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Chi paga la “pace fiscale”

Nella pancia dell’Agenzia delle entrate ci sono, miliardo già miliardo meno, qualcosa come 1.100 miliardi di euro di crediti non riscossi. Di questa cifra enorme si pensa – lo pensano anche quelli dell’Agenzia – che solo 110 miliardi siano realmente “esigibili”, ovvero che ci sia la reale possibilità di recuperarli.

Quasi 50 miliardi di quei 110 sono stati sono stati cancellati con le ultime rottamazioni. Si sta parlando quindi di qualcosa come una sessantina di miliardi di euro che rimangono sul piatto. I numeri – che hanno l’enorme pregio di non poter fare propaganda – ci dicono che il 70% dell’enorme mole di debito con lo Stato riguarda l’1,3% dei contribuenti (anzi, di quelli che avrebbero dovuto contribuire) più ricchi: persone che mediamente hanno debiti superiori ai 500 milioni di euro. Non proprio bruscolini. Sicuramente non piccole partite iva strozzate dal fisco, come si dice dalle parti del governo.

Rimanendo sui numeri osserviamo che per l’ultima rottamazione (chiusa il 30 giugno) 60 miliardi si sono ridotti a 40 per effetti del beneficio della rottamazione. Rimangono fuori quindi 20 miliardi che stavano nel bilancio dello Stato da qualche parte e che fisicamente non ci sono più. Le ultime rottamazioni tra l’altro sono andate molto lontane dal risultato previsto: di 45 miliardi programmati ne sono entrati 17. Conta anche l’aspetto psicologico, naturale reazione alla narrazione del governo: chi avrebbe dovuto rottamare e non ha rottamato sapeva – e non si sbagliava – che avrebbe avuto altre occasioni per farsi condonare i nuovo.

A questo aggiunge che gran parte del gettito fiscale italiano proviene dai dipendenti tassati alla fonte. A questo aggiungete la tradizionale pigrizia dello Stato a tassare i grandi profitti. Il risultato è semplice.

Buon venerdì.

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Il filo rosso da Zaki a Regeni

Patrick Zaki è libero. Il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi ha firmato il decreto di grazia presidenziale in occasione della festività dell’egira di Maometto. A dare la spinta è stata la dimissione di massa dei membri del Comitato per il dialogo presidenziale che chiedevano a al Sisi un segno di distensione. Il governo italiano aveva cominciato a muoversi subito dopo la condanna dello studente bolognese.

Al di là delle forzature politiche (il centrodestra che si intesta il merito e qualcuno nell’opposizione che ne sottolinea l’ininfluenza) resta un fatto che dopo tre diversi governi nella vicenda di Zaki si ottiene un successo tangibile. Ciò che conta è capire quale sia la natura dello scambio.

Il futuro prossimo ci dice che domenica prossima a Roma si terrà la conferenza sui migranti, un’occasione ghiottissima per al Sisi che vorrebbe entrare a pieno titolo nel cosiddetto “Piano Mattei” per ottenere denaro in cambio del controllo delle frontiere. I Paesi che si affacciano sul Mediterraneo sanno bene che la leva per mungere l’Ue sta proprio nei migranti usati come arma non convenzionale di pressione politica. Ottenere un subappalto delle frontiere significa, di fatto, avere le chiavi dei rubinetti delle partenze per esercitare pressione.

Il futuro che ci sta da anni dietro le spalle ci dice che il processo di Giulio Regeni rimane incagliato alla Procura di Roma perché l’Egitto non comunica le residenze degli uomini ritenuti colpevoli della morte di Regeni ai magistrati romani. Che la liberazione di Zaki sia considerata da al Sisi la chiave per “chiudere” il processo Regeni non è un’ipotesi così avventata. Sarà compito del governo disinnescare il rischio di una contropartita del genere.

Le due cose (migranti e caso Regeni) potrebbero anche incrociarsi e rientrare in una trattativa più ampia che contempla l’enorme mole di scambi commerciali (soprattutto armi) tra Italia e Egitto. Un dato però è certo: con il dittatore si continua a fare affari. Anzi no, c’è un altro dato certo: i genitori di Giulio Regeni dal 25 gennaio 2016 attendono di avere giustizia.

Buon giovedì.

