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Lavoro irregolare. Qui la bonifica non c’è

A proposito della “grande retata” che Giorgia Meloni ha sventolato come mastodontica vittoria sul disagio a Parco Verde, a Caivano, recuperando qualche spicciolo e una decina di pacchetti di sigarette di contrabbando, ci permettiamo di dare un consiglio al governo per utilizzare al meglio il dispiegamento di forze per una “bonifica” che farebbe bene all’Italia intera.

Nei primo trimestre del 2023 sono stati scoperti 4.363 lavoratori completamente sconosciuti allo Stato

Dando un’occhiata all’attività di vigilanza dell’Ispettorato del Lavoro relativi solo al primo trimestre di quest’anno si scopre che su 28.563 ispezioni si è riscontrato un indice di irregolarità nell’attività di vigilanza pari al 66,7% sul lavoro, dell’83% nei controlli previdenziali e addirittura il 94,5% di irregolarità nell’attività di vigilanza assicurativa. Ben 4.363 lavoratori erano completamente sconosciuti allo Stato, 71.729 sottostavano a un rapporto di lavoro irregolari e sono 11.055 i lavoratori fittizi.

Mentre a Caivano hanno recuperato poche migliaia di euro, nei primi tre mesi dell’anno lo Stato ha recuperato 49 milioni di euro solo di sanzioni (in tre mesi, non in 80 anni come accade per i soldi che restituiscono i partiti) oltre a 210 milioni di premi e contributi. Si può intuire quindi che i controlli degli ispettori vadano quasi a colpo sicuro. Ecco qua la “bonifica” da rinforzare e moltiplicare sul territorio nazionale. Permette di recuperare molto più denaro della persecuzione di qualche furbetto, e in più garantisce un luogo più sicuro per i lavoratori italiani.

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Governo, aumentano le poltrone per la casta dei dirigenti

All’inizio c’era solo qualche cambio di denominazione, ma ora il governo Meloni ha deciso di mettere mano all’organizzazione dei ministeri e non sarà un passaggio indolore. Al di là delle modifiche necessarie per governare il Pnrr (variazioni comunque non permanenti) le modifiche che l’esecutivo ha in mente sono tutt’altro che marginali. Nel corso degli ultimi mesi infatti il Consiglio dei ministri ha esaminato preliminarmente la modifica dei regolamenti di organizzazione dei ministeri degli Esteri, dell’Interno, della Difesa, delle Infrastrutture, delle Politiche agricole e della Transizione ecologica.

Il governo Meloni riorganizza le strutture dei ministeri. E come al solito moltiplica gli incarichi

Come ricostruito da Openpolis, sia il ministero dell’Università che quello del Turismo sono dicasteri recenti, che fino a pochi anni fa facevano parte di altre strutture e le cui competenze erano gestite da un Dipartimento. Una struttura articolata a sua volta in 3 direzioni generali. Già con la nascita del nuovo dicastero dell’Università, le direzioni generali erano da subito aumentate, diventando sei (incluso il segretario generale). Ma ora, col decreto legge 44/2023, le direzioni generali sono diventate otto, almeno sulla carta.

Attualmente, infatti, non è ancora entrato in vigore il nuovo regolamento del dicastero. Le competenze del ministero del Turismo invece fino al 2021 erano esercitate dal ministero della Cultura, attraverso un’apposita direzione generale. Con la nascita del ministero invece sono state previste quattro direzioni generali (incluso il segretario generale). A fine febbraio 2023, con l’approvazione del Dl 13/2023, il numero è cresciuto, passando a cinque e, solo due mesi dopo, è aumentato ancora arrivando a 7 (Dl 44/2023). Anche in questo caso comunque il regolamento non è ancora entrato in funzione.

Ma le novità più impattanti riguardano il Ministero dell’Economia e finanze, guidato dal leghista Giancarlo Giorgetti. Nei mesi scorsi il ministero ha chiesto lumi al Consiglio di Stato per scorporare le competenze del Tesoro introducendo il dipartimento dell’Economia. La corte ha espresso parere favorevole pur suggerendo numerose modifiche ed esprimendo perplessità rispetto a un’operazione che si limita a scorporare da un dipartimento strutture già esistenti e funzionanti.

Il testo non è mai entrato in vigore ma il nuovo regolamento votato in Consiglio dei ministri lo scorso 26 luglio prevede il dipartimento dell’Economia e un altro per la Giustizia tributaria. Questa struttura assumerà competenze che attualmente sono esercitate dal dipartimento delle Finanze e in particolare dalla direzione generale per la Giustizia tributaria, incrementando i costi amministrativi del Mef di circa 2,4 milioni di euro l’anno.

