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Dio, famiglia e vittimismo. Altra gita di Meloni da Orbán

Incurante del disastro umanitario sulle nostre coste, del fallimento del memorandum con la Tunisia e della catastrofe sulle coste e nel Mediterraneo Giorgia Meloni ha deciso di prendersi un pomeriggio di scampagnata sovranista nell’Ungheria di Viktor Orbán, uno dei principali attori della politica internazionale in Europa. Innamorata di chiunque la elogi, Meloni incassa da Orbán i complimenti “per la vittoria italiana” di un anno fa, in clima di festa permanente dimenticandosi di governare.

Così ieri al summit sulla famiglia e la demografia di Budapest (un ritrovo di ultraconservatori che ancora non si accorgono di essere fuori dal tempo) la presidente del Consiglio e leader dei Conservatori europei sfoggia tutto l’armamentario per le occasioni sovraniste in un intervento di quasi mezz’ora in cui si lancia in una delle sue solite battaglie immaginarie: “Alcuni anni fa – dice Meloni – sono diventata un po’ più popolare durante un discorso. Ho detto: ‘Sono Giorgia, sono una madre, sono una donna, sono italiana e cristiana. Non me lo potete togliere’. Qualcuno l’ha messo in musica. Era un modo per attaccarmi. Non ha funzionato. Gli avversari non hanno capito quante fossero le persone che hanno ritenuto quelle parole buone. Quello che volevo dire con quelle parole è che viviamo in un’epoca in cui tutto ciò che ci definisce è sotto attacco”.

La premier Meloni trova la forza di governare guardando la figlia. Ma dai nidi ai congedi per i figli degli altri ha fatto ben poco

Eccolo qui il vittimismo della destra che governa, che occupa ogni posto disponibile e che imperversa su giornali e televisioni eppure immagina un’egemonia culturale di altri. Novella Giovanna d’Arco Meloni si lancia in battaglia per difendere “la famiglia e Dio”, calando la carta della maternità nel consueto gioco di mischiare pubblico, politico e privato per poi lagnarsene quando le ritorna indietro: “Sono diventata più forte quando mia figlia è nata – dice Meloni al Budapest Demographic summit -. E quando sono stanca e penso ‘mi arrendo, questa non è vita’, la guardo e so che sto facendo qualcosa per lei. I figli rendono le donne più forti, anche nel loro ambiente di lavoro”.

Un’epica narrativa che respinge con forza il deputato del Pd, Alessandro Zan, responsabile diritti nella segreteria dem che sottolinea come la presidente del Consiglio si erga “a paladina della famiglia, quando non ha fatto nulla su nidi, congedi paritari, occupazione femminile, caregiver. Si è occupata di famiglie solo per togliere diritti a quelle arcobaleno, iniziando una vera e propria persecuzione, in pieno stile Orbán”. La questione dei migranti a Budapest è solo l’occasione per accarezzare da lontano la solita panzana della “sostituzione etnica”, con Meloni che ripesca la retorica dell’estrema destra per scagliarsi contro “chi dice che l’immigrazione porta un contributo in termini di welfare che altrimenti non potremmo più offrire”.

È lo stesso concetto del cognato e ministro Lollobrigida, semplicemente raccontato in modo più accorto. “Parlare di politiche per ‘difendere Dio’ evoca epoche buie in cui nel nome di dio sono state commesse le peggiori atrocità”, ricorda Marco Cappato, mentre il deputato di +Europa Della Vedova parla di una “Meloni ostaggio di Polonia e Ungheria”. Meloni e Orbán, “si sono impegnati ad una stretta collaborazione tra i rispettivi governi in vista della presidenza ungherese del Consiglio dell’Unione europea nel secondo semestre del 2024”, si legge in una nota di Palazzo Chigi. Poi oggi Meloni indosserà il costume della moderata europeista e si scandalizzerà perché non la prende nessuno sul serio.

