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Lo Stato della nostra stampa

Osservare i fatti messi in fila può aiutare a rendere consistente l’idea. Solo negli ultimi giorni è accaduto che un ministro della Repubblica, tra l’altro un ministro alla Difesa che ha accesso a informazioni riservate, abbia rilasciato un’intervista da cui si evince l’accusa di oltraggio allo Stato per i giornalisti che hanno raccontato i misfatti imprenditoriali di una sua collega. L’intervista di Guido Crosetto in difesa di Daniela Santanchè contiene tutti i topos dell’attacco alla stampa con l’aggiunta della minaccia velata. Un capolavoro dell’orrore.

Sono questi i giorni in cui uno scrittore – Roberto Saviano – è sotto processo per avere pronunciato la parola “bastardi” nei confronti di Giorgia Meloni, in riferimento alle politiche xenofobe e ai discorsi d’odio che questa destra ha concimato in questi ultimi anni. Lasciando perdere inutili letture pietistiche (che Saviano sia minacciato dalla mafia non c’entra nulla con questo discorso, usare questa roba è inutile) che una presidente del Consiglio quereli il giudizio di un cittadino è una sproporzione inaccettabile. Come dice Corrado Formigli che “la persona più potente d’Italia” monopolizzi “un’aula di giustizia per la sua personale resa dei conti” alla ricerca di una pena esemplare “del chiodo al quale appendere, d’ora in poi, il diritto di critica” è una pessima notizia per il giornalismo. È un avvertimento per chi si ritrova a scrivere notizie sul governo.

Ancora. Secondo quanto riferito dal presidente della Federazione nazionale stampa italiana, Vittorio Di Trapani, nella bozza del contratto di servizio presentata nel nuovo consiglio di amministrazione della Rai – guidato da Roberto Sergio – sono stati tolti i riferimenti all’obbligo di “valorizzare e promuovere la propria tradizione giornalistica d’inchiesta”. In più, secondo il presidente della Fnsi, dai principi generali è stato eliminato il comma relativo al “diffondere i valori dell’accoglienza” e viene introdotto l’obbligo di diffondere i valori della “natalità”. La principale azienda d’informazione pubblica italiana si ritrova ad avere scritto, nero su bianco, il passaggio dall’informazione alla propaganda.

Nel frattempo l’ex responsabile della comunicazione di Giorgia Meloni, Mario Sechi, annuncia di lasciare il suo ruolo politico per trasferirsi a un ruolo giornalistico come direttore del quotidiano “Libero”. Nel Paese in cui il conflitto di interessi tra stampa e potere (ma anche imprenditoria, soprattutto nel campo sanitario) vige da 30 anni ormai le “porte girevoli” non sono nemmeno più una notizia. La pacifica indifferenza con cui si assiste a tutto questo è l’effetto di un Paese narcotizzato. Eppure lo stato della stampa è il sintomo dello stato dello Stato.

Buon mercoledì.

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Giustizia, Melillo boccia la riforma Nordio

Chissà se il ministro della Giustizia Carlo Nordio riterrà “interferenze” anche le parole del procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo (nella foto), per di più audito dalla Commissione parlamentare antimafia, mentre smonta la narrazione del governo sull’abolizione del reato di abuso d’ufficio prevista nel disegno di legge sulla giustizia preparato dal governo.

“Vi sono profili di condotte abusive di pubblici ufficiali finalizzate al procacciamento di vantaggi ingiusti che normalmente trovano applicazioni in contesti investigativi mirati alla ricostruzione di complessi interessi mafiosi, condotte che hanno avuto contestazioni anche nel campo della distribuzione commerciale“, spiega il procuratore antimafia, confermando le preoccupazioni di chi la mafia la combatte sul campo.

Il concetto l’avevano ribadito prima di lui il procuratore di Roma Francesco Lo Voi e il vice procuratore europeo Danilo Ceccarelli, quando il disegno di legge d Nordio ancora non esisteva e la discussione verteva su due proposte molto simili di Azione e Forza Italia. Sulla stessa linea è anche il procuratore di Perugia, ex presidente dell’Anac, Raffaele Cantone, che aveva spiegato come “la principale utilità” del reato di abuso d’ufficio a livello di indagini “è un’altra e sta nella natura di “reato spia” della corruzione”. Anzi il procuratore nazionale antimafia ha ricordato come sul reato di abuso d’ufficio esistano “obblighi assunti dall’Italia in sede internazionale” di cui il Parlamento dovrebbe tenere conto.

