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Gli occhi del “Piano Mattei”

Il video l’ha pubblicato il quotidiano inglese The Guardian perché si sa che i migranti morti vanno raccontati a debita distanza per non sporcare il tappeto del salotto. Mostra una donna magra, magrissima, praticamente uno scheletro riversa a terra con gli occhi spalancati di chi è stata mangiata dalla sua disperazione. Al suo fianco un’altra donna grida ripetutamente è morta, è morta, è morta con una voce che sembra un ripetersi di spari. 

La scena è stata ripresa nel campo di detenzione di Abu Salim, ai bordi di Tripoli, la capitale libica dove l’Italia è il grande sponsor, con le spalle coperte dall’Unione europea, della contemporanea Shoah che come quell’altra accade serenamente nell’indifferenza delle istituzioni. Di quella donna non sappiamo nulla, come non sappiamo quasi mai nulla dei migranti che dalle nostre parti sono solo numeri e percentuali che calano o crescono e poi vengono dati in pasto all’una e all’altra parte politica. Quella donna probabilmente se fosse riuscita a trovare le forze per imbarcarsi e se avesse avuto la buona sorte di non finire incastrata in fondo al mare avrebbe potuto meritarsi l’etichetta di clandestina qui da noi, prima di essere sballottata in altri illegali centri di detenzione, questa volta nostrani, dove almeno c’è da bere e da mangiare.

Quello che sappiamo è che i finanziatori del campo che l’ha stremata fino a lasciarla morire siamo noi. Quella donna è il risultato del “Piano Mattei” che viene sventolato come vittoria per “aiutarli a casa loro” e che non gocciola dalle mani insanguinate delle autarchie nemmeno un ciotola di riso per trovare le forze che servono al giorno successivo.

Buon giovedì. 

Nella foto: frame del video diffuso da The Guardian

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La Germania insegna: la recessione si affronta investendo sullo Stato sociale

Salario minimo? Giorgia Meloni, al solito, utilizza la tattica del vittimismo: “sono molto colpita per il fatto che l’opposizione, dopo aver governato per dieci anni, ripeto dieci anni, consideri oggi il salario minimo la panacea di tutti i mali. Perché non l’hanno fatto prima, mi chiedo. E perché non dicono dove troverebbero le coperture. Onestà vorrebbe che quando indichi un provvedimento, segnali anche dove trovare i soldi”, ha detto ieri nella sua intervista al Sole 24 Ore.

Fa scuola pure da noi quella che a Berlino è stata battezzata “l’offensiva del governo federale”

Nessuna risposta nel merito, ovviamente. Intanto la capogruppo del Movimento Cinque Stelle in commissione Lavoro alla Camera, Valentina Barzotti, annuncia che la petizione lanciata dall’opposizione proprio per fissare il salario di base con una legge ha raggiunto le 400mila firme, e il leader di Azione, Carlo Calenda, parla di “occasione persa” da parte del governo. La stessa linea del senatore dell’Alleanza Verdi e Sinistra Tino Magni che bolla l’indennità di discontinuità per i lavoratori dello spettacolo come “mancetta umiliante”.

La sanità? Mentre i privati incassano profitti insperati e sempre nuove aree di manovra, i medici e gli infermieri “eroi” ai tempi del Covid si affannano. La Fondazione Gimbe, che ha fatto i conti per capire quanti soldi servono per dare respiro al Sistema Sanitario Nazionale con sempre meno medici e sempre giù anziani conta almeno quattro miliardi di euro. Elly Schlein attacca così il governo che “non ha i soldi per mantenere quanto promesso”. La segretaria del Pd si focalizza soprattutto sulla sanità: “Per noi è fondamentale mettere lì le risorse: loro nell’ultima manovra lo hanno volutamente dimenticato”, dice. “Non mettere le risorse sulla sanità pubblica vuol dire già tagliare i servizi a cittadine e cittadini. Stiamo già vedendo le liste di attesa che si allungano”, aggiunge la Schlein. Ma la Meloni ai suoi ministri in vista della manovra ha detto parole chiare: soldi non ce ne sono. Niente da fare, quindi.