Dall’Economia al Turismo, dall’Università alla Cultura. Le nuove posizioni sono già molte

Nel corso degli ultimi tre anni una direzione generale del ministero della Cultura è diventata un ministero composto di sei direzioni generali, un dipartimento del ministero dell’istruzione è stato trasformato in un ministero con sette direzioni generali e i dipartimenti del Mef sono passati da 4 a 6. A ognuno di questi passaggi corrisponde ovviamente un aumento del numero di posizioni di vertice, e di conseguenza un aumento dei costi o una riduzione di altre posizioni dirigenziali di livello inferiore.

Sembra non valere più il principio della riforma di fine anni ’90 per tenere a freno la proliferazione di nuovi ministeri, dipartimenti o direzioni generali. A questo si aggiunge il passaggio dall’organizzazione per direzioni generali a una per aree dipartimentali. Il risultato di tutto questo sforzo? Nuove nomine di dirigenti e, a cascata, delle strutture sottostanti. Un silenzioso spoil system fuori tempo massimo utile per allargare la vera “famiglia”, quella che non ha freni nell’assalto del potere.

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Femminicidi senza fine. Lo Stato non fugga

Marisa Leo ha 39 anni e lavora nella cantina Colomba Bianca di Mazara del Vallo. Ha incontrato l’ex marito, Angelo Reina, tra Mazara del Vallo e Marsala, nel Trapanese nella sua azienda agricola di famiglia. Lui le ha sparato addosso colpi di fucile, forse tre, e poi si è tolto la vita.

Sono 79 le donne ammazzate da inizio anno a oggi. In 61 casi l’omicidio si è consumato in ambito familiare-affettivo

Così sono 79 le donne ammazzate da inizio anno a oggi. Sono i dati della Direzione Centrale della Polizia Criminale, il Servizio Analisi Criminale tra l’altro tiene sotto osservazione tutti gli episodi delittuosi che integrino fattispecie riconducibili alla violenza di genere. In 61 casi l’omicidio si è consumato in ambito familiare-affettivo: 38 hanno trovato la morte per mano di compagni o ex partner.

Poiché in questo caso l’assassino non è un uomo straniero si sono placate, quasi mute, le voci di coloro che vorrebbero trasferire l’emergenza dei femminicidi in Italia a colpe altrui. Il 4 gennaio l’uccisione di Giulia Donato a Pontedecimo ha dato il via alla solita, annuale macabra mattanza. Anche Marisa Leo, come molte altre, aveva denunciato il suo ex per stalking nel 2020. Il 10 gennaio del 2022 aveva rimesso la querela. Una costante di queste storie sono denunce che vengono prese molto poco sul serio. Qui non servono centinaia di poliziotti. Qui basterebbe prendere terribilmente sul serio un fenomeno terribile, occuparsene prima che venga impegnata l’arma. Non è nemmeno “prevenzione”, si tratta di compiere il dovere dello Stato: prendersi cura, tutelare, difendere. L’obiettivo, sia chiaro, non è invitare alla pace nelle coppie: l’urgenza è togliere le donne dalle mani dei loro assassini.

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Giambruno, Meloni e la “libertà di stampa”

Così alla fine la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, nonché compagna del giornalista Andrea Giambruno, ieri in conferenza stampa ci ha spiegato cosa sia la libertà stampa. Peccato che non c’entri nulla con il succo del discorso. Sviare, dunque, sviare sempre.

Riprendiamo la storia dall’inizio. Il giornalista Andrea Giambruno, compagno di Giorgia Meloni, dice testualmente: «Se eviti di ubriacarti e di perdere i sensi, magari eviti anche di incorrere in determinate problematiche perché poi il lupo lo trovi». Ovviamente viene deriso e ricoperto di indignazione: la vittimizzazione secondaria è roba da lupi, appunto. Non contento Giambruno si ripresenta in televisione e non si scusa, anzi accusa i suoi accusatori di attaccare lui per attaccare il governo.

Normale quindi che si chieda conto al governo, interpellato dallo stesso Giambruno. Giorgia Meloni dice che pensa che il compagno «abbia detto in modo frettoloso e assertivo una cosa diversa da quella che è stata interpretata dai più». Cioè? È stato frainteso? Quindi avrebbe potuto spiegarsi meglio nella puntata successiva, no?