Il Procuratore nazionale antimafia Melilli, sentito in Parlamento, boccia la riforma del ministro della Giustizia

Ma non solo di questo ha parlato Melillo che in audizione ha toccato i nervi scoperti della lotta al crimine organizzato. C’è innanzitutto il tema delle mafie integrate per gestire il traffico internazionale di droga. “Le differenze tra organizzazioni mafiose italiane esistono e sono ancora molto importanti” – spiega Melillo – ma c’è “il rischio di perdere di vista i processi di integrazione nella loro dimensione operativa. Non vi è indagine significativa che riguarda la proiezione transnazionale del crimine organizzato che non riveli queste forme di integrazione”.

Le dimensioni sono oggi “transnazionali” su tutti i “tavoli condivisi di comuni interessi speculativi in vari settori economici”, spiega il procuratore: “come ho detto esiste una sorta di Opec degli stupefacenti, che stabilisce i prezzi e le ripartizioni verso Europa o Sudamerica, che riunisce i più grandi cartelli criminali. E le piazze di spaccio costituiscono una sorta di bancomat per le organizzazioni che le gestiscono”. Anche i soldi sono più difficili da individuare. Melillo ha spiegato come “i cambisti, soggetti che trafficano denaro, assicurano con reti cibernetiche la disponibilità di grandi somme di denaro preventivamente piazzati in determinati Stati.

In tal mondo il denaro non si sposta e sfugge al controllo antiriciclaggio. Anni fa le transazioni comportavano spesa del 15% mentre adesso non hanno costi visto che il denaro non si sposta”. Ciò che si sposta tranquillamente sono invece i quintali di droga, anche nei porti italiani. Secondo il procuratore “ci sono molti elementi di allarme”, come ad esempio al porto di Gioia Tauro che “per quanto sia migliorata la capacità di controllo dei flussi di merce”, resta un hub importante del traffico di droga”.

Tra i campi in cui l’Italia è in ritardo secondo Melillo c’è anche la cybersecurity: “L’usuale visione del cybercrime come fenomeno criminale separato dalle strutture criminali più – dice il procuratore – pericolose è incapace di spiegare granché”. Le reti cibernetiche sono un cardine organizzativo comune sia delle reti mafiose che delle reti terroristiche. Ne risulta quindi “tutta la dimensione di una sfida sul versante della sicurezza cibernetica rispetto alla quale siamo in grave ritardo”.

In più “nello statuto normativo dell’agenzia per la sicurezza cibernetica non vi sia alcun riferimento alle competenze dell’autorità giudiziaria” e questo, secondo il capo della Procura nazionale antimafia pone un serio problema di coordinamento delle competenze. Il predecessore di Melillo alla Procura nazionale antimafia ora deputato 5 Stelle e vicepresidente della Commissione antimafia Federico Cafiero De Raho ha sottolineato anche come non sia ancora “partita la Banca dati degli appalti pubblici, un mezzo indispensabile per mettere al riparo dalle mafie i capitali del Pnrr.

Bisogna avviarla quanto prima per mettere sotto un monitoraggio diretto le procedure avviate da tutte le stazioni appaltanti, inclusi i Comuni”, spiega De Raho. Tra le stoccate di Melillo c’è anche il “caporalato” come “forma di gestione richiesta dalle imprese agricole per abbattere i costi” e il bonus edilizio su cui il sistema ha “rinunciato ad ogni anticorpo”: “correzioni sono state fatte ma ormai era tardi e penso siamo ancora lontano dal calcolare l’entità del buco per l’uso criminale fatto di queste risorse”, ha spiegato il procuratore.

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Giorgia tutta Draghi e stellette

Se avete bisogno di cambiare una lampadina, di imparare una ricetta per la domenica o di organizzare una gita ormai il generale Figliuolo è a disposizione. Anche per matrimoni e funerali. È lui il nome scelto, dopo settimane di irrispettosi tentennamenti, dal governo Meloni come commissario alla ricostruzione per il post-alluvione in Romagna.

Il generale ha ricoperto il ruolo di commissario straordinario per l’emergenza Covid-19 da marzo 2021 a marzo 2022. In quel tempo Giorgia Meloni definì la scelta dell’obbligo di green pass del generale “raggelante, è l’ultimo passo verso la realizzazione di una società orwelliana. Una follia anticostituzionale che Fratelli d’Italia respinge con forza. Per noi la libertà individuale è sacra e inviolabile”.