E che dire poi degli affitti? Per i 765mila studenti universitari fuori sede in Italia trovare un alloggio è difficilissimo. L’offerta privata di case e stanze, sempre più gestita da grandi agenzie di intermediazione, è scarsa e inaccessibile, e l’offerta pubblica, con meno di 40mila posti letto, soddisfa appena il 5% della domanda. Il Pnrr ha stanziato 960 milioni di euro per realizzare ulteriori 60mila nuovi alloggi entro il 2026, di cui 7.500 entro dicembre dell’anno scorso, ma l’obiettivo è saltato. Così a guadagnare sono sempre i proprietari di casa che pretendono canoni non calmierati. Gli affitti per le famiglie invece sono un tema completamente scomparso dal dibattito politico. C’è da capirlo: per parlarne si è costretti a mettere il naso nel macro tema della povertà, e su quella il Governo sa bene che rischia di farsi male.

L’ineluttabile immobilismo italiano viene considerato l’unica risposta alla recessione. Che “soldi non ce ne sono”, lo ripete allo stremo il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Ma basta fare pochi chilometri per rendersi conto che di strade alternative alla resa dello Stato di fronte alla povertà e ai servizi essenziali c’è, eccome. In Germania il governo Scholz si trova ad affrontare, come da noi, un calo del Pil maggiore del previsto. Ma la risposta (che da quelle parti chiamano “offensiva del governo federale”) parte proprio dal Welfare.
Al primo punto Berlino ha previsto l’aumento dell’assegno mensile del Reddito di cittadinanza agli oltre cinque milioni e mezzo di beneficiari, di cui 1,7 milioni disoccupati: il 12% in più.

Sanità, Reddito di cittadinanza, salari bassi, affitti. Dove in Italia si taglia, in Germania si investe. E il Pil risale

Nel 2024 la cifra di base del Bürgergeld per i single passerà dagli attuali 502 a 563 euro, mentre agli adolescenti della fascia 15-18 anni spetteranno come minimo 471 euro al mese anziché 420, ai bambini 6-14 anni 390 invece degli odierni 348, e ai minori di sei 357 invece di 318. “In tempo di crisi i cittadini devono poter fare affidamento sullo stato sociale”, ha spiegato ieri alla stampa il ministro del Lavoro, Hubertus Heil (Spd). Una direzione opposta, se non contraria, insomma, a quella italiana.

C’è poi il salario minimo di medici e infermieri, che in Germania salirà da 13 a oltre 16 euro l’ora come chiedevano i sindacati per ovviare all’aumento dell’inflazione. In parallelo la dirigenza Spd ha fatto sapere di avere pronta la legge per il tetto al caro affitti sul territorio nazionale, già sperimentata a Berlino con una legge poi bocciata dalla Corte Costituzionale perchè in conflitto con la norma federale. Ma ora la norma federale è pronta.

In Germania del resto le norme rigide del libero mercato non sono considerate “un intervento scorretto dello Stato” e i contratti collettivi sono strettamente controllati dal governo. Stiamo parlando di una nazione che si è ritrovata un calo del Pil dello 0,4% rispetto allo 0,1% preventivato, quindi in piena recessione, e ha deciso di reagire. Purtroppo, però, il punto è che il coraggio se non ce l’hai non te lo puoi inventare. Non ci resta quindi che vivere le settimane che portano alla manovra del nostro Governo circondati dalle lamentele sui vincoli di bilancio europeo, sulle cinghie da stringere e sulle colpe dei governi precedenti.

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La cultura che manca anche sulla sicurezza nel lavoro

Ogni volta che un morto sul lavoro balza agli onori della cronaca per la quantità delle vittime o per la modalità del decesso (come nel caso della tragedia a Brandizzo che ha ucciso cinque lavoratori) si spande nell’aria il rito abusato del “mai più” e le promesse di accertamenti e la proposta di nuove leggi. Di solito mentre si svolge l’orazione funebre per le vittime che hanno avuto occasione di diventare un caso nazionale da qualche parte in Italia accade che intanto ne muoiano ancora e ancora e ancora. Morti minori, incidenti meno spettacolari, nessuna pagina nazionale.

