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La strana coppia Cappato-Zaia (e basta)

La signora “Gloria”, paziente oncologica veneta di 78 anni, è morta il 23 luglio. È la seconda persona in Italia ad aver scelto di porre fine alle proprie sofferenze tramite l’aiuto alla morte volontaria, reso legale a determinate condizioni dalla sentenza della Corte costituzionale sul caso Antoniani.«La sanità del Veneto ha evitato a Gloria una morte tra sofferenze che non avrebbe mai voluto» ha detto Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni. «Il fatto che l’aiuto sia arrivato nella Regione presieduta da Luca Zaia della Lega dimostra che su questo tema non valgono i recinti dei partiti e delle coalizioni, ma conta la sensibilità nei confronti delle persone che soffrono e delle loro scelte».

Sulla coraggiosa scelta del presidente del Veneto Luca Zaia di fregarsene dei dettami del suo partito e di questa destra s’ode un fragoroso silenzio. Non interviene Giorgia Meloni, non s’ode proferir verbo dall’onnipresente Roccella, non parla Matteo Salvini che pur parla di tutto. Immaginate i titoli di qualche giornalaccio di destra se l’aiuto fosse arrivato da qualche presidente di Regione del centrosinistra. Solo imbarazzo.

Il silenzio – ahinoi – non riguarda solo la destra. Silenzio assordante arriva anche da Giuseppe Conte (che sui diritti claudica spesso) e arriva anche da Elly Schlein. Sappiamo bene che nel PD ci sia una parte (ne conosciamo bene i nomi) che su questo tema ha idee opposte a quelle della segreteria. Sappiamo – purtroppo – anche che per gli equilibri interni ancora una volta la posizione è quella di non prendere posizioni.

Capita spesso di dover essere d’accordo con Cappato. Questa volta ci tocca essere d’accordo con Cappato e con Zaia.

Buon martedì.

Nella foto: Marco Cappato e gli attivisti di Liberi Subito, dopo la consegna di 9mila firme in Consiglio Regionale del Veneto a favore della proposta di legge per regolamentare l’aiuto medico alla morte volontaria elaborata dall’Associazione Luca Coscioni, 30 giugno 2023 (dalla pagina facebook di Marco Cappato)

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Il ripugnante ballo delle lettere intorno a Silvio Berlusconi

Ci sono momenti storici, certi bivi, che indicano in quale parte qualcuno decide di collocarsi nella storia. Che Marina Berlusconi figlia di cotanto padre decida di prendere carta e penna per scrivere a Il Giornale (ch’era di famiglia) per dipingere il padre Silvio come perseguitato dalla magistratura era prevedibile.

Che Marina Berlusconi decida di scrivere a Il Giornale per dipingere il padre Silvio come perseguitato dalla magistratura era prevedibile

Di mezzo c’è il rapporto filiale con l’accusato, c’è l’esigenza di non sporcare il brand che da quelle parti dà lavoro a tutti e c’è un’abitudine congenita all’ipocrisia. Dipingere come perseguitato un uomo che ha il suo migliore amico e ex braccio destro condannato per mafia con sentenza definitiva perché faceva da tramite tra lui e Cosa Nostra è un atto che richiede sprezzo del pericolo. Non c’è che dire. I veri perseguitati sono coloro che l’hanno avuto come presidente del Consiglio senza nessuna spiegazione sugli amici dei suoi amici e sui soldi con cui è diventato imprenditore.

Quella discussione appartiene però all’alveo del berlusconismo. Ha invece addosso la macchia del centrosinistra la lettera che allo stesso giornale ha scritto Matteo Renzi per difendere Berlusconi. Nella missiva Renzi dà dei “folli” ai magistrati che indagano sulle stragi del ’93 accusandoli di alimentare una certa “narrazione che i vertici delle istituzioni più lontani dalla sinistra avessero rapporti con la mafia” e ci dice che “bisogna smetterla di considerare gli avversari come mafiosi”. La negazione della realtà per interessi parentali fa già schifo ma quella per interessi elettorali è un abominio ripugnante.

