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La nave dei folli

Hieronymus Bosch nel 1494 circa dipinse il quadro La nave dei folli. Il dipinto racconta il pellegrinaggio di un gruppo di folli che viaggiano per mare senza alcuna meta. Su quella nave vengono caricati i matti, i diseredati di cui ci si deve liberare. Coloro che non rientrano negli schemi della ragione collettiva devono restare in balia del mare. Sono destinati a una vita errante, senza patria, senza terra ferma. Fatta di niente se non di un interminabile vagare.

Nel 2023 nel Regno Unito il governo Sunak, incapace di gestire gli arrivi ha pensato a una soluzione simile, cominciando a stipare gli immigrati in attesa di verdetto sulla richiesta d’asilo su un’enorme chiatta lunga quasi cento metri che potrà ospitare fino a 500 persone, tutti maschi adulti. Dice Suniak che non saranno detenuti, perché saranno liberi di andare e venire. Dove si possa andare e dove si possa venie in una nave in mezzo al mare è un segreto che il governo britannico non s’è preso la briga di raccontare.

Il passaggio della legge in Parlamento è stato accolto con parole durissime dalle Nazioni Unite, che l’hanno definita «una violazione della legalità internazionale». In un comunicato congiunto, il responsabile Onu per i diritti umani, Volker Turk, e quello per i rifugiati, Filippo Grandi, hanno lamentato che la nuova legge «avrà profonde conseguenze per le persone che necessitano di protezione internazionale». «Questa nuova legislazione erode in maniera significativa la cornice legale che ha protetto così tante persone ed espone i rifugiati a gravi rischi», hanno detto.

Quelli che non ci staranno sulla barca verranno smistati in siti militari. Un’altra ipotesi è di portare migliaia di persone (non illegali, ricordiamolo, ma in attesa di valutazione della richiesta d’asilo) su un’isola sperduta tra costa africana (1.600 chilometri) e costa sudamericana (2.300 chilometri), l’Isola dell’Ascensione, nell’amministrazione di Sant’Elena di napoleonica memoria.

Forse i naufraghi in questo tempo sono sulla terraferma.

Buon martedì.

In foto Bosch, la nave dei folli, 1495

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Sbarchi, Mes, alleanze europee… Nel Centrodestra è guerra su tutto

Ieri è toccato al senatore Gasparri caricarsi sulle spalle il suo partito, Forza Italia, e sferrare l’attacco a Fratelli d’Italia, alleati al governo ma sempre utili da logorare. L’attacco è sul caso De Angelis ma il messaggio è anche altro. Ciò che conta è che Giorgia Meloni si ricordi, rintuzzata ogni giorno, che la maggioranza tiene se i patti e la distribuzione delle prebende va rispettata. Lo scontro sul comunicatore assunto in Regione Lazio dal presidente Rocca è l’ennesima crepa all’interno dei partiti che sostengono il governo. Fa notizia perché si spalma sull’attualità di queste ore ma i problemi tra Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia sono altri molto più consistenti.

Non solo le polemiche sul caso De Angelis. Ormai i colpi bassi nella coalizione che sostiene il governo Meloni non si contano più

Matteo Salvini, nonostante le foto con Giorgia Meloni e consorti, sta aspettando solo il momento più opportuno per attaccare il ministro Piantedosi (e quindi Meloni) sugli sbarchi che non accennano a diminuire. In via Bellerio, nella sede della Lega, tutti sanno che Salvini si tiene l’asso nella manica in attesa del momento più opportuno. Che il leghista soffra il ruolo di secondo piano da ministro alle Infrastrutture è risaputo. Salvini attende i risultati delle elezioni europee dell’anno prossimo covando la speranza di tornare ai fasti di un tempo.

A quel punto la differenza di visioni sulla gestione dell’immigrazione sarà lo spunto a cui Meloni non si potrà sottrarre, magari in previsione di un rimpasto di governo che nei corridoi del Parlamento viene dato come inevitabile nel 2024. Al rientro dalle vacanze, pesante come un macigno, la ratifica non più rinviabile sul Mes, il fondo alimentato dagli Stati membri della Ue (l’Italia per 14 miliardi) per far fronte alle crisi bancarie.