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Lo scoop su Ustica e il mestiere della verità

L’aggettivo “esemplare” richiede un’enorme responsabilità nel scriverlo. Andrea Purgatori è stato un giornalista esemplare perché è l’esempio di un giornalismo in disuso in questo Paese. Nella schiera degli accomodanti che amplificano le tesi del potere Purgatori ha rispettato la massima di Mark Twain: non temere ciò che non conosciamo ma temere ciò che crediamo vero e invece non lo è.

Nell’Italia del “cedimento strutturale” del DC9 su Ustica il 21 aprile 1984 sul Corriere della Sera Purgatori scriveva senza remore delle tracce di tritolo sui resti del velivolo. Non era una notizia facile perché squassava la verità confezionata che avrebbe facilmente chiuso il caso e evitato imbarazzi.

Ma il giornalista Purgatori non si è accontentato dello scoop. La verità su Ustica l’ha inseguita, perfezionata, arrotondata in tutta la sua vita professionale, con la pazienza ogni volta di riannodare i fili della storia per renderla comprensibile a tutti. Andrea Purgatori era anche attendibile, nonostante i prevedibili attacchi di chi era danneggiato dalle sue inchieste. La credibilità mantenuta integra pur scrivendo ciò che infastidisce il potere è l’esempio di Andrea Purgatori.

E in un giorno in cui si commemora Borsellino cancellando condanne, fatti accertati, connivenze scritte nelle sentenze come se lo scopo del giornalismo fosse quello di ungere una torbida pacificazione la lezione di Purgatori è esemplare e da custodire. La separazione delle carriere più urgente in questo Paese è quella tra il giornalismo e le autorità.

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Negazionisti alla riscossa, sui giornali dilagano le false Verità sul clima

Sul podio dei negazionisti climatici c’è, manco a dirlo, La Verità. Il quotidiano di Maurizio Belpietro solo ieri ha calato un’invidiabile doppietta. Da una parte c’è l’articolo trito e ritrito che ci spiega come “le temperature di questi giorni non siano affatto una novità”, mettendo in fila le giornate calde dell’anno prima, quello precedente, poi ancora, andando a ritroso. In un Paese qualsiasi un giornalista che non sappia distinguere le temperature dal clima verrebbe bocciato a scuola, qui invece si diventa guru.

A braccetto troviamo l’editoriale di Paolo Del Debbio (uno dei volti della nuova Mediaset “non populista” che propaganda Pier Silvio Berlusconi, a proposito) che se la prende niente di meno che con il Times, colpevole di “inzuppare il biscotto in una brodaglia di idee, di ideologie, dati non verificati che gli ha fornito la stampa italiana”. Secondo Del Debbio i giornalisti del Times sarebbero vittime di “una scarsa informazione con equivalente ignoranza e di una malafede che liscia il pelo, non alla scienza del clima ma al clima ecologico-terroristico nel quale ormai siamo immersi” noi giornalisti italiani. “È estate. Fa caldo”, sentenzia Del Debbio.

La questione è chiusa, secondo lui. Sembra di essere tornati ai tempi del Covid in cui i negazionisti ci dicevano che “nessun parente o amico si è ammalato” e quindi il virus non esisteva. Allora si confidava sul fatto che incappare nella malattia (augurandogliela leggera) avrebbero potuto rinsavire ma i fatti ci hanno dimostrato che anche in quel caso il vero negazionista sposta il complotto su altro senza mai fare i conti con una doverosa presa di coscienza.

Negazionisti, dal clima al Covid: due facce della stessa medaglia

Clima e Covid del resto sono la stessa faccia della medaglia: una missione editoriale per chi è terrorizzato dalla fine della pandemia e quindi dalla possibile perdita di lettori e telespettatori. Il nuovo complotto quindi è “il cambiamento climatico che non esiste”. Sempre ieri su Repubblica ha trovato voce il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri. “Sono stato poco tempo fa in Giordania e c’era un caldo più che sopportabile”, dice Gasparri che nella sua intervista invita Greta (odiosissimo simbolo del complotto per i negazionisti, esattamente come i virologi in tempo di Covid) ad “andare in Cina”: “Dice che non prende l’aereo, – spiega Gasparri – allora vada in moto… Marco Polo con altri mezzi c’è andato secoli fa, perché lei no? Ha idea di come producono e di quanto inquinano?”.

