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Incolpare gli ecovandali è distrazione di massa

Quando i giovani attivisti di Ultima generazione avevano organizzato azioni di protesta per lanciare l’allarme contro i previsti disastri del cambiamento climatico una schiera di paternalisti irresponsabili (e piuttosto ignoranti) ha pensato bene di inondare giornali e televisioni per urlacciarre la loro disperazione causata dalla vernice lavabile sui monumenti. Il Governo – sempre pronto ad approfittare dell’occasione di essere ridicolo – ha preparato una legge d’urgenza contro gli “ecovandali” che tingevano di rosso le fontane.

Puniamo chi protesta con la vernice lavabile. Ma non la politica sorda sui danni al clima

Guardare il dito che indica la luna è un’ottima strategia per evitare di assumersi le responsabilità. Nel frattempo i danni per l’alluvione in Emilia Romagna ammontano per ora a circa 9 miliardi di euro, i nubifragi di questi giorni costano solo alla città di Milano più di 100 milioni di euro e il fuoco in Sicilia a oggi ha provocato danni per circa 300 milioni di euro. Mentre quelli discutevano del costo dell’acqua per lavare Palazzo Vecchio, 10 miliardi di euro sono stati sottratti alle casse dello Stato.

E questo è solo l’antipasto dei disastri e dei costi che ci aspettano in futuro, quando ancora fingeranno di assistere a eventi inaspettati. Perfino il leghista Luca Zaia ha ammesso di avere paura del negazionismo “che rischia di generare alibi”: “non possiamo lasciare soli i ragazzi a combattere per l’ambiente”, dice il presidente del Veneto. Si potrebbe fare così: i giovani condannati a ripulire la vernice e la classe dirigente condannata a sistemare le macerie di un mondo lasciato bruciare per interessi sporchi. Che dite?

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Quello strano senso dell’opposizione

Ieri Daniela Santanchè repeteva ai colleghi e a ai giornalisti di essere stata “rifiduciata”. Ne sono meno convinti i parlamentari della Lega che tra di loro a voce bassa temono di diventare come “quelli che hanno votato Mubarak”. Tutti sanno che al di là del voto di ieri in Senato a determinare la traiettoria della ministra sarà soprattutto l’iter giudiziario. È curioso: proprio coloro che denunciano l’invasione di campo della magistratura hanno silenziosamente deciso di affidare alla magistratura l’eventuale rimozione di una ministra. È solo l’ennesima ipocrisia.

A presiedere la seduta c’è Ignazio La Russa. Quel La Russa che negli affari di Santanchè c’entra eccome e che una diversa sensibilità istituzionale avrebbe dovuto consigliare di lasciare – almeno iei – in disparte. È solo l’ennesima sbavatura, del resto. La ministra si inerpica in un’orazione contro gli “pseudogiornalisti” ma prevedibilmente non spiega niente di più delle bugie già dette in Aula. Lo schema della difesa della maggioranza è sempre lo stesso: la Santanchè imprenditrice, dicono, non c’entra nulla con la Santanchè politica. Ragionamento curioso visto che è la stessa destra che attacca Elly Schlein per le sue scelte di guardaroba. È solo l’ennesima coerenza.

In questo brutto spettacolo si distinguono Matteo Renzi e Carlo Calenda – per una volta d’accordo – che danno lezioni di opposizione. Dicono i due che preferiscono non votare la sfiducia a Santanchè perché “non ha senso una mozione di sfiducia sapendo che non passerà”. Immaginiamo che alla luce del loro capitale elettorale non parteciperanno alle prossime elezioni, visto che non hanno nessuna possibilità di vincerle. Anzi, a questo punto potrebbero dismettere anche l’abitudine di depositare proposte di legge sapendo che non passeranno mai. Loro saranno quelli che “si sono astenuti su Mubarak”.

Buon giovedì.

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Rai, vendicano Facci tagliando Saviano

Occhio per occhio, dente per dente. Anche la Rai diventa il campo di battaglia dove applicare la legge del taglione e così qualcuno dalle parti del governo deve avere pensato che per vendicare la cancellazione del programma di Filippo Facci non ci fosse niente di meglio che fare lo stesso con Roberto Saviano. Ieri è stata annunciata la sospensione del programma di Roberto Saviano che sarebbe dovuto andare in onda su Rai 3 a partire dal mese di novembre. Il titolo della trasmissione avrebbe dovuto essere “Insider, faccia a faccia con il crimine”.

