Vai al contenuto

Difende i suoi e attacca i pm: è sempre la solita Meloni

Tanto tuonò che piovve. Al termine del vertice Nato di Vilnius, Giorgia Meloni si presenta, dopo tempo, di fronte ai giornalisti e questa volta non può evitare le tensioni interne della sua maggioranza. Nello staff della presidente del Consiglio pesano gli ultimi sondaggi che danno Fratelli d’Italia in caduta dell’1,8% perso in una sola settimana, passando dal 29,2% al 27,4%. Inevitabile quindi partire dal caso che si è abbattuto sul presidente del Senato, Ignazio La Russa.

Il caso La Russa

“Per quello che riguarda il caso di Leonardo Apache La Russa, comprendo da madre la sofferenza del presidente del Senato anche se non sarei intervenuta nel merito della vicenda”, dice Giorgia Meloni, che aggiunge: “Tendo a solidarizzare per natura con una ragazza che denuncia e non mi pongo il problema dei tempi”. È il classico colpo al cerchio e alla botte, uscendo dall’ambito politico (nelle vesti di madre) per poi rientrarci per rimanere in quello istituzionale. La notizia però c’è: anche Giorgia Meloni, come molti italiani, trova inopportuno che il presidente del Senato sia intervenuto in una questione giudiziaria. Con buona pace dei commentatori stesi di questi giorni.

Meloni e il caso Santanchè

Stessa strategia di mischiare pubblico e privato quando Meloni parla del caso Santanchè: “La questione Santanchè è extrapolitica, – dice Meloni – non riguarda la sua attività di ministro che sta facendo molto bene. È una questione molto complessa, va vista nel merito quando il merito sarà completamente conosciuto, ma credo che questo competa alle aule dei tribunali e non alle trasmissioni tv. L’anomalia è che al ministro non viene notificata l’indagine, ma viene notificata a un quotidiano il giorno stesso in cui lei va in Aula per l’informativa. Io segnalo un problema di procedura”.

Anche in questo caso il sottotesto è chiaro: Santanchè è più che in bilico. Come poi si possa pensare che una persona inopportuna come imprenditrice possa essere opportuna come ministra rimane un mistero che Santanchè non dirime.

Il pretesto per Meloni sulla magistratura

Il caso Delmastro invece diventa la leva per attaccare la magistratura. E questa volta non sono presunte “fonti” da Palazzo Chigi. Meloni difende il sottosegretario spiegando che “il giudice non dovrebbe sostituirsi al pm”, provando anche a correggere le parole del suo ministro Nordio. Nel merito (un sottosegretario che rivela informazioni secretate a un compagno di partito) nessuna risposta.

Proprio sullo scontro con la magistratura Meloni alza i toni: “Noi abbiamo un programma chiaro, un mandato che ci è stato dato dai cittadini, lo realizzeremo perché siamo persone che mantengono gli impegni e conveniamo che in Italia la giustizia ha bisogno di correttivi, va resa più veloce, efficiente, deve essere e apparire imparziale”, ha continuato Meloni da Vilnius. “Approfitto per fare chiarezza. Ci sono state molte polemiche, ho letto cose curiose. Non c’è dal mio punto di vista alcun conflitto con la magistratura. Chi confida nel ritorno dello scontro tra politica e magistratura credo che rimarrà deluso”.

Chissà come rimarrà delusa la presidente del Consiglio quando si accorgerà che lo scontro è già iniziato da un pezzo. Infine la presidente del Consiglio ci fa sapere che vede “molto più allarmismo sul fronte italiano che in Ue” parlando di “una polemica dell’opposizione”. E invece il Pnrr è molto semplice, come tutti gli scambi di denaro. Se non arrivano i soldi qualcosa non funziona. E Giorgia Meloni dovrebbe sapere che a preoccuparsi sono quelli che devono riceverli, molto di più di quelli che li devono dare.

L’articolo Difende i suoi e attacca i pm: è sempre la solita Meloni sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Infangato Borsellino, destre svergognate

Quelli che stanno al governo in questo momento hanno costruito la retorica della loro azione antimafia sulla figura del giudice Paolo Borsellino. Niente di che, nessuna particolare ispirazione. Devono avere letto da qualche parte che Borsellino era considerato “di destra”, al contrario di Giovanni Falcone e quindi hanno deciso di scipparlo per farne un simbolo. Berlusconi invece disse nel 2017 in un’intervista a Il Foglio che “Falcone è il simbolo di come dovrebbe essere un magistrato”, aggiungendo “al pensiero di Falcone si ispirano molte delle nostre idee sulla giustizia”.