Leggi anche: “Meloni colleziona disastri. Con gli slogan non si governa”. Parla il vicepresidente dei Cinque Stelle, Gubitosa: “L’immigrazione è un tema su cui non si può giocare”

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La Tunisia straccia l’accordo sui migranti e spinge l’esodo dei disperati

Ennesimo grande successo del magnifico memorandum tra Ue e Tunisia con l’Italia di Giorgia Meloni in prima fila: il presidente tunisino Kaïs Saïed chiude le porte in faccia all’Europa. Ieri una delegazione di eurodeputati avrebbe dovuto arrivare in Tunisia per salutare la situazione politica e economica del Paese, sull’onda del Memorandum che il Paese ha firmato per “controllare” i flussi migratori: “A questa delegazione non sarà permesso di entrare nel territorio nazionale”, recita il documento ufficiale tunisino.

La lettera alla delegazione dell’Ue a Tunisi porta la data dell’altro ieri: la missione, nota, è stata confermata, malgrado il governo del Paese nordafricano avesse già espresso “più riserve al riguardo”. La missione era prevista da ieri al 16 settembre e faceva seguito a quella dell’aprile 2022. La commissione Afet intendeva “promuovere e sostenere un dialogo nazionale inclusivo” in Tunisia e “guardare nel memorandum d’intesa recentemente firmato tra Ue e Tunisia”.

Invece gli eurodeputati Michael Gahler, Dietmar Koster, Salima Jenbou, Mounir Satouri ed Emmanuel Maure (di Ppe, S&d, Renew, Verdi, Sinistra) non hanno potuto fare altro che cancellare gli incontri programmati con i sindacati locali, membri della società civile e protagonisti dell’opposizione. Dal presidente Saïed nessuna motivazione ufficiale al diniego anche se fonti tunisine parlano di un “risentimento” per una conferenza stampa tenuta dagli eurodeputati a luglio in cui era stato criticato il Paese per il suo presunto arretramento.

Gli autocrati, si sa, sono terribilmente suscettibili. Di certo ora è difficile per Ursula von der Leyen evitare l’imbarazzo: l’episodio cade poche ore dopo il suo discorso sullo stato dell’Unione in cui aveva elogiato l’accordo con Tunisi e aveva proposto il Memorandum come modello ripetibile con altro Paesi africani. Il Memorandum di Tunisi, siglato lo scorso luglio dal presidente Saied, dalla premier italiana Meloni, dalla presidente della Commissione Europea von der Leyen e dal primo ministro dei Paesi Bassi, Mark Rutte, rappresenta l’assunzione, da parte dell’Ue, di impegni politici e finanziari verso la Tunisia che comprendono, soprattutto, l’avvio di un partenariato strategico nella gestione dei flussi migratori in partenza dal paese nord-africano.

Come già accaduto per la Libia anche la Tunisia è stata messa nella condizione dalla dissennata politica del governo italiano e quello europeo di ricattarci utilizzando i migranti

La Tunisia ha raggiunto un accordo provvisorio per il prestito concesso dal FMI con sede a Washington nell’ottobre 2022. In quell’accordo il FMI prevede un “programma di riforma economica globale” che eliminerebbe gradualmente i sussidi per il carburante e l’elettricità ma il presidente Saïed aveva bollato le richieste americane come “diktat stranieri” che avrebbero “portato ancora più povertà”. “La Tunisia è una nazione in estrema difficoltà e lasciarla chiaramente al suo destino può avere conseguenze molto gravi”, ha dichiarato lo scorso 23 luglio la presidente del Consiglio Meloni alla Conferenza su sviluppo e migrazioni a cui hanno preso parte Saïed e altri leader del Mediterraneo, Medio Oriente e Africa.