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Lo sblocco navale

“Combattere l’immigrazione illegale, combattere le reti di trafficanti, ci consente soprattutto di offrire nuove opportunità di migrazione legale, noi infatti dobbiamo interrogarci su come possiamo cogliere i i frutti positivi delle migrazioni e questo è possibile soltanto con una gestione fondata sulla cooperazione tra di noi”. Così la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in un passaggio del suo intervento alla Farnesina durante il convegno sulle migrazioni. “Il sostegno a profughi e rifugiati è un dovere al quale nessuno può sottrarsi, nel pieno rispetto del diritto internazionale – ha aggiunto la leader di Fratelli d’Italia – chi fugge dalle guerre, chi fugge dal terrorismo, dalla fame, dalle catastrofi naturali, ha il diritto di mettersi in salvo anche quando questo comporta attraversare i propri confini”.

Se Giorgia Meloni avesse pronunciato anche solo qualche grammo di queste frasi in campagna elettorale ora non sarebbe dov’è. Sarebbe stata considerata troppo “morbida” da un bella fetta dei suoi elettori. Del resto è proprio il cattivismo l’incipiente di qualsiasi sfondamento elettorale a destra. Matteo Salvini è stato quel Matteo Salvini perché “ha il coraggio di fare cose che gli altri non vogliono fare”. Ci si aspettava da lui che “chiudesse i porti”, che punisse gli stranieri (soprattutto quelli neri) e che maledisse l’Europa sbattendo la porta. Salvini si è scontrato con la realtà ed è stato soppiantato da Giorgia Meloni.

Ora tocca a lei. Dopo la propaganda la presidente del Consiglio si schianta contro due scogli ineludibili: le leggi che obbligano ad  accogliere e salvare le vite (che tutt’ora non sono rispettate dall’Italia e dall’Ue) e il “bisogno” di immigrati per sostenere l’economia e il vivere civile. Così Giorgia Meloni si ritrova a pronunciare gli stessi concetti dell’ odiatissima Boldrini. Perché alla fine irrompe sempre la realtà.

Buon lunedì.

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Il lavoro con dignità è un’anomalia anche per la stampa. Parla Bakdounes, Ad di Velvet: “Solo fango contro il My Way Work”

Bassel Bakdounes, a leggere i giornali di questi giorni sembra che lei sia diventato il simbolo dell’imprenditoria da non fare. Vastiamo dall’inizio: che è successo alla sua azienda
“La mia azienda è stata un modello per diversi anni. Purtroppo, per alcune concause e mie scelte sbagliate, non sono riuscito a risolvere la situazione di tensione creatasi dopo il primo anno di Covid anche in seno ad alcuni comportamenti scorretti di alcuni “professionisti” che ci han messo in ginocchio. Ci dovevo arrivare prima Sì. Avrei dovuto ascoltare chi mi consigliava di stare attento? Sì. Ho sbagliato, ma gli errori non sono nel modello Velvet ma nelle mancanze del sottoscritto. Non tollero si utilizzi strumentalmente questa vicenda per attaccare un modello imprenditoriale che era ed è il futuro”.

Qual è il modello aziendale che secondo lei si cerca di attaccare?
“Il modello Velvet è stato per anni tra l’innovativo ed il rivoluzionario, per lo meno per la nostra Italia. Negli ultimi due anni le cose si sono complicate per ragioni che sono totalmente estranee a concetti di smart working, cani in ufficio, lavoro per obiettivi et similia. Sono concetti che possono spaventare? Si, me ne rendo conto. Ma trovare espedienti per demonizzarli è scorretto. Siamo diventati noti a livello nazionale per il My Way Work, ossia per la modalità di lavoro completamente libera: il dipendente aveva tutte le tutele del contratto stabile e a tempo indeterminato, ma anche tutti i vantaggi della partita iva. Sceglieva se e quando presentarsi in azienda, ovviamente il tutto organizzato in una strategia di lavoro per obiettivi. A molti non è piaciuta questa nostra fuga in avanti, proporre un modello che la norma non prevedeva ancora possibile”.

Perché secondo lei certa stampa (e quindi certa imprenditoria) è così spaventata da un nuovo paradigma del rapporto tra dipendenti e imprenditori?
“Il nuovo fa paura. Da sempre. Il cambiamento fa paura. Normalmente sottende un riposizionamento e una ridiscussione di ruoli e gerarchie… penso sia facile capire che può spaventare chi è inchiodato allo status quo. Credo che chi debba temere questo modello siano in particolare gli imprenditori vecchio stampo, ma anche il mondo della rappresentanza dei lavoratori che, spesso, si muove ancora come se fossimo nell’Ottocento”.