La decisione è stata presa dall’amministratore delegato della Rai Roberto Sergio dopo aver preso atto di alcune affermazioni rivolte, di recente, dallo scrittore al vicepremier Matteo Salvini, rispetto alle quali Forza Italia ha presentato un’interrogazione in commissione di Vigilanza Rai, chiedendo la sospensione del programma. Alla base della decisione assunta in viale Mazzini ci sarebbe la considerazione che il linguaggio usato ripetutamente dal giornalista non sarebbe compatibile con il Codice etico cui s’ispira il servizio pubblico.

Ieri è stata annunciata la sospensione del programma di Roberto Saviano che sarebbe dovuto andare in onda su Rai 3 a novembre

“È davvero incredibile: in questo Paese – scrive il segretario di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni – si pone un problema di par condicio nel servizio pubblico radio-tv, sempre più occupato dal governo e dalla maggioranza e cosa fanno i vertici Rai? Invece di affrontare questo scandalo pensano bene di equiparare la vicenda dell’impresentabile Facci con lo scrittore Roberto Saviano colpevole di esprimere le proprie idee sul ministro Salvini”.

Elly Schlein, segretaria del PD che ha chiesto di portare il caso Saviano in Commissione antimafia, osserva come il Governo “non prenda sul serio la lotta alla mafia riuscendo nel giro di due giorni ad attaccare Don Ciotti da sempre impegnato nel contrasto alla criminalità organizzata e a cancellare quattro puntate di Insider (già registrate) contro le mafie di Roberto Saviano come vendetta perché e’ saltata la striscia di Facci”.

A Saviano è contestata la definizione del ministro Salvini come “ministro della mala vita”. Lo scrittore si rifà alla definizione che Salvenimi attribuì a Giolitti, accusandolo di usare il Sud come serbatoio di voti e per questo di non agire contro la mafia. Contro Saviano si erano scagliati i parlamentari di Forza Italia della Commissione di Vigilanza Rai Maurizio Gasparri, Roberto Rosso, Rita dalla Chiesa (!) e Andrea Orsini chiedendo con un’interrogazione “come i vertici della Rai valutino le offese di Saviano ad esponenti politici e se Saviano goda di una sorta di impunità, a differenza di altre persone, che gli consente di offendere le persone e di poter svolgere una funzione importante di conduzione di programmi del servizio pubblico”.

Anche FdI è sulla stessa linea, con diversi parlamentari, e in particolare tutti quelli che fanno parte della Vigilanza Rai, che sottolineano come “definire un ministro della Repubblica italiana ‘ministro della mala vita’” equivalga “a disprezzare le istituzioni italiane, e rende un personaggio come Saviano incompatibile con la tv pubblica”.

Lo scrittore risponde: “Nello stesso giorno in cui viene attaccato don Ciotti viene chiuso un programma che racconta delle mafie. È chiaro da che parte sta il governo, no?”

Saviano, intanto, tiene la barra dritta: “nello stesso giorno in cui viene attaccato don Ciotti viene chiuso un programma che racconta delle mafie. è chiaro da che parte sta il governo, no?”, ci dice. Ora la polemica si sposta in Commissione antimafia: “La defenestrazione di Saviano dalla Rai non è l’uscita di un qualsiasi giornalista – ha detto il senatore del Partito democratico Walter Verini -, ha un significato inquietante e pensiamo che l’Antimafia, per il profilo, la storia, il ruolo di Saviano, se ne debba occupare”.

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In Europa avanza il Green Deal. Da noi dilagano i negazionisti

Mentre l’Italia si spacca in due per un cambiamento climatico che ormai ha tutti i connotati di un’emergenza e mentre dalle parti del governo ancora si lisciano i negazionisti climatici la Commissione europea si rallegra per “l’approvazione definitiva della direttiva riveduta sull’efficienza energetica, del regolamento FuelEu Maritime e del regolamento sull’infrastruttura per i combustibili alternativi, nell’ambito del pacchetto legislativo “Fit for 55” volto a ridurre le emissioni di gas serra dell’Ue di almeno il 55% entro il 2030”.