Il governo che si ispira a Borsellino (e un poco meno a Giovanni Falcone) ha iniziato demolendo le già malridotte intercettazioni come strumento di indagine. Il ministro Carlo Nordio ci ha detto che “non servono contro la mafia” perché “i mafiosi non parlavano al telefono”. Mentre pronunciava queste parole le intercettazioni permettevano la localizzazione e la cattura di Matteo Messina Denaro.

Poi il ministro si è messo in testa di abolire il reato spia dell’abuso d’ufficio. Ora lascia intendere di voler smantellare il concorso esterno in associazione mafiosa “inventato” proprio da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino con l’ordinanza del loro primo maxi processo. Come spiega Gian Carlo Caselli “in sostanza, Falcone e gli altri del pool sostengono che lo strumento giuridico con cui affrontare il nodo nevralgico delle responsabilità penali nell’area grigia è la fattispecie del concorso esterno”. Alla fine di Falcone e Borsellino resteranno solo le vie, buone per farci una foto da pubblicare sui social.

L’articolo Infangato Borsellino, destre svergognate sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Nella morsa delle ecomafie: in Italia commessi 84 crimini ogni giorno

Nel 2022 non si arresta la morsa delle ecomafie. I reati contro l’ambiente restano ben saldi sopra la soglia dei 30mila, esattamente sono 30.686, in lieve crescita rispetto al 2021 (+0,3%), alla media di 84 reati al giorno, 3,5 ogni ora. Crescono anche gli illeciti amministrativi che toccano quota 67.030 (in crescita sul 2021 del +13,1%): sommando queste due voci – reati e illeciti amministrativi – le violazioni delle norme poste a tutela dell’ambiente sfiorano quota 100.000 (97.716 quelle contestate, alla media di 268 al giorno, 11 ogni ora).

I numeri del rapporto Ecomafie 2023

A fare il punto è il nuovo rapporto Ecomafia 2023, realizzato da Legambiente, edito da Edizioni Ambiente, media partner Nuova Ecologia. Il rapporto mette in fila dati e numeri sulle illegalità ambientali nella Penisola. Ciclo illegale del cemento, reati contro la fauna e ciclo dei rifiuti sono le tre principali filiere su cui nel 2022 si è registrato il maggior numero di illeciti. A farla da padrone quelli relativi al cemento illegale, (dall’abusivismo edilizio agli appalti) che ammontano a 12.216, pari al 39,8% del totale, con una crescita del +28,7% rispetto al 2021.

Crescono del 26,5% le persone denunciate (ben 12.430), del 97% le ordinanze di custodia cautelare, che sono state 65, addirittura del 298,5% il valore dei sequestri e delle sanzioni amministrative, per oltre 211 milioni di euro. Viene stimato in crescita, da 1,8 a 2 miliardi di euro, anche il business dell’abusivismo edilizio.

Seguono i reati contro la fauna con 6.481 illeciti penali (+4,3% rispetto al 2021) e 5.486 persone denunciate (+7,6%). Scende al terzo posto il ciclo illegale dei rifiuti con una riduzione sia del numero di illeciti penali, 5.606, (?33,8%), sia delle persone denunciate (6.087, ?41%), ma aumentano le inchieste in cui viene contestata l’attività organizzata di traffico illecito di rifiuti (268 contro le 151 del 2021). Crescono anche gli illeciti amministrativi (10.591, +21,4%) e in misura leggermente minore le sanzioni, che sono state 10.358, pari al +16,2%.

Al quarto posto, dopo il terribile 2021, i reati legati a roghi dolosi, colposi e generici (5.207, con una riduzione del – 3,3%). In aumento i controlli, le persone denunciate (768, una media di oltre due al giorno, +16,7%) e i sequestri (122, con un +14%). Come sempre, un capitolo a parte viene dedicato all’analisi delle attività di forze dell’ordine e Capitanerie di porto nel settore agroalimentare, che hanno portato all’accertamento di 41.305 reati e illeciti amministrativi.

Sul fronte archeomafia, sono 404 i furti d’arte nel 2022. Infine, a pesare e a preoccupare è il virus della corruzione ambientale – censite da Legambiente dal 1° agosto 2022 al 30 aprile 2023 ben 58 inchieste su fenomeni di corruzione connessi ad attività con impatto ambientale – il numero e il peso dei Comuni sciolti per mafia (22 quelli analizzati nel Rapporto, a cui si è aggiunto il recentissimo scioglimento di quello di Rende, in provincia di Cosenza), e la crescita dei clan mafiosi: dal 1994 ad oggi sono 375 quelli censiti da Legambiente. Il fatturato illegale delle diverse “filiere” analizzate nel Rapporto resta stabile a 8,8 miliardi di euro.