Salvini all’attacco sui migranti, Tajani spinge sul Mes

Meloni anche a giugno ha ribadito la sua contrarietà ma la presidente del Consiglio è ben consapevole di essere incastrata in dinamiche europee che potrebbero avere più peso del suo parere. Sempre a proposito del sovranismo di facciata. Pesa come un macigno lo sgambetto fattole dal Mef guidato dal leghista Giancarlo Giorgetti che a Montecitorio ha recapitato un parere in cui si dice che la ratifica del Mes presenta alla fine più vantaggi che svantaggi.

“Avanti così e torniamo a contarci al voto”, disse Meloni ai suoi collaboratori prima del rinvio del Consiglio dei ministri di fine giugno. Contrari si dicono anche dalle parti della Lega (quindi in opposizione al loro ministro Giorgetti) mentre da Bruxelles danno per scontata la ratifica. Forza Italia in questo caso non ha bisogno di mandare in avanscoperta il Gasparri di turno. “Sarà approvato”, continuano a ripetere i berlusconiani pregustando l’incasso di una vittoria politica senza muovere un dito. In autunno sanno ancora più evidenti le crepe della maggioranza proiettata in Europa.

La proposta del leader leghista di stringere in Europa un’alleanza affine a quella che governa l’Italia, mettendo insieme il Ppe, i Conservatori di Meloni e il suo eurogruppo Identità e Democrazia, non è stata una semplice frecciata. È il prodromo di una bomba. Mentre Tajani ha risposto duramente (“Per noi è impossibile qualsiasi accordo con AfD e con il partito della signora Le Pen. Saremmo lieti di avere la Lega parte di una maggioranza, ma senza Le Pen e AfD”) dalle parti di Fratelli d’Italia nessuno ha proferito parola.

Poi c’è la grana del Pnrr (il leghista Fedriga ha contestato le modalità e i tempi con cui il governo ha preso le sue scelte) e sul Reddito di cittadinanza la freddezza di Lega e Forza Italia (che esprime quattro governatori al Sud), i quali avrebbero gradito un passaggio più soft per attutire le proteste degli ormai ex percettori del reddito. Si dicono compatti. Su cosa è tutto da capire.

 

Leggi anche: Una zavorra da 30 miliardi per il governo. Per Meloni è già allarme manovra: i soldi non ci sono, a rischio le misure su stipendi, pensioni e contratti

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Taxi gratis agli ubriachi. Dal ministro del Mojito

Qualche giorno fa il ministro Matteo Salvini ha avuto la brillante idea di pagare i taxi agli ubriachi dopo una serata in discoteca. Il “mi porti a casa” di cittadinanza è secondo Salvini “un’iniziativa giusta e sicura perché riduce il rischio di incidenti stradali”. Gli deve essere sfuggito che esista già una legge scritta da chi è convinto che per “ridurre gli incidenti stradali” si dovrebbe evitare di sbronzarsi, più banalmente.

Il ministro Salvini ha avuto la brillante idea di pagare i taxi agli ubriachi dopo una serata in discoteca

“I ragazzi approvano”, dice Salvini. Ci crediamo: lo Stato che premia gli spericolati è il sogno di qualsiasi adolescente o adulto mai diventato adulto. Salvini è da sempre il loro alfiere. La storia poi si infittisce perché si scopre che l’idea non è sgorgata dalla fantasia vivace di Matto Salvini ma gli sarebbe stata suggerita. Normale, si potrebbe pensare, ogni politico che si rispetti ha intorno dei preparati consiglieri.

Chi è l’ispiratrice di Salvini? Una certa Nikita Pelizon, ex concorrente del Grande Fratello vip, che scrive sui suoi social: “È ufficiale, è stata approvata la mia idea riguardo la sicurezza stradale, discussa durante il tavolo governativo”. Peccato non avere avuto il privilegio di assistere all’incontro tra Pelizon e Salvini, mentre decidevano come salvare il Paese.

Ma l’ex vincitrice del GF fa di più, spiegandoci il senso dell’iniziativa: “Dopo due anni che i locali sono stati chiusi limitare l’utilizzo d’alcool di cui comunque il mondo della notte va avanti […] era anche questo da tenere in considerazione”, scrive su Twitter. Sì, avete letto bene: l’hanno fatto per tutelare il Mojito. Con i taxi.