Secondo la Commissione Ue, “questa versione riveduta della direttiva sull’efficienza energetica, ben più ambiziosa della precedente, ridurrà il consumo di energia in questo decennio e oltre e instraderà l’Ue su un percorso efficiente sotto il profilo dei costi, con l’obiettivo di diventare climaticamente neutra entro il 2050”. Gli obiettivi proposti sono stati rivisti al rialzo dalla Commissione dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e ora contribuiscono anche agli sforzi dell’Ue per porre fine alle importazioni di combustibili fossili dalla Russia, come indicato nel piano RePowerEu.

Via libera alla direttiva Ue sull’efficienza energetica. Mentre le destre danno sponda ai complottisti climatici

In un Comunicato del Consiglio europeo si legge che “gli Stati membri garantiranno collettivamente una riduzione del consumo di energia finale di almeno l’11,7% nel 2030 rispetto alle previsioni di consumo energetico per il 2030 formulate nel 2020. Ciò si traduce in un limite massimo al consumo di energia finale dell’Ue pari a 763 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio e a 993 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio per il consumo primario. Il limite per il consumo finale sarà vincolante per gli Stati membri a livello collettivo, mentre l’obiettivo per il consumo di energia primaria sarà indicativo”.

Tutti gli Stati membri stabiliranno contributi nazionali indicativi e traiettorie per il conseguimento dell’obiettivo nei rispettivi piani nazionali integrati per l’energia e il clima (Pnec). I progetti di Pnec aggiornati erano previsti per giugno 2023 e i piani definitivi sono previsti per il 2024. La Commissione Ue calcolerà se tutti i contributi raggiungono l’obiettivo dell’11,7% e, in caso contrario, apporterà correzioni ai contributi nazionali inferiori all’importo che si otterrebbe utilizzando la formula (il cosiddetto meccanismo per colmare i divari). La formula si basa, tra l’altro, sull’intensità energetica, sul Pil pro capite, sullo sviluppo delle energie rinnovabili e sul potenziale di risparmio energetico.

L’obiettivo di risparmio energetico annuale per il consumo di energia finale aumenterà gradualmente dal 2024 al 2030. Gli Stati membri garantiranno in media un nuovo risparmio annuale dell’1,49% sul consumo di energia finale nel corso di tale periodo, raggiungendo gradualmente l’1,9% il 31 dicembre 2030. Le nuove norme prevedono “l’obbligo specifico per il settore pubblico di conseguire una riduzione annuale del consumo energetico dell’1,9%, che può escludere i trasporti pubblici e le forze armate. Inoltre, gli Stati membri saranno tenuti a ristrutturare ogni anno almeno il 3% della superficie totale degli immobili di proprietà di enti pubblici”.

Il testo prevede anche l’implementazioni di stazioni di ricarica per coprire l’intera rete stradale entro il 2030. Mentre in Italia i partiti al governo fanno le barricate per la auto a benzina, irridono i bonus per l’efficientamento energetico e ancora confondono il meteo con il clima l’Europa sta già programmando il futuro. Basta questo per pesare l’autorevolezza del dibattito nostrano.

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Mascariamento contro Borrometi. Per screditare il giornalista anti-mafia

“Questa inchiesta dimostra che il mascariamento è una tecnica che ancora funziona. Delegittimare una persona, colpendo se serve anche i suoi affetti più cari, è il modo per non rispondere mai nel merito”. Non c’è delusione nelle parole di Paolo Borrometi, condirettore dell’agenzia giornalistica Agi e presidente di Articolo 21.

Un ex deputato regionale, due cronisti e una scrittrice. Imputati per diffamazione contro il vice direttore dell’Agi Paolo Borrometi

Forse c’è solo un po’ di stanchezza perché l’inchiesta della Procura di Siracusa che ha emesso un decreto di citazione a giudizio davanti al giudice monocratico per l’ex deputato della Regione Siciliana Giuseppe Gennuso, due giornalisti e una donna arriva dopo anni di denunce e materiale raccolto. Il discredito (il “mascariamento”, appunto) nei confronti di giornalisti che si occupano di temi scomodo con le loro inchieste è una pratica che la Sicilia conosce bene.

In questo caso il livello raggiunto è però preoccupante per la macchina organizzativa messa in campo e perché Borrometi è un giornalista che con la sua testata giornalistica di inchieste online (laspia.it) si è occupato profondamente della mafia ragusana e siracusana. Nel 2014 è stato vittima di un’aggressione. Per le minacce ricevute (e che continua a ricevere) sono stati condannati l boss Giambattista Ventura (già condannato per omicidio, concorso in omicidio ed estorsione), Francesco De Carolis del clan Bottaro-Attanasio di Siracusa, Venerando Lauretta (boss di spicco del clan Carbonaro-Dominante di Vittoria) e altre decine di persone, più o meno collegate ad ambienti mafiosi.