Oggi va bene. L’importante per Meloni era fare fuori il presidente dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini che ormai aveva confessato di non ricevere nemmeno una telefonata dal ministro Musumeci e non dare soddisfazione all’alleato in punizione, Matteo Salvini.

Figliuolo è perfetto. Indossa la divisa che attizza i membri di questo governo in tutte le sue declinazioni. Richiama la continuità con il governo Draghi che Meloni insegue per provare a darsi un tono al di fuori della Garbatella e soprattutto è l’uomo perfetto da scegliere quando non si vuole scegliere.

Un santino da sventolare come magico risolutore in ogni occasione. È l’icona da dare in pasto agli elettori e alla stampa. Figliuolo è il nuovo Bertolaso, con in più lo scudo delle stellette.

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Non bastava Santanchè ci mancava il caso Crosetto

Oggi pomeriggio la riunione dei capigruppo potrebbe riunirsi per decidere se, come e quando portare il caso Santanchè in Parlamento. La ministra al Turismo è stata oggetto di un’inchiesta nella trasmissione di Report che ha fatto emergere gravi irregolarità nelle sue attività imprenditoriali.

M5S e Pd in pressing sulla ministra Daniela Santanchè. Ma intanto la Difesa bombarda Report

Il Movimento 5 Stelle nei giorni scorsi aveva scritto ai presidenti dei due rami del Parlamento, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, chiedendo “una informativa urgente del ministro Santanché in merito ai gravi fatti emersi dall’inchiesta giornalistica di Report” a proposito delle attività imprenditoriali dell’esponente di Fratelli d’Italia.

Ma il Partito democratico al Senato ha presentato una interrogazione sul tema al presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni, al ministro del lavoro e delle politiche sociali, Elvira Calderone, e al ministro delle imprese e del made in Italy, Adolfo Urso, e l’orientamento del Pd potrebbe essere quindi quello di chiedere che la ministra Santanchè e il governo si espongano nel question time in programma giovedì 29 alle 15 o in un analogo appuntamento successivo.

L’interrogazione del Pd, primo firmatario Antonio Misiani, si conclude chiedendo “quali iniziative urgenti il Governo intenda adottare al fine di fare al più presto chiarezza sui gravi fatti esposti in premessa, che, al di là delle loro eventuali implicazioni sui piani civile e penale, non sono degni della disciplina e dell’onore che dovrebbero caratterizzare le azioni di un ministro della Repubblica; quali azioni il Governo intenda altresì adottare al fine di tutelare i lavoratori delle società Visibilia e Ki Group e sanzionare i comportamenti scorretti delle due società nei confronti dei loro dipendenti”.

La senatrice FdI si è detta pronta a riferire alle Camere. Ma c’è chi lavora per bloccare tutto

Angelo Bonelli, deputato e co-portavoce nazionale di Europa Verde, annuncia di avere raggiunto in 4 giorni ben 25mila firme per la petizione che ne chiede le dimissioni. Anche i calendiani di Azione, attraverso la deputata Ruffino, fanno sapere che “tanto disprezzo nei confronti del Parlamento vale già un’autoaccusa” chiedendo alla presidente del Consiglio Meloni di intervenire. Dal canto suo la ministra Santanchè si dice pronta a “rispondere su tutto”.

“Sono 23 anni che faccio politica, la faccia ce l’ho sempre messa”, risponde ai giornalisti a margine di un evento a Milano. A Palazzo Chigi, Meloni segue la diatriba per ora senza intervenire. Nella maggioranza sembrano però rientrate le voci critiche che si erano levate dai banchi della Lega, più per indebolire la presidente del Consiglio che altro.

A fare discutere ieri è stata però l’intervista del ministro della Difesa Guido Crosetto che dalle pagine del Corriere della Sera fa riferimento a “una parte di soggetti istituzionali che dovrebbero occuparsi d’altro” che utilizzerebbero “tivù e giornali con fini ben precisi”. Crosetto avvisa anche chi “fa lo sciaccallaggio”: “Non si illudano – dice il ministro da qualche parte, purtroppo, c’è un dossier (quasi sempre inventato) che aspetta chiunque in Italia abbia un po’ di potere”. Parole che sono risuonate come una minaccia verso chi osa criticare il governo.