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Povere banche

C’è un mondo in subbuglio tra destrorsi e liberali italiani per la decisione del governo di tassare gli extraprofitti delle banche e aiutare gli italiani in difficoltà. La scena d’inizio agosto è un regalo che smaschera un “mondo di mezzo” che da mesi difendeva uno dei peggiori governi repubblicani convinti che “val bene un po’ di fascismo se vengono comunque difesi gli interessi giusti”.

Ripetono in ogni dove che Giorgia Meloni e Matteo Salvini siano la reincarnazione del comunismo più becero. Scrivono dappertutto, senza un minimo di vergogna, che le povere banche ora si ritrovano nella difficile situazione di essere diventate all’improvviso vittime del “pizzo di Stato”. Se vi capita di leggerli potete scorgere la sicumera con cui condannano gli sprovveduti che “hanno scelto il tasso variabile”, fingendo di non sapere che sia l’unica condizione di mutuo che viene concessa a chi non ha beni ereditati dalla nonna o da chi ha uno dei contratti farlocche che quello stesso mondo ha salutato con grande fervore.

In queste stesse ore risorge anche un altro mito: la competitività. Dicono le banche che non esiste competitività nel loro settore a causa della tassa improvvisa voluta dallo Stato. Strano che lo stesso lamento non si sia levato quando lo Stato sia intervenuto al contrario, per salvarle. Qui esce l’ipocrisia: certo mondo liberale italiano è composto da imprenditori che vogliono lo Stato quando si tratta di ripianare i debiti o quando si tratta di pagare i giornali che altrimenti non starebbero sul mercato. Sono liberali così: si dividono le perdite ma non si possono toccare i profitti.

Sono loro i veri sovranisti, ancor peggio di Meloni e Salvini. Solo che la loro patria è il cortile della loro fabbrichetta che va lasciata in pace. Osservarli mentre impazziscono perché vedono socialismo dappertutto è una scena che ci meritavamo, in questo agosto.

Buon mercoledì.

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Il Jobs Act fu un flop. Ma il Matteo giornalista loda il Renzi politico

Matteo Renzi, non il senatore fiorentino proprietario di Italia Viva e nemmeno il conferenziere pagato dalla dittatura araba di Mohammed bin Salman, ma il direttore del quotidiano Il Riformista che aveva solennemente giurato che non avrebbe confuso il piano giornalistico con il piano politico, ieri ha scritto un editoriale per celebrare una riforma del Matteo Renzi, non quello di oggi ma il politico che era nel Pd e diceva “non è di sinistra fare piccoli partiti che non vinceranno mai”.

Renzi ha scritto un editoriale per il Riformista in cui celebra una riforma del Matteo Renzi, non quello di oggi ma il politico che era nel Pd

L’ha scritto per farci sapere che “ finché la sinistra non farà i conti con il Jobs Act non sarà mai credibile nel pronunciare la parola “lavoro”. “Ci è stata costruita addosso – scrive il Renzi editorialista leccando il Renzi politico – una narrazione populista: siamo stati dipinti come quelli che non vogliono il lavoro stabile e ben pagato ma che hanno permesso l’occupazione precaria e lo sfruttamento. La più grande panzana della storia politica italiana recente assieme all’abolizione della povertà per decreto”.

Secondo il leader di Italia Viva se il lavoro “è profondamente cambiato, in Italia e nel mondo”, “non lo abbiamo deciso noi”. Come dire: la precarietà sarebbe arrivata comunque noi semplicemente abbiamo agevolato il suo ingresso trionfante nel mercato del lavoro italiano. Non contento poi il direttore de Il Riformista rivendica anche i famosi “80 euro”. Del resto Renzi è colui che odia i sussidi ma ama follemente le mancette.

“Ma la sinistra estremista – scrive Renzi – ha capito che l’unico modo per sconfiggere il riformismo era mettere in circolo bugie e fake news, aggressioni personali sui social e nelle piazze e narrazioni strappalacrime contro gli sfruttatori. Il Jobs Act è diventato il nemico da abbattere. Il totem da bruciare. Lo scalpo da ottenere. Fateci caso: chi attacca il Jobs Act non ha la minima idea dei numeri del Jobs Act”. Perché Matteo Renzi in un assolato pomeriggio di agosto decida di tornare sul Jobs Act, con la malinconia tipica dei ragazzetti mai cresciuti che aspettano la prossima cena di classe non sappiamo.