Il giornalista è uno che ormai con le minacce ci convive

Borrometi è uno che ormai con le minacce ci convive. Per le minacce e per la sua sicurezza è stato trasferito dall’agenzia Agi a Roma e nonostante le minacce ha raccontato il commisariamentoà per mafia di Italgas, gli affari sporchi del mercato ortofrutticolo di Vittoria e la presenza di Cosa Nostra nel sud-est siciliano. Che un giornalista debba convivere protetto dalla scorta con la rabbia della mafia in questo squinternato Paese purtroppo è un fatto assodato. Che debba difendersi dal fango architettato da politici e colleghi giornalisti è uno sfregio ulteriore.

I pm di Siracusa scrivono di un “disegno criminoso” posto in essere dall’ex deputato regionale Gennuso. Coinvolti sono anche il direttore del giornale on line “Diario 1984”, Giuseppe Guastella, il giornalista Giuseppe Gallinella, e una donna, Valeria Micalizzi. I quattro sono accusati, a vario titolo, di aver concorso, o scritto, “una lunga serie di articoli” che avrebbero leso la “reputazione di Borrometi”. Tra gli articoli denigratori ce ne è stato uno di Guastella, in cui lo si accusava di aver “utilizzato” le auto di scorta per recarsi a “incontri con il suo amichetto del cuore”, integrando in questo modo la duplice e denigrante accusa di sperpero del denaro pubblico e il diffamante sospetto sugli orientamenti sessuali.

Contro Borrometi è stato anche pubblicato un libro, di Micalizzi e Gallinella, dal titolo Parlano di Borrometi che concorreva allo scopo generale. La Procura ha raccolto, tra l’altro, la dichiarazione resa da un collaboratore di giustizia alla Dda di Catania, secondo cui nell’estate del 2019 Guastella gli avrebbe parlato di approcci perché diffondesse notizie infamanti non solo su Borrometi, ma anche sull’ex capitano dei carabinieri di Siracusa, Enzo Alfano.

Figura tra le parti offese del procedimento anche il vicequestore Antonino Ciavola, ex capo della Squadra mobile di Ragusa. Il mascariamento ancora funziona, nel 2023. Ma proteggere i vivi mentre si commemorano i morti è ancora una priorità per l’antimafia in questo Paese?

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L’Emilia-Romagna Colpa del Pd. Ma al Nord invece…

Basta poco per smascherare l’ipocrisia, basta mantenere la lucidità anche nei momenti più critici come queste ore che spaccano l’Italia tra ghiaccio e fuoco, entrambi figli di un cambiamento climatico che – come dice bene Cecilia Strada – sarebbe meglio chiamare “disastro climatico”.

Sull’alluvione in Emilia-Romagna le destre accusano i dem. In Lombardia e Veneto gli eventi avversi

Gli effetti (preannunciati dalla stragrande parte dei climatologi) sono nelle grandinate, nelle trombe d’aria e nel fuoco di questi giorni ma sono ancora freschi nella memoria dei cittadini in Emilia-Romagna che stanno facendo i conti con la ricostruzione dopo gli alluvioni. Quando l’acqua sommerse l’Emilia Romagna i rappresentati di questo governo ci dissero (più o meno velatamente) che la colpa fosse tutta del Partito democratico, più precisamente del presidente della Regione Stefano Bonaccini e della sua ex vicepresidente e ora segretaria del Pd Elly Schlein.

È una bieca strumentalizzazione politica, certo, ma indica un certo modo di leggere gli eventi. Ora che i danni toccano Lombardia e Sicilia, regioni governate dalla stessa destra che sta al governo, la chiave di lettura è capovolta. Ora la colpa è del cambiamento climatico o comunque degli “eventi climatici eccezionali”.

Così la maggioranza che ha sempre minimizzato (se non negato) il cambiamento climatico oggi lo sfodera per assolvere i suoi con un ragionamento inverso (e perverso). Confidano evidentemente che non se ne accorga nessuno. Confideranno anche che ci si dimentichi in fretta delle tempeste e del fuoco per tornare a difendere il diesel, vedrete. Basta poco per smascherare l’ipocrisia, basta mantenere la lucidità.

