrato di Catania metta “mi piace” a post – del marito – che insultano il sottoscritto quando ero ministro dell’Interno, e poi decida di smentire i decreti del governo in materia di immigrazione?”. Gli rispondiamo prontamente.

Sì, è normale che un magistrato abbia delle legittime idee politiche. È normale che nel privato disistimi questo o quel leader politico al di fuori dell’esercizio della propria funzione. Un po’ meno normale è questa abitudine tutta italiana di frugare nei “mi piace” su Facebook e nel privato dei magistrati per infangarli nelle loro funzioni. Ancora meno normale è un ministro che si occupa del proprio ego nel giorno di una tragedia che riguarda le competenze del suo ministero. Dalle parti del governo sono fatti così. Per loro è “libertà di espressione” un generale che sputa odio contro stranieri e gay, ma è un peccato mortale un giudice che liberamente li disistimi. Torni a lavorare, ministro.

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La Meloni a capo chino. Pronta al mea culpa dopo gli insulti a Scholz

In questi giorni la diplomazia italiana è indaffarata per organizzare un incontro bilaterale, domani a Granada, in Spagna, quando la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il cancelliere tedesco Olaf Scholz parteciperanno al Consiglio europeo. Lo scopo, dicono da Palazzo Chigi, è quello di provare a appianare lo scontro tra Italia e Germania di questi ultimi giorni: ricomporre i rapporti per l’Italia è fondamentale per sbrogliare la matassa europea sull’immigrazione e soprattutto per non correre rischi a Bruxelles in occasione della prossima Legge di Bilancio che il governo si prepara a varare.

Domani a Granada il bilaterale Italia-Germania. Meloni deve ricucire con il cancelliere Scholz per evitare guai

È la consueta Meloni bifronte, sovranista in Italia e mansueta in Europa, che corre a riparare i danni che lei stessa provoca e rintuzza per non rimanere isolata sul fronte europeo. Solo lo scorso 25 settembre Meloni aveva scritto a Scholz per esprimere i suoi dubbi sui finanziamenti tedeschi alle navi umanitarie. “Ho appreso con stupore che il Tuo Governo – in modo non coordinato con il Governo italiano – avrebbe deciso di sostenere con fondi rilevanti organizzazioni non governative impegnate nell’accoglienza ai migranti irregolari sul territorio italiano e in salvataggi nel Mare Mediterraneo”, scriveva nella missiva la presidente del Consiglio. Alle rimostranze di Meloni si aggiunsero quelle del ministro della Difesa Guido Crosetto, che in un’intervista aveva definito “molto grave” il finanziamento di Berlino.

Anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha parlato di “atteggiamento strano” e ha annunciato un viaggio per chiedere chiarimenti alla collega Annalena Baerbock. La Germania rispose – piuttosto piccata – di avere informato già da un anno l’ambasciata italiana dell’intenzione di finanziare alcune Ong poiché ritiene indispensabile “salvare vite umane”. Il giorno successivo ad aggiungere benzina sul fuoco ci pensò il vicesegretario della Lega Andrea Crippa parlando con Affaritaliani: “Ottant’anni fa il governo tedesco decise di invadere gli stati con l’esercito ma gli andò male, ora finanziano l’invasione dei clandestini per destabilizzare i governi che non piacciono ai socialdemocratici”, aveva tagliato corto Crippa, dicendo probabilmente quello che il suo segretario Matteo Salvini avrebbe voluto ma non poteva dire.

Dopo gli attacchi al cancelliere tedesco sui migranti la nostra presidente del Consiglio teme la bocciatura della Manovra

La strampalata teoria di Crippa si basa sull’idea che “sicuramente in Germania non vogliono ne Salvini ne Meloni e vorrebbero o un governo tecnico, Monti o Draghi o chicchessia, o di sinistra, Schlein o altri”. Il 28 settembre è toccato al ministro agli Esteri Tajani provare ad abbassare i toni. Incontrando a Berlino, come detto, la sua omologa in Germania, la responsabile degli Esteri Annalena Baerebok, Alla quale chiarì che “nessuno fa la guerra alle ong però non possono essere una sorta di calamita per attrarre migranti irregolari che poi, guarda caso, vengono portati sempre e soltanto in Italia perché è il porto più vicino” invitando la Germania a sforzi finanziari “su soluzioni strutturali della questione migratoria”. “La Germania è un Paese amico – ha detto in quell’occasione Tajani – ma l’amicizia non impedisce di sottolineare che ci sono dei problemi che comunque non intaccano l’amicizia storica”.