Resta quindi la sensazione di un attivismo retorico che delega dal giorno dopo il tutto alla magistratura. La notizia riemergerà nelle fasi di indagini e negli eventuali pronunciamenti dei tribunali. Tutto scorrerà in maniera non dissimile da com’è sempre stato, in attesa del prossimo sdegno. 

Vittorio Malagutti sul quotidiano Domani racconta che nel miliardo e 300 milioni tagliati dal Pnrr a luglio dal ministro Fitto ci sarebbero 500 milioni anche per  l’Ermts, il sistema di gestione del traffico ferroviario che probabilmente potuto evitare l’incidente. È ovviamente solo un piccolo esempio di come la sicurezza sul lavoro e i suoi dispositivi siano un “di più” che spesso rimane nascosto tra le righe, trattato con la stessa sufficienza di un lagnoso obbligo burocratico. Che in Italia manchi una reale cultura della sicurezza sul lavoro lo ripetono da anni i vari esperti che vengono disturbati solo in caso di tragedia. Disturbarli anche nella fase di scrittura delle leggi e dei regolamenti sarebbe una prima ottima idea. 

Buon venerdì.

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Meloni e le imprese. Finita la luna di miele

Alla fine la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha deciso: non sarà presente al prossimo forum di Cernobbio, vetrina e passerella di politica e imprese che si incontrano per celebrarsi a vicenda. Solo un anno fa Giorgia Meloni, annunciata vincitrice alle elezioni politiche, arrivò da queste parti nella veste di novella moderata, pronta a giurare fedeltà all’atlantismo e a promettere all’Unione europea il rispetto del vincolo di bilancio. Era la Giorgia Meloni che ce la metteva tutta per piacere agli Usa, alle banche e alle imprese.

La premier Meloni ha deciso: non sarà presente al prossimo forum della Fondazione Ambrosetti a Cernobbio

Ufficialmente da Palazzo Chigi dicono che la presidente del Consiglio sarà assente per altri imprecisati impegni. In realtà Giorgia Meloni preferisce non doversi confrontare con le banche extratassate con un colpo di mano d’agosto per poi sterilizzare il prelievo con una mossa tardiva. Un pasticcio su tutti i fronti, nei modi e nel risultato, che ancora pesa nel suo rapporto con il mondo della finanza italiana.

Avrebbe dovuto anche dire alle imprese che nulla di quello che ha promesso sarà nella prossima legge di Bilancio, dove di soldi ce ne sono pochi, quasi niente. E forse avrebbe dovuto spiegare perché il Pnrr che erano “pronti” a modificare un anno fa ora si trascina claudicante sotto l’occhio severe e spazientito dell’Europa.

Così dodici mesi dopo l’arrembante comparsa sul palco di Villa d’Este ora Giorgia Meloni appare arroccata nel suo ufficio, circondata solo dal suo cerchio magico. In attesa della prossima conferenza stampa senza stampa o della prossima intervista compiacente senza troppe domande.

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Paura per le minacce a Meloni. Ma quelle vere non avvisano

Chissà se qualcuno il giorno dopo non prova un minimo di vergogna. Chissà che fine faranno i tanti editoriali e articoli che ieri descrivevano la presidente del Consiglio Giorgia Meloni pronta “a metterci la faccia nonostante le minacce e il clima infuocato”, come se la guerra a Caivano (come in tutte le periferie d’Italia) non sia per la sopravvivenza, ma contro l’esponente di Fratelli d’Italia.

Continua la retorica del vittimismo, anche sulla sicurezza. Molti giornali hanno dato risalto a una possibile aggressione. Di preparato però c’era la claque

La narrazione della visita della premier come novella discesa del Prefetto di ferro si è sbriciolata di fronte alla realtà. Nessun esercito di camorristi attendeva Meloni, accolta – oltre che dalla propria claque – da uno sparuto gruppo di persone incazzate (questo sì) che chiedono solo una cosa: il lavoro. L’urlo di disperazione, tra l’altro, è stato coperto dai militanti di Fratelli d’Italia accorsi all’esterno della scuola Francesco Morano di Caivano: “Giorgia! Giorgia!”, hanno urlato. Eccola qui la terribile cappa di minaccia che avvolgeva la rischiosissima gita della presidente del Consiglio.