“Creato un milione di posti di lavoro”. Firmato, il direttore del Riformista

Quello che sappiamo, a proposito di numeri, è che la “crescita dell’occupazione a tempo indeterminato” che seguì la promulgazione della legge delega – e degli otto decreti legislativi che ricadono sotto la denominazione del Jobs Act – fu dovuta soprattutto alla legge di stabilità 2015, che prevedeva la decontribuzione totale, per alcuni anni, per le imprese che assumevano lavoratori con contratti di lavoro stabili. Esauriti quegli incentivi (che mica per niente vennero chiamati “metadone di Stato”) il peso dei contratti a termine è tornato a crescere.

Sappiamo – lo ricordiamo al Renzi giornalista affinché magari lo suggerisca al Renzi politico – che la sentenza 194 della Corte Costituzionale nel 2018 ha di fatto smontato il sistema delle tuteli crescenti che aveva in mente Renzi. Poi nel 2020, la stessa Corte Costituzionale ha censurato il meccanismo di indennizzo per i licenziamenti illegittimi in caso di vizi formali e procedurali.

Poi nel 2021, dichiarando l’incostituzionalità della modifica apportata con la legge Fornero (92/2012) all’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori e infine nel 2022 chiedendo al legislatore di modificare la disciplina relativa all’indennità prevista per i licenziamenti illegittimi nelle piccole imprese.

“Il Jobs Act, quindi ha consolidato le tendenze in corso ampliando la disparità di potere tra datore di lavoro e lavoratore, riportando indietro le lancette della storia fingendo di fare innovazione”: lo scriveva Susanna Camusso il 16 maggio di quest’anno. Sapete dove? Proprio su Il Riformista, quando ancora faceva il giornale.

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Migranti brava gente solo se italiani

Non deve essere facile occuparsi della comunicazione di Giorgia Meloni. Non è un caso che l’ultimo suo portavoce, Mario Sechi, se ne sia andato a gambe levate dopo qualche mese. Ieri la presidente del Consiglio ha dovuto ricordare l’incendio nella miniera di carbone Bois du Cazier di Marcinelle, del 1956, che provocò la morte di 262 minatori di cui 136 gli italiani. “Avevano deciso, con sofferenza e dolore, di abbandonare la Patria per emigrare in Belgio.

Il premier Meloni celebra i minatori morti a Marcinelle. Per lei l’immigrazione è buona soltanto in uscita

Lavorarono duro, con umiltà e dedizione, senza garanzie, in condizioni terribili e ora inimmaginabili. Persero la vita nel buio della miniera, ma la loro luce non si è spenta e risplende nel ricordo e nella riconoscenza tributati loro dalla comunità nazionale”, scrive Meloni nel suo dolente comunicato, spiegando che “Marcinelle è diventata un simbolo, un tassello di quel grande mosaico che è la storia dell’emigrazione italiana, un susseguirsi di enormi sacrifici ma anche di straordinari successi e obiettivi raggiunti. Oggi rendiamo omaggio anche a tutto questo e riscopriamo il legame che ci lega agli italiani all’estero, ambasciatori d’Italia nel mondo col Tricolore nel cuore”.

Ma come? Ma non era Meloni la paladina dei patri confini? Come funziona Valgono solo in uscita Il sottotesto è fin troppo semplice: “Noi sì che eravamo bravi immigrati, non quelli che ci ritroviamo nelle nostre strade”. La realtà però, purtroppo per lei, è molto simile. Come avveniva per gli italiani negli anni ‘50, impiegati nei lavori più umili e pericolosi anche oggi qui in Italia i dati dell’ultimo rapporto della Fondazione Moressa dicono che in Italia tra gli italiani, il 37,5% svolge attività qualificate e tecniche, contro il 7,8% degli stranieri.

Al contrario, i lavoratori non qualificati sono l’8,5% tra gli italiani e il 31,7% tra gli stranieri. Nonostante la concentrazione in fasce medio-basse, i lavoratori immigrati producono 144 miliardi di Valore Aggiunto, dando un contributo al Pil pari al 9%. L’incidenza sul Pil aumenta sensibilmente in Agricoltura (17,9%), Ristorazione (16,9%) ed Edilizia (16,3%). Nel rapporto si legge anche che “continua l’aumento degli imprenditori immigrati, pari al 10% del totale.