Leggi anche: La pacchia (per Meloni) è finita. Crescita debole e segnali preoccupanti per l’economia italiana: Confindustria lancia l’allarme

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Emilia-Romagna allo stremo e ricostruzione al palo

A mettere in fila i numeri è la vicepresidente del Gruppo Socialisti & Democratici a Bruxelles, la dem Elisabetta Gualmini. Le alluvioni in Emilia-Romagna sono iniziate il 3 maggio, oggi, 27 giugno, si contano 12mila aziende agricole danneggiate, 70.300 edifici coinvolti, 14.200 imprese danneggiate, 8,5 mld di danni stimati, 3325 cantieri solo in montagna. Servono solo per gli interventi urgenti 1,9 miliardi di euro. Soldi arrivati finora dal governo? 30 milioni.

È sempre stallo sul nome del commissario per l’emergenza maltempo in Emilia-Romagna. Meloni e Salvini si litigano la poltrona

Il Decreto legge Alluvione è in Commissione ambiente ala Camera. Ieri era l’ultimo giorno per la presentazione degli emendamenti: 28 sono stati proposti dai partiti che sostengono la maggioranza di governo: 116 da Forza Italia, 117 da Fratelli d’Italia, 89 dalla Lega e 6 da Noi Moderati. Gli emendamenti del Pd sono 164.

Gli appelli intanto si moltiplicano. Il Cispel Emilia-Romagna, l’associazione che riunisce le Acer della regione, nel corso di una assemblea generale che si è svolta venerdì a Roma ha presentato al ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini e a Federcasa un documento unitario di tutte le Acer della regione per chiedere al governo di “non lasciare sole le case popolari nella ricostruzione post alluvione”.

E mentre sulla pelle dei romagnoli si gioca la battaglia politica con Richetti di Azione che intima al Pd di dover cambiare strategia in previsione delle prossime elezioni regionali e con Fratelli d’Italia che non perde occasione per usare il fango (che si è seccato e fatto cemento da quelle parti) per attaccare la segretaria del Pd Elly Schlein la vicepresidente della Regione con delega alla Protezione civile, Irene Priolo perde la pazienza con il governo: “si stanno assumendo delle responsabilità, perché se succede qualcosa a settembre poi gli esposti li faccio io”, manda a dire Priolo da Bologna, colloquiando con i cronisti dopo il ricordo di Flavia Franzoni in Consiglio comunale.

Il commissario per la ricostruzione “se lo nominano devono dargli delle risorse, altrimenti cosa fa Il commissario senza portafoglio? Un po’ impegnativo”, afferma la vice del governatore Stefano Bonaccini, che intanto sta già svolgendo l’incarico di commissario per l’emergenza. A lui “per ora è attribuito un pezzo di competenze specifiche”, riepiloga Priolo, aggiungendo che se per la ricostruzione fosse nominato un altro commissario allora “sarebbe la prima volta che coesistono” due figure di questo tipo: insomma “abbiamo avuto due papi, avremo anche due commissari”.

Sul territorio, dice Priolo, “abbiamo dei cantieri che veramente si stanno fermando, le aziende piccoline se non hanno copertura finanziaria – avverte la vicepresidente – vanno a lavorare in altri posti, perché vanno dove ci sono le risorse, quindi è un dramma”.

Alla luce di tutto ciò, che il Governo stia rimandando le decisioni e i decreti “per noi è spiegabilissimo, dopodiché – conclude Priolo – si stanno assumendo delle responsabilità perché se succede qualcosa a settembre, poi gli esposti li faccio io”.

Il Consiglio dei ministri slittato lo scorso giovedì oggi dovrebbe finalmente decidere. Lega e Fratelli d’Italia continuano lo scontro politico interno sulla pelle dei cittadini. Solo su un punto la premier e il ministro sono d’accordo: sbarrare la strada al presidente dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini.

La priorità per Meloni è di andare allo scontro con i suoi alleati e con l’opposizione per ribadire la sua forza e per accentrare il controllo della ricostruzione, usandolo come serbatoio di propaganda. Al suo fianco, infaticabile, il ministro Musumeci. Bonaccini nei giorni scorsi ha ricordato che “dopo il sisma del 2012 il commissario fu nominato in una settimana”. Ma qui la ricostruzione non è la priorità.