Ma il capolavoro è Giorgia Meloni che chiede ai giornalisti di smettere di chiederle del suo compagno che nel frattempo lamenta di essere attaccato per colpire la sua compagna che incidentalmente è presidente del Consiglio. E come chiama il suo desiderio di non voler rispondere alle cretinate pronunciate e mai smentite dal suo compagno in televisione? Libertà di stampa: “Vi prego, per il futuro, di non chiedermi conto di quello che un giornalista nella libera espressione del suo operato dichiara in televisione”, ha detto Giorgia Meloni sottolineando di non essere lei “a dirgli che cosa deve dire: non ritengo di poterlo fare perché io credo nella libertà di stampa davvero”.

“Libertà di stampa, davvero”. Che spettacolo osceno. 

Buon venerdì.

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Un unico editore a destra. Angelucci comanda su Il Giornale, Libero e Il Tempo

Da ieri i giornali di destra, di tutte le destre che stanno al governo, appartengono a un solo editore, Antonio Angelucci, che tra le altre cose è il ras delle cliniche private e parlamentare eletto nelle file della Lega, dopo esserlo stato per diverse legislature con Forza Italia.

Da ieri i giornali di destra appartengono a un solo editore, Antonio Angelucci. Deputato della Lega da sempre vicino a Meloni

Lo stato del giornalismo italiano sta tutto qui, nell’appuntamento fissato ieri alle 11 presso lo studio del notaio Cerasi in viale Tiziano a Roma, dove Paolo Berlusconi ha ceduto il 70% della Società Europea di Edizioni Spa, società editrice del quotidiano Il Giornale, nelle mani della See, Società Editoriale de Il Giornale ad Angelucci. Il costo dell’operazione è di 14 milioni, come rivelato per primo da Il Giornale d’Italia. A questi 14 milioni dovranno essere tolte le perdite di circa 4-5 milioni maturate dal primo gennaio al 31 agosto; di conseguenza il prezzo netto dovrebbe aggirarsi tra i 10 e i 9 milioni.

L’assemblea ordinaria ha provveduto a nominare il Cda formato da sette persone, di cui due in quota a Angelucci. Presidente onorario rimane Paolo Berlusconi, che tra le altre cose è il fratello dell’ex fondatore di Forza Italia nonché componente della famiglia che nei confronti del partito di maggioranza vanta un credito tale da poterla definire senza timore di smentita “proprietaria”.

Ieri è accaduto anche che Vittorio Feltri, incidentalmente consigliere regionale in Lombardia nelle fila del partito della presidente del Consiglio Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia) tornerà a Il Giornale con il neo direttore Alessandro Sallusti in veste di direttore, pronto a sostituire Augusto Minzolini, passato al suolo di editorialista ma con lo stesso stipendio di prima.

Al quotidiano Libero (che insieme a Il Tempo compone la galassia della famiglia Angelucci) svetta come direttore editoriale Daniele Capzezzone, incidentalmente ex portavoce della prima Forza Italia e de Il Popolo della Libertà, affiancato da Mario Sechi come direttore responsabile. Un ritorno a casa pure per Sechi, che aveva lasciato Libero nel 2006, e a Il Tempo, quando però era ancora di proprietà del costruttore Domenico Bonifaci.

Deputato della Lega, l’editore è sempre stato vicino alla premier Meloni

Approdato alla direzione dell’Agi (Gruppo Eni) dopo un’elezione fallita in parlamento col partito di Mario Monti, Sechi incidentalmente è stato capo ufficio stampa del governo fino allo scorso mese. Direttore di Libero resta invece Pietro Senaldi. Quello de Il Giornale potrebbe non essere l’ultimo acquisto per gli Angelucci. La trattativa con la Verità, smentita dal direttore Maurizio Belpietro, secondo molti rumors partirebbe già all’inizio del 2024. Ed è più di una voce di corridoio che Angelucci sia in procinto di acquistare una radio privata nazionale.

Incidentalmente accade anche che i nomi dei direttori e le firme di punta della galassia dei quotidiani di destra siano gli ospiti fissi in tutte le trasmissioni politiche delle reti televisive in mano alla famiglia Berlusconi e ultimamente anche in Rai su cui spira l’aria del governo. Sostanzialmente due famiglie controllano stampa e televisione che ogni giorno bombardano con la propaganda di governo.

