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Come “intimidire” i disperati

Tra le soluzioni che non risolveranno nulla da oggi potete aggiungere l’aumento a 18 mesi dei tempi di detenzione nei Centri permanenza per il rimpatrio (Cpr) che il governo ha pensato per “intimidire” i disperati che partono e convincerli a non partire più.

Al di là dell’infantile credenza che qualcuno che scappa dalla fame e dal piombo possa essere minimamente scoraggiato dall’indurirsi delle nostre regole ci sarebbe da studiare con attenzione che fine abbiano fatto negli ultimi due anni i 50 milioni di appalti per la gestione che hanno foraggiato multinazionali e cooperative a discapito di qualsiasi diritto umano che dovrebbe essere garantito.

Si potrebbe rileggere l’ultimo rapporto per il Garante dei diritti che racconta come nel 2022 sia stato effettivamente rimpatriato in media il 49,4% delle persone trattenute (dal Cpr di Macomer, ad esempio, solo il 23%) in media con gli ultimi 25 anni. Si potrebbe rileggere anche il Garante quando scrive che quel tipo di detenzione è a tutti gli effetti illegittima: “tale privazione sia giustificata da una percorribile ipotesi di rimpatrio: ciò rende illegittima la restrizione della libertà quando non ci siano accordi con il Paese di destinazione che rendano questa ipotesi concretamente realizzabile”.

Come ricorda Cild (coalizione italiana per i diritti civili) «i Cpr esistono ormai da 25 anni, un periodo di tempo sufficiente per sapere che le persone o vengono riconosciute o rimpatriate nelle prime settimane, oppure non si riuscirà più a farlo. Già in passato i tempi di permanenza erano di 18 mesi e i rimpatri erano percentualmente come negli anni successivi in cui i tempi erano stati ridotti drasticamente».

Siamo pronti, quindi, all’ennesimo fallimento sulla pelle dei disperati.

Bravi.
Buon martedì.

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Valditara dimentica l’Anpi. E pure la Costituzione

Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara non ha ancora trovato un minuto per incontrare l’Anpi e rinnovare il protocollo che permette di organizzare nelle scuole (gratuitamente) lezioni su Costituzione e Resistenza. Il protocollo ha una scadenza triennale e la riconferma andrebbe fatta entro il mese di settembre.

Il ministro Valditara non ha ancora trovato un minuto per rinnovare il protocollo che permette all’Anpi di organizzare nelle scuole lezioni su Costituzione e Resistenza

Lo racconta il presidente dell’Associazione nazionale partigiani, Gianfranco Pagliarulo, che in una lettera-appello inviata al presidente della Repubblica e alla presidente del Consiglio, esprime “sincero rammarico” per la situazione di stallo. Il protocollo vuole “promuovere e sviluppare iniziative di collaborazione e di consultazione permanente al fine di realizzare attività programmatiche nelle scuole e per le scuole volte a divulgare i valori espressi nella Costituzione repubblicana e gli ideali di democrazia, libertà, solidarietà e pluralismo culturale”, ma le tre lettere con cui l’Anpi sollecitava un incontro non hanno ottenuto risposta.

Mentre per un anno i ministri ci hanno tenuto con il fiato sospeso col dibattito su Dante di destra o di sinistra, la nuova matrice culturale è chiara: eliminare ciò che viene considerato avverso o pericoloso per la loro propaganda. Non avendo idee e culture da proporre (quando lo fanno sono un fiasco, citofonare in Rai) si accontentano di distruggere l’esistente.

L’antiantifascismo è l’ultimo sotto-prodotto di questa cultura, come gli altri “anti” di questi mesi. Zero proposte, solo demolizione. Tanto col coraggio e l’ignoranza che hanno dimostrato finora riusciranno a indicare le macerie e a rivendercele come un Rinascimento.

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Il merito e la laurea del presidente di Confindustria

Da qualche settimana l’economista e professore universitario (e quindi laureato) Riccardo Puglisi si domanda e domanda se l’esperto di geopolitica Dario Fabbri sia laureato. La sua legittima domanda ha aperto un dibattito su X (ex Twitter) che verte soprattutto sulla presentazione di Fabbri come “dottore” in diverse occasioni. La platea del dibattito si divide tra chi sottolinea che Fabbri non ricopra ruoli pubblici e abbia già ampiamente dimostrato il suo valore con le sue analisi e chi invece ritiene che la trasparenza sul proprio percorso di studi sia responsabilità di un personaggio pubblico. 