Tant’è che a rileggerle il giorno dopo, le gride d’allarme di Palazzo Chigi e del viceministro alle Infrastrutture Galeazzo Bignami, fanno sorridere, se non altro perché sarebbe bastato grattare poco sotto il solito vittimismo di governo per rendersi conto che i terribili terroristi erano una manciata di commenti di Facebook che ogni giorno bersagliano qualsiasi personaggio minimamente pubblico.

“Le intimidazioni non impediranno la nostra presenza al fianco dei tanti cittadini che chiedono sicurezza e la possibilità di un futuro migliore per i propri figli. Nella lotta alla criminalità organizzata questo governo non farà passi indietro”, aveva detto la premier, scambiando per mafiosi i tanti utenti incazzati che popolano i social. Anche perché, diciamolo chiaramente, chi potrebbe pensare che i mafiosi annuncino via Facebook le proprie intenzioni?

Al di là del ministro Calderoli che riceve presunte lettere di presunte minacce addirittura firmate da una presunta mafia che si firma “mafia”, chi potrebbe seriamente pensare che la criminalità organizzata – argomento serissimo, chiedete proprio a Caivano – possa diventare uno zimbello da utilizzare per spargere un po’ di vittimismo?
Le responsabilità su cui discutere sono ben altre, come ad esempio le ultime 24 ore di allarme declamato in televisioni e sui giornali che non hanno fatto altro che aggiungere tensione a un territorio già disperato.

E qui non può non sorgere un dubbio: non sarà che qualcuno in fondo ci sperava davvero che accadesse un incidente – seppur minimo – per poter insistere sulla retorica del vittimismo? Anche perché, questo lo sa chiunque sappia qualcosa di tutele, annunciare il rischio è il modo peggiore per garantire sicurezza. Dovrebbe essere la regola numero uno.

Leggi anche: L’inutile passerella di Meloni a Caivano. Tra tifosi e contestatori. Temendo le proteste nelle chat di FdI è stato chiesto ai militanti di andare a supportare la leader del partito

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Salvini alle Europee vuole in lista tutti i big

L’unico porto che Giorgia Meloni è riuscita a chiudere è quello che ha tenuto fuori dalla porta dei migranti e dell’autonomia Matteo Salvini. Ma il segretario della Lega ha deciso di non “stare più buono” e di preparare la controffensiva, che si svolgerà su due fronti: migranti (ovviamente) e l’avvicinamento alle prossime elezioni europee.

La premier Meloni ha messo all’angolo la Lega. Ma Salvini in vista delle europee sta preparando la controffensiva

La decisione di affidare la regia del tavolo sull’immigrazione all’uomo forte di Palazzo Chigi, Alfredo Mantovano, è solo l’ultima di una serie di sberle che la presidente del Consiglio ha riservato a leader del Carroccio. Nominare di fatto un “commissario” per l’immigrazione significa togliere visibilità e potere al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi (ex capo di gabinetto proprio di Salvini) e avocare a Palazzo Chigi la questione. La prima istantanea reazione del segretario della Lega, quel “staremo a vedere i risultati” pronunciato a mezza bocca è un’avvisaglia che alla premier non è passata inosservata.

A dividere gli alleati non c’è solo il tema migratorio. Nella prossima legge di bilancio proprio Salvini non riuscirà a ottenere nulla delle sue promesse elettorali, a cominciare dallo smantellamento della legge Fornero, dovendosi accontentare della conferma di quota 103 che per la Meloni è già una lauta concessione. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha detto d’altronde che non ci sono i sette miliardi che servirebbero.

Lo stesso Ponte sullo stretto di Messina, ultimo giocattolo elettorale rimasto in mano alla Lega, è coperto da nubi per la coperta sempre troppo corta. In difficoltà è anche l’Autonomia differenziata che il ministro Roberto Calderoli tenta di tenere in piedi puntando a farla diventare legge prima delle prossime elezioni europee. Quella legge la vuole solo la Lega: Forza Italia e Fratelli d’Italia l’hanno coperta di emendamenti. Se il livello di insofferenza l’interno della maggioranza dovesse alzarsi (e tutti gli indicatori suggeriscono che potrebbe andare esattamente così) l’autonomia sarebbe la prima vittima dello scontro tra partiti di governo.