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La bava sull’antimafia

Da mesi provo a sottolineare come sui temi di mafia (e quindi di antimafia) in questo Paese la destra che sta al governo, con la complicità di un’opposizione troppo spesso cretinamente distratta e ignorante sul tema, stia soffiando aria di restaurazione dei tempi peggiori. Sembra la stessa mefitica atmosfera che ha ammorbato questo Paese quando, a partire dal 1994, si è voluto imporre la “normalizzazione” del fenomeno mafioso: lo stesso obiettivo di Cosa nostra dopo l’arresto di Totò Riina.

Dopo le botte ai giovani che marciavano per commemorare Giovanni Falcone, dopo la riscrittura della sentenza contro Dell’Utri, dopo gli attacchi ai magistrati di Firenze che indagano sulle stragi del ’93, dopo il paventato attacco al concorso esterno per vedere l’effetto che fa ieri il ministro Matteo Salvini (uno che di mafia ne sa poco più di un qualsiasi studente di qualsiasi scuola superiore) ha deciso di attaccare il fondatore di Libera Luigi Ciotti.

«Attenzione – aveva detto il presidente di Libera durante un’iniziativa a Bovalino, in provincia di Reggio Calabria -. C’è il rischio, poi si dovrà lottare sia ben chiaro, che il Ponte sullo stretto non unirà due coste, ma due cosche sicuramente sì». È lo stesso parere espresso da residente dell’Autorità snticorruzione Giuseppe Busia e dal suo predecessore Raffaele Cantone. È lo stesso timore che serbano tutti quello che hanno studiato e studiano Cosa nostra.

Come ha risposto Salvini? «Mi ha fatto specie – ha detto – leggere le parole di un signore in tonaca che ha detto che questo ponte più che unire due coste unirà due cosche. Un’affermazione di un’ignoranza, una superficialità senza confini. È una mancanza di rispetto nei confronti di milioni di italiani». Il ponte sullo Stretto, ha detto il ministro leghista, è «la più grande operazione antimafia dal Dopoguerra a oggi». «Mi fa schifo – ha continuato Salvini – che qualcuno pensi che Sicilia e Calabria rappresentino le cosche. Fino a che c’è qualcuno all’estero che dipinge l’Italia come mafia pizza e mandolino, fa schifo ma è all’estero. Se c’è qualche italiano che continua a dipingere l’Italia come mafia, pizza e mandolino, se espatria fa un favore a tutti».

Rientra nella strategia: colpire i simboli per indebolire le battaglie. Non si tratta solo di un attacco giudiziario. Sotto i colpi c’è l’etica antimafia di un Paese faticosamente costruita con l’impegno e le vite delle persone migliori di questo Paese. Chissà se qualcuno nell’opposizione se ne accorge in fretta.

Buon mercoledì.

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Il voto in Spagna lascia Giorgia senza… Vox

In Spagna vincono i Popolari, ma senza i numeri per formare una maggioranza al Congresso per governare il Paese. I sondaggi davano il centrodestra di Alberto Nuñez Feijóo grande favorito per la vittoria, col solo ‘dubbio’ della necessità di un accordo politico con l’estrema destra di Vox per la formazione del governo.

L’eventuale accordo (vissuto con disagio dai Popolari) comunque non ci sarà perché la somma dei seggi non basta per raggiungere la fatidica quota 176, maggioranza assoluta nel Congresso composto da 350 seggi. Tiene il Psoe, i socialisti di Sánchez. Il contraccolpo in Italia Anche in trasferta la classe politica italiana non si smentisce, nemmeno se non giocano la partita.

Ecco perché il crollo del partito amico di Fratelli d’Italia è un segnale anche per l’Italia

Il giorno dopo le elezioni in Spagna qui da noi esultano tutti. Riuscire a distorcere i risultati elettorali di altri Paesi per trasformarli in biada per la propaganda è un talento che richiede molto coraggio e una buona dose di sopportazione del ridicolo. Tra i primi a commentare i risultati spuntano “lo dos competentes” (citazione rubata alla collega Chiara Geloni) Matteo Renzi e Carlo Calenda. Renzi spiega che il risultato “sono un segno interessante: non si vincono le elezioni contro l’Europa. E le prossime europee si vinceranno al centro”.