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Lo sbrocco di Giorgia Meloni

Dopo i rave party, dopo gli orsi, dopo la sostituzione etnica e dopo un’innumerevole sfilza di argomenti di distrazioni di massa ieri la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha deciso di buttarsi sulla “droga” – come argomento – per rinverdire la propaganda spicci, fatta solo di luoghi comuni sputati come se si fosse al bar.

Così in occasione dell’evento alla Camera per la Giornata mondiale contro le droghe ha infilato una serie di panzane in cui riesce a prendersela con Netflix perché si è permesso di investigare nella vita e nei modi di Vincenzo Muccioli e della comunità di San Patrignano. Non contenta se la prende – i nemici come linfa vitale, siamo sempre lì – con quelli che spacciano «la droga come un forma di libertà» (ma chi sono? dove sono?) proclamando «finita la stagione dell’indifferenza, del lassismo, del disinteresse». In effetti tagliare la sanità e quindi la prevenzione e la riabilitazione sembra confermare la mendacia del proposito.

«Le droghe fanno male tutte, non esistono distinzioni, chi dice una cosa diversa dice una menzogna. Dire che ci sono droghe che possono essere usate è un inganno», dice Giorgia Meloni, provando ad alludere anche all’utilizzo di cannabis quando si debbano alleviare dolore (oncologico e non), disturbi cronici associati a sclerosi multipla o a lesioni del midollo spinale, malattie reumatiche e neuropatie. Finge di non sapere che nel marzo 2007 la rivista scientifica The Lancet ha pubblicato uno studio che evidenzia minore pericolosità della cannabis rispetto ad alcool (di cui questo governo è uno sponsor eccezionale), nicotina o benzodiazepine.

Dopo ore di banalità Riccardo Magi di +Europa decide di mostrare un cartello che recitava “se non ci pensa lo stato ci pensa la mafia”. «È stata una kermesse, – spiega Magi – non è stato un convegno, nella quale sono stati forniti all’opinione pubblica italiana da parte del governo e che sicuramente avranno la massima evidenza mediatica su giornali e telegiornali, i principali luoghi comuni e le principali fake news sul fenomeno del consumo delle sostanze stupefacenti in questo paese. Siccome noi crediamo che il governo abbia delle responsabilità serie nell’affrontare un fenomeno sociale serio come quello del consumo delle sostanze stupefacenti, a un certo punto dopo due ore non potevamo restare in silenzio e quindi abbiamo semplicemente esposto dei cartelli».

A questo punto la presidente del Consiglio si infiamma, diventa paonazza, impugna il microfono come una spada e comincia a urlare contro il parlamentare. Un’esplosione di volgarità nei modi e nei toni ben lontana dalla recitazione che Meloni si è imposta per apparire una papabile leader dei conservatori e non un’aizzapopoli tra i sovranisti. Basta osservarla qualche secondo per comprendere il motivo per cui Giorgia Meloni non tenga una conferenza stampa dai tempi della strage di Cutro. Lo schema è semplice: falsità propagandistiche e subito dopo incapacità di argomentare se viene smentita.

Buon martedì.

tratto da The Lancet

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La stampa che piace al regime

Un ministro della Repubblica che in un’intervista delegittima in un colpo solo la stampa e la magistratura per difendere una sua collega è un capolavoro di berlusconismo nell’anno primo dopo Berlusconi. Il ministro alla Guerra Guido Crosetto lo fa evocando “dossier confezionati” da “pezzi di istituzioni” per “far male al governo”.

Anzi, fa di più, avvisando quelli che lui chiama “sciacalli” (ovvero i giornalisti) del rischio di dossieraggio. Crosetto non sa che i giornalisti lavorano con le notizie e dimentica di essere nella delicata posizione di essere l’unico ad avere accesso ai “dossier”. Poche ore prima il vice presidente del Senato Maurizio Gasparri se l’era presa con il giornalista Marco Damilano (parlando di “suoi spartiti da nullità”) e la giornalista Lucia Annunziata accusata di “faziosità, approssimazione e maleducazione”.

Tra le altre cose Gasparri è un giornalista. Nella stessa giornata Matteo Renzi annuncia che presenterà un’interrogazione in Vigilanza Rai per sapere dei compensi di chi – secondo lui – difenderebbe Putin in televisione. Renzi e Crosetto – vale la pena segnalarlo – hanno fatto asse per il comune odio verso Sigfrido Ranucci e la sua trasmissione Report.