Quel modello di impresa innovativa è comunque il futuro, anche qui da noi?
“Ne sono certo. Tutto deve andare, ed andrà, in una dimensione più Human, più vicina alle esigenze delle persone, delle famiglie. Tutto tende in quella direzione. Ovvio, va fatto nel rispetto di risultati operativi, e va gestito sapientemente caso per caso, azienda per azienda, settore per settore… ma questo è già un altro tema”.

Da uomo che ha sempre lavorato nella comunicazione cosa pensa dell’atteggiamento di certa stampa sulla colpevolizzazione dei giovani, sul mito della meritocrazia e sui molti luoghi comuni da cui sembra che non riusciamo a liberarci?
“Speravo che il passaggio offline/online avrebbe migliorato un’attitudine poco cool di certa stampa, pronta a rincorrere il titolone anziché la vera informazione. Mi son sicuramente sbagliato, vorrei dire che, nel caso di specie, c’è stata, al contrario, una sorta di involuzione che sta spingendo tutto verso una spasmodica ricerca di sensazionalismo da clickbait, tralasciando sovente la vera informazione. Questo genera odio, l’odio genera commenti, i commenti generano traffico, il traffico muove i soldini… fine del gioco”.

Qualcuno sui suoi social scrive che “spera che lei smetta di fare l’imprenditore”: “ha fatto lavorare dipendenti e fornitori consapevole di non poterli pagare ed ora con la retorica fa mea culpa per avere un gran finale da eroe? Gli eroi salvano le persone non le fanno sprofondare”…
“Ah beh questo è il minimo! Grazie al tenore delle uscite mediatiche ho ricevuto minacce, di e non vado oltre… Ora, io non ho moglie o figli, ma penso a quando cose del genere capitano a chi ha una famiglia a casa. Alimentare odio è grave. Quanto alla persona in questione sappiamo chi è, roba da legali. Tutti stan cercando visibilità dietro al caso Velvet. Sono tutti CT quando gioca la Nazionale. Solo non capisco perché usare i social quando hanno il mio numero. Ho sempre lo stesso numero da oltre 20 anni. Non mi chiamano, come mai?”.

Se dovesse dare un consiglio a qualche giovane, alla luce degli errori che ha riconosciuto, cosa gli direbbe?
“Sicuramente di essere accorto nella selezione delle persone. Di avere il coraggio di prendere decisioni difficili anche quando si tratta di tagliare personale. Io non ce l’ho fatta. È stato il mio più grande errore. Ero convinto di potercela fare, ma è mancato un soffio. Basta un ramo malato per infettare l’albero, e spesso, quando te ne accorgi, come nel mio caso, è già troppo tardi”.

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Enna, l’ennesimo femminicidio e le colpe di abituarsi all’orrore – Lettera43

A Troina, in provincia di Enna, in via Sollima nel rione San Basilio, c’è una donna che urla per chiedere aiuto e prova a ripararsi in un portone vicino a un supermercato. Si chiama Mariella Mariano, ha 56 anni e da lì a poco verrà raggiunta da almeno tre colpi di una pistola calibro 7,65. Il suo aggressore, Maurizio Impellizzeri, che di anni ne ha 59, ha diviso con lei molti anni della sua vita. È stato suo marito. Mariella l’aveva lasciato da circa un anno, ma Maurizio aveva deciso comunque di non lasciare la casa coniugale. Avrà pensato – come pensano in troppi – che occupare fisicamente spazi che non sono più abitabili come coppia fosse un modo per logorare la decisione della moglie. Avrà pensato che starle addosso avrebbe potuto sfibrarla, fare tornare indietro.

I carabinieri erano stati avvisati, eppure non è servito

Così alla fine a Mariella non è rimasto che trasferirsi dalla sua anziana madre. Ma Maurizio non si è arreso, tutt’altro. Così ha cominciato a perseguitarla. A ottobre del 2022 Mariella Mariano ha chiesto ai carabinieri di fare qualcosa, di farlo smettere. Ha raccontato anche alle forze dell’ordine che quel marito mai arreso le aveva promesso la morte. Lui viene condannato a 8 mesi – dopo un patteggiamento – per atti persecutori, ma quella frase («ti ammazzo») rimane appesa ai gangli della legge. Maurizio non ha precedenti penali e, soprattutto, non si riesce a ritrovare a casa sua nessuna arma durante le perquisizioni. Niente da fare, anche se nelle parole dell’ex marito – raccontata Mariella – c’era anche la modalità dell’omicidio promesso: «Ti sparo», diceva lui. E infatti le ha sparato.

