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La strage di Bologna e il treno palestinese

Quarantatré anni fa nella stazione di Bologna dei fascisti provocavano il più grave attentato nella storia d’Italia dopo la guerra. Come esecutori materiali sono stati individuati dalla magistratura alcuni militanti di estrema destra, appartenenti ai Nuclei Armati Rivoluzionari, tra cui inizialmente Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. Nel 2020 l’inchiesta della Procura generale di Bologna ha concluso che Paolo Bellini (ex Avanguardia nazionale), esecutore insieme agli ex Nar già condannati in precedenza, avrebbe agito in concorso con Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi, individuati quali mandanti, finanziatori o organizzatori.

Quarantatré anni dopo a Lonate Pozzolo, Comune lombardo su cui sorge l’aeroporto di Malpensa, il leghista Armando Mantovani durante una seduta del Consiglio comunale ci dice che è tutto falso. La strage di Bologna, secondo Mantovani, sarebbe stata provocata da un “vagone palestinese fatto esplodere apposta a Bologna”. Quando i suoi colleghi consiglieri gli fanno notare che ci sono le sentenze lui replica: “Se leggete solo una certa propaganda (le sentenze di tribunale), infatti però il treno era quello dei palestinesi”. E poi insiste: “Macché storia ragazzi, non sapete ancora perché hanno tirato giù Ustica e mi venite a parlare di Bologna”.

Armando Mantovani non è un mezzo matto eletto per caso. Mantovani è il segretario della Lega di Salvini a Lonate Pozzolo, quasi 12mila abitanti per 30 km quadrati. Qui siamo oltre al negazionismo del suo segretario e ministro Salvini che impartisce ridicole lezioni di clima: qui siamo al revisionismo storico per salvare i fascisti, i neofascisti, i quasi fascisti. Nel giorno della commemorazione un dirigente politico (eh, sì) decide di sputare sulle vittime per concimare il suo elettorato. La morale della storia non ha nemmeno bisogno di essere scritta.

Buon mercoledì.

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Buio Fitto e altre bugie sul Pnrr

Ieri mattina il ministro degli Affari europei e per la revisione del Pnrr Raffaele Fitto si è presentato in Parlamento con una versione davvero difficile da credere sui 16 miliardi di euro persi dalla terza rata. Le opposizioni hanno fatto notare che perdere 16 miliardi su progetti così importanti (rischio alluvione, beni confiscati, medicina territoriale e molti altri) sia un delitto, risultato dell’inettitudine del governo che si diceva “pronto” e invece per ora è riuscito solo a essere “prono”.

Il ministro Fitto se l’è presa (questi sono dei veri talenti del vittimismo, del resto) e ha risposto che le nove misure “non saranno oggetto di definanziamento”, anzi “andranno avanti regolarmente”. Un po’ come se fosse Antani, con scappellamento a destra.

A smentirlo poche ore dopo è arrivato il Servizio studi del Parlamento che nella sua relazione sul monitoraggio dell’attuazione del Pnrr fa a pezzi la ricostruzione di Fitto fornita nell’Aula della Camera. “Si sottolinea – scrive il Servizio studi – come il Rapporto” del governo “non specifichi quali saranno gli strumenti e le modalità attraverso i quali sarà mutata la fonte di finanziamento delle risorse definanziate dal Pnrr”.

Si può scrivere quindi senza ombra di dubbio che un ministro dello Stato abbia mentito – ancora – al Parlamento per di più in modo fesso, sperando che i numeri alla fine rimanessero nel cassetto delle opinioni. Ora non gli resta che “definanzare” il Servizio studi del Parlamento.

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Sondaggio La7, la battaglia su Salario minimo e Reddito di cittadinanza trascina il Pd a crescere più di tutti

Il “fallimento Schlein” invocato dai nemici dentro e fuori il Pd continua a crescere. La battaglia sul salario minimo e sul reddito di cittadinanza trascina il Partito Democratico a crescere più di tutti. Lo certifica il sondaggio di questa settimana di Swg per il tg La7, secondo cui i dem negli ultimi sette giorni hanno conquistato lo 0,4 per cento in più, passando dal 19,6 per cento al 20. A crescere più di Fratelli d’Italia è anche il Movimento 5 Stelle che con lo 0,3 per cento in più raggiunge il 16,3.