Le regioni con più reati ambientali

A livello regionale Campania, Puglia e Sicilia sono le regioni con più reati ambientali. Sale al quarto posto il Lazio (2.642 reati) che supera la Calabria. A livello provinciale, quella di Roma – con 1.315 illeciti – si conferma l’area con più crimini contro l’ambiente. Tra le new entry si segnala la provincia di Livorno, nona in graduatoria, con 565 infrazioni.

Mai come in questo momento”, commenta Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, “si devono alzare le antenne per scovare inquinatori ed ecomafiosi. E bisogna farlo presto, dentro e fuori i confini nazionali, perché stiamo entrando nella fase operativa del Pnrr. L’Italia può e deve svolgere un ruolo importante perché la transizione ecologica sia pulita anche nella fedina penale, come prevede l’aggiornamento della direttiva sulla tutela dell’ambiente, da approvare entro la fine della legislatura europea, ma soprattutto deve recuperare i ritardi accumulati, dando seguito alle dieci proposte inserite nel nostro Rapporto Ecomafia”.

Per Legambiente occorre approvare il disegno di legge contro le agromafie; introdurre nel Codice penale i delitti contro la fauna; emanare i decreti attuativi della legge 132/2016 che ha istituito il Sistema Nazionale per la protezione per l’ambiente; garantire l’accesso gratuito alla giustizia per le associazioni iscritte, come Legambiente, nel Runts, il Registro unico nazionale del Terzo settore.

Ecomafie, le opere sotto la lente

Per Ciafani “è necessario – chiarisce – sul versante nazionale rivedere, in particolare per quanto riguarda il meccanismo del cosiddetto subappalto “a cascata”, quanto previsto dal nuovo Codice degli appalti e garantire il costante monitoraggio degli investimenti previsti per il Pnrr”. “È necessario- spiega Ciafani – rendere più efficace l’azione delle istituzioni a partire dall’approvazione delle riforme che mancano all’appello, anche in vista della prossima direttiva Ue sui crimini ambientali, di cui l’Italia deve sostenere con forza l’approvazione entro l’attuale legislatura europea”.

Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, ha riconosciuto il dovere da parte del governo di “mettere mano al Codice dell’Ambiente” assicurando che il governo “assumerà con una prima stesura da parte del mio ministero e, dall’altra parte – spiega il ministro – però con un percorso che sarà parlamentare dove è fondamentale il contributo di tutti”.

L’articolo Nella morsa delle ecomafie: in Italia commessi 84 crimini ogni giorno sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

L’effetto del governo su Rainews24

Ieri un bel pezzo della redazione di RaiNews24 si è ribellata contro il direttore Paolo Petrecca, considerato da tutti il primo “meloniano” che si ritrova a dirigere un canale Rai. Non sta andando benissimo.

Il Comitato di redazione denuncia di avere dovuto “stravolgere” un articolo per il sito Rainews.it sulla denuncia per violenza sessuale nei confronti di Leonardo Apache La Russa, figlio del presidente del Senato Ignazio. La giornalista autrice dell’articolo ha ritirato la propria firma. La decisione è arrivata perché il testo – denuncia il Cdr – “è stato stravolto rispetto alla versione da lei scritta (dal testo sono stati eliminati ampi stralci di quanto accaduto)”. Le modifiche, spiega il comitato, “secondo quanto riferito dalla line alla collega”, “consistevano nel togliere i riferimenti alle polemiche” e “sarebbero state richieste dal direttore con la motivazione che non si trattava ‘di una notizia’”. Una posizione giudicata “ovviamente inaccettabile”. E di fronte alle richieste di spiegazioni dell’organo sindacale interno della redazione Petrecca “ha preferito scrivere alla collega e non rispondere al Cdr, manifestando, ancora una volta, il disprezzo per le regole sindacali”.

Il Cdr parla di “assoluto sbilanciamento degli ospiti in diverse trasmissioni”, già in precedenza segnalato alla direzione. “Clamoroso il caso della rassegna stampa di sabato sera (la registrazione è a disposizione di tutti) nel corso della quale lo stesso conduttore ha espressamente preso posizione sullo scontro governo-magistratura”, scrive il Comitato di redazione riportando quanto espresso dal conduttore: È bastato che il guardasigilli Nordio annunciasse i capisaldi della riforma – queste le parole del conduttore – che sono scoppiate due nuove vicende: quella di Delmastro e quella di Santanchè”.

“Se dovesse proseguire l’atteggiamento di mancate risposte da parte del direttore, porteremo la questione in azienda e valuteremo se informare la Commissione di Vigilanza”, conclude il Cdr. Come ha reagito il direttore Petrecca Parlando di “polemiche strumentali riportate da qualche giornale, spesso composto più, lasciatemelo dire, da pennivendoli dell’informazione che da seri cronisti”. Niente male, eh?