Da qualche giorno il nodo della laurea è emerso anche per il presidente di Confindustria Carlo Bonomi. Bonomi non è laureato eppure viene presentato come “dottore” e non ha mai smentito la propria laurea. La sua pagina Wikipedia, che lo indicava come laureato in economia, è stata corretta in fretta e furia dopo l’uscita di primi articoli giornalistici sulla questione. Si sa che Bonomi, esaurito il mandato in Confindustria, vorrebbe sedersi sulla poltrona di presidente del cda della Luiss, l’università confindustriale. Peccato che serva una laurea. Il decreto legge numero 13 del 24 febbraio scorso, quello per l’attuazione del Pnrr, al comma 9 dell’articolo 26 introduce quale requisito per la carica di presidente di un’università il possesso di un titolo di studio non inferiore alla laurea. C’è di più: Bonomi (imprenditore che imprende con il 4,5 per cento di un’azienda che distribuisce apparecchi “elettromedicali”) è colui che tutti i giorni ci dà lezioni di “merito” e di “fatica per guadagnarsi un lavoro”. Qualcuno dice che siano questioni di lana caprina. Forse sì, siamo in un tempo in cui la credibilità è caprina. 

Buon lunedì. 

Nella foto: Carlo Bonomi (Wikipedia)

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Dal Terzo polo al terzopopulismo. L’inarrestabile metamorfosi di Renzi

Aveva promesso di affrancarsi dal populismo di destra e dal populismo di sinistra e così alla fine Matteo Renzi è riuscito nel capolavoro di inventarne un terzo per scendere in battaglia: il terzopopulismo.

Renzi è riuscito nel capolavoro di inventarne un nuovo populismo per scendere in battaglia: il terzopopulismo.

Il terzopopulismo è facilmente riscontrabile nell’isterica perseveranza con cui da quelle parti hanno continuato a chiamare “terzo polo” un’alleanza politica che in realtà era la quarta – certificata anche dai risultati elettorali – e che alla fine non era nemmeno un polo, visto che si è sciolto come neve al sole di fronte ai narcisismi. Il terzopopulismo lo riconosci quando Matteo Renzi, che da segretario del Pd detestava “i piccoli partiti personali” si è messo a costruire un suo “piccolo partito personale” e tutti i giorni si lamenta perché il Pd da cui se n’è andato non è il partito che avrebbe voluto lui.

Il terzopopulismo lo riconosci perché il padrone di Italia Viva sta passando gli ultimi mesi a fare scouting di personaggi politici (a volte piuttosto improbabili) sia a destra sia a sinistra (come tutti i populisti ha lo stomaco forte) ma ieri si è lamentato perché la sua ex ministra Elena Bonetti ha deciso di lasciare Italia Viva annunciando una collaborazione con l’odiatissimo Calenda.

L’ex ministra è stata subissata dal fango degli italioti vivi sui social (com’è abitudine) e Renzi ha recitato invece la parte del poliziotto buono spiegandoci che la “gratitudine non esiste in politica”. Lo sappiamo bene, caro terzopopulista, che il populismo grida sempre e comunque vendetta. Basta chiederlo a un tuo ex compagno di viaggio, uno qualsiasi.

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Perché nessuno in Italia parla di Khaled El Qaisi

Perché nessuno in Italia parla di Khaled El Qaisi, cittadino italiano arrestato lo scorso 31 agosto dalle autorità amministrative israeliane dei Territori Occupati? Khaled è a tutti gli effetti un cittadino italiano, oltre ad essere traduttore e impegnato nel Centro di Documentazione Palestinese, di cui è uno dei fondatori, e studente del corso di laurea triennale in Lingue e civiltà orientali dell’Università La Sapienza di Roma.

Non si sa perché sia stato arrestato, non si sa per quali ragioni venga trattenuto. A oggi Khaled El Qaisi è un cittadino italiano innocente, che ha trascorso con la famiglia parte delle sue vacanze presso i suoi partenti e amici in Cisgiordania, dov’è nato. La corte del Tribunale di Rishon Lezion, non lontano da Tel Aviv, si è limitata a confermare e prolungare l’arresto fino al 14 settembre, mentre le ragioni del medesimo restano ignote.

Khaleld non è solo. Israele detiene in flagrante violazione del diritto internazionale e del giusto processo 5000 palestinesi, di cui oltre 1200 senza accusa né processo. Amnesty Inyernational ripete che “serve una risposta forte a livello internazionale”.