Badate bene: questi sono gli stessi che lamentano di essere “oppressi” da “un pensiero impernate”. Sembra una barzelletta. L’altro ieri Angelucci (l’editore, parlamentare e re delle cliniche) ha incontrato l’indaffaratissima presidente del Consiglio Giorgia Meloni promettendole che i suoi giornali saranno “anche” critici con il governo. Sottolineando “anche”.

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Politici impresentabili, Colosimo ora li vede

“Che problema c’è? Imparerà!”. Era questa la voce che circolava nei corridoi del Parlamento quando la meloniana Chiara Colosimo è diventata presidente della Commissione Nazionale Antimafia, e qualcuno faceva notare l’esperienza nulla della deputata sul tema. Imparerà, certo e probabilmente mentre si istruisce avrà occasione di rendersi conto dell’inutilità di certa propaganda della sua parte politica.

Ieri la presidente era con l’intera Commissione in missione a Foggia, per ascoltare il prefetto, i magistrati e le associazioni antimafia del territorio. Nell’intervista a La Gazzetta del Mezzogiorno Colosimo parla dell’importanza dello Stato, della necessità di non sottovalutare la “quarta mafia” pugliese e poi si lancia in una dichiarazione: “Bisogna essere irreprensibili. Voglio ribadire un concetto per me fondamentale: non esiste niente di peggio di un politico che finisce in un’indagine per mafia. Ma, allo stesso tempo, non mi convince la gogna tardiva. – dice Colosimo – Vorrei arrivare progressivamente all’utilizzo del controllo preventivo sempre, e per tutti, sulle candidature. Non credo sia utile, dichiarare gli impresentabili a campagna elettorale finita. Voglio dare la possibilità ai partiti di poter vagliare e scegliere prima i possibili candidati”.

Colosimo dovrebbe spiegare questo semplice concetto alla sua maggioranza che per anni ha bombardato i controlli della Commissione antimafia sulle candidature bollandole come “giustizialismo”. E magari potrebbe invitare i leader dei partiti di governo a non minimizzare la questione. Sta imparando, sì.

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Ha superato il concorso: una fanatica di Putin si aggirerà per il Senato

Dal primo novembre farà il suo ingresso in Senato come “coadiutore parlamentare” la trentacinquenne russa Irina Osipova. La figlia dell’ex direttore del centro russo di scienza e cultura a Roma è risultata 78esima nel ‘concorso per esami, scritti e orali’ di Palazzo Madama per assumere in Senato personale con delicati ruoli di natura amministrativa e contabile, con la responsabilità di consultare le banche dati e ‘classificare’ e archiviare la corrispondenza di Palazzo.

Tutto regolare, insomma. Solo che Irina Osipova è conosciuta negli ambienti della politica romana non solo perché figlia di Oleg Osipov, per anni direttore del Centro russo di scienza e cultura di Roma, ma soprattutto per la sua indomita passione per Vladimir Putin.

Osipova assunta al Senato: per lei prima lo zar

Sulle sue pagine social si sprecano gli elogi: “Il modello per l’Italia per difendere gli interessi nazionali’’, scrive Osipova, definendo Putin “un leader che non ha pari al mondo”. Nel 2012 ha fondato l’associazione ‘Rim – Giovani Italo-Russi’, per riunire “giovani attivi e creativi, che usano principalmente il russo nella loro vita quotidiana”.

Pasionaria instancabile, Irina da anni organizza eventi e va in piazza per dire no alle sanzioni europee alla Russia, scattate dopo l’annessione della Crimea del 2014. Numerose anche le manifestazioni per sostenere la politica russa in Ucraina e attaccare la politica ‘nazista’ di Kiev nelle province russofone.

Tra i suoi contatti c’è anche Andrea Palmeri, il neofascista lucchese arruolato nelle milizie filorusse del Donbass, ritratto con lei mentre sfoggia una maglietta con su scritto ‘Defend Italia’ con tanto di kalashnikov disegnato. Nel 2016 Osipova ha provato anche con la politica: candidata con Fratelli d’Italia alle elezioni amministrative a Roma raccolse poco meno di 200 voti.

Ma la politica per Osipova è soprattutto il ministro Matteo Salvini. È stata collaboratrice dal 2014 dell’associazione ‘Lombardia-Russia’, guidata dal leghista Gianluca Savoini, già braccio destro di Salvini e a lungo suo portavoce.