Buon mercoledì.

Nella foto: Paolo Petrecca, frame del video del Premio Morrione, 11 novembre 2022

L’articolo proviene da Left.it qui

“Lavorare per una pace giusta, non tocca solo al Papa farlo”: l’intervista a Gribaudo (Pd)

Siamo nel pieno del vertice Nato in un momento cruciale del conflitto in Ucraina. Chiara Gribaudo, vicepresidente del Pd, che ruolo sta giocando l’Italia di Giorgia Meloni?
“Mi pare che Meloni faccia una gran fatica. Da un lato sta provando a farsi riconoscere in un contesto internazionale che fino a ieri la guardava come feroce interprete del sovranismo. Dall’altro ogni volta che le parte la frizione, torna la populista euroscettica. Lo ha fatto anche recentemente in Parlamento, dove ha attaccato il Commissario Gentiloni. Il rischio è la marginalità dell’Italia nelle scelte delle cancellerie europee. Anche sul tema migranti, l’Italia sta rischiando l’isolamento. E i suoi alleati storici come la Polonia sono i più duri a dire no alle nuove regole sulle politiche migratorie”.
Sembra complicarsi la promessa a Zelensky di un suo ingresso veloce nel patto atlantico…
“L’ingresso nel Patto Atlantico non è tema da campagna o da promesse elettorali. Serve l’unanimità di tutti i membri. L’obiettivo è liberare l’Ucraina dalla guerra e dall’invasione russa, dare una mano alla ricostruzione del Paese, e poi accelerare sull’ingresso in Ue ed eventualmente nella Nato. Ma ogni cosa a suo tempo. Mentre continuiamo a sostenere l’Ucraina senza se e senza ma, bisogna provare a lavorare anche per una pace giusta. Serve un lavoro di diplomazia che non possiamo lasciare unicamente a Papa Francesco e alla Chiesa”.
A proposito di Europa. Non le sembra che ci sia poca consapevolezza sul reale rischio di perdere un’occasione come il Pnrr?
“La verità? Non erano pronti 9 mesi fa, e non lo sono oggi. Fitto ha annunciato che finalmente manderà le modifiche al Piano. Il rischio reale è perdere altro tempo e quindi le risorse necessarie per modernizzare l’Italia. Volenti e nolenti, sono i migliori alleati dei teorici dell’austerity. Per la prima volta l’Europa fa debito comune, e proprio l’Italia la nazione che avrebbe da usare più risorse di tutti, non riesce a spenderli. Se fallisce l’Italia nella spesa del Pnrr, fallisce l’idea di Europa solidale che stava nascendo post-covid. In fondo è l’idea della destra europea, integrazione solo economica e monetaria e nulla più. Proprio per questo le prossime Europee sono una sfida all’anima che deve avere l’Ue del futuro. Noi ci siamo”.
Cosa accadrà con il Mes?
“Pura furia ideologica. Per anni hanno sbraitato contro il Mes, e l’Europa cattiva che voleva controllare l’Italia. Adesso sono al governo. E ogni giorno che passa di mancata ratifica, l’Italia diventa sempre meno credibile tra le cancellerie europee. Quanto a lungo possono andare avanti così? Già in commissione sono andati sotto. Su questo il Pd non fa sconti”.
Mentre infuriano i casi Santanchè, Delmastro e gli scontri con la magistratura, Giorgia Meloni non parla più…
“E cosa deve dire? Sì avete ragione, non ho una classe dirigente all’altezza del governo del Paese? Direi che l’imbarazzo suggerisce il silenzio. Però per quanto possa girarsi di lato e far finta di nulla, le Santanché, i Delmastro, e anche i La Russa, incidono sulla reputazione e sull’immagine di questa maggioranza e di questo governo. Pesantemente”.
Voterete la mozione di sfiducia della ministra Santanchè?
“Per dignità dovrebbe dimettersi. Dopo la puntata di Report, mi pare evidente che non ha raccontato la verità fino in fondo al Parlamento. Se questo non dovesse succedere, sì voteremo a favore della mozione di sfiducia”.
Con Schlein il Pd finalmente ha cambiato rotta sugli accordi con la Libia. Sarà possibile cambiarla anche a livello nazionale e europeo?
“Sono tra quei pochi parlamentari che ha sempre votato contro il memorandum libico. Quindi sì, sul tema abbiamo cambiato decisamente rotta, è doveroso. Ma non è solo una questione umanitaria che ci muove. L’Italia e l’Europa stanno invecchiando rapidamente. Servono nuove regole e nuove canali per l’immigrazione. Soprattutto perché ne abbiamo bisogno per salvare il nostro sistema economico e sociale. Abbiamo bisogno dei migranti almeno quanto loro hanno bisogno dell’Europa. È realismo pragmatico. Zero ideologia”.
Il Pd è consapevole degli errori fatti sugli accordi con i libici?
“Direi di sì. E per questo anche sulla Tunisia ci opponiamo a scelte simili. Detto ciò, non c’è da fare processi o confessioni pubbliche da parte di nessuno. Dobbiamo avere il coraggio di rovesciare una narrazione tossica in Italia e in Europa”.
Schlein. Chi l’ha votata dice è troppo molle. Chi si oppone dall’interno dice che è troppo radicale e massimalista. Non si rischia di scontentare tutti?
“Si tenta inevitabilmente di polarizzare. Schlein rappresenta una novità perché fa parte di una generazione che non viene da Ds o Margherita, è una nativa democratica, ha una naturale portata innovativa. La dirigenza del Pd era meno abituata perché ha un percorso diverso. Non credo sia né molle né massimalista. Molle non mi pare perché ha messo al centro battaglie da cui bisognava ripartire per strutturare un percorso veramente progressista, penso al salario minimo e a una tensione diversa al mondo che cambia. Lo fa non ponendo questioni che guardano al passato ma con un livello di contemporaneità a cui si dovrà abituare il Pd”.
La convergenza sul salario minimo può essere il primo passo di un’alleanza elettorale?
“È un buon inizio. Perché insisto nei prossimi anni dobbiamo attrezzarci a fare opposizione dura e senza sconti. Detto ciò, prima di pensare alle alleanze dobbiamo fare bene il Pd. La prima alleanza è quella con gli astenuti. Sulle tematiche dobbiamo continuare a costruire il fronte dell’opposizione. Non dobbiamo però rinunciare alla nostra cifra politica, con questa nuova guida che sancisce un passaggio delicato e importante. In questa fase storica la segretaria fa bene a provare a sedersi con tutti perché vincerà il leader più aperto, non quello più fazioso ed egoriferito. Magari con un nuovo approccio, non solo leaderistico come l’abbiamo conosciuto fin qui”.
Guardando al Pd da fuori sembra già iniziato il logoramento dei guastatori contro la segretaria…
“Purtroppo è una prassi consolidata. Dovremmo imparare anche dai nostri avversari politici che le discussioni di merito vanno benissimo ma i personalismi non portano a nulla. Mi auguro che ci sia il buon senso e la responsabilità di capire che in una situazione come questa, con il governo più di destra dal dopoguerra a oggi, non serva alimentare una discussione surreale e incomprensibile. Chi si assume oggi la responsabilità di fare quello che fa non è in connessione con il nostro popolo che è stufo di questo dibattito incomprensibile. Chi si mette da quella parte oggi è un irresponsabile”.