La responsabile degli Esteri in Germania Baerebok ha stemperato i toni spiegando ai giornalisti che “se una lettera e la questione del finanziamento delle ong costituiscono l’unico problema tra due Paesi, saremmo ben lieti che i problemi si riducessero a questo”. Le dichiarazioni di Crippa vennero derubricate a “opinioni personali di un parlamentare, non del governo” ma probabilmente la Germania non ne è completamente convinta. Arrivati a questo punto a Giorgia Meloni non resta che fare ciò che da un anno le viene meglio: ripresentarsi con le orecchie basse di fronte ai capi di Stato dei Paesi europei fingendo che le parole con cui concima il consenso in patria siano semplici “errori” di qualcuno dei suoi. Ottenute le scuse ricomincerà – c’è da scommetterci – a farlo di nuovo.

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La balla dell’emergenza sbarchi. I numeri affossano la propaganda delle destre

A riportare la discussione sulle migrazioni nei binari delle giuste proporzioni è stato ieri Flavio di Giacomo, portavoce dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) nel decimo anniversario della strage di Lampedusa: “Non c’è nessuna emergenza, i numeri sono gestibili”. Forse bisognerebbe partire da qui per ricostruire un dibattito scevro da populismi xenofobi e da confusioni. “La politica continua a raccontare come fosse un’emergenza un fenomeno strutturale”, ha spiegato di Giacomo ieri in occasione del decimo anniversario della strage di Lampedusa, costata la vita a 368 persone morte nel naufragio del barcone su cui viaggiavano a poche miglia dalle coste dell’isola.

Flavio di Giacomo, portavoce dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim): “Non c’è nessuna emergenza, i numeri sono gestibili”

“Quest’anno sono arrivate 130mila persone, un numero che l’Italia ha già sperimentato nel 2015-2016, un numero non altissimo se pensiamo al milione quasi arrivato in Grecia nel 2015. Numeri gestibili. Solo che nel 2016 le persone venivano salvate in mare e portate nei porti siciliani. Solo l’8 per cento arrivava a Lampedusa. Quest’anno, invece, in mancanza dello stesso sistema di soccorso chi parte dalla Libia e dalla Tunisia arriva direttamente a Lampedusa. Ci troviamo di fronte a quella che non è un’emergenza numerica, né per l’Italia né per l’Europa, ma a un’emergenza operativa e logistica per Lampedusa, e a un’emergenza umanitaria per il numero di morti in mare”.

Per il portavoce dell’Oim “da dieci anni siamo qui a dire le stesse cose”: “nel 2013 di fronte alle 368 bare i politici di tutto il mondo vennero a Lampedusa per dire ‘mai più morti in mare’. A distanza di 10 anni abbiamo 28mila vittime in tutto il Mediterraneo, 23mila circa in quello centrale e quest’anno oltre 2.093 nel Mediterraneo centrale”, aggiunge, ricordando come all’indomani della strage di Lampedusa nacque “l’operazione Mare nostrum che salvò oltre 150mila vite nel 2014”.

Dal 2016-17 – ricorda di Giacomo – le cose iniziarono a cambiare. Sono intervenute le ong che hanno colmato il vuoto lasciato dagli Stati, ma nel tempo hanno iniziato a essere ostacolate. Il salvataggio in mare, che prima era una priorità assoluta anche per chi era contrario ai flussi migratori, improvvisamente è iniziato a essere un po’ meno una priorità per l’Europa”. Di Giacomo punta il dito su “un sistema di soccorso ampiamente sufficiente” sottolineando come occorra “un sistema di pattugliamento europeo che salvi le persone e le porti in un porto sicuro.

Invece, in questi ultimi anni chi parte dalla Libia e viene intercettato in mare dalla Guardia costiera libica è riportato indietro in centri di detenzione, le cui condizioni inumane sono note a tutti”. Per il portavoce dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni “la politica non ha saputo raccontare il fenomeno migratorio. Si parla sempre di flussi via mare, ma la migrazione è molto di più. Sono i 5 milioni di migranti che vivono regolarmente in Italia e contribuiscono al 9 per cento del Pil, è una risorsa enorme”.