I nostri connazionali espatriati costretti a fare i lavori più umili e pericolosi. Al pari di chi oggi arriva nel nostro Paese

In dieci anni (2011-21), gli immigrati sono cresciuti (+31,6%) mentre gli italiani sono diminuiti (-8,6%). Incidenza più alta al Centro-Nord e nei settori di Costruzioni, Commercio e Ristorazione”. Non solo: il saldo tra il gettito fiscale e contributivo (entrate, 28,2 miliardi) e la spesa pubblica per i servizi di welfare (uscite, 26,8 miliardi) rimane attivo per +1,4 miliardi di euro. Gli immigrati, prevalentemente in età lavorativa, hanno infatti un basso impatto sulle principali voci di spesa pubblica come sanità e pensioni.

Spenti certi canali televisivi e chiusi alcuni giornali la realtà del lavoro degli stranieri in Italia è molto diversa dalla narrazione imperante dalle parti del governo. A proposito di realtà che irrompe. Ieri il ministro Tajani, proprio nel giorno della commemorazione di Marcinelle, ne ha approfittato per augurarsi che il Mar Mediterraneo non si trasformi “in una sorta di grande cimitero”. “Queste persone che fuggono molto spesso non vogliono venire in Italia, ma vogliono andare in altri Paesi”, ha detto il ministro durante un’intervista radiofonica.

È lo stesso concetto (inascoltato) che ripetono da anni le Ong, cercando di arginare la falsa retorica dell’invasione. Insomma, basta una giornata in cui si è costretti a ricordare cosa siamo stati per smutandare l propaganda. C’è solo un errore da matita rossa: il Mediterraneo è già un cimitero. Secondo l’Oim, nei primi sei mesi del 2023 sono morti o dispersi circa 1.300 migranti nel tentativo di raggiungere l’Europa attraverso il Mar Mediterraneo: è il dato più alto dal 2017 ed è una sottostima del numero reale.

Leggi anche: Strage di migranti al largo di Lampedusa, morte 41 persone in un naufragio: tra le vittime anche tre bambini, solamente quattro i sopravvissuti

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Governo fuori strada. Urso vede le… Stellantis

Non si è dato il giusto risalto al filotto di successi del ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, meloniano di ferro che nelle ultime ore ha incassato due risultati che dicono molto di lui, di questo governo e di quelli che “erano pronti”. Il tavolo con il gruppo automobilistico Stellantis che doveva risolversi entro ferragosto per il raddoppio della produzione in Italia fino alla soglia di un milione di auto (oggi sono meno della metà) nell’ambito della transizione verde è stata rinviato con tanti saluti al prossimo autunno.

Non si è dato il giusto risalto al filotto di successi del ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso.

Più che una trattativa abbiamo assistito a uno scaricabarile tra l’azienda e il governo. Urso accusa Stellantis di non volersi sedere al tavolo per colpa di quei cattivoni dei sindacati e accusa “chi era al governo tre anni fa”. Sapete chi c’era Il suo compagno di governo, il leghista Giancarlo Giorgetti. Non male.

Ieri Urso ha incontrato anche Ryanair per discutere del tetto dei prezzi sui voli compreso nel decreto Omnibus. All’uscita dell’incontro Eddie Wilson, amministratore delegato della low cost dice ai giornalisti che i consiglieri del ministro “è evidente che non hanno frequentato nemmeno il primo giorno di lezione di Economia”, racconta di avere ascoltato il ministro e i suoi collaboratori parlare di un algoritmo legato ai dispositivi che “non esiste” dicendo “non capisco nemmeno da dove l’abbiano tirata fuori questa str…” e parla di un decreto che “nemmeno Harry Potter sarebbe in grado di decifrare”. Deve essere questo il “prestigio dell’Italia nel mondo” di cui continua a parlare Giorgia Meloni.