L’articolo “Lavorare per una pace giusta, non tocca solo al Papa farlo”: l’intervista a Gribaudo (Pd) sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Onore senza oneri. Ecco il metodo Meloni

Oggi dovrebbe parlarne. Ma intanto un altro giorno è passato senza una parola, un cenno, un gesto o una nota della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Nel frattempo lì fuori infuria lo scontro con pezzi della magistratura mentre il ministro Nordio ripete di voler andare avanti con la sua riforma senza fermarsi nemmeno di fronte ai mal di pancia dei suoi alleati.

Nel frattempo accade che i giornalisti abbiano smascherato le bugie pronunciate dalla ministra Santanchè nel suo intervento in Senato. Nel frattempo qui fuori accade che l’imputazione
coatta del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro sbricioli – al di là dell’aspetto giudiziario – tutte le giustificazioni politiche portate in sua difesa, dopo la sua rivelazione di informazioni riservate.

Accade anche che un’indagine per un presunto stupro sia diventata una questione politica per la sprovvedutezza del presidente del Senato Ignazio La Russa che ha voluto occuparsi di un aspetto che non ha nulla a che vedere con la delicatezza del ruolo che ricopre.

A parlare è stato invece il ministro Nordio che tra le altre cose si è premurato di dirci che Giorgia Meloni non ha pronunciato “una sola parola contro i magistrati”. L’effetto è singolare. “Meloni non interverrà sulle questioni di politica interna”, fanno sapere da Palazzo Chigi.

Così ciò che accade è merito suo se piace ed è colpa degli altri se imbarazza. A lei spetta solo il gravoso compito di tacere e confidare nei suoi ventriloqui tutti intorno. Facile essere leader così. Dall’autorevolezza siamo passati al mimetismo.