Ma le preoccupazioni di Washington e dell’Ue riguardano soprattutto il crescente autoritarismo del governo tunisino, a cui si affianca l’evidente sbriciolamento del rispetto dei diritti umani, Saïed negli ultimi mesi ha aperto nel Paese una vera e propria “caccia al migrante” che ha dato il via a veri e propri rastrellamenti sul territorio nazionale. Diverse Organizzazioni non governative hanno anche documentato la situazione di migranti lasciati morire di sete nel deserto al confine con la Libia.

“Il diniego del governo di Tunisi all’ingresso nel Paese di una delegazione della commissione Affari Esteri del Parlamento Europeo rappresenta un fatto molto grave e conferma l’errore di valutazione politica e strategica che la Commissione ha compiuto siglando il memorandum con Saied”, ha detto a Fanpage.it la vicepresidente del Parlamento Ue ed esponente di S&D, Pina Picierno. In una nota la presidente del gruppo Iratxe Garcia Perez ha chiesto di sospendere immediatamente il Memorandum (leggi pezzo in basso), affermando che sia “stato un errore fin dall’inizio” e che vada per questo ritirato.

Come già accaduto per la Libia anche la Tunisia è stata messa nella condizione dalla dissennata politica del governo italiano e quello europeo di ricattarci utilizzando i migranti come arma di pressione politica. “La situazione può addirittura peggiorare”, ha detto ieri il ministro agli Esteri Antonio Tajani. Pagare gli autocrati per subappaltare il gioco sporco porta sempre a questo risultato. L’avevamo visto già dai tempi di Minniti ma la lezione sembra non l’abbia imparata nessuno. Ieri il capodelegazione di Fratelli d’Italia- Ecr al Parlamento europeo, Carlo Fidanza ha tuonato che è “la sinistra a boicottare l’accordo Ue e Tunisia”: è tutto quello che c’è da dire sul senso di responsabilità e di consapevolezza.

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La storia già scritta di Salvini e Meloni sull’immigrazione

Andrà così. Matteo Salvini in questi mesi si è tenuto a freno accumulando la rabbia per essere stato superato nelle sue elezioni che riteneva “buone” per coronare il suo desiderio (più per narcisismo che per politica) di diventare presidente del Consiglio. 

Non è un politico con molte frecce nel suo arco: sclerotizzato nella caccia allo straniero come unica arma di propaganda da quando ha perso la punta insanguinata di Morisi alla guida dei suoi social balbetta di argomenti che non scaldano gli sfinteri dei suoi elettori, veleggiando tra un ponte sullo stretto e una disordinata guerra alle auto elettriche, con un velo di negazionismo sul clima. 

Fin dall’insediamento del governo però Salvini ha saputo che proprio sui migranti avrebbe potuto logorare Giorgia Meloni e tentare una riabilitazione da leader. È in attesa, come un cane da ferma, del momento opportuno per mordere Giorgia Meloni. La strategia è già scritta: “voleva essere la donna forte ma non ne è stata capace per troppo poco coraggio”. È esattamente il sotto testo delle parole di ieri del vicesegretario della Lega Andrea Crippa. Accusare Meloni di essersi rammollita fingendo di non sapere che le regole internazionali sono queste. 

Andrà così. Matteo Salvini (lo sta già facendo) proporrà soluzioni impraticabili ma profumate chiedendo più voti per indurire il pugno. È lo stesso schema che alle ultime elezioni ha portato l’Italia sul baratro visibile a Lampedusa e nell’isolamento internazionale. 

Resta da vedere un’unica cosa: se (e quanti) gli elettori ci cascano ancora. Buon venerdì.

Foto tratta dalla mostra Altromare. Fonte: Camera dei deputati

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Caro Salvini, la regia del complotto sui migranti è la tua inetta propaganda

Matteo Salvini ieri in conferenza stampa ci ha spiegato che «questo è un esodo» di migranti «pianificato dalla criminalità organizzata. È un atto di guerra». «Penso – ha detto il ministro – che sia qualcosa di voluto e organizzato anche per mettere in difficoltà un governo scomodo. Sono convinto che ci sia una pianificazione e una regia dietro a questo esodo». 