Dov’è il Governo italiano sempre pronto a difendere “prima gli italiani”? Non vorremmo pensare che qualcuno sia meno italiano per il suono del cognome o per la pelle scura. Dove sono i presunti intellettuali pronti a immolarsi per difendere i compatrioti? Così sembra proprio il mondo al contrario, come scrive quel fine scrittore del generale Vannacci. No?

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Sulla rotta Ita-Lufthansa dilettanti allo sbaraglio

Giorgia Meloni in conferenza stampa dopo il vertice G20 ha voluto lanciare una stoccata al commissario europeo Paolo Gentiloni per non perdere terreno con i suoi alleati sull’antieuropeismo e per ridestare i suoi elettori stanchi dalla sua improvvisa moderazione. E ha sbagliato. “Sta accadendo una cosa obiettivamente curiosa, ha osservato Meloni, la stessa Commissione europea che per anni ci ha chiesto di trovare una soluzione al problema Ita, quando troviamo una soluzione al problema Ita la blocca. Quindi non stiamo più capendo e vorremmo una risposta. Su questo è stato interessato anche il commissario Gentiloni”, ha detto la presidente del Consiglio.

A stretto giro di posta un portavoce dell’esecutivo comunitario ha chiarito che “la Commissione europea “non ha ancora ricevuto alcuna notifica” sull’accordo tra Ita e Lufthansa”. La situazione è degna di un filmato comico di terza categoria: Giorgia Meloni si lamenta per la mancata risposta a una lettera mai spedita. Così poche ore dopo deve intervenire il Ministero delle finanze italiano per chiarire che tutto va ben e che il dialogo con i commissari europei procede a gonfie vele, “a stretto contatto”. 

La stoccata pubblicitaria contiene anche un altro marchiano errore: a seguito del congedo della vicepresidente Ue, Margrethe Vestager, responsabile della concorrenza, stando a quanto viene ricordato a Bruxelles in ambienti vicini al dossier, il commissario Didier Reynders è ora il responsabile del portafoglio, mentre Paolo Gentiloni è competente per le questioni relative all’economia e non alla concorrenza. Non male, eh?

Buon lunedì.

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Da Vannacci ad Almirante. Botte da orbi a destra

A Grosseto, dove da poco la prefetta nonché moglie del ministro Piantedosi ha firmato la nuova “via Almirante”, ora a destra se le danno di santa ragione per – udite udite – l’ormai famoso libro del generale Vannacci. Il consigliere comunale leghista Gino Tornusciolo accusa i suoi colleghi di Fratelli d’Italia: “Avevo organizzato l’incontro con il sindaco nella sala del Consiglio. Ho quindi comunicato l’evento ai partiti della maggioranza e a quel punto FdI ha cominciato a porre un veto ritenendo poco opportuna la presentazione del libro in città, portando di fatto a un diniego del patrocinio e innescando un dibattito nella maggioranza”.

A Grosseto, dove da poco la prefetta nonché moglie del ministro Piantedosi ha firmato la nuova “via Almirante”, ora a destra se le danno di santa ragione per l’ormai famoso libro del generale Vannacci

“Purtroppo – chiude Tornusciolo – devo ammettere che è stata la stessa maggioranza, a cui appartengo, a impedire lo svolgimento del dibattito”. Il prode generale, captati i prodromi di una polemica s’è eroicamente dileguato, rinunciando alla presentazione. Da Fratelli d’Italia rispondono in modo maschio: “Rimaniamo piuttosto esterefatti davanti a così infantili accuse, comprendiamo la voglia di ritagliarsi uno spazio politico ma invitiamo a farlo nel rispetto dei ruoli e magari con argomentazioni propositive e non con queste sterili ed inutili uscite”, dice il coordinatore provinciale, Luca Minucci.

Perfino i compagni di partito di Giorgia Meloni devono aver pensato che patrocinare un libro che azzanna gay e neri non sia un’idea intelligentissima. E quindi? Quindi ora il leghista può trascorrere i prossimi giorni a denunciare l’oppressione del “pensiero unico”, proprio come il suo amato generale. Finché non ci si renderà conto che rifuggire dalla cretineria è tutt’altro che un complotto.