Notizie uguali che imperversano quasi tutti i giorni

L’arma che non si trovava è spuntata poche ore dopo l’omicidio, ovviamente con la matricola abrasa. Troppo tardi. Lui ora si trova in carcere. Il suo avvocato di sempre si è rifiutato di difenderlo di nuovo, anche questa volta. La sua avvocata, Elvira Gravagna, ha rinunciato all’incarico. «Non me la sento», ha spiegato ai giornalisti. Racconta di avere raccomandato a Maurizio di stare alla larga di sua moglie, spiega che lui stava anche seguendo un corso di riabilitazione che evidentemente non ha funzionato. La notizia che leggete qui sopra ha tratti comuni con decine di notizie che imperversano quasi tutti i giorni. Cambiano le modalità, cambiano i nomi e i luoghi, come in un videogioco in cui si modificano le situazioni, ma il motore è sempre lo stesso, così ripetitivo che dopo qualche ora irrompe la noia.

Enna, l'ennesimo femminicidio e le colpe di abituarsi all'orrore
Mariella Mariano e Maurizio Impellizzeri.

Un femminicidio che presto finirà nelle cronache locali

Anche questo femminicidio, come accade per quasi tutti i femminicidi, quando questo articolo sarà pubblicato sarà scomparso dai giornali nazionali. Rimarrà a brandelli sulle cronache locali, lue uniche che riprenderanno poi il processo e scriveranno due righe sulla sentenza. Non so se possa essere considerata una colpa questa straordinaria capacità dei lettori italiani di ingoiare e digerire i femminicidi che si ripetono. Potrebbe essere una modalità di sopravvivenza a un’emergenza sempre così uguale da sembrare naturale. Tra gli ingredienti comuni troviamo la donna che chiede aiuto ma non ottiene protezione, c’è il marito che finge di volersi riabilitare e invece sta semplicemente covando e perfezionando il delitto, gli amici che si dicono stupiti anche se il copione è sempre lo stesso, la città introno che finge di non sapere che i potenziali omicidi sono in quelle case apparentemente tranquille che ogni sera chiudono ordinatamente le imposte.

I comunicati delle istituzioni sono sempre uguali

Il dipartimento della Pubblica sicurezza del ministero dell’Interno ha diffuso un documento che analizza il numero di femminicidi commessi nel periodo primo gennaio-16 luglio 2023: 173 omicidi totali, commessi da inizio anno, di questi 62 riguardano donne (49 precisamente in ambito familiare/affettivo). Sono 29 quelle morte per opera di partner o ex. Ogni articolo scritto su un femminicidio dura come l’acqua su una superficie liscia. Rimane nella pancia di Google, a disposizione dei pochi che fra qualche anno cercheranno «Mariella Mariano» per ricordarsi la fine che ha fatto. Ogni femminicidio viene accompagnato dai comunicati stampa delle istituzioni che sono ferocemente sempre uguali a sé stessi. Ogni volta si fa il conto delle vite che avrebbero potuto essere salvate. Raramente si capisce come avremmo potuto salvarle. Qualche settimana fa le prime pagine dei giornali erano invase dalle morbose curiosità intorno al femminicidio di Senago, dove Alessandro Impagnatiello ha ucciso la compagna incinta di sette mesi Giulia Tramontano. C’erano commenti sulla vita sessuale di lui, sulla casa di lei, sul sangue gocciolato sulle scale e sul cappuccio dietro al quale l’assassino si era nascosto. Dite la verità, ce ne eravamo già dimenticati. Chissà se è un crimine abituarsi al terrore.

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Condoglianze acchiappa-click di Salvini. L’ultima figuraccia social del ministro. Matteo rilancia una balla su una mamma morta a Bari e il marito lo seppellisce: “È l’ultimo da cui cerchiamo pietà”

“Noi (io e la mia famiglia), siamo il tuo opposto, bianco/nero, nord/sud, destra/sinistra, salato/dolce. Per cui, se mai dovessimo stilare un elenco di persone da cui non vogliamo abbracci/pietà/compassione, non te la prendere, ma il tuo nome sarebbe sicuramente sul podio”. Il ministro Matteo Salvini riesce a sbagliare perfino le condoglianze, pubblicate in bella vista sui social in cerca di qualche like facile e fa infuriare il marito della commerciante barese Feliciana Chimienti, morta il 16 luglio dopo un cancro, lasciando due figli piccoli.