Secondo il sondaggio di questa settimana di Swg per il tg La7, il Pd negli ultimi sette giorni ha conquistato lo 0,4 per cento in più

Nel centrodestra, Forza Italia è l’unico partito della maggioranza a non guadagnare punti percentuali e resta ancorata al 7,2 per cento, mentre il negazionismo climatico non porta fortuna a Salvini che porta la Lega al 9,7 con appena lo 0,1% in più. Aria pesante tra le macerie del cosiddetto Terzo polo dove i litigi tra Matteo Renzi e Carlo Calenda, sommati alle cene al Twiga dopo avere salvato la ministra Santanchè e ai voti in soccorso della maggioranza non sembrano funzionare.

Se si andasse alle urne ora, infatti, Italia viva incasserebbe il 2,5 per cento, facendo registrare lo 0,2 in meno rispetto a sette giorni fa. Stessa sorte per Azione, che scende dal 3,6 al 3,4%. Entrambi hanno bisogno di fingere di andare d’accordo per puntare alla sopravvivenza elettorale. Perde lo 0,1 + Europa e Alleanza verdi e sinistra si ferma al 3 per cento con lo 0,2 in meno della scorsa settimana. Tra gli altri partiti stabili +Europa e Unione Popolare.

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Li vogliono poveri e zitti. Chi osa protestare è un agitatore di piazza

La strategia la indicano fin dalla mattina ed è sempre la stessa: vittimismo, in questo caso addirittura anticipato. “È evidente che sull’abolizione del Reddito di cittadinanza c’è chi, come Giuseppe Conte, Elly Schlein e la Cgil, soffia sul fuoco, sperando forse di ottenere un’estate torrida dal punto di vista politico”, spiega il capogruppo di Fratelli d’Italia Tommaso Foti (nella foto) in un’intervista a Il Messaggero.

Foti e Ciriani avvertono il Centrosinistra e accusano: “Conte e Schlein soffiano sul fuoco”

È invece su La Stampa l’intervista del ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani: “È pericoloso agitare la piazza. – dice -. I Cinque stelle hanno creato un’enorme leva elettorale, assegni vitalizi per ottenere voti. Un sistema viziato alla base. E se qualcuno lo difende evocando la piazza si comporta in maniera irresponsabile”.

Possiamo immaginare gli editoriale di Feltri, Belpietro o Sallusti se nei prossimi giorni ci sarà un incidente qualsiasi, fosse anche un vaso di fiori spostato durante una manifestazione: “Ecco i mandanti morali del caos”, titoleranno. Il contenuto degli editoriali e delle dichiarazioni politiche è talmente scontato che non vale la pena nemmeno sprecare qualche riga. Il comandamento del Governo è di “tirare dritto”, disinteressandosi delle macerie e delle persone schiacciate dalla furia di propaganda.

Qui non si tratta solo della cancellazione di un sussidio che getta migliaia di italiani nella disperazione. La battaglia contro il Reddito di cittadinanza sulla pelle dei poveri è una prova di forza – l’ennesima – per dare ai propri elettori la soddisfazione della vendetta, mica del governo. Di “macelleria sociale” parla il deputato del Movimento 5 Stelle Sergio Costa: “Quanto sta accadendo in questi giorni in Italia non è degno di un Paese civile. Chi ha perso il reddito di cittadinanza è abbandonato a se stesso, alle sue difficoltà. Non è l’Italia che i nostri padri hanno contribuito a costruire”, spiega.

Ma la povertà non è una preoccupazione solo del M5S, nonostante a qualcuno faccia comodo raccontarla così. Il segretario dei Radicali Massimiliano Iervolino spiega che “il Governo Meloni conferma la volontà di perseguire una politica punitiva nei confronti di soggetti deboli e in condizioni di disagio, voltando le spalle ai principi dell’universalismo selettivo e del reddito minimo, applicati in quasi tutta Europa, riducendo la platea degli aventi diritto e rendendo inaccessibile l’Adi per molte persone e famiglie in condizioni di effettivo bisogno”.