Ha personalmente accompagnato Salvini nelle sue trasferte russe in veste di interprete. È lei stessa a raccontare, in un’intervista al Corriere della Sera, di avere accompagnato il leader della Lega per una conferenza alla Duma e successivamente all’importante agenzia di stampa Tass. Fu lei, proprio in quell’intervista al Corsera, a difendere l’attuale vicepremier dall’accusa di avere cercato finanziamenti russi il 18 ottobre del 2018: “Solo fango contro Salvini. Certa sinistra in Italia, penso al Pd, mal digerisce che lui le abbia tolto il potere”, disse al giornalista con una certa sicumera.

Poca opportunità

Tra le foto del suo profilo Facebook spicca anche quella con Yan Petrovsky, leader del gruppo neonazista russo, affiliato alla Wagner, ‘Rusich’, quel Petrovsky arrestato nelle scorse settimane in Finlandia, con l’accusa di crimini di guerra.

All’uscita del bando di Palazzo Madama, pubblicato in Gazzetta ufficiale n. 80 dell’8 ottobre 2019, Irina Osipova si butta nel studio. Hanno superato tutti un concorso di alto livello, con prove davvero difficili”, aggiungono dalla Commissione che ha promosso la russa Osipova e gli altri 123 colleghi ‘coadiutori’.

Ma la questione non è la regolarità di concorso, qui si tratta di un tema ancora più insidioso per Salvini e per la Lega: come un reperto affiorato Irina Osipova si aggirerà per i corridoi del Senato per ricordare chi fossero gli amici del putinismo che oggi simulano atlantismo di interesse. L’inopportunità politica, dunque, non è solo quella di Osipova: riguarda quelli che governano lassù.

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La lezione di Batistuta alla politica da spettacolo – Lettera43

Potremmo chiamarla “la lezione di Batistuta”, ma poiché la frase preferita dei leader politici nostrani è sempre “non prendiamo lezioni da nessuno” figurati se porgeranno l’orecchio alle parole di un ex calciatore imbolsito ormai incastrato dentro al mito. Per le elezioni amministrative a Firenze ha circolato il nome del 54enne Gabriel Omar Batistuta, indimenticato e indimenticabile attaccante della Viola, campione argentino impresso nella memoria dei tifosi e dei cittadini toscani per il suo carisma e i suoi gol. Quello segnato a Wembley nel 1999 contro l’Arsenal è un souvenir malinconico come certi monumenti miniaturizzati nella palla di vetro.

Le apparizioni sui giornali e nelle televisioni fanno curriculum

Nella politica che è spettacolo, il nome di Batistuta a qualcuno è sembrato la leva perfetta per strappare la città di Firenze al centrosinistra. Ci avevano già provato con l’ex portiere Giovanni Galli, è vero, ma Batistuta è nel cassetto degli eroi, di fianco al semplice cassetto degli ex calciatori. Nella politica degli anni duemilaventi le apparizioni sui giornali e nelle televisioni sono le caratteristiche fondamentali di un buon curriculum. Basta scrivere un pessimo libro che inneschi una pessima polemica per diventare cangiabile e credibile. Lo sanno benissimo nella Lega di Matteo Salvini dove storicamente, ben prima di lui, una frase razzista o crudele è il viatico per polarizzare l’attenzione dei media, emergere dalla massa e abilitarsi in poche ore in un “politico di primo piano”. La successiva candidatura e la successiva elezione sono semplici conseguenze. Lo sa bene Roberto Calderoli, lo sa bene lo stesso Salvini che era uno sconosciuto consigliere comunale prima di proporre un vagone della metropolitana milanese riservato alle persone con la pelle più scura.

La lezione di Batistuta alla politica da spettacolo
Gabriel Omar Batistuta (Getty).

Diventare personaggi serve per garantirsi una lunga sopravvivenza

Così quei nove anni di Batistuta in maglia viola a partire dal 1991 sotto l’iconica presidenza di Vittorio Cecchi Gori e quei suoi 208 gol sembravano abbastanza per proporsi come amministratore di una delle città più importanti d’Italia. Sembrava un’ottima idea avanzare un candidato che non ha bisogno di spiegazioni e che avrebbe semplicemente dovuto “non sbagliare niente” per vincere. La televisionizzazione della politica è un morbo che ha infettato molti: giornalisti, sportivi, soubrette, virologi. Un caravanserraglio di nomi “spettacolari” che riempie il parlamento italiano e europeo. Sono politici televisivi utili alle feste di partito, quando c’è da vendere la birra e la saltella per incassare. Sono politici televisivi che garantiscono l’approdo al grande pubblico anche delle idee più strampalate. Il vizio è ormai talmente conclamato che i politici, quelli che tapini provengono solo dalla politica o dal lavoro, anelano a diventare personaggi il prima possibile per garantirsi una lunga sopravvivenza nelle istituzioni.