Renzi – giova ricordarlo – prende soldi (questo non ha bisogno di verifiche) dal regime Saudita, dove i giornalisti non se la passano benissimo. Nel frattempo il capo ufficio stampa di Giorgia Meloni lascia il suo posto per la poltrona di direttore di un quotidiano “che piace” al governo. In questo Paese politica e informazione sono una melassa indistinguibile. Altrimenti la stampa è un pericolo da estirpare.

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Unica strategia: opporsi all’opposizione

L’altro ieri il ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha fatto un salto al Convegno nazionale dei giovani imprenditori di Confindustria a Rapallo, per elogiare il governo di cui fa parte com’è normale che sia. La profezia è da opuscolo pubblicitario: “Nei prossimi anni l’Italia vivrà una rivoluzione positiva infrastrutturale, economica, sociale, ambientale e lavorativa, che è paragonabile solo al boom del secondo dopoguerra. Questo governo durerà per tutti i 5 anni, non un minuto di meno. Sono sicuro che andrà così. In Silvio (Berlusconi, ndr), in Antonio (Tajani, presente tra il pubblico, ndr), in Giorgia (Meloni, ndr) sto trovando non dei colleghi, ma degli amici. Più provano con ricostruzioni fantasiose e surreali ad allontanarci, più ci uniscono. Ci sentiamo 2, 3, 4, 5 volte al giorno”.

Fin qui niente di più del previsto. Poi arriva l’unica vera strategia che unisce questo governo: opporsi all’opposizione. Lo fanno benissimo, sono forgiati da anni di esperienza. Odiare i presunti “nemici” è l’unico collante di questa maggioranza. Così Salvini comincia prima a bastonare la Cgil: “Se critica il mio codice degli appalti, allora vuol dire che è fatto bene. Ho scoperto che c’è questa nuova categoria filosofica: dopo i terrapiattisti, ci sono i no pontisti. I signori del no sono sempre molto bravi a farsi sentire. Io sono sicuro che, se adesso accendete la tv per vedere un telegiornale – dice il ministro – vedrete Landini, Tizio, Caio, Sempronio. Quelli del no, i no Tav, i no ponte, i no flat tax, i no autonomia, i no Brennero, i no alta velocità, i no qui, i no là sono bravissimi: pochi, organizzati, spesso ignoranti e arroganti ma molto presenti. Quelli del sì invece passano le loro giornate lavorando e non hanno questo gran tempo come quelli del no”.

Poi attacca gli studenti: “C’è il tema casa a cui stiamo lavorando da 8 mesi, non in base alle tendopoli davanti al Politecnico di Milano, perché abbiamo una programmazione che prescinde dalla volontà scoutistica di qualche studente. Quello dei cretini che si stendono sulla tangenziale non è ambientalismo, quelli sono nemici dello sviluppo del nostro paese“.

Poi bastona gli odiatori di Berlusconi e i nemici della ministra Santanchè: “La sua morte è stata la morte non di un alleato politico, ma di un amico. E io penso che mancherà al paese e a chi gli voleva bene. Mancherà anche a coloro che lo odiavano, perché adesso dovranno ricollocarsi ma penso che abbiano già parecchi obiettivi a loro disposizione. Se la politica dovesse lavorare in base alle inchieste di Report e del Fatto Quotidiano, saremmo un paese delle banane. E quindi, per quanto mi riguarda, do massima fiducia ai colleghi in carica, perché l’ho vissuto sulla mia pelle”.

Infine, non riesce a trattenersi e incastrato nel suo personaggio Matteo Salvini dice anche agli organizzatori del convegno: “Andrei avanti per ore, però vedo facce un pochino affamate. Fuori è brutto, sta diluviando. Avete scelto un brutto posto per fare questa assemblea: un brutto albergo e una brutta città con un brutto clima“. E saluta così. Il piccolo episodio di cronaca politica rivela l’antropologia di questo governo che per sentirsi vivo deve fingersi sempre assediato da qualcuno. Era la modalità della campagna elettorale ed è la modalità di Salvini, berlusconiani e Meloni negli ultimi anni. Ora che sono arrivati al governo – ormai da più di qualche mese – non riescono a schiacciare l’interruttore per mettersi in posizione di governo e come un cucù rotto continuano a cantare una parte che non ha più senso. Viene quasi il dubbio che se non avessero “nemici” stamattina sarebbero lì, spersi in mezzo al deserto, a pregare che arrivi un nemico per tenerli vivi.