Salvini ha quindi deciso di ripartire dal pezzo forte della sua propaganda: la battaglia ai migranti. “Dopo la scelta della Meloni di affidare tutto a Mantovano ora ci sentiamo con le mani molto più libere”, dice un parlamentare leghista di lungo corso. Ripartiranno in fretta, quindi, gli attacchi a Meloni (sotto le mentite vesti di consigli) sui numeri degli sbarchi. Gli appelli alla “linea dura” sugli arrivi nelle nostre coste “nelle prossime settimane si moltiplicheranno da parte leghista”, giurano negli ambienti salviniani e questa volta sarà difficile per Meloni rispondere che “Salvini ha scelto il suo ministero e ha in mano la Guardia costiera”.

Il caso Vannacci non basta. Dopo lo schiaffo sui migranti Matteo deve togliere ogni voto possibile a Meloni

Sul fronte delle prossime elezioni europee, invece, il segretario leghista ha intenzione di riempire le liste di nomi che pesano. Il logoramento a Fratelli d’Italia sarà anche elettorale. Per questo la Lega ha già aperto le porte al generale-scrittore Roberto Vannacci e continuerà a farlo con qualsiasi nome che possa erodere voti a Meloni. ma c’è di più. Salvini starebbe preallertando anche i pezzi da novanta del suo partito che guidano le Regioni.

Insieme al presidente del Veneto, Luca Zaia (al suo ultimo mandato in Regione), potrebbe essere chiesto di metterci la faccia anche al governatore friulano Massimiliano Fedriga e ad altri campioni sul piano delle preferenze. Solo con un eccezionale consenso nelle tradizionali roccaforti Salvini potrà cambiare gli equilibri nella maggioranza. E se non è in dubbio, per ora, l’unità delle destre, le urne che portano a Bruxelles saranno comunque il metro per misurare i rapporti di forza tra gli alleati.

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È l’uomo il peggiore degli animali. Presa a fucilate l’orsa Amarena. L’autore del gesto ha detto di aver agito per paura ma il clima è da safari

L’orsa Amarena ha incontrato un lupo. Solo che questa volta il lupo è un bestiale essere umano che l’ha uccisa a fucilate la sera del 31 agosto, alla periferia di San Benedetto dei Marsi, fuori dal Parco e dall’Area Contigua. La notizia è stata postata dal Parco Nazionale sulla sua pagina Facebook, sottolineando come a sparare sia stato un residente della zona, subito identificato.

Risale a pochi giorni fa il video in cui l’orsa appariva con i suoi cuccioli nel centro del paese, passeggiando incurante delle persone intorno. Quell’immagine sembrava suggerire una serena convivenza tra uomini e orsi, smentendo le pretestuose polemiche innescate dalla Provincia autonoma di Trento che aveva deciso di bloccare l’abbattimento dell’orsa JJ4 poi bloccato dal Consiglio di Stato.

“La notizia dell’uccisione a colpi di fucile dell’orsa Amarena rappresenta un atto gravissimo nei confronti dell’intera Regione che lascia dolore e rabbia per un gesto incomprensibile”, ha detto il governatore dell’Abruzzo, Marco Marsilio. “In tutti questi anni le comunità fuori e dentro ai parchi hanno sempre dimostrato di saper convivere con gli orsi senza mai interferire con le loro abitudini. Mai un orso ha rappresentato in Abruzzo un qualunque pericolo per l’uomo, neanche quando si è trovato a frequentare i centri abitati”, ha sottolineando il presidente, condannando duramente l’”atto violento” nei confronti di mamma orsa.

Si sono venduti la pelle

L’uomo che ha sparato si è giustificato dicendo di averlo fatto per paura, senza intenzione di uccidere. La Procura ha già aperto un fascicolo nei suoi confronti per il reato 544bis del codice penale, ossia chiunque procuri per crudeltà o senza necessità la morte di animali. Il WWF ha già annunciato id volersi costituire parte civile.