Niente di nuovo sotto il sole: quando i vittimisti che stanno al governo non hanno soluzioni da proporre non possono fare altro che immaginare nemici inventati e descrivere catastrofi imminenti. Invece ciò che sta accadendo ha un colpevole chiarissimo che risponde proprio alla politica di Matteo Salvini. È lui ad avere sdoganato la narrazione di un’immigrazione che fosse figlia del “buonismo” di qualcuno e non un ampio fenomeno umano. È lui che ha convinto un manipolo di fessi che si potesse chiudere come un rubinetto. È lui che ha iniziato a giocare al ruolo del bullo in Europa sfidando gli altri Stati a una gara di egoismo per poi frignare per l’egoismo degli altri. 

È lui, soprattutto, ad avere confuso una questione umanitaria con la politica, dimenticando che l’umanità è pre-politica in qualsiasi Paese che non sia governato da bestie o da fascisti. 

Ora che il giocattolo si è rotto e smutanda Matteo Salvini e tutti i suoi nipoti venuti dopo di lui (Giorgia Meloni è stata semplicemente l’allieva più sveglia che ha superato il maestro) inventarsi una guerra è l’atto finale della farsa. “L’intelligence” può risparmiare tempo, le basta bussare all’ufficio del ministro Salvini. 

Buon giovedì.

Nella foto: frame di un video sugli sbarchi a Lampedusa (LocalTeam), 13 settembre 2023

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Non hanno nemmeno il coraggio di fare schifo

Bugiardi, incapaci e razzisti: questo sono. Bugiardi. Giorgia Meloni e Matteo Salvini parlano di “pressione migratoria insostenibile” e invece governi più capaci di loro hanno retto a pressioni maggiori. Governi anche di centrodestra, badate bene.

Germania, Francia e Spagna gestiscono più richieste d’asilo dell’Italia, senza capi di governano che frignano ogni giorno

Da quindici anni l’emergenza che non è un’emergenza (proprio perché dura da quindici anni) è stata governata con i mezzi e le risorse disponibili. Basta non essere inetti oppure basta non avere voglia di creare un’emergenza per raccogliere voti e poi comicamente finirci sepolti. Germania, Francia e Spagna gestiscono più richieste d’asilo dell’Italia, senza capi di governano che frignano ogni giorno.

Incapaci. Stringono accordi con dittatori e poi si stupiscono se quelli fanno i dittatori. Promettono i rimpatri e hanno 1.000 posti disponibili su 70 mila posti che servirebbero per attuare il loro piano. Promettono leggi che sono palesemente incostituzionali (quindi anche ignoranti, verrebbe da dire). Fingono di non sapere che le leggi italiane ed europee prevedono che chiunque possa entrare in Italia e nell’Unione Europea per chiedere asilo, a prescindere dalle circostanze del suo ingresso. Nel 2023 hanno 2500 persone contro i circa 6500 del 2018/19.

Sono stati ripresi perfino dal Garante che gli ha dovuto ricordare che “la privazione della libertà, bene definito ‘inviolabile’ dalla nostra Carta, possa attuarsi solo nella prospettiva di una chiara finalità, legalmente prevista e sotto riserva di giurisdizione”. Razzisti. Sono razzisti senza nemmeno coraggio. Così lasciano il lavoro sporco a qualche giornalaccio rimasto orfano dei complotti sulla pandemia. Non hanno nemmeno il coraggio di fare schifo.

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Marina peggio di Silvio. Il conflitto d’interessi è di casa con i Berlusconi

Torna alla ribalta il vero partito che sostiene il governo Meloni senza nemmeno avere bisogno di mettere il piede dentro il Parlamento: i Berlusconi. A margine dell’assemblea di Confindustria a Roma Marina Berlusconi, la primogenita di Silvio, lancia una stoccata alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni: “Ho apprezzato molte mosse del governo Meloni – dice – ma tra queste non c’è la tassa sugli extraprofitti delle banche. Capisco le motivazioni, ma non sono sufficienti a superare le grandi perplessità che ho sul merito e sul metodo. Non mi piace il termine extraprofitti: lo trovo fuorviante e demagogico”.