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Meloni vola dall’amico Orbán. Per isolarci ancora di più

Per vedere la fotografia della situazione basterebbero le parole rilasciate al Corriere della Sera dal parroco di Lampedusa don Carmelo Rizzo: “Siamo sul tragico, sul drammatico, sull’apocalittico. Non si sa cosa fare. Qui manca l’acqua, manca tutto, abbiamo aperto anche i saloni parrocchiali per accogliere i migranti, ma continuano ad arrivare a ritmi sempre crescenti. C’è confusione e amarezza, una provvisorietà disarmante che annienta; le forze dell’ordine tengono a fatica la calca di migranti sotto il sole. La situazione è grave, serve aiuto. Devono arrivare navi e aerei con soccorsi di acqua e cibo e per spostare queste persone, la gente di Lampedusa è preoccupata e disorientata, si va avanti a tappare le falle, a questi ritmi non si regge”.

La premier Meloni travolta dagli sbarchi invoca l’aiuto dell’Ue. Ma poi rende omaggio all’alleato che si oppone

A Lampedusa nelle ultime 24 ore sono più di 110 gli sbarchi, più di 5mila persone sfiancate e tenute a stento assiepate sul molo in attesa di essere trasportate altrove. Lì di posto non c’è n’è più, da parecchi mesi. Il fallimento sulle gestione del fenomeno migratorio da parte del governo Meloni e dei suoi ministri Tajani, Salvini e Piantedosi è nei numeri e nelle persone. Ieri, nella notte, è morto anche un neonato di 5 mesi, caduto in acqua dopo il ribaltamento di un barchino. I soccorsi della Guardia costiera italiana sono arrivati troppo tardi. Anche lui verrà infilato nel cassetto delle “vittime collaterali” di una politica fallimentare su tutti i piani: quello umanitario, quello politico e quello internazionale.

La decisione di Germania e Francia di bloccare l’accoglienza di migranti dall’Italia e chiudere i confini è solo l’ultima puntata di un isolamento internazionale che Giorgia Meloni non riuscirà a nascondere a lungo sotto il tappeto. Gli accordi con la Libia (devastata in queste ore) e con la Tunisia non funzionano e non funzioneranno mai. Anzi, la firma celebrata da Meloni con la Tunisia ha avuto l’effetto inverso: la Tunisia di Al Saied ha iniziato a deportare i migranti casa per casa e li ha spinti nel deserto lasciandoli morire di sole e di sete. L’inevitabile terrore che si è sviluppato nella zona ha aumentato e accelerato le partenze e così l’unico risultato del governo italiano è quello di avere stretto i rapporti con l’ennesima autocrazia (dopo la Libia) che potrà usare i migranti come arma non convenzionale per chiedere più soldi al nostro paese.

Il ministro Antonio Tajani si finge sorpreso: “L’immigrazione è un problema europeo e deve essere risolto con la partecipazione di tutti i Paesi Ue”, scrive su X il ministro degli Esteri. E “le istituzioni comunitarie devono essere parte della soluzione. Si accelerino i tempi di attuazione degli accordi con i Paesi di origine e di transito”. Il capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia, Tommaso Foti, spiega che l’Italia non può diventare “il punto di primo approdo e di unica ospitalità di una immigrazione che oggi è epocale quindi o l’Europa batte un colpo o diversamente lo dovrà battere autonomamente l’Italia, anche oltre quello che l’Europa sta facendo o non facendo. Indubbiamente – dice Foti – la posizione oggi del governo italiano non può essere anche di durissima fermezza perché gli italiani hanno gli stessi diritti degli altri cittadini europei: non si capisce per quale ragione l’Italia dev’essere abbandonata a sé stessa in ragione di una posizione geografica che tra l’altro vede nel Mediterraneo interessi di molte potenze”.

Dopo aver spinto per i ricollocamenti ora la leader FdI torna a giocare di sponda con i sovranisti

Eppure il motivo dell’impasse è semplice, quasi banale. Meloni e la sua schiera hanno promesso agli italiani una soluzione impossibile e vietata dai trattati internazionali: chiudere i porti. Quando al governo si sono accorti di avere esagerato con la propaganda la presidente del Consiglio si è affannata per provare a bloccare i porti delle partenze, ripercorrendo i tempi in cui l’ex ministro dem Marco Minniti siglò i patti dell’orrore libici. Nel frattempo è stato completamente smantellato il sistema di accoglienza diffusa che in Italia consentiva di non ammassare i migranti: ecco perché ora le poche strutture esplodono.