Per parte loro, Forza Italia, Fratelli d’Italia, M5S, Pd e Alleanza Verdi Sinistra hanno condannato in coro l’accaduto. Per la dem Pina Picierno si tratta di “un gesto di una violenza inaudita e ingiustificabile, che arriva al culmine di un’estate in cui una certa parte di politica ha voluto esacerbare e terrorizzare i cittadini”.

Per il M5S il fatto “ci dice molto di quanto deleterie possano essere le campagne mediatiche e politiche portate avanti per l’uccisione degli orsi, come ad esempio quella di Fugatti in Trentino. Dobbiamo continuare – scrivono in una nota congiunta Senatori e Deputati del Movimento 5 Stelle in Commissione Agricoltura – a lavorare nel segno del rispetto degli animali e della convivenza con la fauna selvatica, cui spesso siamo noi ad arrecare problemi, ed evitare di creare un clima da far west e da grilletti facili”.

Di “responsabilità morale del governo” parla la deputata di Alleanza Verdi e Sinistra Eleonora Evi, co-portavoce di Europa Verde: “Ecco le conseguenze drammatiche di questo governo che ha dato il via alla caccia libera come fossimo nel far west, consentendo di uccidere animali selvatici anche in aree urbane e protette”, ha detto. Più duro Massimo Vetturi, responsabile dell’Area Animali Selvatici della LAV (Lega Anti Vivisezione) che a fanpage.it ha fatto riferimento alla responsabilità politica “di coloro che hanno creato un clima d’odio nella confronti della fauna selvatica in generale e degli orsi in particolare.

Il territorio del parco d’Abruzzo, Lazio e Molise è sempre stato portato come esempio della convivenza con gli orsi a differenza di quanto succede in Trentino e questo dimostra che il clima d’odio di cui parlavamo attecchisce ovunque”. L’orsa Amarena non aveva mai mostrato segni di aggressività né aveva mai arrecato problemi ai residenti della zona del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.

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Renzi attacca i dem però colpisce se stesso

Matteo Renzi insiste a non capire. Nella sua newsletter settimanale il padrone di Italia Viva torna a bastonare il Partito Democratico per la sua intenzione di appoggiare il Referendum sul Jobs Act promosso dalla Cgil: “È una legge che il Pd ha votato”, scrive Renzi nell’articolo linkato de Il Riformista scritto dal Renzi giornalista e direttore che aveva promesso di non diventare il bollettino dell’altro Renzi, il politico. “Una legge voluta da un ministro del Pd, presentata nei circoli del Pd, difesa dagli amministratori del Pd diventa oggi una legge contro cui si fa un referendum organizzato dal Pd. Non è fantastico?”, s’indigna il senatore fiorentino.

In realtà di “fantastico” al limite del magico c’è l’ostinazione di Renzi nel fingere di non capire o, peggio, nel credere che qui fuori gli elettori siano un branco di scemi che brancolano nel buio. Qualcuno dovrebbe spiegare, magari con un disegnino, al senatore di Rignano che nei partiti democratici non solo nel nome ma anche nel funzionamento esiste una pratica che gli potrà apparire barbara: l’elezione della segreteria. Accade quindi, qualche suo amico glielo insegni, che con il cambio di un segretario inevitabilmente cambi anche l’indirizzo politico.

Quindi sì, si cambia idea. Esattamente come è accaduto a lui circa un milione di volte nella sua carriera politica, con la differenza che nel caso dei dem si tratta di processo democratico e non narcisismo. Quindi, caro Matteo, il Pd non vota “contro sé stesso” ma vota “contro te stesso”. Anche se ti può sembrare incredibile, con il senso di realtà che ti appartiene.

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I punti stampa di Giorgia Meloni e la cronica allergia alle domande – Lettera43

Lo strano senso di Giorgia Meloni per la stampa ha avuto l’ennesima replica. Anche a Caivano, dove ha promesso di bonificare mostrando i soliti riferimenti culturali, la presidente del Consiglio ha messo in scena una conferenza stampa senza stampa. Lo chiamano “punto stampa”, nuova omeopatia del confronto con i giornalisti in cui il potente di turno (in questo caso Meloni) ci concede il privilegio di assistere a un suo comizio in modalità più formale. Così qualsiasi legittima curiosità di un cronista diventa per forza il giorno successivo in edicola un retroscena.