Altra bordata di Marina Berlusconi contro la tassa sulle banche. Che colpisce pure la sua Mediolanum

Quello sulle banche “è un provvedimento che si presta a dubbi e critiche e rischia di rendere il Paese meno attrattivo per gli investimenti esteri – aggiunge la figlia di Silvio Berlusconi, che nega la volontà di candidarsi alla presidenza di Confindustria -. Mi auguro che il Parlamento possa riformulare la norma rendendola più equilibrata”. Che la norma voluta dalla presidente del Consiglio interessi anche la banca di famiglia (Mediolanum) è un particolare che sfugge a parecchi cronisti. Ma Marina ne ha anche per la Bce. Riguardo l’ennesimo rialzo dei tassi, Berlusconi dice: “Speriamo che la cura non uccida il malato”.

E poi: “È il decimo rialzo consecutivo, spero che sia l’ultimo. L’economia ha bisogno di stimoli”. Regina della narrazione la primogenita di famiglia ci tiene a precisare come la dinastia non si sia accapigliata per dividersi i beni del padre: “È giusto sottolineare – dice ai giornalisti – quanto sia bella questa dimostrazione di armonia e di unità all’interno della famiglia e quanto sia bello per il nostro papà, perché ci ha educato a quei sentimenti che sono alla base di questa sintonia”.

C’è poi il fronte politico con una carezza al ministro Tajani: “Forza Italia Stimo molto Antonio Tajani, noi abbiamo sempre dichiarato che rimarremo vicini al partito. È una questione di amore e di rispetto nei confronti del nostro papà. Tajani è una persona di grande esperienza ha accompagnato mio padre durante tutta la sua vita politica e sta guidando il partito in una fase di transizione con forte senso di responsabilità”. Che Forza Italia debba parecchie decine di milioni alla famiglia Berlusconi è un particolare che sfugge a parecchi cronisti.

La primogenita del Cavaliere non intende candidarsi. Ma resta proprietaria con i fratelli di Forza Italia

Dopo avere parlato alla nuora perché suocera intenda la figlia del fondatore di Forza Italia si dice soddisfatta del governo: “Sono contenta del fatto che finalmente il Paese abbia un governo stabile – dice – che è espressione della volontà popolare. Non accadeva da 11 anni e vi ricordate chi era allora il presidente del Consiglio. In generale ho apprezzato molto e ritengo molto positivo l’approccio responsabile del governo e di Giorgia Meloni sia nella gestione dei conti pubblici e in politica estera”.

Passa qualche ora e la coordinatrice nazionale di Italia Viva Raffaella Paita corre sentendo profumo di berlusconismo: “Non possiamo che essere d’accordo con Marina Berlusconi, la tassa sugli extraprofitti delle banche solleva grandi perplessità”, scrive in una nota, “i dubbi da noi evidenziati subito dopo il Consiglio dei ministri che ha deciso la tassa, sono stati confermati anche dalla Banca centrale europea. Una mossa demagogica e populista che andrà cambiata in Parlamento e noi lavoreremo a questo scopo”, conclude.

Prima di salutare i giornalisti la figlia prediletta di Silvio ripete per l’ennesima volta di non volere entrare in politica. In effetti dopo avere sgridato la presidente del Consiglio, avvisato un leader del partito di cui è proprietaria e avere incassato i complimenti dei renziani la domanda è legittima: a che le serve candidarsi?