Buon lunedì

Nella foto: Matteo Salvini al Convegno nazionale dei giovani imprenditori di Confindustria a Rapallo, 24 giugno 2023, frame del video

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La coincidenza tra Renzi e Santanchè

Quando Carlo Calenda e alcuni parlamentari del Terzo polo fecero presente che la nomina di Matteo Renzi a direttore del quotidiano Il Riformista aveva espresso dubbi sulla “confusione di ruoli” il leader di Italia Viva rispose con un’alzata di spalle. “Quando Renzi prenderà una posizione, lo farà come esponente politico o come direttore?”, chiese con una certa preoccupazione Calenda.

In questi giorni accade che una puntata della trasmissione televisiva Report abbia raccontato gli affari non proprio fortunati delle aziende della ministra al Turismo Daniela Santanchè, esponente di punta di Fratelli d’Italia. Tra quelle aziende c’è anche la Visibilia di cui Santanchè è stata azionista principale fino a metà ottobre e presidente fino a gennaio 2022.

I debiti societari di Visibilia nei mesi scorsi sono arrivati all’attenzione della Procura di Milano. Praticamente tutto l’arco parlamentare ha incalzato la ministra per avere spiegazioni. L’opposizione ne ha chiesto le dimissioni ma anche i suoi alleati le hanno chiesto di riferire in Parlamento. Perfino la presidente del Consiglio Giorgia Meloni pare che sia molto irritata per la situazione.

Santanchè si è difesa dicendo “Visibilia è un’azienda che ho fondato, ma è stata venduta. C’è una cartella esattoriale non pagata e i nuovi soci se ne occuperanno. Non ci sono reati, non c’è un’ipotesi di reato”.

Uno dei pochi giornali che ha difeso la ministra è proprio Il Riformista – quindi il Matteo Renzi nel suo costume da direttore – che non ha avuto modo di raccontare ai suoi lettori i rilievi giornalistici che sono da giorni un caso politico ma ha pubblicato un unico articolo dal titolo “Santanché, schiaffo a giustizialisti e alleati (e a Meloni): “Pronta a riferire in Parlamento”” parlando di “gogna”.

Chi raccoglie la pubblicità per il quotidiano Il Riformista? Visibilia, proprio loro. Che nome ha questa curiosa coincidenza Conflitto di interessi. Sempre quello.

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Altro che Piano Mattei, dimezzati gli aiuti all’Africa

Lo chiamano, con poco pudore, Piano Mattei. “Ci stiamo lavorando”, soprattutto “ascoltando e coinvolgendo i Paesi africani” assicura la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. L’ambizione è di presentare al mondo in occasione del summit intergovernativo Italia-Africa, il prossimo ottobre. Fare di più per l’Africa, per fare fronte alle tante emergenze umanitarie, a partire da quella somala che per l’Onu è “una delle peggiori crisi umanitarie al mondo”, e contenere i flussi di migranti illegali.

Ma anche per sostenere lo sviluppo economico e la stabilizzazione sociale di Paesi nei quali altrimenti, senza un “ruolo forte” dell’Italia e dell’Europa si aprono inevitabilmente le porte “all’ingresso di altri attori”. Sin dal suo discorso d’insediamento alla Camera dei Deputati, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha fatto riferimento a un Piano Mattei per l’Africa e il Mediterraneo definendolo “un modello virtuoso di collaborazione e di crescita tra Unione Europea e nazioni africane, anche per contrastare il preoccupante dilagare del radicalismo islamista, soprattutto nell’area sub-sahariana. Ci piacerebbe così recuperare, dopo anni in cui si è preferito indietreggiare, il nostro ruolo strategico nel Mediterraneo”.

Il Piano Mattei è una variante dell’aiutiamoli a casa loro

Lo chiamano Piano Mattei ma è sempre lo stessa roba, non diversa dall’idea che un altro premier lanciò non troppi anni fa. “Noi non abbiamo il dovere morale di accoglierli, ripetiamocelo. Ma abbiamo il dovere morale di aiutarli. E di aiutarli davvero a casa loro”: non è la frase del primo Bossi e non è nemmeno uno slogan preparato per Facebook dall’ultimo Salvini. La frase sta in un libro dell’ex leader del centrosinistra italiano, Matteo Renzi, quella parte che per anni, per storia, per temperatura emotiva, aveva la solidarietà sempre in tasca, mica quella pelosa, la solidarietà che è la regola non scritta per cui una mano tesa va raccolta, sempre.