Riccardo Magi di +Europa parla di “brutalità gratuita”, il capogruppo del Pd in commissione Lavoro alla Camera, Arturo Scotto parla di “una destra docile con chi sfrutta, ammiccante con chi evade, feroce con chi non ha nulla”. Antonio Decaro, sindaco di Bari e presidente dell’Associazione dei Comuni è allarmato perché, dice, “erano anni che non vedevo la gente sotto gli uffici del Comune” e parla di un “errore nella forma e nella sostanza”.

Dure le opposizioni. Quanto sta accadendo sul Reddito di cittadinanza è indegno di un Paese civile

A proposito di forma ieri la Cgil Abruzzo Molise ha comunicato che l’sms di governo che annunciava la cancellazione del Reddito di cittadinanza è arrivato a 9.795 persone (5.204 i nuclei familiari) molisani generando “disperazione e sconforto tra chi già quotidianamente deve fare i conti con la povertà e tutto quello che questo comporta”. Sempre la Cgil avvisa che “in Puglia il 27,5% delle famiglie vive condizioni di povertà relativa”. Ci penseranno i Comuni, dicono dal Governo.

Gli assistenti sociali di Campania e Toscana ieri hanno chiesto un intervento urgente almeno alle Regioni: manca il personale, mancano le informazioni, manca tutto. Non sarà un autunno caldo perché la temperatura sociale è alta già ora, qui. Non basterà la campagna di comunicazione avviata in ritardo dall’Inps. Non basta la retorica sui fannulloni ripetuta a pappagallo da Salvini. Non basterà, come scrive in una nota il Segretario di Presidenza alla Camera e deputato di Fratelli d’Italia, Riccardo Zucconi, dire “di non voler prendere lezioni dall’opposizione”. La povertà, quando stringe, se ne frega della dialettica politica.

 

Leggi anche: “Dal governo attacco agli ultimi. Per vendicarsi dei 5 Stelle”. Il sociologo De Masi: delinquenziali le critiche a Tridico. “Ai tempi del Covid ha gestito l’Inps eroicamente”

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Come va in Emilia Romagna dopo l’alluvione? Zero

I fondi stanziati col decreto del 6 luglio “sono insufficienti quelli per la ricostruzione pubblica, assenti quelli per i privati. Ad oggi, dopo quasi tre mesi, i cittadini hanno ricevuto solo i primi 3 mila euro che come Regione, insieme alla Protezione civile nazionale, abbiamo stanziato con procedure spedite. Ma è un contributo di primo sostegno”. L’ha detto Stefano Bonaccini, presidente di quell’Emilia Romagna travolta dagli alluvioni e dimenticata per convenienza elettorale.

Alle imprese non è arrivato “nulla, e non sanno ancora come verificare e periziare i danni. Comuni, Province, Consorzi di Bonifica e Agenzia regionale di protezione civile non vedono un euro da settimane. Il governo ha sottovalutato un punto che pure avevamo evidenziato in modo ossessivo fin dal primo giorno: il fattore decisivo è il tempo, perché i lavori per mettere in sicurezza fiumi e frane e ripristinare le strade vanno fatti in estate”. Col governo “non c’è il raccordo che auspicavamo”. Al contrario, “il raccordo con la struttura del Commissario Figliuolo è pressoché quotidiano. Ma con poche risorse e procedure non definite o sbagliate anche il Commissario non può fare miracoli”.

Quello zero alle imprese che dovrebbero (e vorrebbero ripartire) può avere solo due significati. O è una scelta deliberata – e quindi questo è un governo che boicotta le Regioni in mano al centrosinistra per concimare le elezioni successive – oppure è un governo assolutamente incapace di mettere i cittadini e le imprese in condizione di poter ripartire. In Emilia Romagna siamo ancora all’anno zero. Con la solidarietà non si ricostruiscono le strade e le case. Entrambe le ipotesi sono spaventose.

Buon martedì.

Nella foto: il Ponte della Motta sull’Idice crollato

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Salvini il negazionista. Scambia clima e meteo

A Cervia, per l’annuale raduno della Lega, il giornalista Daniele Capezzone intervista Matteo Salvini. Lo intervista, come al solito, su quello che non sa perché Salvini si è costruito una carriera parlando a vanvera di argomenti che non conosce, abile nel dare la risposta che vorrebbero i suoi uditori. Anche per questo il ministro alle Infrastrutture nel corso della sua carriera politica – l’unica sua carriera, non avendo mai lavorato – talvolta riesce ad avere idee opposte sullo stesso argomento.