Nel frattempo Meloni continua a giocare contemporaneamente sul tavolo della “europeista e atlantista” e sul tavolo dei peggiori sovranisti in Europa che sono i peggiori nemici dell’Italia opponendosi a qualsiasi tipo di accordo sulla ridistribuzione. Oggi, tanto per isolare ancora di più l’Italia, Meloni vola dall’amico Viktor Orbán. Il punto è che le due facce della premier configgono tra loro, riuscendo nella mirabile impresa di non portare a casa nessun risultato in nessuna delle due direzioni.

Il risultato finale è la situazione italiana di queste ore. Il partito della presidente del Consiglio intima all’Europa di intervenire. “Altrimenti faremo noi!”, minacciano da Palazzo Chigi mentre la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen ha ricordato come il lavoro sull’immigrazione si basi sulla convinzione che “l’unità sia alla nostra portata”, assicurando “sicurezza e umanità”. Solo che quando ci si risiederà in Europa ancora una volta l’Italia virerà verso la peggiore destra per fare saltare tutto. E così Meloni potrà rimettersi nei panni dell’italiana che strilla contro l’Ue. Come un serpente che si morde la coda, mentre il dramma continua.

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C’è il generale Vannacci. Foa sull’attenti in Rai

Che il generale Roberto Vannacci non aspettasse altro di un’aria buona per sdoganare le sue discutibili idee non può essere una sorpresa. I mediocri sognano per tutta la vita di allinearsi alla mediocrità maggioritaria per sentirsi profeti.

Per l’ex presidente della Rai, Marcello Foa, che oggi imperversa su Radio1, “il successo del libro di Vannacci segnala un cambiamento di clima”

Che Vannacci peschi lettori tra coloro che non hanno mai letto un libro e difficilmente ne leggeranno mai uno è scontato: comprare il suo libro è spesso un omaggio alla propria “curiosità”; chiamiamola così. Sostanzialmente è il brivido di poter partecipare all’affossamento del Paese sentendosi partecipi a un’orda di idioti che vorrebbero essere rivoluzionari.

Più patetici di Vannacci – che almeno sta guadagnando dei bei soldi e umettando la sua prossima candidatura – sono i vannacetti e vannacciassori che si mettono in scia al generale per guadagnare uno spicchio di celebrità popolare. L’ultimo della lista è Marcello Foa, ex presidente Rai avallato da quel Beppe Grillo avvezzo alle glorificazioni sballate e quel Matteo Salvini che è lo stesso Matteo Salvini di oggi.

Foa è caduto in piedi, ovviamente, e oggi imperversa su Radio1 Rai, in cui dice: “Il successo del libro di Vannacci segnala un cambiamento di clima. Qui c’è un’ampia parte della popolazione italiana, secondo me maggioritaria, che non aspettava altro che qualcuno di autorevole – un generale – uscisse pubblicamente e dicesse delle cose.

E le dice con forza, e ottiene un successo incredibile, questo perché la vecchia maggioranza silenziosa è stufa degli eccessi della narrazione dell’altra parte, è stufa degli eccessi del politicamente corretto…”. Ha ragione Foa: la mediocrità non vede l’ora di trionfare. E evidentemente Foa non vede l’ora di riabilitarsi come suo vassallo.

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L’Italia aiuterà la Libia ma per il Marocco non c’è fretta

Il bilancio delle vittime del terremoto in Marocco ha superato le 2.800 persone, mentre un numero limitato di squadre di soccorso straniere si è unito alla crescente corsa contro il tempo per trovare eventuali superstiti sulle montagne dell’Atlante, dove molti villaggi rimangono inaccessibili. Le autorità marocchine, ricordava ieri il Guardian, hanno affermato di avere “risposto favorevolmente” alle offerte di aiuto delle squadre di ricerca e soccorso di Spagna, Qatar, Gran Bretagna ed Emirati Arabi Uniti, ma non hanno ancora accettato ulteriori proposte di aiuto da altri paesi nonostante la natura urgente della situazione.

Italia, Francia e Turchia, tra gli altri, hanno offerta la loro disponibilità immediata a fornire assistenza. L’agenzia di stampa statale marocchina ha affermato che le autorità di Rabat “hanno effettuato una valutazione precisa dei bisogni sul campo, dato che il mancato coordinamento in tali situazioni potrebbe essere controproducente”. Il re del Marocco Mohammed VI nel frattempo ha ringraziato i paesi amici per le loro offerte di aiuto. Il terremoto di magnitudo 6,8 di venerdì ha colpito anche un gruppo isolato di villaggi montuosi a 45 miglia a sud di Marrakech e ha scosso le infrastrutture fino alla costa settentrionale del paese.