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Ecco i verbali di Messina Denaro

Dice molto più di quello che pronuncia nell’interrogatorio a cui viene sottoposto Matteo Messina Denaro, presunto capo di Cosa nostra catturato dopo una latitanza lunga 30 anni, lo scorso 16 gennaio. Ripercorrendo le dichiarazioni rilasciate ai magistrati di Palermo, il procuratore capo Maurizio De Lucia e l’aggiunto Paolo Guido, si riscontrano i caratteri tipici dei boss mafiosi nel momento dell’arresto ma si ritrovano anche elementi utili per riscrivere una storia che appare diversa da com’è stata raccontata

Matteo Messina Denaro, davanti ai magistrati di Palermo, nega di essere un mafioso. E dice molto più di quello che pronuncia

Matteo Messina Denaro nega di essere un mafioso (“No, io mi sento uomo d’onore, nel senso di altri… non come mafioso), racconta di conoscere Cosa nostra solo “dai giornali” ma a differenza di Riina e Provenzano la riconosce: “Non lo so, magari ci facevo qualche affare e non sapevo che era Cosa Nostra, però…”, dice ai magistrati, aggiungendo di augurarsi che suo padre (il boss don Ciccio Messina Denaro) fosse un uomo d’onore “quantomeno la sua vita avrebbe avuto un senso”.

“Voi mi avete preso per la mia malattia”

E chiarisce subito un punto: “Non voglio fare il superuomo e nemmeno l’arrogante, voi mi avete preso per la mia malattia – dice Messina Denaro -. Era giusto che io andassi in carcere, se mi prendevate. E ci siamo arrivati. Ma una domanda così, che lascia il tempo che trova: ma cosa è cambiato secondo lei? C’è una corruzione fuori, c’è una corruzione fuori indecente… si sono concentrati sempre tutti su di me e quello che c’è fuori forse voi pensate di immaginarlo tutto ma non lo sapete tutto”.

Messina Denaro ammette di avere avuto un rapporto con Bernardo Provenzano (“sì, lettere… non l’ho mai conosciuto visivamente”) e di essere consapevole del suo ruolo all’interno dell’organizzazione “Certo che sapevo chi era, ci mancherebbe” giustificando il loro rapporto “perché quando si fa un certo tipo di vita, poi arrivato ad un dato momento ci dobbiamo incontrare, perché io latitante accusato di mafia, lui latitante accusato di mafia, dove si va”.

Smontati anche i miti intorno alla sua latitanza: “Però io non so se è chiara sta cosa: se tutti quelli che hanno avuto da fare con me, dovete fare qualche carcere nuovo, perché mezzo Campobello se ne va in carcere”. Trovano riscontro quindi le ipotesi che vedevano Messina Denaro inserito in un contesto omertoso che più che non sapere fingeva di non voler sapere e di non capire.

Il boss nega il delitto del piccolo Di Matteo sciolto nell’acido: “C’entro con il sequestro, ma non con il suo omicidio”

Al boss sembra interessare particolarmente non essere accusato dell’uccisione del piccolo Di Matteo, ucciso da Cosa nostra per punire il padre diventato collaboratore di giustizia: “Decise tutto lui (Vincenzo Brusca, ndr), per l’ira dell’ergastolo che prese. Ed io mi sento appioppare un omicidio, invece, secondo me mi devono appioppare il sequestro di persona; non lo faccio per una questione di 30 anni o ergastolo, per una questione di principio. E poi a tutti… cioè loro lo hanno ammazzato, lo hanno sciolto nell’acido ed alla fine quello a pagare sono io?”.

Sfida agli inquirenti sulle protezioni che hanno evitato la cattura per 30 anni. “Dovreste arrestare mezza Campobello”

Messina Denaro trova anche il tempo di contestare il reato di concorso esterno. Per difendere l’amico Andrea Bonafede (che si è premurato di garantirgli un’identità fasulla) spiega che “l’hanno arrestato (Andrea Bonafede, ndr) per favoreggiamento e perché è mafioso riservato… Il mafioso “riservato” è tipo un altro argomento di legge, se vogliamo dire, farlocco, come “concorso esterno” io preferirei, – dice ai magistrati – se fosse una mia decisione: tu favorisci… il favoreggiamento prende da 4 a 5 anni, se favorisci un mafioso sono 12 anni; meglio così: si leva il farlocco di torno”. Chissà che ne pensa il ministro Nordio e gli altri nemici del concorso esterno: Messina Denaro – ma dai? – è d’accordo con loro.