Salvini aveva pubblicato un post di cordoglio sottolineando il grande coraggio dimostrato dalla donna nel non sottoporsi alle cure per la patologia così da non danneggiare la vita del piccolo che sarebbe nato di lì a poco. Tutto falso, ovviamente.

L’autogol

Il marito Gabriele contesta la ricostruzione fatta dal leader della Lega sulla base delle fonti giornalistiche. “Metà del tuo post, è un virgolettato che riprende le “grandi” testate, le quali (come te o il tuo “web staff”) hanno avuto poca cura nello scegliere le “fonti”, o peggio ancora, le “grandi” testate hanno voluto “romanzare” appositamente la cosa per qualche click in più… Allora: 1) Mia moglie ha scoperto “la cosa” solo dopo aver partorito la nostra secondogenita. 2) si è sempre sottoposta a tutte le cure previste”, scrive il marito.

Le ragioni della sua reazione sono presto dette: “L’amore di mia moglie era, – scrive in un post pubblicato dal profilo Instagram della Libreria Zaum di Bari, del quartiere Madonnella, poco distante dal negozio di sua moglie – ed è immenso, verso i nostri figli, verso di me e verso gli “ultimi”, i più sfortunati, tipo quelli che si imbarcano perché hanno 2 alternative : a) morire a casa propria di fame/stenti/guerra; b) imbarcarsi (essendo anche al corrente dei rischi del viaggio) nel tentativo di “svoltare” e cambiare vita”.

Alla base c’è chiaramente una visione della politica (a partire dalla gestione dei flussi migratori) opposta tra la famiglia barese piegata dalla tragedia e Salvini. E se non fosse ancora chiaro, il vedovo chiude il suo post con una goccia di veleno: “Un’ultima cosa, sai la bambina da voi citata come si chiama Carola. Nome ispirato da 3 guerriere, le due nonne (Carmelina/Laura) e Carola Rackete!!! Te la ricordi, vero…???”.

Chi di social ferisce…

Il segretario della Lega nei giorni scorsi aveva scritto riferendosi a Feliciana Chimenti: “Ha sacrificato se stessa per dare la vita alla sua bambina. (…) In questo sacrificio così grande, di fronte al quale le nostre preoccupazioni quotidiane diventano piccolissime, c’è tutto l’incondizionato amore di cui è capace una madre, un amore che dà la vita e trascende ogni limite umano”.

Come spesso gli accade si è affidato a una frettolosa lettura di un fatto di cronaca per piegarla alla propria propaganda. Spesso lo fa con qualche reato di stranieri preferibilmente scusa solo che quelli non hanno voce per reagire.

Questa volta gli è capitato qualcuno visibile abbastanza per vergare una lettera di risposta e ne rimane inchiodato. Non è passato molto tempo da quando la “bestia di Salvini” che macchinava sui social rimediava i dibattiti e i giornali. La mente di quel metodo (Luca Morisi) non c’è più ma il cannibalismo fatto sulla pelle delle persone continua. Chissà se ogni tanto gli capita di provare un po’ di vergogna.

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Marina parlava da figlia, però sembrava Silvio Berlusconi

Ricapitolando. Nel bel mezzo dello scontro tra politica e magistratura acceso dal ministro Nordio che – maestro delle parole in libertà – aveva messo in dubbio l’utilità del concorso esterno in associazione di tipo mafioso la figlia di Silvio Berlusconi, Marina, aveva scritto una lettera per spiegare che il padre era stato “perseguitato” dalla magistratura.

C’era in quella lettera anche un attacco ai magistrati che a Firenze indagano sui mandanti delle stragi del 1993: tra gli indagati risultava Silvio Berlusconi e ora è rimasto solo Marcello Dell’Utri.

Per spegnere l’inevitabile recrudescenza provocata dalla “discesa in campo” la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha sculacciato Nordio accusandolo di essere “troppo poco politico” (dove “politico” è sinonimo di “furbo”) e ci ci ha spiegato di non dovere nessuna risposta alla figlia di Silvio poiché “non è un soggetto politico”. Sembrava chiusa qui e invece Marina Berlusconi ha ripreso carta e penna per scrivere – ancora – per dirci di essere stata fraintesa (“strumentalizzata”).