La TV di stato ha riferito che il bilancio delle vittime è salito a 2.862, con 2.562 feriti, e ci sono aspettative che il bilancio possa aumentare man mano che le squadre di soccorso raggiungono questi villaggi remoti in alta montagna. Le riprese dei droni dei canali televisivi locali hanno mostrato le tradizionali case di mattoni di fango completamente rase al suolo. “Finora non abbiamo trovato superstiti, solo morti sepolti sotto le macerie. L’odore dei cadaveri è molto, molto forte. Non abbiamo ancora né elettricità né acqua”, ha detto Aziz, un abitante di un villaggio di Ijoukak, vicino all’epicentro del terremoto, citato dal Guardian, confermando che gli aiuti e gli operatori d’emergenza sono finalmente arrivati nell’area. Ma i borghi sulle colline intorno a Ijoukak rimangono inaccessibili. “Anche i muli e gli asini non sono riusciti ad arrivare lassù perché ci sono enormi massi che bloccano le strade”, ha spiegato.

In Libia il passaggio del ciclone sub-tropicale ha creato un disastro di proporzioni immani

Intanto in Libia il passaggio del ciclone sub-tropicale Daniel in Cirenaica la notte tra domenica 10 e lunedì 11 settembre ha creato un disastro di proporzioni immani, la peggiore catastrofe della Libia e una delle più gravi dell’intero Mediterraneo. Il cedimento di due dighe risalenti agli anni ‘70 ha letteralmente sommerso la città nord-occidentale di Derna, che conta da sola tra i 50mila e i 90mila abitanti a seconda delle fonti: interi quartieri sono stati spazzati via dall’acqua. Il ministro della Sanità del Governo libico di stabilità nazionale (Gsn), l’esecutivo libico al potere nell’est e non riconosciuto dalla comunità internazionale, Othman Abdel Jalil, ha fornito un bilancio provvisorio di oltre 3mila morti, cifra poi salita a 5mila 200 nella sola Derna, ma preoccupa il fatto che i dispersi sarebbero addirittura 100mila in tutta la Cirenaica.

Oltre a Derna, infatti, ci sono molte altre aree colpite, come Susah (8mila abitanti), Al Marj (80mila), Al Bayda (250mila) e zone dell’entroterra di cui si sa poco o nulla. Le comunicazioni sono interrotte, Internet e i telefonini non funzionano, molte strade sono bloccate e i soccorsi tardano ad arrivare. Difficile spiegare le cause di un tale disastro: incuria, cambiamenti climatici, il fatto che molta gente stava dormendo quando è arrivata la piena sono possibili motivazioni.

I recenti cataclismi che hanno colpito Libia e Marocco svelano l’ipocrisia della nostra politica estera

Due Paesi in emergenza. La comunità internazionale si mobilita. E l’Italia Per leggere la politica estera del governo italiano basta leggere due dichiarazioni del ministro agli Esteri Antonio Tajani che nel giro di qualche minuto parla di Libia e Marocco. Per quanto riguarda la Libia Tajani si affretta ad annunciare di avere “l’ambasciatore a Tripoli per avere gli ultimi aggiornamenti. Il governo italiano risponde subito alle richieste di sostegno per l’alluvione nell’est della Libia: una squadra avanzata di valutazione è già in partenza coordinata dalla nostra Protezione civile”. Dice Tajani: “Ho chiamato l’ambasciatore a Tripoli per avere gli ultimi aggiornamenti. Il governo italiano risponde subito alle richieste di sostegno per l’alluvione nell’est della Libia: una squadra avanzata di valutazione è già in partenza coordinata dalla nostra Protezione civile”.

Sul Marocco il discorso cambia. “Il Marocco – dice Tajani – ha avuto offerte di aiuti da tutti i Paesi del mondo, ha scelto quelli con cui probabilmente ha relazioni di maggiore vicinanza, penso per esempio alla Spagna. Noi abbiamo dato ovviamente tutta la nostra disponibilità, così come alla Libia dove c’è stato un altro disastro naturale e siamo pronti a fare tutto ciò che serve a questo Paese che ha avuto già tante vittime a causa della guerra. Almeno per il momento non abbiamo avuto notizie di italiani coinvolti nell’inondazione, stiamo seguendo la vicenda da vicino con il nostro consolato a Bengasi e l’ambasciata a Tripoli”. Qual è la differenza Semplice: la Libia occlude le partenze verso l’Italia, il Marocco no. La differenza sta tutta solo qui.

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