In questo caso oltre a un velo di negazionismo troviamo anche qualche etto di benaltrismo. “Perché dovremmo inquinare meno per sopravvivere se gli altri inquinano”, è lo schema del ragionamento (suicida) che si ripete. Di “previsioni parascientifiche” scrive anche Giuliano Ferrara su Il Foglio, covo di negazionismo climatico ma liberale. Da quelle parti il cambiamento climatico è il nemico del libero mercato quindi se la prendono, pestano i piedi, vogliono arrogarsi del diritto di fare finta di niente. Lo scorso 24 giugno su Il Foglio si è scomodato perfino il direttore Claudio Cerasa per dirci “altro che siccità. La vera crisi dell’acqua in Italia è ideologica, nata dalla demagogia del bene comune”. Per Cerasa dovremmo preoccuparci meno del clima e più dei rubinetti che perdono per colpa dei comunisti che non hanno lasciato la gestione dell’acqua agli illuminati imprenditori italiani. Un capolavoro.

Fantascienza climatica

Il 5 luglio, sulla prima pagina del Giornale si legge il titolo, a proposito delle morti sulla Marmolada, “Gli sciacalli dei ghiacci” e la frase “i gretini strumentalizzano la strage”. È un classico dei negazionisti: accusare la scienza di “strumentalizzare”, arte di cui vorrebbero l’esclusiva. Nel giro di una sola settimana Il Mattino ha pubblicato ben due interventi. Nel primo l’intervistato ha il coraggio di affermare che i dati dell’Onu sono “sbagliati ed esageratamente caldi in partenza”, spiegando che le informazioni scientifiche sono “diffuse in maniera propagandistica” e che la Terra è calda per via di “cicli millenari e molte speculazioni”.

Nel secondo si legge che “il caldo record non è una novità” ed è condizionato dall‘“influenza dei cicli solari”. La falsa teoria del cambiamento climatico causato dal sole ha quarant’anni, è stata ampiamente smontata dall’Intergovernmental panel on climate change dell’Onu ma nei giornali italiani continua a sopravvivere. Come spiega Antonio Scalari per Valigia Blu “il negazionismo sfrutta diverse tecniche e argomentazioni. Ma c’è una costante nel suo modus operandi: prendere di mira il consenso scientifico e la sua stessa legittimità.

La presenza di pseudoesperti sui media, che si rivolgono direttamente al pubblico, suscita l’impressione ingannevole che il dibattito, nella scienza, sia ancora aperto”. Il dibattito scientifico invece è chiuso da tempo. Oggi la scienza è certa che il riscaldamento globale sia causato dalle emissioni prodotte dalle attività umane, in primo luogo, dai combustibili fossili. Il mito di un “dibattito aperto” è semplicemente l’esca dei negazionisti per tentare di legittimare posizioni che rientrano nell’alveo della libertà di avere idee false e sbagliate. Da ragazzo, al liceo, avevo un compagno di classe convinto che dei giganti abitassero nel sottosuolo e dominassero il mondo. Nessuno si sarebbe mai sognato di invitarlo a un confronto con un geologo o un gigantologo. Nessuno – nemmeno nei suoi incubi peggiori – avrebbe mai potuto immaginare che fosse invitato in qualità di esperto sui media nazionali. A lui non è successo. Ma altri come lui, evidentemente, ce l’hanno fatta.

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Via D’Amelio è un buco

Via D’Amelio è un buco. In questi anni ci è caduta dentro la verità del più imponente e vergognoso depistaggio di Stato. Mentre sventolano il santino di Paolo Borsellino non raccontano le stragi contro la verità avvenute dopo la bomba. A scuola bisognerebbe studiare Paolo Borsellino, la strage di via D’Ampio e le stragi senza bombe degli anni successivi.

Via D’Ampio è un buco. Lì sotto ci sta la vigliaccheria di chi non trova la voce (o non trova la penna) per ricordarsi di ricordare che un partito oggi al governo sia stato fondato da chi ha pagato in modo continuativo la mafia che ha ucciso Paolo Borsellino dopo Giovanni Falcone. Lì sotto c’è il brodo degli onori riservati ai morti e ai vivi che con quella mafia si è seduta al tavolo.