Calenda (per una volta quasi d’accordo con lui) invita a ragionare su “una larga coalizione tra popolari e socialdemocratici” per tenere ai margini la destra estrema di Vox. I due però hanno distrattamente perso la lezione più importante che arriva dalla Spagna: da quelle parti il “terzo polo” del centro dei riformisti (Ciudadanos) non esiste più in Parlamento. Che poi le “larghe intese” siano il modo migliore per foraggiare gli estremisti alla Vox è una lezione che hanno imparato quasi tutti in tutta Europa. Tranne Calenda.

Ma i risultati spagnoli bruciano soprattutto per la presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ieri è stata indecisa per tutto il giorno se vergare o no una nota di suo pugno sul risultato spagnolo. Una cosa è certa: in Spagna Vox – a cui Meloni ha dedicato il suo incondizionato appoggio in campagna elettorale sforando anche dai limiti del suo ruolo – ha ottenuto 33 deputati, perdendo 19 dei 52 seggi conquistati nel 2019 e vedendo svanire qualcosa come 650mila voti oltre al tracollo su feudi elettorali storicamente in mano all’estrema destra.

“In Europa è il tempo dei patrioti”, aveva urlato la presidente del Consiglio in videocollegamento durante il comizio di chiusura della campagna elettorale del leader di Vox Santiago Abascal, che ora traballa sotto i colpi della sconfitta. Le cose non stanno così. In Spagna i tradizionali partiti Psoe e Pp insieme raggiungono quasi il 65% del voto e ora il partito di estrema destra a cui Meloni ha regalato anima e corpo rischia l’irrilevanza politica.

“Ha ragione Yolanda Diaz ‘stanotte la Spagna ha dormito più tranquilla’ perché l’onda nera degli amici di Meloni è stata fermata”, scrive su Twitter il segretario nazionale di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni. Angelo Bonelli di Europa Verde festeggia “la sconfitta dei sovranisti e negazionisti climatici […] insieme allo straordinario risultato di Sumar con Yolanda Diaz che ha tenuto insieme la giustizia sociale e quella ambientale”.

Soddisfazione anche nel Pd con la segretaria Elly Schlein, che esulta: “I risultati delle elezioni premiano il coraggio di Pedro Sanchez e della sua squadra e ribaltano un esito che sembrava già scritto. I veri sconfitti da un verdetto implacabile sono i nazionalisti di estrema destra di Vox. È la dimostrazione che l’onda nera si può fermare… Adelante!”.

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Dopodomani Meloni in Usa a rapporto da Biden

Dopodomani la presidente del Consiglio Giorgia Meloni incontrerà finalmente il presidente Usa Joe Biden, 278 giorni dopo il suo insediamento. Sull’invito di Meloni alla Casa Bianca hanno lavorato a lungo dalle parti del governo in questi mesi, l’incontro è utile per ingrassare la narrazione dell’Italia protagonista nello scenario mondiale e serve per affrancare la presidente del Consiglio dalle sue discutibili amicizie in Unione Europea.

Nel bagaglio Meloni porterà anche la sovraesposizione – inutile e dannosa – nell’ultima campagna elettorale spagnola, con gli amici di Vox che sono usciti sensibilmente ridimensionati dalle urne. È il metodo Meloni: patriota con i patrioti, europeista con von der Leyen e ora iperatlantista – vedrete – con Biden.

La nota della Casa Bianca: Biden riceverà il primo ministro Giorgia Meloni “per riaffermare la forte relazione tra Stati Uniti e Italia”

Nella nota della Casa Bianca si legge che Biden “riceverà alla Casa Bianca il primo ministro Giorgia Meloni per riaffermare la forte relazione tra Stati Uniti e Italia”, i due “discuteranno i nostri comuni interessi strategici, incluso l’impegno condiviso nel continuare a sostenere l’Ucraina di fronte all’aggressione della Russia, gli sviluppi in Nord Africa e una più stretta coordinazione transatlantica riguardo la Repubblica Popolare cinese”.

Sul tavolo c’è anche la decisione del governo italiano di rescindere l’accordo con la Cina sulla Via della Seta

Sul tavolo c’è infatti la decisione del governo italiano di rescindere l’accordo con la Cina sulla Via della Seta. A oggi non si sa come l’Italia abbia intenzione di disattendere un accordo che Pechino ritiene vitale. Il rischio reale di una ritorsione della Cina (anche perché sia di monito nei confronti degli altri riottosi) potrebbe spingere la presidente del Consiglio a cercare protezione dagli Usa. Dopo l’appoggio in Ucraina la decisione sulla Via della Seta sancirebbe un’ulteriore scelta atlantista del governo.