Per l’Organizzazione internazionale per le migrazioni le soluzioni sono l’apertura di canali regolari, salvare le vite in mare e cominciare a pensare alla migrazione come un fenomeno fondamentale per la nostra società. “L’Europa ha una crisi demografica enorme, – spiega di Giacomo – tra 20-30 anni in Italia e in Ue ci saranno quasi più persone in pensione che in età lavorativa. E’ evidente che abbiamo bisogno di immigrazione. I governi dovrebbero prendersi carico di una gestione lungimirante del fenomeno nel lungo termine, una gestione che guardi ai prossimi 15-20 anni. Bisogna cambiare la narrazione e le politiche per gestire un fenomeno da trattare come una risorsa”.

Che non ci sia nessuna “invasione” lo ripete da tempo anche l’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) che conta quasi un milione di persone sbarcate in Italia negli ultimi dieci anni a fronte di una popolazione straniera italiana che non cresce. Anche i “nuovi italiani” (fino a 10 anni dall’acquisizione della cittadinanza, che già richiede in media più di 10 anni per essere ottenuta) negli ultimi due anni si sono assestati sugli stessi numeri. In Germania – per avere un’idea delle proporzioni – la popolazione nata all’estero è aumentata di 5 milioni dal 2015 al 2021 secondo Eurostat.

Nello stesso periodo in Italia l’aumento è di nemmeno mezzo milione. Anche l’impatto economico dell’invasione che non esiste è ben diverso dalle stime allarmistiche agitate dal governo: Un milione di persone in dieci anni sono 100mila l’anno. Lo 0,2% della popolazione italiana. Il costo di gestione di 100mila persone è di 1,3 miliardi di euro l’anno, ovvero lo 0,1% della spesa pubblica italiana. Soldi che, tra le altre cose, arrivano dall’Unione europea e non possono essere usati per altri capitoli di bilancio.

A metà maggio di quest’anno secondo le stime dell’agenzia Onu per i i rifugiati in Europa c’erano 8,2 milioni di profughi ucraini, scappati dalla guerra provocata dall’invasione russa. Circa 5 milioni hanno ricevuto la protezione temporanea, una forma di asilo che negli ultimi 20 anni non era mai stata implementata per altre categorie di profughi.L’Italia ha inoltre avviato un modello di accoglienza del tutto nuovo, basato sul ricorso alla pratica dell’accoglienza diffusa e al contributo di sostentamento. Il secondo ha funzionato meglio della prima e pertanto il sistema ha sicuramente dei margini di miglioramento. Forse il problema di questi banalmente è che sono neri.

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E alla fine arrivarono i manganelli

E alla fine arrivarono, previsti, anche i manganelli. Dopo la violenza che c’è nel criminalizzare i poveri, nel rivittimizzare coloro che si mettono in mare per scappare dalla fame e dal piombo e dopo quella che c’è verso chiunque non sia allineato è arrivata la violenza fisica contro gli studenti. Vale la pena ricordare che sono gli stessi studenti a cui è stato promesso un Pnrr che avrebbe sensibilmente migliorato le loro vite e le loro possibilità di studio. Non sta andando così.

Gli studenti manganellati ieri a Torino sono ragazzi giovanissimi a mani nude, non incappucciati, perfettamente riconoscibili. La loro criminalizzazione sui quotidiani di oggi sono manganellate aggiuntive, questa volta su carta. 

Si dice in queste ore che gli scontro con gli studenti ci sono sempre stati. È vero. Ma la Polizia eccede con il manganella quando è consapevole che il governo di turno tifa per le legnate e sarà disposta a difenderle se non addirittura a premiarle. Che l’Italia sia tra gli 86 Paesi che secondo Amnesty International usano illegalmente la forza come risposta a proteste pacifiche per questi è addirittura un vanto.

Ci sarebbe da capire chi difendesse la Polizia: Giorgia Meloni? La presidente del Consiglio ieri a Torino non è mai stata lontanamente in pericolo. Agitavano i manganelli perché i giovani “hanno rotto il cazzo”, come diceva quell’ispettore di Polizia ripreso in un video?

La differenza più rilevante però è l’esibizione fiera della propria insofferenza verso la piazza. «Se le contestazioni sono dei centri sociali lo considero perfettamente normale. Anzi, mi ricorda che sono dalla parte giusta della storia», ha detto Meloni. Come dire “abbiamo vinto noi e quindi dovete stare zitti”. Il senso di democrazia. 

Buon mercoledì.  

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