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Le bugie di Salvini sugli sbarchi e una narrazione per interesse personale – Lettera43

Parole a caso, bugie vendute un tot al chilo e poi la solita speranza che tutto finisca solo in un po’ di polvere. Matteo Salvini non riesce più a trattenere la soddisfazione di vedere la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro all’Interno Matteo Piantedosi in difficoltà mentre a Lampedusa la situazione esplode e i flussi migratori non mostrano segali di flessione. È una felicità fatta di amor proprio (e quello a Salvini non manca mai) con l’aggiunta di una possibile strategia: se Meloni e Piantedosi non riescono a controllare gli sbarchi ancora una volta di più Matteo Salvini verrà ricordato come «l’unico che c’è riuscito». Mica per niente una frase simile l’ha vergata l’editorialista Vittorio Feltri che oltre agli editoriali anticipa le strategie.

L’emergenza elettoralmente gli porta sempre molta fortuna

Ebbro di felicità, Salvini non si è controllato ed è inciampato sulla guerra. Un mesto Antonio Tajani si aggirava per le vie del ministero ripetendo con il sorriso a tutti questa barzelletta della «guerra di Salvini». Il lapsus è freudiano: il ministro Salvini avrebbe voluto proporsi come l’unico comandante in grado di vincere questa battaglia e ha deviato su una guerra che non ha né capo né coda. Ciò che conta per il ministro alle Infrastrutture e vicepremier è fare annusare ai suoi elettori (e ancora di più a quelli dei Fratelli d’Italia) l’aria dell’emergenza che elettoralmente gli porta sempre molta fortuna.

Le bugie di Salvini sugli sbarchi e una narrazione per interesse personale
Matteo Piantedosi e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Sulle richieste d’asilo ci sono molto Paesi messi peggio di noi

Per questo, senza nessun controllo delle proporzioni, Salvini ha parlato dell’Italia come «unico Paese in Europa con un’immigrazione di queste dimensioni». Pericolo, invasione: siamo ancora sempre qui. Solo che alle 62 mila richieste d’asilo fino a giugno registrate in Italia fanno da controcanto le 187 mila richieste d’asilo che pendono in Germania (il triplo!), le 99 mila in Spagna e le 93 mila in Francia. L’Italia è mestamente fuori dal podio delle emergenze di cui il leader leghista avrebbe così bisogno per logorare la sua alleata. Se si calcolano le richieste d’asilo per ogni abitante (come ha fatto Pagella politica partendo dai dati Eurostat) va anche peggio: quest’anno, fino a luglio 2023, la Germania ha ricevuto una richiesta d’asilo ogni 447 abitanti, la Spagna ogni 483, la Francia ogni 729, mentre l’Italia ogni 947. L’incisione è molto più “invasiva” che in Italia a Cipro (una richiesta ogni 161 abitanti), in Austria (394), Estonia (458), Lussemburgo (548), Slovenia (562), Grecia (619), Belgio (640), Paesi Bassi (783), Bulgaria (841) e Irlanda (938). In questo caso ci sono 13 Paesi europei messi “peggio” dell’Italia.

Le bugie di Salvini sugli sbarchi e una narrazione per interesse personale
Sbarchi a Lampedusa (Imagoeconomica).

Guarda caso a Bruxelles nessuno calcola le esternazioni del Capitano

No, non è solo la guerra che non c’è. Nelle parole di Matteo Salvini c’è una narrazione che non ha nessuna contezza delle proporzione, al di là dei diritti umani, che lo rende un provinciale agitatore di falsità per interesse personale. Anche questo non è nuovo: parliamo dello stesso ministro che nei primi giorni di legislatura aveva rivenduto come “emergenza nazionale” i rave party che sono prestissimo scomparsi dai radar, meritandosi comunque il primo di una lunga serie di decreti sorti sul percolato della cronaca. E ha ragione Carlo Calenda quando invita a osservare come le parole di Salvini siano scivolate a Bruxelles senza che nessuno gli dedicasse nemmeno un plissé. Ma, come sottolinea il leader di Azione, non ci si può permettere di dimenticare che il redivivo Salvini che non sta nella pelle per la gioia sia un vice presidente del Consiglio dei ministri che rappresenta l’Italia. Si comporta come quei matti al bari di cui ridono tutti, quelli che hanno nemici immaginari e che discettano di tutto sparando numeri a caso. Ma qui non siamo al bar. Almeno noi no: non siamo al bar.