Il Piano Mattei è una variante dell’aiutiamoli a casa loro, che da queste parti funziona da tempo per la propaganda. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha rilanciato: l’Europa deve fare di più per l’Africa, ha intimato. Ma come va questo inizio di Piano Mattei? Non benissimo a giudicare dai dati preliminari per il 2022 da parte del Comitato per l’aiuto allo sviluppo dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico).

Nel 2022 ben il 14,4% dell’aiuto pubblico allo sviluppo globale (Aps) è rimasto nelle tasche dei Paesi ricchi, anziché essere destinato a migliorare le condizioni di vita nelle aree più povere del pianeta. In particolare esplode la voce “dei costi dei rifugiati nel paese donatore”, arrivati alla cifra record di 29,3 miliardi di dollari, con un più 134% rispetto al 2021. In altre parole, quanto trattenuto dai Paesi donatori per interventi entro i confini nazionali è superiore all’aumento complessivo degli aiuti globali (+13,6%), passati da 186 miliardi nel 2021 a 204 miliardi nel 2022.

Le promesse tradite

Oxfam l’ha denunciato già da qualche mese ma nessuno sembra essersene accorto. “In un momento in cui decine di milioni di persone nei Paesi più poveri e vulnerabili stanno lottando per sopravvivere agli effetti di guerre, della crisi climatica e dell’inflazione, i Paesi ricchi hanno trasformato le loro promesse di aiuto in una farsa. – spiegava Francesco Petrelli, policy advisor di Oxfam Italia su finanza per lo sviluppo –. Quasi 30 miliardi sono stati considerati erroneamente come aiuto allo sviluppo ‘genuino’, senza esserlo. In realtà si tratta di un aumento scritto sull’acqua. Buona parte è stato destinato a far fronte all’accoglienza dei richiedenti asilo entro i confini nazionali soprattutto dei rifugiati ucraini, senza il doveroso stanziamento di risorse aggiuntive. Un’altra quota è invece stata contabilizzata per il secondo anno consecutivo, considerando il costo delle donazioni di vaccini Covid, costituiti da scorte di magazzino già acquistate per le necessità nazionali ad un alto prezzo di mercato”.

In questo scenario l’Italia è un esempio emblematico di un trend di aumento solo fittizio delle risorse destinate all’aiuto pubblico, ossia a sradicare la povertà nei Paesi in via di sviluppo. Il nostro Paese passa infatti dallo 0,29% del 2021 allo 0,32%del 2022 di Aps in rapporto al reddito nazionale lordo, con un aumento sulla carta del 15%, cioè da 6,085 miliardi di dollari a 6,468. Come sostiene però la stessa Ocse nei giudizi sulle tendenze dell’aiuto dei vari paesi, “si tratta di un aumento esclusivamente dovuto alla quota dei costi dei rifugiati nel Paese donatore, senza il quale l’aiuto allo sviluppo diminuirebbe”.

Altro che Piano Mattei, solo un taglio agli aiuti

Nel frattempo, in termini reali resta un miraggio il mantenimento dei solenni impegni presi oltre 50 anni fa e ribaditi nel 2015 con l’Agenda 2030 dell’Onu per lo sviluppo sostenibile. In particolare quello di raggiungere lo 0.70% rispetto al reddito nazionale lordo in aiuto allo sviluppo. Soprattutto perché, al di là delle percentuali, si allontanano gli obiettivi di sostenibilità sociale, ambientale e di lotta alla povertà estrema, considerando che questi indicatori peggiorano in 9 Paesi su 10.

E l’Africa I numeri parlano. Gli ultimi dati Ocse-Dac ci dicono che gli aiuti all’Africa diminuiscono del 7% a livello globale e l’Italia li ha più che dimezzati. Si dice “aiutiamoli a casa loro” ma sostanzialmente si bussa alla loro porta per chiedere di aiutarci a chiudere i confini di casa nostra. Accade da anni in Libia, accade ora con la Tunisia. I Paesi africani per Giorgia Meloni sono semplicemente i sicari di una politica che ha bisogno di essere travestita da aiuto umanitario per essere più digeribile. Trovata una maschera decente si può fare di tutto, persino chiamare Piano Mattei un taglio drastico agli aiuti ai Paesi devastati dalla fame, dalla siccità e dalle guerre. Durerà finché regge la narrazione. Quindi durerà poco, pochissimo.

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