Una premier che parla solo all’estero, tra Vilnius e Biden

È una Giorgia Meloni a due tempi nel suo rapporto con i giornalisti, fuori e dentro i confini nazionali. All’estero la presidente del Consiglio ci ha concesso di vederla guardare negli occhi i giornalisti dopo il vertice Nato di Vilnius e dopo avere incontrato Joe Biden. Potrebbe sorgere il dubbio che questa sua generosità in terra straniera dipenda dall’ingessatura dei giornalisti con una leader straniera e dai protocolli che difficilmente potrebbero chiederle dei deliri del compagno Andrea Giambruno o dei molteplici De Angelis che infestano i ruoli pubblici. Se ci pensate sarebbe una bella domanda da porle. Nell’impossibilità di farlo rimaniamo semplicemente dei malpensanti o peggio delle malelingue.

I punti stampa di Giorgia Meloni e la cronica allergia alle domande
Giorgia Meloni e Joe Biden (Imagoeconomica).

Il disastro comunicativo di Cutro e il karaoke con Salvini

In Italia la presidente del Consiglio ha tenuto due conferenze stampa in coppia con il suo collega tedesco, il cancelliere Olaf Scholz, l’8 giugno e il 26 luglio. Nient’altro per tutta l’estate, a meno che non si voglia considerare un “confronto con la stampa” l’intervista con Bruno Vespa il 9 giugno. Un’allergia al cuore del giornalismo (ossia le domande) che risale all’ultima conferenza della presidente del Consiglio (una conferenza stampa, mica un punto stampa) che risale addirittura al 9 marzo, quando i ministri andarono in trasferta a Cutro con i corpi ancora caldi delle vittime del naufragio. Non fu – è vero – un grande successo. Meloni si lasciò scappare evidenti segni di nervosismo, ci mise il solito pizzico di vittimismo («State dicendo che il governo è colpevole del disastro?», chiese ai giornalisti. La risposta di molti fu «sì») e giustificò il mancato omaggio alle vittime e ai parenti raccontando di una giornata densa di impegni. Il giorno dopo tutta Italia la vide cantare spensierata al karaoke per la festa di compleanno “a sorpresa” del ministro Matteo Salvini.

I punti stampa di Giorgia Meloni e la cronica allergia alle domande
La conferenza stampa del governo a Cutro (Getty).

Non andò benissimo, in effetti, no e forse sarà per questo che da quel giorno Meloni ha preferito lasciare il commento delle sedute del Consiglio dei ministri a qualche suo collega di governo. Tanto, pensandoci bene, c’è sempre il modo di trovare un quotidiano disposto a impaginare una sua intervista in cui la presidente del Consiglio può dire di «avere deciso da sola», come accaduto pochi giorni fa con Il Sole 24 Ore.

Mandare avanti Mantovani e Donzelli per non rispondere in prima persona

Il 28 agosto era stato il sottosegretario all presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano a dover affrontare i giornalisti per provare a convincerli che l’aumento del 103 per cento degli sbarchi sulle coste italiane possa essere visto come un importante risultato raggiunto dal governo. Allo stesso modo Meloni non ha ritenuto di dover dare spiegazioni ai giornalisti dopo l’alluvione in Emilia-Romagna e dopo le proteste dei sindacati il Primo maggio. La strategia di Giorgia Meloni è quella di mandare avanti i suoi colleghi per le comunicazione istituzionale oppure imboccare i suoi compagni di partito per dire quello che sarebbe sconveniente dire in abiti di governo (Giovanni Donzelli in primis). Così l’immagine della presidente del Consiglio è una sensazione rarefatta che arriva dall’estero oppure è quella plasticamente confezionata che appare nei suoi saltuari videomessaggi scritti, prodotti e confezionati a Palazzo Chigi e spediti già cotti alle redazioni dei giornali per sbobinarli in un articolo. E pensare che Giorgia Meloni tra le altre cose è anche  giornalista.