Ovviamente ha precisato anche di essere intervenuta “come figlia”. Si è dimenticata di dire che la “politicizzazione” delle sue parole è opera soprattutto dei parlamentari di Forza Italia. Si è dimenticata di dire anche che quel partito ha un debito con lei e i suoi fratelli di una novantina di milioni di euro. Però Marina Berlusconi ci ha tenuto a precisare che ha “stima e rispetto per Giorgia Meloni”. Dai, è evidente che non ci sia politica in un botta e risposta così. Ci siamo sbagliati noi.

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Colosimo dà i numeri: cifre sballate per difendere Nordio

Scomparsa tra le nebbie della propaganda di governo la presidente della Commissione parlamentare Antimafia Chiara Colosimo (Fratelli d’Italia) torna a far parlare di sé. Intervistata da SkyTg24 l’esponente meloniana corre in difesa della riforma della giustizia del ministro Nordio sull’abolizione del reato di abuso d’ufficio: “La lotta alla corruzione si fa nei fatti: i numeri sull’abuso di ufficio ci dicono come quel reato non porta a risultati perché non viene, con sentenza, giudicato”, spiega Colosimo.

Che poi aggiunge: “Se poi in parlamento, nella sua autonomia, ci sarà il modo per cercare di renderlo più stringente e più utile alla lotta alla corruzione immagino si farà”. Niente di nuovo sotto al sole. La narrazione del governo per smontare un reato che in molti all’interno della magistratura ritengono indispensabile perché reato “spia” di corruzione e criminalità organizzata è sempre la stessa: “troppi assolti, troppi procedimenti che intasano i tribunali”. Inutile, quindi .

Abuso d’ufficio, carta canta

I numeri, innanzitutto. Su oltre 5.400 procedimenti iscritti nel 2021, più di 4.400 sono stati archiviati e solo 18 sono state le condanne all’esito del dibattimento. Per capire l’eventuale sovraccarico delle Procure il calcolo è semplice: se nel 2021 i procedimenti iscritti per abuso d’ufficio sono stati 5.400 significa che in media ogni Procura ne ha gestiti circa 38 all’anno.

Come scrive la rivista Giurisprudenza penale la sola Procura di Napoli, nel 2021, ha iscritto oltre 100mila procedimenti. La Procura di Milano, nel 2020, ne ha iscritti poco più di 82mila (ed erano quasi 115mila nel 2019). La Procura di Roma, al solo mese di giugno di quest’anno, è già arrivata a quasi 100mila procedimenti contro ignoti (ed è facile immaginare che il numero possa sfiorare i 200mila).

Sempre nel 2021, nel solo distretto del Lazio sono stati iscritti più di 300mila procedimenti. Il tema dell’abuso d’ufficio riguarda 5mila procedimenti in tutta Italia, la stragrande maggioranza dei quali neanche arriva a giudizio. Di fronte a numeri del genere ha senso parlare di “ingolfamento della Aule di Giustizia No, per niente.

Da Colosimo in giù, le teorie strampalate della maggioranza

Si dice che il reato di abuso d’ufficio angusti molti amministratori onesti terrorizzati da apporre una firma a un qualsiasi documento. pur essendo sicuri della propria buona fede e dell’assenza di fini di favoritismo nel suo operato.

Giuseppe Pavich (Magistrato, già Consigliere di Cassazione) ha spiegato che il legislatore riformando l’abuso d’ufficio con il D.L. n. 76, 2ha fortemente limitato la portata della norma incriminatrice. In seguito a quella riforma (all’epoca criticata da più parti come una sorta di “depenalizzazione occulta”) risponde del delitto il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che nello svolgimento delle proprie funzioni intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale, ovvero arreca ad altri un danno ingiusto, “in violazione di specifiche regole di condotta espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge e dalle quali non residuino margini di discrezionalità” (oltrechè, in alternativa, per violazione del dovere di astenersi, come già precedentemente previsto)”.

Oggi quindi il reato è configurabile nel concorso di condizioni assai restrittive: ossia violando una norma avente forza di legge (dunque, non un semplice regolamento) che per di più, se correttamente applicata, non lascerebbe al pubblico funzionario alcuno spazio di discrezionalità.