Per il ministro Matteo Salvini l’allarme è dovuto ai cicli. La speranza è che il suo finisca presto

Capezzone è preoccupato. Il giornalista dice a Salvini che è molto “contento” che il governo “almeno freni” la transizione ecologica ma teme che le lacrime del ministro Pichetto Fratin possano essere un regalo “alla sinistra”. Gli avversari sono la loro unica ossessione: preferiscono finire arrosto pur di poter dire – anche ridotti in cenere – “abbiamo vinto noi”. Salvini gigioneggia, afferra il microfono e spiega che “d’inverno fa freddo, d’estate fa caldo”, certificando subito di essere un ignorante che non distingue il meteo dal clima.

Poi dice: “Io adoro la montagna. E quando vai sull’Adamello e sul Tonale e vedi i ghiacciai che si ritirano anno dopo anno ti fermi a pensare – ha detto sul palco – poi studi la storia e vedi che sono cicli. Il ghiaccio non arretra perché Capezzone sgasa con la sua Golf turbo”. Applausi scroscianti tra il pubblico. In fondo Salvini un po’ di ragione ce l’ha: l’unica nostra speranza è che si concluda il prima possibile il ciclo di Salvini e compagnia cantante.

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Dal Salario minimo al Pnrr. Guerra ai poveri a spese del Sud

Il punto l’ha colto il senatore Antonio Misiani, responsabile economico del Pd: “Cancellare il Reddito di cittadinanza (Rdc) vuol dire colpire il Mezzogiorno dove la povertà e la disoccupazione sono più forti”. Ma la guerra contro il Mezzogiorno è più ampia: “Dopo le provocazioni dell’autonomia differenziata – spiega Missioni – ora il taglio del Rdc e le modifiche dei progetti del Pnrr sono un ulteriore attacco ai territori del nostro Mezzogiorno. La verità è che abbiamo di fronte un governo debole con i forti e forte con i deboli: un governo nemico del Sud”.

Stop al Reddito di cittadinanza, difesa delle paghe da fame e Autonomia. Così la politica delle destre affossa il Mezzogiorno

Lo dicono i numeri. La provincia di Napoli è quella che in Italia ha registrato il maggior numero di sospensioni del reddito di cittadinanza, oltre oltre 21 mila sms. Seguono Roma (con oltre 12 mila) e Palermo con 11.573. Gianmario Gazzi, il presidente dell’ordine degli Assistenti sociali l’ha spiegato chiaramente: “ci sono realtà di regioni, come la Sicilia, che hanno speso – spiega – solo il 5% dei fondi a disposizione e il risultato è che i servizi, che sono già sottodimensionati rispetto a quanto previsto dalla legge, oggi si trovano pure questo tsunami di domande”.

Così ci sono comuni, come Trapani, dove ci sono 5 assistenti sociali per 70mila persone, con il parametro di livello essenziale previsto per legge che è di un operatore ogni 5mila abitanti, con obiettivo di servizio di 1 su 4mila. “Questi assistenti sociali devono già fare tutto, non solo pensare al reddito di cittadinanza”, ha spiegato il presidente dell’ordine. Stesso discorso per i tagli al Pnrr. A pesare sono i 3 miliardi e 300 milioni tolti alla voce “investimenti per la riduzione del degrado sociale”.

Due miliardi e 493 milioni sono stati sottratti ai “Piani urbani integrati” dove s’intende opere di riqualificazione urbana sempre nell’ottica della riduzione delle disuguaglianze. Stanno sotto la voce “idrogeno” il miliardo e 200 milioni tolti all’Ilva di Taranto. I 300 milioni cancellati sui beni confiscati sarebbe osservati per lanciare un messaggio deciso della forza dello Stato soprattutto lì dove lo Stato fatica di più. Niente da fare.

Il Pnrr pensato per rafforzare la coesione sociale e territoriale sta aumentando le diseguaglianze fra nord e sud. “Per quanto riguarda le infrastrutture, prendiamo i soldi dal Fondo Sviluppo e coesione, cioè dalle risorse destinate al Sud, risorse destinate al Sud che vengono tagliate per essere spalmate sul piano nazionale, quindi non nel Sud”, ha spiegato nei giorni scorsi il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca.