L’articolo Onore senza oneri. Ecco il metodo Meloni sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Altro che Piano Mattei, tra Libia e Tunisia parte l’asta sui migranti

Come procede il “piano Mattei” sventolato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni che dovrebbe normalizzare le coste africane, verificare il rispetto dei diritti e aiutare le bonomie locali? Per tastare il polso basta ripercorrere gli ultimi eventi in Libia e in Tunisia. Proprio la Tunisia è lo Stato su cui il governo punta con forza per farne una “nuova Libia” in tema di contenimento delle partenze e parcheggio illegale degli esseri umani. Venerdì scorso la cosiddetta Guardia costiera libica ha sparato colpi di arma da fuoco durante una operazione di soccorso della ong SOS Mediterranée in acque internazionali, al largo della costa della Libia.

La giornalista Eleonora Vasques di Euractiv che si trovava con i soccorritori racconta che la nave Ocean Viking ha cercato di stabilire una comunicazione con i libici dopo avere ottenuto il via libera dall’Italia ma il dialogo è stato molto difficoltoso poiché i libici non parlavano in inglese ma solo in arabo. Secondo il diritto marittimo essere in grado di parlare in inglese è obbligatorio per qualsiasi guardia costiera. Recuperati i naufraghi – racconta la giornalista – i libici “hanno iniziato una serie di manovre pericolose, prima tentando di bloccare il percorso dei due motoscafi a una velocità estremamente elevata prima di aprire il fuoco”.

Migranti abbandonati nel deserto

“Le operazioni di ricerca e salvataggio e uno stretto coordinamento in queste questioni sono assolutamente fondamentali, l’Ue chiederà alle competenti autorità italiane e libiche di chiarire la situazione”, ha detto una portavoce della Commissione europea durante il briefing quotidiano con la stampa. “Per noi è molto chiaro che tutte le operazioni di ricerca e salvataggio da parte di qualsiasi attore devono essere condotte nel pieno rispetto dell’assistenza internazionale”, ha aggiunto.

E la Tunisia Le organizzazioni umanitarie raccontano che migliaia di migranti siano stati abbandonati nel deserto che confina con Libia e Algeria, senza acqua né cibo. È di questi giorni il video di una donna allontanata da Sfax che ha dovuto partorire nel deserto. Si tratta di espulsi da Sfax a seguito dell’intensificarsi della tensione tra stranieri e residenti. Molti denunciano di essere stati privati di documenti e denaro e di non avere nemmeno i soldi per comprare l’acqua, come confermano i tunisini solidali intervistati dall’emittente francese France24 mentre distribuivano acqua e cibo.

Il presidente tunisino Kais Saied parla di un complotto per “africanizzare il Paese”, sulla scia della teoria della “sostituzione etnica” tanto cara anche a alcuni membri del nostro governo. Si tratta di una vera e propria “caccia al migrante”: gli stranieri individuati con vere e proprie retate dalla polizia tunisina sono stati portati al valico di frontiera di Ras Jedir, al confine con la Libia con la falsa promessa che sarebbero invece stati portati a Tunisi.

Il lavoro sporco appaltato alla Tunisia come alla Libia

“Il governo tunisino dovrebbe interrompere le espulsioni collettive e portare aiuti umanitari ai migranti africani e ai richiedenti asilo già espulsi in un’area pericolosa al confine tra Tunisia e Libia. Sono senza cibo e senza assistenza medica”, ha affermato Lauren Seibert, ricercatrice di Human Rights Watch. “Non solo è inconcepibile abusare delle persone e abbandonarle nel deserto, ma le espulsioni collettive violano il diritto internazionale”. Ieri la Libia a chiesto alla Tunisia di “rimuovere i rifugiati che si sono infiltrati al valico di frontiera libico”.

Intanto, la Mezzaluna Rossa tunisina ha effettuato ieri una prima visita ai migranti garantendo acqua, cibo e le prime cure. Come procede il “piano Mattei”? Come si poteva immaginare. L’Italia (e parte delll’Ue) vorrebbero appaltare alla Tunisia una parte del lavoro sporco di cui si è occupata in questi anni la Libia. La Tunisia sta tenendo lo stesso atteggiamento dei libici: utilizzare i migranti come arma non convenzionale di ricatto contro l’Ue. Così al posto di sanare l’illegalità libica si è pensato bene di raddoppiarla e ora i ricattatori sono due.