L’idea che si debbano abolire i reati che comportano troppe poche condanne è del tutto miope e illusoria: snelle raccolte di giurisprudenza sono poche le sentenze di responsabilità per i delitti di strage, di epidemia, di avvelenamento di acque, o per vari disastri. Sono molto poche anche le condanne per reati economici che riguardano soprattutto i colletti bianchi. Anzi, a ben vedere l’alto numero di assoluzioni dimostra che la magistratura giudicante – al di là della narrazione del Governo – è un’alta forma di garanzia.

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“Altro che abolire l’abuso d’ufficio, servirebbe una legge contro il conflitto d’interessi”: l’intervista a Enza Rando (Pd)

La presidente della Commissione antimafia, Chiara Colosimo, dichiara che “la lotta alla corruzione si fa nei fatti: i numeri sull’abuso di ufficio ci dicono come quel reato non porta a risultati perché non viene, con sentenza, giudicato”. Enza Rando (Pd), cosa ne pensa dell’abolizione del reato di abuso di ufficio previsto nella riforma Nordio?
“Un reato non si abolisce perché “non ci sono i numeri”. Quando abolisci un reato c’è una scelta precisa, quella di non considerare penalmente rilevante quella condotta. Io credo che l’abolizione del reato di abuso d’ufficio non sia una priorità di questo Paese. Anzi credo che abolire il reato dopo le modifiche del 2020 sia un messaggio preciso. Piuttosto bisognerebbe fare una legge sul conflitto di interessi, ragionare meglio sulla modifica del Testo unico della Pubblica Amministrazione. Anche perché quel reato in molti processi è il vero snodo di reati corruttivi”.

Quale rischia di essere il messaggio dell’eventuale abolizione?
“Nel contesto delle proposte che sta avanzando questo Governo l’abolizione dell’abuso d’ufficio si inserisce nell’indebolimento di alcuni strumenti che sono invece dirompenti rispetto alle organizzazioni mafiose che ancora oggi hanno rapporti con la cosiddetta zona grigia. Soprattutto in una fase di enormi risorse in arrivo con il Pnrr”.

Sempre Colosimo ha dichiarato: “Il tema delle stragi è uno dei temi principi della Commissione Antimafia. Io ho nella mia testa e ho condiviso con i membri della Commissione un lavoro che camminerà su due binari: quello delle verità storiche e il binario dell’attualità”. Quali sono state le condizioni con la presidenza fino a qui?
“A oggi io non conosco le linee e la visione della Presidente. Aspettiamo dopo molti mesi le linee su cui ragionare. Ci sono molte cose che dobbiamo ancora approfondire e capire. Penso alle stragi, ai depistaggi. Spero ad esempio che se la presidente ha l’obiettivo di cercare la verità sulla stragi questo non significhi rileggere quello che invece è già stato acquisito sotto un profilo giudiziario. Dobbiamo capire le connivenze che ci sono state”.

Nel giorno della commemorazione della morte di Paolo Borsellino il fondatore di Libera don Ciotti ha parlato di “segnali inquietanti dal governo” e il fratello del giudice, Salvatore Borsellino, ha chiesto a Giorgia Meloni come può conciliare il suo impegno antimafia con la natura delle riforme annunciate da Nordio. Su queste basi sarà possibile in Commissione indagare sulle stragi senza scadere nello scontro politico?
“La Commissione antimafia è espressione di diverse forze politiche, spero non si scada nello scontro. Altrimenti si potrebbe ipotizzare, com’è già successo, che ci siano relazioni di minoranza. La lettura sistemica dei segnali di questo governo ci dice che ogni giorno c’è un indebolimento nella lotta contro le mafie. Nordio ogni giorno ci propina proposte di indebolimento. E sono segnali inquietanti. I procuratori auditi fino ad oggi ci hanno confermato che gli strumenti antimafia a disposizione sono ottimi e vanno preservati. Credo che le parole di Ciotti e Borsellino disegnino una realtà inquietante. Dobbiamo prenderci cura delle leggi scritte con il sangue di persone uccise dalla mafia”.

Qualche giorno fa sul nostro giornale il magistrato Nino Di Matteo ha confidato il timore che Nordio riesca lì dove nemmeno i governi Berlusconi sono riusciti, colpendo gli strumenti fondamentali per la lotta alla mafia. Lei vede questo rischio?
“Il rischio c’è. Io credo che noi dobbiamo fare capire l’utilità di questi strumenti. Speriamo che quello non è riuscito a Berlusconi (anche per la mobilitazione della società civile) non riesca nemmeno oggi”.