Via D’Amelio è un buco. lì entro ci sono le spoglie di un movimento antimafia che si è normalizzato – come la mafia – involvendosi in una celebrazione funebre vuota e trascinata. Lì dentro ci sono gli assassini dell’entusiasmo considerato brigatismo. Lì dentro ci sono i commentatori che oggi sfiancheranno la verità usando il cadavere di Paolo per bastonare i loro avversari.

Via D’Amelio è un buco. Lì sotto dice un giornalismo arrendevole, vigliacco e maggiordomo dei potenti di turno. Lì dentro ci sono i fautori di una “pacificazione” rosolata da trentuno anni di favoreggiamento culturale alla mafia rivenduto come “moderazione”.

Via D’Amelio è un buco. Lì sotto ci sono i denti di coloro che Paolo Borsellino l’hanno logorato da vivo e ora ne vorrebbero essere i cantori. Come hanno fiaccato Borsellino vivo oggi delegittimano i magistrati che non si accontentano di commemorare. Del resto, pensateci, come si può commemorare una storia che non ci è stata raccontata per intero?

Buon mercoledì.

foto: Di ignoto – elab. da v. (info da corriere.it), Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=5085211

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“Non solo il concorso esterno, Nordio sta attuando le riforme di Berlusconi”: l’intervista al magistrato antimafia Di Matteo

Oggi 19 luglio si commemora Paolo Borsellino nel pieno della discussione della riforma della Giustizia voluta da ministro Nordio. Di Matteo, che aria si respira

“Un’aria da una parte particolarmente infuocata e dall’altra insidiosa perché poco decifrabile. Tutti fanno a gara per rivendicare la possibilità di fare memoria o addirittura per appropriarsi della memoria di Paolo Borsellino. Di fatto ci sono sicuramente cittadini, studenti, giovani e associazioni (come le Agende Rosse e non solo) animati dalla voglia di verità e giustizia. Spero che lo siano anche tutti gli altri. Non lo sono certamente coloro che attaccavano Falcone e Borsellino Ida vivi definendoli politicizzati, protagonisti e sceriffi. Sono quelli fingono di santificarli mentre utilizzano le stesse armi e lo stesso argomentare nei confronti di alcuni magistrati ancora vivi. L’aria è questa”.

Attraversiamo un momento difficile?

“Un momento difficile proprio perché mentre si rivendica anche da parte di autorevoli esponenti politici e di governo il diritto di commemorare Paolo Borsellino – e ci mancherebbe altro – dall’altra parte si continua a ignorare il grido di dolore di Paolo Borsellino che, alcuni anni prima di morire, interpellato sulla gravità dei rapporti tra mafia e politica disse che il dramma di questo Paese è che se non c’è reato non scatta nessun altro tipo di responsabilità, politica, anche per comportamenti gravi e accertati”.

Qualcuno lo chiama garantismo…

“Ogni volta che emerge una contiguità mafiosa la politica reagisce affermando che bisogna aspettare la sentenza definitiva. Ma è proprio questo il dramma di cui parlava Borsellino: la responsabilità penale è una cosa (e risponde al principio di non colpevolezza fino a sentenza di condanna definitiva) ma quella politica dovrebbe scattare prima e a prescindere, sulla base di fatti già accertati. Io credo che quello che continua ad accadere nel nostro Paese sia la più clamorosa smentita all’auspicio di Borsellino e il tradimento delle sue idee”.

Il governo però dice di ispirarsi proprio a Borsellino…

“Cerco di attenermi ai fatti. Ci sono state situazioni, anche negli ultimi mesi, che hanno riguardato riforme in campo e riforme semplicemente annunciate dal ministro Nordio che si muovono in senso diametralmente opposto rispetto a quello che Borsellino e Falcone auspicavano. Quando si parla di concorso esterno come di un reato evanescente – come lo ha recentemente definito Nordio – si finge di dimenticare che fu proprio Borsellino con Falcone a utilizzare per primo quello strumento per indagare Ciancimino. Si finge di dimenticare che la vera forza della mafia è creare, mantenere e alimentare rapporti con la politica e il potere in generale. Si finge di dimenticare che politici come Dell’Utri, D’Alì, Cosentino sono stati condannati proprio con lo strumento del concorso esterno”.

E sulle intercettazioni?

“Quando si dice, com’è stato detto dal ministro Nordio, che non servono a nulla perché i mafiosi non parlano al telefono e perché comunque le intercettazioni costano troppo si dimostra di non conoscere una realtà che negli ultimi anni ha visto la gran parte dei processi di mafia alimentarsi attraverso l’utilizzo delle intercettazioni. Si parla di spese eccessive ma non si dice di quanta ricchezza sia stata recuperata, quanti omicidi siano stati evitati e quante vittime abbiano trovato giustizia proprio grazie alle intercettazioni”.

Si rischia un indebolimento dell’azione antimafia

“Noi abbiamo una legislazione antimafia che il resto del mondo ci invidia, che molti Stati Ue e extra Ue vorrebbero copiare. Il paradosso è che quegli strumenti oggi in Italia vengono messi in discussione. E se la tendenza continua a essere questa non mi stupirei se nei prossimi anni “l’attacco” sarà contro il 41 bis o contro i collaboratori di giustizia e l’utilizzo processuale delle loro dichiarazioni. Per capire il momento che stiamo vivendo dovremmo guardare a quello che è accaduto negli ultimi anni e prevedere quello che può accadere nei prossimi. Sono preoccupato perché mi sembra che – tranne poche e lodevoli eccezioni – neppure le forze di opposizione dimostrino un’approfondita sensibilità e conoscenza dei pericoli”.

Qualche giorno fa Marina Berlusconi ha dipinto il padre come “un perseguitato”. Che ne pensa

“Non voglio entrare nel merito ma tre cose sento il dovere di dirle: la prima è che più si vanno delineando i progetti di riforma del ministro Nordio più mi sembra che vadano nel senso dell’attuazione del programma fondativo di Forza Italia. Questo governo rischia di portare a termine una serie di progetti di riforma che nemmeno i governi Berlusconi erano riusciti a portare a compimento. La seconda è che in una sentenza definitiva, quella che ha condannato Marcello Dell’Utri si legge che Berlusconi tramite Dell’Utri stipulò nel 1974 un patto di “reciproca protezione” con Cosa nostra. Patto rispettato almeno fino al 1992 e che ha comportato che ogni anno Berlusconi versasse centinaia di milioni di lire nelle casse di Cosa nostra. La stessa che proprio in quegli anni uccise Chinnici, Mattarella, Dalla Chiesa, Cassarà, Pio La Torre e decine decine di altri suoi oppositori. La stessa che organizzò stragi. È grave che questo dato consacrato in sentenza sia ignorato da buona parte dei cittadini a causa di un’informazione che è stata – nella migliore delle ipotesi – carente. La terza cosa che mi sento di dire è che mi auguro che i colleghi che oggi sono additati come persecutori politici vengano difesi nella loro onorabilità personale e professionale da chi ha il dovere di difenderne la reputazione e l’autonomia. Mi riferisco all’ANM ma anche a quel CSM che ha il dovere di tutelare ogni singolo magistrato da ogni forma di attacco o pressione che provenga dall’interno o dall’esterno dell’ordine giudiziario”.

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La condanna di Zaki, metafora dell’italica viltà

La condanna a tre anni dello studente egiziano laureatosi a Bologna, Patrick Zaki, dice molto dell’Egitto e dice molto dell’Italia. Non è un punto di arrivo, al di là della conclusione dell’iter processuale. Del presidente egiziano Al Sisi ci dice che nonostante il digrignare di denti le autarchie sono talmente fragili da avere paura anche di un giovane ragazzo.

Una custodia cautelare di 22 mesi in condizioni invivibili e un processo farsa durato più di un anno ci hanno restituito l’immagine di un despota terrorizzato e vigliacco come presidente. Del resto chi fosse Al Sisi lo sapevamo già leggendo le cicatrici del cadavere di Giulio Regeni.

Quelle mani sporche di sangue però hanno l’impronta anche di mani italiane – di ministri di diversi governi – che con l’Egitto hanno barattato la verità e la giustizia con armi e soldi. I fiancheggiatori del carnefice hanno nomi e cognomi. La condanna di Zaki dice molto di noi, di questo nostro povero Paese che lecca i dittatori inebriato dal loro denaro per simulare poi un po’ di dispiacere utile a mantenere una parvenza di dignità.

Nel 2021 però il Parlamento italiano ha votato all’unanimità la cittadinanza italiana a Zaki. Ieri quindi hanno ingiustamente condannato un italiano. A questo punto non ci sono troppe alternative. O il governo difende un suo cittadino costi quel che costi (e costa parecchio) oppure decide di imboccare la via della vergogna e della viltà, mettendo anche Zaki nel cassetto dei cittadini immolati sull’altare delle armi e dei soldi.

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Altro che approccio olistico, sui migranti è nata un’altra Libia in Tunisia

È accaduto davvero. Sette anni dopo il criminale memorandum firmato con la Libia l’Unione europea firma un nuovo patto disumano, questa volta con la Tunisia. Dopo settimane di trattative l’accordo che prevede il sostegno economico da Bruxelles in cambio dell’attuazione di riforme economiche e (soprattutto) del controllo delle frontiere è stato firmato a Tunisi dal presidente tunisino Kais Saied, dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, dalla presidente del consiglio italiano Giorgia Meloni e dal premier dimissionario olandese Mark Rutte.

Sui migranti un film già visto

Il testo oltremodo generico parla di “una cooperazione economica e commerciale” e di “un approccio olistico alla migrazione” e di “porre rimedio alle cause profonde dell’immigrazione irregolare”. Di certo l’Unione europea, esattamente come accade alla Libia, si impegna a sostenere economicamente la Tunisia per migliorare il suo sistema di ricerca e soccorso in mare oltre al pattugliamento econtrollo delle frontiere. Ma s’impegna anche a favorire il rimpatrio dei cittadini tunisini che sono arrivati irregolarmente in Europa.

Di “copione che si ripete” parla il segretario di +Europa Riccardo Magi che definisce “un errore” quello di “pagare un regime, come quello della Tunisia, che non dà alcuna garanzia del rispetto dei diritti umani. Il risultato – spiega Magi – sarà che noi copriremo di soldi Tunisi, che per tenersi i migranti i primi mesi commetterà le peggiori violazioni dei diritti e della dignità delle persone, per poi tra qualche mese ritrovarci al punto di partenza, con gli sbarchi che non si fermeranno, i centri di accoglienza pieni e centinaia di persone che oltre a fuggire dal loro paese d’origine saranno costretti a scappare anche dalle carceri tunisine”.

L’accordo con la Tunisia non piace a nessuno

Dello stesso tenore è anche la riflessione di Emergency che sottolinea come l’accordo sia stato “stipulato sulla pelle delle persone”: “il copione applicato in Libia – spiega la Ong – è destinato a ripetersi: anziché gestire la migrazione in modo strutturale e umano, l’Europa sceglie ancora di appaltare la gestione dei flussi migratori a un Paese insicuro e instabile”. I parlamentari del Movimento 5 Stelle delle Commissioni Politiche Ue di Camera e Senato sottolineano come l’accordo rischi “di essere inutile” e di “alimentare crimini visti i gravi crimini contro i migranti sub-sahariani commessi dalle forze dell’ordine tunisine e la repressione di ogni dissenso politico e civile nel Paese”.

Come ricorda l‘associazione Baobab Experience “il memorandum è arrivato nonostante tutto, con una Tunisia in piena campagna razzista e xenofoba ad opera dello stesso presidente Saied Nel mirino, i migranti subsahariani residenti in Tunisia o in transito verso l’Europa”. Del resto, Saied nega tutto: “Gestione dei migranti violenta Fake News dalle Ong”.

Per il presidente tunisino sarebbero infondate le accuse contro il suo governo di avere arrestato e deportato da Sfax nell’ultima settimana più di mille migranti subsahariani, trasferendoli con la forza e abbandonandoli nel deserto al confine con la Libia e con l’Algeria. Anche nell’ostinata negazione della realtà Tunisi da oggi appare sempre più vicina a Tripoli. Ora non resta che aspettare una manciata d’anni per sentire le istituzioni europee recitare il prossimo mea culpa. Non potevamo sapere, diranno, e invece è un futuro già scritto.

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Dalla Rai alla Tunisia, un disastro tira l’altro

Ogni volta che l’intellighenzia di questa destra apre bocca combina un disastro. A Filippo Facci è toccato scoprire che il mondo reale non è l’ovattato ambiente del quotidiano per cui lavora. Qui fuori non vige nemmeno il giustificazionismo della sua compagnia di giuro. Così la sua striscia “I facci vostri” diventano “facci suoi” e al giornalista non resta che accomodarsi nel suo ecosistema, fuori dalla Rai.

Parabola simile anche per il telecronista Lorenzo Leonarduzzi e il commentatore tecnico Massimiliano Mazzucchi che durante la telecronaca della finale dei Mondiali di tuffi, specialità trampolino sincronizzato, a Fukuoka, in Giappone, hanno chiacchierato allegramente come una banda di sovranisti al quinto giro di birre al bancone del bar: ora stanno facendo le valigie per tornare mogi in Italia. Identiche le risibili giustificazioni: non sapevano, non volevano, non sono sessisti. È la loro natura: si vergognano in pubblico per gli atteggiamenti di cui si bullano in privato.

Culturalmente pericolose sarebbero anche le parole del ministro Salvini che dipinge gli evasori fiscali come perseguitati o quelle della ciurma di Forza Italia che ieri ha provato a riscrivere la storia delle sentenze antimafiose di questo Paese su impulso della figlia del padrone. Ugualmente pericolose sono anche le parole di chi finge di non sapere che la Tunisia diventerà un altro sacco dell’umido in cui buttare i diritti alle porte dell’Unione europea. C’è una differenza sostanziale: questi ultimi sono classe dirigente e inamovibili. Sarebbe stato meglio per noi se avessero fatto i giornalisti.

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Il grande inganno sul grano ucraino

L’accordo che un anno fa aveva portato allo sblocco dell’export di grano dall’Ucraina al Mar Nero verso il resto del mondo si è rivelato del tutto inadeguato a fronteggiare l’aumento della fame globale, acutizzato dalla crescita esponenziale dei prezzi di cibo ed energia. Scioccanti i dati: i Paesi ricchi si sono accaparrati l’80% del grano e dei cereali usciti dall’Ucraina, mentre agli Stati più poveri e colpiti dalla crisi alimentare (a un passo dalla carestia come Somalia e Sud Sudan) è andato appena il 3%.

A rivelarlo è una nuova analisi di Oxfam, diffusa in occasione del mancato rinnovo del patto a causa dell’uscita della Russia.

“L’accordo che ha consentito di riprendere le esportazioni di cereali dall’Ucraina ha certamente contribuito a contenere l’impennata dei prezzi alimentari –  aumentati comunque del 14% a livello globale nel 2022 – ma non ha rappresentato la soluzione alla fame globale che oggi colpisce almeno 122 milioni di persone in più rispetto al 2019 – ha detto Francesco Petrelli, policy advisor sulla sicurezza alimentare di Oxfam Italia – Centinaia di milioni di persone soffrivano la fame prima che la Russia invadesse l’Ucraina e centinaia di milioni continuano a soffrire la fame oggi: 783 milioni in totale l’anno scorso, secondo i recentissimi dati Fao. Paesi come il Sud Sudan e la Somalia, a cui è andato appena lo 0,2% del grano ucraino dall’entrata in vigore dell’accordo, sono ad un passo dalla carestia. Tutto questo è semplicemente vergognoso e descrive un mondo in cui la disuguaglianza di accesso al cibo continua a crescere sempre di più invece che diminuire”.

La scorsa settimana è stato pubblicato il Rapporto Fao sullo stato della sicurezza alimentare. Da esso è emerso che: oltre 3,1 miliardi di persone – pari al 42% della popolazione mondiale – non hanno potuto permettersi una dieta adeguata nel 2021; 2,4 miliardi di persone nel 2022 erano moderatamente o gravemente insicure dal punto di vista alimentare – quasi il 30% della popolazione mondiale; in Somalia, 1 persona su 3 soffre di malnutrizione acuta e il Paese sta affrontando la più grave siccità degli ultimi 40 anni, nonostante sia uno dei Paesi meno responsabili della crisi climatica; nella sola Africa orientale, oltre 8 milioni di bambini sotto i cinque anni – quasi l’intera popolazione della Svizzera – soffrono di malnutrizione acuta.

Dove sono gli sforzi del “mondo occidentale”?

Buon martedì.

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