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Il Parlamento Ue guarda a destra. Ecco le proiezioni sui seggi: a FdI 27 eletti, 9 alla Lega, 6 a FI. Poi 19 Pd e 15 M5S. Senza quorum la sinistra, Calenda e tutti gli altri

Con l’avvicinarsi delle elezioni per il Parlamento europeo rimane in campo un serio problema per alcuni partiti italiani: entrarci. Ieri Europe Elects, il più importante studio sui sondaggi esistenti in vista delle urne per Bruxelles, ha pubblicato la proiezione dei seggi sulla base delle attuali intenzioni di voto, così da cominciare a immaginare il Parlamento che verrà.

Il gruppo più grande, come quasi sempre dalle ultime elezioni, è il Partito popolare europeo (PPE) di centro-destra con 160 seggi, un plus di tre seggi rispetto al mese precedente. Sono seguiti dal loro concorrente più vicino, l’Alleanza progressista di centro-sinistra tra socialisti e democratici (S&D), che ha 146 seggi, aggiungendo pure in questo caso tre seggi da luglio. Il terzo gruppo centrista, il liberale Renew Europe (RE) rispetto ai mesi precedenti perde un seggio, assestandosi a 89 eurodeputati. Questi tre partiti, che formano una coalizione informale al Parlamento Ue hanno ora 395 seggi su 705, una comoda maggioranza assoluta.

I conservatori e i riformatori europei (ECR) dovrebbero avere 82 seggi, gli stessi del mese precedente, e Identity and Democracy (ID) guadagna un seggio, fino a 73: il loro quinto guadagno consecutivo e un aumento di dieci seggi da marzo. A sinistra, si prevede che i Verdi/Alleanza libera europea (G/EFA) porteranno a casa 52 seggi, tre in più rispetto al mese scorso, mentre il gruppo di sinistra al Parlamento europeo – GUE/NGL (SINISTRA) subisce la sua terza grande perdita consecutiva e ora si prevede che avrà appena 38 seggi, con un calo di ben sette posti.

In Italia a oggi sarebbero 27 i seggi conquistati da Fratelli d’Italia nel gruppo dei conservatori (ECR). Solo la Polonia, oltre al nostro Paese, è lo Stato in cui il gruppo europeo dei conservatori risulta il più rappresentato a livello nazionale. Diciannove sono i posti nel gruppo S&D, che a oggi guadagnerebbe il Partito Democratico, seguito dai 15 eurodeputati del Movimento Cinque Stelle. La Lega di Matteo Salvini al momento si fermerebbe a 9 europarlamentari (per il gruppo ID) mentre sarebbero solo 6 i seggi che Forza Italia porterebbe in dote al PPE.

Niente centro

Secondo queste proiezioni, per la terza volta consecutiva nessun partito affiliato al gruppo liberale entrerebbe in Parlamento. L’ultimo partito iscritto ad ALDE/RE a farcela tramite elezioni (e non adesioni successive) è stato Italia dei Valori, nel 2009. La forza elettorale minima del cosiddetto Terzo polo dei liberali italiani, ora frazionata nel dissidio tra i due capipopolo Renzi e Calenda, scompare in Europa. L’unica speranza per Calenda è di riuscire a ottenere un “passaggio” dal Pd, come già avvenne nel 2019.

Ma è difficile che con la nuova segretaria Schlein ricaschi nell’errore di Enrico Letta. Secondo le proiezioni di Europe Elects, per la quarta volta consecutiva non toccherebbe palla neppure alcun partito affiliato al gruppo verde. L’ultimo partito iscritto ai Verdi ad entrare in Parlamento tramite elezioni è stata la Federazione dei Verdi nel 2004, guidati da Pecoraro Scanio. Anche in questo caso solo il Pd potrebbe farsi carico di qualcuno dei Verdi (che alle politiche si sono presentati in coalizioni proprio con i dem).

Niente da fare anche a sinistra (escludendo il Pd): secondo le proiezioni Europe Elects, per la seconda volta consecutiva nessun partito di sinistra entrerebbe nell’Europarlamento. L’ultimo a riuscirci fu L’Altra Europa con Tsipras, nel 2014. In ogni caso, il nuovo Parlamento europeo si prospetta sempre di più a destra. Ora resta da vedere se – com’è nei piani della Meloni – sarà abbastanza per costruire una nuova maggioranza tra popolari e sovranisti, escludendo per la prima volta i socialisti.

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