Sullo sfondo rimane il ddl Calderoli sull’autonomia differenziata. È il vecchio totem del federalismo che per rimanere potabile ha cambiato nome. L’autonomia differenziata è semplicemente il grimaldello per legittimare una diversa spesa pubblica tra nord e sud. Anche per questo la I Commissione del Senato non ha approvato che venissero definiti compiutamente i livelli essenziali delle prestazioni (Lep) prima di effettuare i trasferimenti di competenze alle regioni e che si modificasse il Titolo V spostando materie strategiche per l’eguaglianza e l’unità del paese nella competenza esclusiva dello Stato.

Non è vero che il Mezzogiorno “non è nell’agenda politica del governo”. Il Mezzogiorno è stato regalato a Matteo Salvini per martoriarlo in vista delle prossime elezioni europee. E uno scambio politico tra Meloni e Lega per assicurare la tenuta del governo. Così basta grattare la superficie per rendersi conto che i “sovranisti” sono sempre quelli di una volta: antimeridionali per un pugno di voti.

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L’ipocrisia del Governo (anche) sulla Cina

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni in un’intervista all’emittente televisiva Usa Fox è entrata nel merito anche di un tema molto caro agli Stati Uniti, cioè i rapporti con la Cina. Sulla Via della Seta la presidente del Consiglio fa sapere di non avere ancora preso una decisione: la questione “dovrà essere discussa col governo cinese e nel Parlamento italiano“.

Meloni dopo la visita al presidente Usa ha rilasciato un’intervista in cui dice che la scelta sui rapporti con la Cina spetta al Parlamento

Meloni tiene a precisare anche che l’Italia è l’unica nazione del G7 ad avere aderito alla Via della seta, ma “non è” quella che ha le “migliori relazioni commerciali” con Pechino. “Prenderemo una decisione prima di dicembre“, ha detto la premier.

Poche ore dopo il ministro alla Difesa Crosetto in un’intervista al Corriere della Sera ha detto: “Fuori dalla via della Seta ma senza fare danni”. Già a maggio, sempre sul Corriere della Sera, è uscito un articolo in cui si legge che la decisione di scindere il Memorandum con la Cina era già stata presa. Il ministro Crosetto ha anche paventato il pericolo di “fumetti” che “descrivono i cinesi come liberatori e gli occidentali come sfruttatori da scacciare”.

Ricapitolando: la presidente del Consiglio dopo la visita al presidente Usa rilascia un’intervista in cui dice che la scelta sui rapporti con la Cina spetta al Parlamento. Poco dopo un ministro dà la decisione per già presa spiegandone perfino i motivi. Vi pare normale? E il Parlamento?

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Le prossime commissioni d’inchiesta

Non accontentandosi di avere demolito il Reddito di cittadinanza per il solo gusto di martellare il nemico, ora dalle parti della maggioranza di governo si pensa di istituire una commissione d’inchiesta per martellare l’ex presidente Inps Tridico. Per loro la Commissione d’inchiesta non è altro che la possibilità di fare opposizione stando al governo, continuando a innaffiare il vittimismo che – per ora – li tiene elettoralmente in vita.

Specularmente alla Commissione d’inchiesta sul Covid ciò che conta è semplicemente fingere di accontentare la promessa ai loro elettori più esagitati: “Non solo vinceremo ma gliela faremo anche pagare”. Il governo, da quelle parti, si esercita con il controllo e la vendetta. Sarà per questo che qualcuno si sgola per sottolineare la preoccupante vicinanza con le modalità e il pensiero dei tempi più bui.

Dopo la Commissione d’inchiesta “sui furbetti del Reddito di cittadinanza” Giorgia Meloni potrebbe istituire anche una Commissione d’inchiesta su coloro che la pensano diversamente da lei e si permettono di smentirla pubblicamente; magari potrebbero mettere in piedi una Commissione d’inchiesta su quegli screanzati che si permettono di presentarsi alle elezioni al di fuori della sua coalizione, poi una Commissione d’inchiesta su queste maledette Ong che continuano a essere assolte in tribunale, poi una Commissione d’inchiesta su Libera e l’antimafia, infine una Commissione d’inchiesta su chi scrive articoli d’inchiesta sulle loro Commissioni d’inchiesta.