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Giorgia Meloni: 27 minuti e la sua vera natura

Per l’ennesima volta, Rai News 24 ha mandato in onda gli appunti di Giorgia: 27 minuti “senza alcuna intermediazione giornalistica“. Una scelta che il comitato di redazione di Rai News 24  ritiene “inopportuna in quanto sminuisce il ruolo di verifica e di mediazione giornalistica che deve svolgere una redazione giornalistica”. Conclude il cdr di Rai News 24: “Questa volta non si dica che da sempre gli interventi del Presidente del Consiglio si mandano per intero. In questo caso, non si è trattato di una diretta ma di un intervento registrato e premontato” conclude la nota.

In quei 27 minuti la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha pensato bene di minare l’incontro con l’opposizione fissato per domani. «Perchè se il salario minimo legale è la soluzione, non lo hanno introdotto? Probabilmente perchè si è consapevoli che non è una soluzione efficace», dice Meloni.

Riccardo Magi di +Europa si chiede a questo punto a cosa serva incontrarsi: «Se c’è la volontà di aprire alla nostra proposta bene, altrimenti non regaleremo a questo governo una passerella per poter dire “guarda quanto siamo bravi”», dice. Sulla stessa linea il leader del M5s Conte che dice: «A questo punto si comprende come l’incontro si preannunci in salita. Il governo non sembra volersi smuovere dai suoi pregiudizi. Vorrà dire che nel corso dell’incontro proverò a spiegare come stanno le cose con dei grafici». Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni: «Cosa ci ha convocato a fare?», sottolineando come quel video «sembra una provocazione». Come dimostrano i dati, il salario minimo spinge ad una crescita generalizzata dei salari». Arturo Scotto, Pd: «Il salario minimo va fatto per legge, nessuno deve lavorare sotto i 9 euro l’ora e la contrattazione collettiva va rafforzata. Questo c’è scritto nel testo e questo le ribadiremo con forza a Palazzo Chigi». Calenda chiede di tenere i toni «bassi».

Le è impossibile nascondere la sua vera natura.

Buon giovedì.

Nella foto: frame del video di Giorgia Meloni, 9 agosto 2023

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Ci sei arrivata viva, Michela

Questo non è un coccodrillo per Michela Murgia, che i coccodrilli vanno scritti sapendolo fare e non invidio coloro che oggi per mestiere dovranno comprimere in un pezzo così tante vite. Dieci ne conta lei. Non è il racconto di un episodio condiviso, con una foto ripescata.

È il lamento per l’ipocrisia, da cui Michela Murgia rifuggiva ben prima della malattia. Diceva che il cancro rende liberi, ci ha invitato a essere liberi anche senza cancro ma lei libera lo è stata sempre.

L’ipocrisia di quelli che “Michela Murgia si fa scrivere i libri, ho un amico che conosce il suo autore fantasma in Einaudi”. L’ipocrisia di quelli che “Michela Murgia non è più una scrittrice, ha scelto di fare l’influencer”. Quelli che “Michela Murgia vede fascismo dappertutto per vendere più libri”. Quelli che “eccola che infine si candida per sistemarsi su una poltrona”. Quelli che “Michela Murgia crede di potersi inventare famiglie che non esistono per legge e per natura”. Quelli che “Michela Murgia non ha nemmeno l’eleganza di essere malata con un po’ di riservatezza”.

L’ipocrisia di quelli che “io posso essere anche d’accordo con lei ma sbaglia i modi”. Quelli che “la politica non andrebbe fatta dagli scrittori”, quelli che “Michela Murgia vuole morire da screanzata”, quelli che “è illeggibile”, quelli che “è inascoltabile”, quelli che “è inguardabile”, quelli che “io non capisco perché dobbiamo leggere sempre quello che pensa  questa”, quelli che “non si capisce chi sta con chi e chi è figlio di chi”, quelli che “la letteratura è un’altra cosa”, “la politica è un’altra cosa”, “l’antifascismo è un’altra cosa”.

Quelli oggi stanno sfogliando i sinonimi e i contrari per redigere un comunicato luttuoso. E scopriranno di non avere il vocabolario. Ci sei arrivata viva, Michela.

Buon venerdì.

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