La lezione di Batistuta alla politica da spettacolo
Batistuta allo stadio Franchi di Firenze (Getty).

I posti dovrebbero essere occupati da chi ha la preparazione giusta

Batistuta però ha risposto dando una lezione di politica. Sembra incredibile, sì: «Voglio smentire la notizia che mi vede come possibile candidato sindaco a Firenze. Non faccio politica né in Italia né in Argentina. Non voglio trovarmi in alcun modo in una posizione di potere che dovrebbe essere occupata solo da coloro che sono stati adeguatamente preparati e con sufficiente merito per meritarselo», ha scritto sui suoi social. Il campione è convinto – non solo lui – che i posti di potere dovrebbero essere occupati da chi ha la preparazione e sufficiente merito anche solo per provare la corsa. E Batistuta, come molti altri, è convinto che avere fatto molti gol non rientri in questi parametri, come non lo è evidentemente avere condotto un telegiornale, avere litigato in una popolare trasmissione televisiva o avere ballato al fianco di un noto conduttore.

La lezione di Batistuta alla politica da spettacolo
Damiano Tommasi (Getty).

Il caso dell’ex calciatore Tommasi a Verona è diverso

I più rognosi, rimasti male per la risposta, dicono che a Verona sia accaduta la stessa identica cosa con l’ex calciatore Damiano Tommasi, fingendo di non sapere che lui si è dedicato per anni all’attività sindacale, quindi alla politica. Una cosa è certa: la risposta di Batistuta è un dribbling talmente intelligente nel deserto morale e intellettuale della politica italiana che alla fine l’avremmo votato come sindaco, a saperlo.

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Normale non lo è. Generale, se ne faccia una ragione

La storia immagino la sappiate. C’è questo generale, tal Roberto Vannacci, che dopo essersi dedicato a comandare i soldati in Afghanistan e in Iraq ora guida l’Istituto geografico militare a Firenze. Lì probabilmente è stato folgorato dalla carta e dalla cultura e ha deciso di autoprodursi un libro dall’originalissimo titolo Il mondo al contrario in cui ci fa sapere cosa pensa del mondo.

Gli omosessuali: “Normali non lo siete, fatevene una ragione”. La convivenza civile: “Le discutibili regole di inclusione e tolleranza imposte dalle minoranze”. I disoccupati: ” I dibattiti non parlano che di diritti, soprattutto delle minoranze: di chi asserisce di non trovare lavoro, e deve essere mantenuto dalla moltitudine che il lavoro si è data da fare per trovarlo”. Paola Egonu: “Italiana di cittadinanza, ma è evidente che i suoi tratti somatici non rappresentano l’italianità“.

Niente di nuovo sotto il sole. Vannacci si è preso la briga di sprecare carta per condensare in un sol luogo ciò che gli elettori di questo governo spargono a piene mani tutti i giorni sui social. Un lavoro filologico, più che creativo. Solo che in questo caso il giornalista di Repubblica Matteo Pucciarelli ha reso pubblico la chiara matrice dell’estro del generale Vannacci e quindi l’esercito e il ministro hanno deciso di prendere le distanze. Lui, il generale, rivendica il diritto di avere idee cretine senza capire che nessuno glielo impedisce: semplicemente uno con quelle idee non deve ricoprire un incarico pubblico. Questo è il punto. Per il resto potrà scendere tutte le sere al pub e giocare alla parte del nazista.

Alcune domande rimangono. Come ha fatto un tizio come Vannacci a diventare così alto in grado nell’esercito? Non sarà mica che ha trovato terreno fertile per le sue idee? Perché di questi deliri se n’è accorto solo il giornalista Pucciarelli? E soprattutto, il ministro Crosetto giudica (giustamente) “farneticazioni” le parole di Vannacci. Quindi giudica “farneticanti” una bella fetta dei suoi elettori? E in ultimo: che ne facciamo degli altri Vannacci in giro per eserciti, Parlamenti e pubbliche amministrazioni? E ci sarebbe anche una curiosità dolorosa: come ha operato il generale in territori di guerra, con idee del genere?

Buon venerdì.

Foto del Generale Vannacci tratta da Wikipedia

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