I due leader discuteranno anche di Ucraina

Anche di Ucraina discuteranno Meloni e Biden confermando “l’impegno condiviso a continuare a sostenerla, a fronte dell’aggressione della Russia”. La portavoce della Casa Bianca, Karine Jean-Pierre ha specificato che si discuterà degli “sviluppi in Nord Africa e un più stretto coordinamento transatlantico per quanto riguarda la Repubblica popolare cinese” oltre al rafforzamento della collaborazione tra Usa e Italia nel settore spaziale, un ambito in cui le relazioni ti tra i due Paesi sono considerate sempre più promettenti.

Il viaggio negli Usa serve a Meloni anche per continuare a tenere sospese le tante questioni interne

Ma il viaggio negli Usa serve a Giorgia Meloni anche per continuare a tenere sospese le tante questioni interne. Da un paio di giorni nei palazzi romani circola con una certa insistenza l’ipotesi di un possibile rimpasto tra i ministri se le situazioni della ministra al Turismo Daniela Santanchè e il caso Ignazio La Russa (con il figlio indagato dalla Procura ma già assolto dal padre) dovessero ingrossarsi. La questione è rilevante anche all’interno del partito, Fratelli d’Italia, con Giorgia Meloni che difficilmente potrebbe rischiare di aprire altre diatribe che si aggiungono a quella già in corso con il leader romano Fabio Rampelli.

Meloni sa bene anche che non potrà prolungare troppo a lungo un vero confronto sul Pnrr, con la terza rata ottenuta (ma arriverà a dicembre) solo dopo aver riconosciuto il fallimento di alcuni obiettivi. A questo si aggiunge l’imbarazzo non ancora sopito tra governo e magistratura dopo le infelici uscite del ministro della Giustizia Nordio, oltre agli imbarazzi provocati dal ministro alla Cultura Sangiuliano.

Più dietro, nell’ombra, i suoi alleati Salvini e Tajani si godono il logoramento dell’alleata nella speranza di acquisire maggiore peso nella compagine governativa mentre metà polo del cosiddetto Terzo polo ha ormai lanciato l’arrembaggio a Forza Italia orfana di Silvio Berlusconi. Dal viaggio a Washington Giorgia Meloni tornerà con una bella foto ma i casi aperti saranno ancora tutti lì.

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Saied & C. all’incasso. Sulla pelle dei migranti

Il monitoraggio dell’Ispi parla chiaro: nella settimana successiva alla firma del memorandum Ue-Tunisia, proprio dalla Tunisia sono sbarcati in Italia 7.359 migranti. Praticamente sgretolato il record di 6.431 sbarchi registrato la settimana precedente alla firma.

Nella settimana successiva alla firma del memorandum Ue-Tunisia, proprio dalla Tunisia sono sbarcati in Italia 7.359 migranti

Nel frattempo a Roma si celebrava la conferenza con i capi di Stato e di governo degli Stati di primo approdo. L’Italia era in prima fila per candidarsi al ruolo di mediatrice di uno scandaloso scambio sul Mediterraneo: scambiare le vite umane per soldi e per consenso elettorale. Quei settemila e rotti migranti sbarcati in una settimana sono il pizzino della Tunisia per suggerire come i migranti oggi siano la vera arma non convenzionale nel cuore dell’Europa.

“Non è più possibile trovare delle soluzioni a questo fenomeno con accordi bilaterali”, ha detto il presidente tunisino Kais Saied (nella foto) ubriaco dei 255 milioni regalati dall’Ue. Il premier libico Dbeibeh ha chiesto altri soldi sventolando la sua sofferenza quando vede “un migrante lottare contro la morte insieme al suo bambino”.

Il “Piano Mattei” è un’operazione coordinata di cannibalismo e ricatto. È la questua di governanti illiberali che aprono e chiudono i rubinetti da cui fuoriescono disperati indifesi da dare in pasto all’opinione pubblica per alzare il prezzo del loro illegale contenimento. Quelle settemila persone sbarcate sono l’avviso di garanzia all’Italia e all’Ue: vi illudete di fermare le persone che scappano dalla fame e dal piombo senza occuparvi della fame e finanziando il piombo.

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