A volte pare di assistere a un pericoloso tentativo di “pacificazione” sul tema della mafia riducendo il sistema mafioso a semplice sinonimo criminale. Si ha la sensazione che anche l’attivismo antimafia fatichi di più a trovare spazio. La ritiene una sensazione sbagliata
“A questo siamo abituati, l’ho sempre visto nella mia esperienza di avvocato nei processi di mafia. La criminalità organizzata è sempre stata accumulazione economica e borghesia mafiosa. Nel momento in cui consideriamo la lotta alle mafie solo come un’emozione, anche importante, senza valutare il danno della rapina di risorse e di democrazia non possiamo pacificarci”.

Quali sono gli strumenti “intoccabili” che deve difendere l’opposizione?
“Dalla legge La Torre-Rognoni, il Codice antimafia, le misure di prevenzione, alle misure amministrative (penso alle interdittive). Non dobbiamo fare toccare le leggi sulla corruzione e sull’abuso d’ufficio (ce lo dice l’Europa). Dobbiamo ragionare anzi in un’ottica europea, pensando a una legislazione comune. Senza dimenticare la giustizia sociale, soprattutto in certi territori”.

Giorgia Meloni negli ultimi giorni ha ripetuto spesso che “è merito del governo se Matteo Messina Denaro è al carcere duro”. Le cose stanno effettivamente così?
“L’arresto di Messina Denaro è stato indubbiamente importante. Personalmente mi sono domandata perché sia passato tutto questo tempo e no, non credo sia merito del Governo. Il carcere duro non è un merito di Meloni ma di una legge votata dal Parlamento”.

Qualcuno (anche nel Pd) definisce “teoremi” le indagini della Procura di Firenze sulle stragi del ‘93 che vedono indagato Marcello Dell’Utri. Che ne pensa
“Credo che la Procura di Firenze stia facendo un lavoro profondo per dare verità che il nostro Paese merita. Il diritto alla verità andrebbe scritto nella Costituzione. Non conosco le indagini secretate ma le persone che stanno seguendo le indagini sono riconosciute per la serietà e per il rigore. Anche sull’indagine nei confronti di Dell’Utri mi pongo delle domande. Io non ho amici che mi lasciano tutti questi soldi quando muoiono”.

Un carabiniere e un consigliere comunale sono in arresto per avere provato a vendere documenti riservati sull’arresto di Matteo Messina Denaro. Cosa ne pensa
“Vendere documenti riservati offende l’Arma dei Carabinieri e la verità”.

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Governo da… Recovery: fregati pure gli studenti

Dopo diverse tribolazioni il governo Meloni ha trovato la soluzione per riuscir a incassare la terza rata da 19 miliardi del Pnrr. Non è propriamente una soluzione ingegnosa: hanno deciso di fare lo sconto.

Dopo avere presentato dieci proposte di modifiche sulla quarta rata (più correttamente potremmo dire dice obiettivi che non riuscirebbero a raggiungere) ora sulla terza tranche hanno deciso di rinunciare ai 7.500 nuovi posti letto negli studentati che Roma non ha dimostrato di avere creato ex novo.

Questa modifica a uno dei 55 obiettivi della terza rata si aggiunge a quelle già decise nei mesi scorsi, a partire dall’esclusione del Bosco dello Sport di Venezia e della ristrutturazione dello stadio di Firenze dai progetti finanziati con i fondi europei per la vivibilità delle periferie e dalla correzione del regolamento sulle concessioni portuali.

La notizia risulta ancora più fastidiosa perché sulla questione del caro affitti delle residenze per universitari il governo Meloni ha cannoneggiato a lungo accusando gli studenti di politicizzare la loro rivendicazione. Vi ricordate quei giorni? “Non serve protestare perché la questione è già risolta”, ripetevano dalle parti del governo. Come l’hanno risolta Rinunciandoci.

Tanto sarà facile dare la colpa ai governi precedenti, all’Europa cattiva o a qualche amministratore. Le trattative con l’Ue per il Pnrr assomigliano ogni giorno di più all’acquisto del prosciutto: “sono 519 milioni in meno, che faccio signò, lascio?”. Lasci, lasci.

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