L’importante è avere ogni giorno un nemico chiaro, facilmente individuabile, da offrire all’altare dell’odio quotidiano. Se riusciranno ad ammansire i loro elettori con una vendita al giorno nessuno di loro gli chiederà “per il resto cosa state facendo”. Devono essere convinti che funzioni. Beati loro.

Buon lunedì.

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Da Kiev alla Via della seta, Giorgia torna dagli Usa più in ginocchio di prima. Sostegno totale a Biden su Ucraina e Cina… Per una pacca sulla spalla sui migranti

Una cosa Giorgia Meloni è riuscita a esportare con successo negli Stati Uniti: l’abolizione della conferenza stampa. La presidente del Consiglio e il presidente Usa Joe Biden vergano una “nota congiunta” che evita il fastidio di dover rispondere alle domande. Il contenuto della dichiarazione Meloni-Biden è talmente scontato che è identico a come l’abbiamo scritto giorni fa.

“Hanno riaffermato l’alleanza incrollabile – si legge -, il partenariato strategico e la profonda amicizia tra Stati Uniti e Italia. I legami tra Italia e Stati Uniti sono radicati nella storia, nelle affinità culturali e nella cooperazione economica. Si basano sui nostri valori e principi condivisi – democrazia, libertà, rispetto dei diritti umani – rafforzati dall’obiettivo condiviso di promuovere la pace e la sicurezza, migliorare la prosperità e promuovere la sostenibilità in tutto il mondo. Le connessioni tra le nostre persone sono al centro di questa relazione”.

Insomma, Meloni e Biden pari sono. Chissà come ne saranno entusiasti gli elettori di entrambe le parti.

Fine guerra mai

Il primo punto, manco a dirlo, è “l’Ucraina mentre si difende dall’aggressione illegale della Russia”: “Gli Stati Uniti e l’Italia – scrivono Meloni e Biden – continueranno a fornire assistenza politica, militare, finanziaria e umanitaria all’Ucraina per tutto il tempo necessario, con l’obiettivo di raggiungere una pace giusta e duratura che rispetti pienamente la Carta delle Nazioni Unite e la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina”.

Avanti a testa bassa. Tanto saranno i servizi militari statunitensi a spiegare che il conflitto non stia andando come si racconta. Fenomenale il passaggio in cui gli Usa dicono di avere “accolto con favore la Conferenza su Migrazione e Sviluppo tenutasi il 23 luglio a Roma, nonché l’istituzione del ‘Processo di Roma’ per promuovere partenariati tra i paesi di origine, transito e destinazione della migrazione nella più ampia regione del Mediterraneo, il Medio Oriente e Africa.

In questo quadro, gli Stati Uniti prendono atto del ‘Piano Mattei’ per l’Africa del governo italiano”. Quattro righe di niente su un continente che agli Usa interessa come il due di picche. L’unico obiettivo di Giorgia Meloni (ottenere lo sblocco dei soldi del Fmi per la Tunisia) rimane nascosto tra le pieghe. Niente di fatto. In compenso Biden scrive di “attendere con impazienza” la reggenza italiana nel G7 che, secondo lui “intensificherà gli sforzi per accelerare la transizione verso l’energia pulita”.

Balle climatiche

Mentre alla Casa bianca scrivevano questo comunicato il compagno di Giorgia Meloni si sbizzarriva in televisione con teorie negazioniste sul cambiamento climatico. Come non avere fiducia nella transizione “verso l’energia pulita”? “Sia il presidente Biden che il primo ministro Meloni – si legge – affermano la minaccia esistenziale rappresentata dal cambiamento climatico e il loro impegno a intraprendere azioni decisive in questo decennio per mantenere l’obiettivo comune di limitare l’aumento della temperatura media globale a 1,5 gradi Celsius”.

Buono a sapersi: fuori dai confini nazionali la presidente del Consiglio riesce a pronunciare la formula che qui da noi le rimane strozzata in gola: cambiamento climatico. Chissà che delusione tra i suoi, convinti che sia solo un po’ di afa. In nome del “commercio libero ed equo rimane uno strumento fondamentale per favorire la crescita equilibrata dell’economia globale” i due hanno deciso di barrare la strada alla Cina e di intensificare gli accordi bilaterali. Roba spaziale. E infatti “ribadiscono la loro partnership sull’esplorazione dello spazio”. A posto così.

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