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Quelli che vorrebbero Schlein come segretaria omeopatica

Qualcuno dalle parti del Partito Democratico sogna ancora che l’elezione della nuova segretaria Elly Schlein sia una dovuta burocrazia che lasci intatto il partito come se nulla sia cambiato. Accade così che la minoranza interna (che ancora non s’è resa conto di essere minoranza) si innervosisca perché la segretaria del partito non accetti di svolgere il proprio ruolo in maniera omeopatica.

Tra i dem c’è chi si meraviglia perché la leader del Pd, Elly Schlein, dice quello che ha sempre pensato

L’ultima scossa è data dalle parole di Schlein che ha espresso tre concetti semplici e risaputi: il “minnitismo” sull’immigrazione ha dimostrato con gli anni di essere un enorme fallimento ingrassando criminali libici e aprendo la strada al cosiddetto “Piano Mattei” della peggiore destra; la linea militarista dell’obiettivo del 2% del Pil per le spese militari volute dalla Nato in questo momento è uno schiaffo al Paese in cui si smontano la sanità, la scuola e le misure di contrasto alla povertà poiché quei 13/14 miliardi ora servono per cose ben più serie; da un anno e mezzo il dibattito in Italia sull’invasione russa in Ucraina è stato schiacciato sul versante militare e militarista.

Sono le idee che hanno spinto Elly Schlein a vincere la corsa per la segretaria eppure ascoltando questi tre semplici concetti le facce degli oppositori interni di Schlein (ex ministro Guerini in testa) si sono frantumate per la sorpresa. Le accuse alla segretaria – come spesso accade – si sovrappongono perfettamente tra i renziani che stanno con Renzi e i renziani che ancora stanno nel Pd. Si meravigliano perché Schlein dice quello che ha sempre pensato. Lo trovano inelegante. E questo è tutto quello che c’è da dire su una parte del PD.

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Non sono in crisi le cose, soffrono le persone

Leggendo i titoli dei giornali in queste ultime settimane sembra che un’epidemia abbia stretto la gola all’Italia: “in sofferenza l’hotspot di Lampedusa”, “in crisi i comuni”, “tende di fortuna”, “Prefetture in affanno”, “porti sotto stress”. È un trucco semplice, piuttosto infame: se a essere in crisi sono le “cose” ci si può permettere di non parlare delle persone.

Suonerebbe estremamente diverso raccontare che uomini donne e bambini (molti minori non accompagnati) soffrono gli spazi volutamente non organizzati dal governo e mancano di servizi e diritti volutamente negati. Sarebbe diverso scrivere che non sono “i comuni” a essere in crisi ma sono sindaci – quindi persone – che si ritrovano a governare qualcosa che gli cade addosso perché lo Stato latita, anche loro senza mezzi e senza soluzioni. Reificare un problema per alleggerirne le responsabilità è una disumanizzazione vigliacca, pensateci.

La “crisi” è voluta. A inizio anno il Tavolo Asilo e Immigrazione ha chiesto all’attuale governo di programmare gli interventi di accoglienza, come previsto dalla normativa. Li hanno ascoltati per la prima volta il 4 agosto. Anche le responsabilità non sono dei “fenomeni” o delle “cose”. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni per settimane ha celebrato “i successi internazionali per fermare l’immigrazione”. Oggi sui giornali membri del governo accusano l’Ue di “essere stati lasciati soli”.

Basta un po’ di coraggio, parliamo delle persone.

Buon lunedì.

Nella foto: frame di un video sull’hotspot di Lampedusa, Skytg24

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