L’articolo Altro che Piano Mattei, tra Libia e Tunisia parte l’asta sui migranti sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Cooperazione in Kosovo, l’Italia scherza con il fuoco

Arriva oggi in Senato l’esame del ddl di ratifica dell’accordo Italia-Kosovo su cooperazione di polizia. Lo scorso 6 aprile Il Consiglio dei ministri, su proposta del ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale Antonio Tajani, ha approvato un disegno di legge di ratifica ed esecuzione dell’Accordo tra il Governo della Repubblica italiana ed il Governo della Repubblica del Kosovo sulla cooperazione di polizia, fatto a Roma il 12 novembre 2020.

L’Accordo regola la cooperazione di polizia sia sotto il profilo strategico che operativo, al fine di rafforzare la prevenzione e il contrasto della criminalità nelle sue varie forme e del terrorismo. I principali settori entro i quali la cooperazione si svilupperà sono il crimine organizzato transnazionale; i reati contro la vita, l’incolumità personale e l’integrità fisica, la produzione e il traffico illecito di stupefacenti; la tratta di persone e il traffico illecito di migranti; il traffico illecito di armi, munizioni, esplosivi e materiale tossico; la criminalità informatica e la pedopornografia on line; i reati economici e finanziari, incluso il riciclaggio il terrorismo.

Il precedente e le tensioni in Kosovo

Risale invece allo scorso 29 maggio il ferimento di 25 militari della Kfor, tra cui 14 italiani che erano intervenuti a Zvecan, nel nord del Kosovo, per disperdere i dimostranti serbi che manifestavano davanti alla sede del Municipio locale per protestare contro l’insediamento del nuovo sindaco di etnia albanese. I militari hanno fatto uso di granate stordenti, mentre i dimostranti hanno lanciato sassi, bottiglie e altri oggetti contro le truppe Nato.

La miccia che ha acceso le proteste era stata l‘insediamento del nuovo sindaco di etnia albanese. Le tensioni nel nord del Kosovo sono aumentate dal 23 aprile scorso, giorno delle elezioni locali in quattro comuni a maggioranza serba. La popolazione di Zvecan, Zubin, Potok e Leposavic ha boicottato il voto e così sono stati eletti 4 sindaci di etnia albanese con un astensionismo del 98%. Le intense attività diplomatiche tra Belgrado e Pristina per la normalizzazione dei rapporti e sciogliere le tensioni proseguono.

La proposta franco-tedesca prevede che la Serbia, pur senza un riconoscimento ufficiale della sua ormai ex provincia, smetta di ostacolare l’ingresso del Kosovo nelle Nazioni Unite e chiede la creazione della Associazione dei comuni a maggioranza serba in Kosovo, prevista dagli accordi di Bruxelles del 2013 che non si sono mai realizzati. In cambio la Serbia potrebbe ottenere il lasciapassare per entrare nell’Ue.

Le resistenze al piano sono però arrivate dal primo ministro del Kosovo Albin Kurti il cui partito (Vetevendosje) sioppone alla costituzione di un’associazione di comuni serbi del Kosovo per il timore di una “Republika Srpska” in Kosovo simile a quella bosniaca. Una ricerca condotta dal Kosovar Center for Security Studies dimostra che il 46% degli intervistati non si sentirebbe sicuro viaggiando in Serbia e l’ipotesi della formazione dell’Associazione di Comuni a maggioranza serba e uno status speciale per i monasteri, è sostenuta solo dal 9% dei cittadini del Kosovo.

Il rallentamento del processo di normalizzazione sostenuto da Ue e Usa sta avvantaggiando la Russia che potrebbe (e vorrebbe) sfruttare l’instabilità per aprire una nuova crisi nell’area sue est dell’Europa e estendere quindi la sua influenza. Vale la pena ricordare che nei giorni delle proteste a Zvecan il ministro degli Esteri russo Segej Lavrov parlò apertamente di “una situazione potenzialmente esplosiva nel cuore dell’Europa”.

I pericoli e l’interesse dell’Italia

Lo Stato balcanico, proclamatosi indipendente il 17 febbraio 2008, in precedenza regione autonoma della Serbia, è riconosciuto a livello internazionale da da 101 dei 193 membri dell’Onu (il 52,3% del totale), tra cui i confinanti Montenegro, Macedonia del Nord e Albania; altri 13 Stati hanno ritirato il riconoscimento inizialmente dato. Tra i membri permanenti del Consiglio di sicurezza, il Kosovo è riconosciuto da Stati Uniti d’America, Francia e Regno Unito, mentre la Russia e la Cina continuano a considerarlo una provincia autonoma della Serbia.

Ventidue dei ventisette paesi dell’Unione europea hanno riconosciuto l’indipendenza del Kosovo ma si oppongono Spagna, Cipro, Romania, Slovacchia e Grecia. Cosa spinga l’Italia a velocizzare l’iter di un suo maggiore impegno in Kosovo è facilmente immaginabile: in base all’Elaborazioni Ambasciata d’Italia su dati Agenzia ICE di fonte ISTAT, l’export italiano nel 2022 verso il Kosovo ha raggiunto la cifra di 158,38 milioni, di cui il 45,79 milioni è rappresentato da prodotti alimentari. Primo fra tutti, si segnala il forte interesse di Ferrovie dello Stato (FS) ad estendere il loro raggio di operatività all’interno della Regione a seguito dell’acquisizione di Hellenic Train. Per questo il governo continua a ripetere che “preservare la stabilità nei Balcani e ad aiutare gli attori locali a risolvere le loro divergenze è obiettivo rilevante per il nostro paese”. Quanto convenga mettere i piedi in una potenziale polveriera ce lo dovrà spiegare il ministro Tajani.

L’articolo Cooperazione in Kosovo, l’Italia scherza con il fuoco sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Undicesimo comandamento: non ostentare

Tutto come da copione. Il ministro (questa volta dello Sport) Andrea Abodi definisce il coming out di Jakub Jankto un’ostentazione. Jakub Jankto, passato per Sampdoria e Udinese, il prossimo anno giocherà nelle fila del Cagliari di Claudio Ranieri. Di lui si è parlato molto nelle scorse settimane perché è stato il primo calciatore professionista ad avere dichiarato la propria omosessualità in uno dei pochi ambienti in cui l’omosessualità è ancora considerata un tabù.

“La società probabilmente, in generale, ancora qualche passo in avanti può farlo – ha detto ieri mattina Abodi a Radio 24 – Per quanto mi riguarda, è prima di tutto una persona e secondo è un atleta”. E ha aggiunto: “Non faccio differenze di caratteristiche che riguardano la sfera delle scelte personali”. Una cosa è certa, e lo è al di là di qualsivoglia teoria: essere gay, lesbiche o transgender non è una scelta, ma una condizione esistenziale come tutte le altre.

Abodi aggiunge: “Se devo essere altrettanto sincero non amo, in generale, le ostentazioni ma le scelte individuali vanno rispettate per come vengono prese e per quelle che sono. Io mi fermo qui”. Tutto da copione: si alza una ridda di voci che fa notare al ministro (questa volta dello Sport) le inesattezze dette e lui fa marcia indietro. Il ministro prova a rimediare con un tweet che però non migliora granché la situazione: “Ad esser corretti ho risposto dicendo: per me esistono le persone. Ho parlato di rispetto per le scelte e, aggiungo con convinzione e per correttezza, per la natura umana. Rispetto è un valore non equivocabile, da garantire. Poi, posso non condividere alcune espressioni del Pride?”

Nessuna scusa, il solito sottinteso di essere stato frainteso. Avanti così.

Buon martedì.

Nella foto: il ministro dello Sport Andrea Abodi (governo.it), Roma, 15 giugno 2023

L’articolo proviene da Left.it qui

Più vergognoso di tutto è il silenzio di Giorgia Meloni

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva cominciato il suo mandato parlando di tutto. Ha trovato il tempo per dipingere i rave party come uno dei principali “mali italiani”. Ha trovato il tempo per discutere di qualche decina di euro in più o in meno per legittimare l’uso del Pos. Ha trovato il tempo per scagliarsi contro Netflix per essersi permesso di avere confezionato un documentario su San Patrignano mentre, a suo dire, esistono “serie che ti raccontano come un eroe lo spacciatore”.

Il vergognoso silenzio di Giorgia Meloni

In un’intervista a Grazia ci ha spiegato che “l’ideologia gender (che non esiste, ndr) andrà a discapito delle donne”. Durante un comizio elettorale a Ancona ha trovato il tempo di attaccare un sito di fact checking, Pagella politica. Giorgia Meloni parla di tutto ma da qualche giorno non parla più. Non è più la “presidente femminista” (anzi, “il” presidente femminista) che trova un secondo per censurare il suo sottosegretario Vittorio Sgarbi e il suo presidente del Senato Ignazio La Russa.

Niente, nessuna parola. Non è più la “donna forte senza paura” che ha il coraggio di correggere la sua ministra Santanchè e il vice ministro Delmastro. Non trova nemmeno il coraggio di sfidare la magistratura a viso aperto, affidandosi a presunte “fonti” e al suo sicario, il ministro Nordio.

Più vergognoso dei fatti di questi giorni è il silenzio di Giorgia Meloni. La tattica dello struzzo mentre esce la vera natura dei componenti di questo governo sarà inutile ma soprattutto è un tradimento agli elettori: la “testa alta” è china. Anche questo è un fatto.

L’articolo Più vergognoso di tutto è il silenzio di Giorgia Meloni sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui