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Altro che Piano Mattei, dimezzati gli aiuti all’Africa

Lo chiamano, con poco pudore, Piano Mattei. “Ci stiamo lavorando”, soprattutto “ascoltando e coinvolgendo i Paesi africani” assicura la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. L’ambizione è di presentare al mondo in occasione del summit intergovernativo Italia-Africa, il prossimo ottobre. Fare di più per l’Africa, per fare fronte alle tante emergenze umanitarie, a partire da quella somala che per l’Onu è “una delle peggiori crisi umanitarie al mondo”, e contenere i flussi di migranti illegali.

Ma anche per sostenere lo sviluppo economico e la stabilizzazione sociale di Paesi nei quali altrimenti, senza un “ruolo forte” dell’Italia e dell’Europa si aprono inevitabilmente le porte “all’ingresso di altri attori”. Sin dal suo discorso d’insediamento alla Camera dei Deputati, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha fatto riferimento a un Piano Mattei per l’Africa e il Mediterraneo definendolo “un modello virtuoso di collaborazione e di crescita tra Unione Europea e nazioni africane, anche per contrastare il preoccupante dilagare del radicalismo islamista, soprattutto nell’area sub-sahariana. Ci piacerebbe così recuperare, dopo anni in cui si è preferito indietreggiare, il nostro ruolo strategico nel Mediterraneo”.

Il Piano Mattei è una variante dell’aiutiamoli a casa loro

Lo chiamano Piano Mattei ma è sempre lo stessa roba, non diversa dall’idea che un altro premier lanciò non troppi anni fa. “Noi non abbiamo il dovere morale di accoglierli, ripetiamocelo. Ma abbiamo il dovere morale di aiutarli. E di aiutarli davvero a casa loro”: non è la frase del primo Bossi e non è nemmeno uno slogan preparato per Facebook dall’ultimo Salvini. La frase sta in un libro dell’ex leader del centrosinistra italiano, Matteo Renzi, quella parte che per anni, per storia, per temperatura emotiva, aveva la solidarietà sempre in tasca, mica quella pelosa, la solidarietà che è la regola non scritta per cui una mano tesa va raccolta, sempre.

Il Piano Mattei è una variante dell’aiutiamoli a casa loro, che da queste parti funziona da tempo per la propaganda. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha rilanciato: l’Europa deve fare di più per l’Africa, ha intimato. Ma come va questo inizio di Piano Mattei? Non benissimo a giudicare dai dati preliminari per il 2022 da parte del Comitato per l’aiuto allo sviluppo dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico).

Nel 2022 ben il 14,4% dell’aiuto pubblico allo sviluppo globale (Aps) è rimasto nelle tasche dei Paesi ricchi, anziché essere destinato a migliorare le condizioni di vita nelle aree più povere del pianeta. In particolare esplode la voce “dei costi dei rifugiati nel paese donatore”, arrivati alla cifra record di 29,3 miliardi di dollari, con un più 134% rispetto al 2021. In altre parole, quanto trattenuto dai Paesi donatori per interventi entro i confini nazionali è superiore all’aumento complessivo degli aiuti globali (+13,6%), passati da 186 miliardi nel 2021 a 204 miliardi nel 2022.

Le promesse tradite

Oxfam l’ha denunciato già da qualche mese ma nessuno sembra essersene accorto. “In un momento in cui decine di milioni di persone nei Paesi più poveri e vulnerabili stanno lottando per sopravvivere agli effetti di guerre, della crisi climatica e dell’inflazione, i Paesi ricchi hanno trasformato le loro promesse di aiuto in una farsa. – spiegava Francesco Petrelli, policy advisor di Oxfam Italia su finanza per lo sviluppo –. Quasi 30 miliardi sono stati considerati erroneamente come aiuto allo sviluppo ‘genuino’, senza esserlo. In realtà si tratta di un aumento scritto sull’acqua. Buona parte è stato destinato a far fronte all’accoglienza dei richiedenti asilo entro i confini nazionali soprattutto dei rifugiati ucraini, senza il doveroso stanziamento di risorse aggiuntive. Un’altra quota è invece stata contabilizzata per il secondo anno consecutivo, considerando il costo delle donazioni di vaccini Covid, costituiti da scorte di magazzino già acquistate per le necessità nazionali ad un alto prezzo di mercato”.

In questo scenario l’Italia è un esempio emblematico di un trend di aumento solo fittizio delle risorse destinate all’aiuto pubblico, ossia a sradicare la povertà nei Paesi in via di sviluppo. Il nostro Paese passa infatti dallo 0,29% del 2021 allo 0,32%del 2022 di Aps in rapporto al reddito nazionale lordo, con un aumento sulla carta del 15%, cioè da 6,085 miliardi di dollari a 6,468. Come sostiene però la stessa Ocse nei giudizi sulle tendenze dell’aiuto dei vari paesi, “si tratta di un aumento esclusivamente dovuto alla quota dei costi dei rifugiati nel Paese donatore, senza il quale l’aiuto allo sviluppo diminuirebbe”.

Altro che Piano Mattei, solo un taglio agli aiuti

Nel frattempo, in termini reali resta un miraggio il mantenimento dei solenni impegni presi oltre 50 anni fa e ribaditi nel 2015 con l’Agenda 2030 dell’Onu per lo sviluppo sostenibile. In particolare quello di raggiungere lo 0.70% rispetto al reddito nazionale lordo in aiuto allo sviluppo. Soprattutto perché, al di là delle percentuali, si allontanano gli obiettivi di sostenibilità sociale, ambientale e di lotta alla povertà estrema, considerando che questi indicatori peggiorano in 9 Paesi su 10.

E l’Africa I numeri parlano. Gli ultimi dati Ocse-Dac ci dicono che gli aiuti all’Africa diminuiscono del 7% a livello globale e l’Italia li ha più che dimezzati. Si dice “aiutiamoli a casa loro” ma sostanzialmente si bussa alla loro porta per chiedere di aiutarci a chiudere i confini di casa nostra. Accade da anni in Libia, accade ora con la Tunisia. I Paesi africani per Giorgia Meloni sono semplicemente i sicari di una politica che ha bisogno di essere travestita da aiuto umanitario per essere più digeribile. Trovata una maschera decente si può fare di tutto, persino chiamare Piano Mattei un taglio drastico agli aiuti ai Paesi devastati dalla fame, dalla siccità e dalle guerre. Durerà finché regge la narrazione. Quindi durerà poco, pochissimo.

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Navi alla Guardia costiera libera, così forniamo sostegno agli aguzzini libici

A leggere il comunicato ufficiale vengono i brividi. “Nell’ambito del progetto europeo Sibmmil (Support to Integrated border and migration management in Libya), sono state consegnate ieri presso l’Arsenale militare di Messina due unità navali “Classe Currubia” alla delegazione tecnica della Guardia costiera libica.

Lo riferisce un comunicato dell’Agenzia industrie difesa. Le due imbarcazioni, oggetto di preventive operazioni di refitting e rimessa in efficienza da parte delle maestranze dell’Agenzia industrie difesa, rientrano nell’intesa tecnica stipulata tra il ministero dell’Interno – Dipartimento della pubblica sicurezza – Direzione centrale dell’immigrazione e della Polizia delle frontiere e l’Agenzia industrie difesa”.

L’Italia continua a fornire mezzi, oltre ai soldi, alla cosiddetta Guardia costiera libica, una masnada di criminali (talvolta addirittura trafficanti appena dismettono la divisa) che nel nostro Paese si insite a voler rivendere come imprescindibili alleati nella lotta “all’immigrazione clandestina”.

I diritti violati della cosiddetta Guardia costiera libica

Cosa sia la cosiddetta Guardia costiera libica lo descrive un rapporto dell’Onu che spiega come esistano “fondati motivi per ritenere che il personale di alto rango della Guardia costiera libica, dell’Apparato di sostegno alla stabilità e della Direzione per la lotta alla migrazione illegale abbia colluso con trafficanti e contrabbandieri, che sarebbero collegati a gruppi della milizia, nel contesto di intercettazione e privazione della libertà dei migranti.

La Missione – scrive l’Onu – ha inoltre trovato ragionevoli motivi per ritenere che le guardie abbiano chiesto e ricevuto il pagamento per il rilascio dei migranti. Traffico, schiavitù, manodopera forzata, reclusione, estorsione e contrabbando hanno generato entrate significative per individui, gruppi e istituzioni dello Stato”.

La cerimonia nascosta

Una celebrazione per festeggiare il fiancheggiamento di un gruppo criminale. Sarà per questo che la cerimonia è stata fatta alla chetichella e il comunicato stampa è uscito solo il giorno successivo. La discussione generale sulle missioni internazionali avviata ieri a Montecitorio è stata l’occasione per riprendere il filo.

“Per quanto riguarda la Libia – spiega il deputato del PD, Fabio Porta – il Partito democratico ha espresso la sua contrarietà sul punto riguardante il rifinanziamento della missione di supporto alla guardia costiera libica. Lo ha fatto proponendo degli emendamenti che sono stati respinti dal Governo nel corso della seduta congiunta delle commissioni Esteri e Difesa di ieri. A distanza di anni dal memorandum Italia-Libia, infatti, c’è la concreta necessità di un cambiamento di strategia che tenga insieme la difesa degli interessi italiani e il rispetto dei diritti umani”.

Rassicurazioni che ha chiesto anche il M5S “affinché i diritti umani vengano effettivamente rispettati, anche alla luce delle varie inchieste che abbiamo visto ma anche dell’ultimo report Onu”. “Rassicurazioni che anche in questo caso non ci sono state date, per cui non possiamo votare a favore di questo decreto”, spiega la deputata Vittoria Baldino, vicepresidente del gruppo M5S alla Camera.

Esulta ovviamente la maggioranza. Con sprezzo del ridicolo esulta il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, vicepresidente del Senato: “la sinistra sta con i trafficanti”, dice. Non deve aver capito di averli appena armati.

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La realtà dell’evasione fiscale e la narrazione sui furbetti impuniti – Lettera43

Nei primi mesi di governo si è parlato molto di evasione fiscale, ma non per il motivo che si potrebbe immaginare. È nota la dichiarazione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante il suo comizio a Catania in cui paragonò le tasse a «un pizzo di Stato». In quell’occasione Meloni disse che sono «le banche e le big company» a evadere. Non deve aver letto la relazione annuale del ministero dell’Economia che spiega come sui circa 90 miliardi di euro di evasione fiscale, che salgono a quasi 100 miliardi contando anche l’evasione dei contributi previdenziali, oltre 32 miliardi di euro provengono dall’evasione dell’Irpef dei lavoratori autonomi e delle piccole imprese. Sono loro a non pagare in media il 69 per cento delle imposte sul reddito che dovrebbero pagare allo Stato ogni anno.

La realtà dell'evasione fiscale e la narrazione sui furbetti impuniti
Guardia di finanza (Imagoeconomica).

La diatriba sul contante e le falsità sbugiardate

Poi abbiamo ascoltato la presidente del Consiglio dirci che negli ultimi anni «l’evasione non è calata». Falso anche questo. Nel 2019 l’evasione delle imposte tributarie e dei contributi era calata di circa 7 miliardi di euro rispetto al 2015. In cinque anni il tax gap è passato dal 5 per cento in rapporto al Pil al 4,1 per cento. C’è stata la diatriba sull’uso del contante che non avrebbe correlazione con l’evasione fiscale. In quel caso Meloni è stata smentita dalla Corte dei conti e dalla Banca d’Italia. Ma non è difficile riuscire a capire che i pagamenti elettronici – quindi tracciati – rendendo più complicata l’evasione. Matteo Salvini (Lega) e Antonio Tajani (Forza Italia) spiegarono che era l’Europa a chiedere l’innalzamento del contante. Falso anche questo.

Le favolette sui turisti stranieri e l’uscita discutibile di Nordio

Quindi Tajani ha rilanciato dicendo che il limite del contante disincentiva la spesa di turisti stranieri. Non sapeva che in Italia esiste già una deroga che permette a quei turisti di spendere fino a 15 mila euro in contanti. Qualche giorno fa il ministro alla Giustizia Carlo Nordio ha detto ai suoi cittadini che pagare le tasse è «un’impresa»: «Questo fisco vessa anche i contribuenti per bene». Per poi chiarire: «Sembra un paradosso, ma anche agli imprenditori onesti è impossibile non trovare violazioni». Tutti ladri quindi nessuno è ladro. Di lotta all’evasione invece manco a parlarne.

La realtà dell'evasione fiscale e la narrazione sui furbetti impuniti
Giorgia Meloni e il comandante generale della Guardia di finanza Andrea De Gennaro (Imagoeconomica).

Solo in Lombardia patrimoni sequestrati per 777 milioni

Poiché prima o poi la realtà irrompe e sgretola la narrazione, il 22 giugno sono arrivati i dati della Guardia di finanza in occasione dei suoi 249 anni in Lombardia, la regione “regina” delle lamentele contro «il pizzo di Stato». Solo negli ultimi quattro anni sono stati recuperati 3,5 miliardi di euro. Fra gennaio 2022 e maggio 2023 sono stati scoperti 2.471 reati fiscali a carico di 3.568 soggetti denunciati e 167 arrestati. I patrimoni sequestrati ammontano a 777 milioni di euro, mentre le proposte di sequestro avanzate alle procure della Repubblica della Lombardia ammontano a oltre 2,5 miliardi di euro. Poi ci sono 2.530 casi di frodi Iva organizzate e basate su fatture false, società fantasma e di comodo, con un’Iva evasa complessiva per 2,1 miliardi di euro.

Illeciti sulla manodopera e sfruttamento dei lavoratori

Il comandante provinciale della Guardia di Finanza di Milano, generale di Brigata Francesco Mazzotta, ha spiegato anche che quello della «somministrazione illecita di manodopera attraverso la costituzione di società cooperative e società filtro che consentono ai beneficiari della frode di poter versare un’imposta inferiore a quanto dovrebbero e in particolare di compensare i propri debiti d’imposta con crediti inesistenti» è un «fenomeno diffuso» in Lombardia che «potrebbe accompagnarsi a fenomeni di sfruttamento dei lavoratori». Parliamo solo di Lombardia, tanto per avere un ordine di grandezza. In Emilia-Romagna sono stati individuati 542 evasori totali, ossia esercenti attività d’impresa o di lavoro autonomo completamente sconosciuti al fisco, nonché oltre 8 mila lavoratori in “nero” o irregolari.

La realtà dell'evasione fiscale e la narrazione sui furbetti impuniti
La Guardia di finanza ha presentato l’annuale report sull’evasione fiscale (Imagoeconomica).

Il trucco delle residenze fiscali fittizie all’estero

Scoperti inoltre, 72 casi di evasione fiscale internazionale, principalmente riconducibili a stabili organizzazioni occulte, a manipolazioni dei prezzi di trasferimento, a residenze fiscali fittizie e all’illecita detenzione di capitali oltreconfine. I denunciati per reati tributari sono 1.663 di cui 31 tratti in arresto. Il valore dei beni sequestrati quale profitto dell’evasione e delle frodi fiscali è di circa 264 milioni. In Sardegna sono stati accertati danni erariali per 47,5 milioni di euro. In provincia di Imperia hanno scovato un’azienda “estero-vestita” che operava in un paese dell’Unione europea ma che, di fatto, aveva il centro decisionale e amministrativo in provincia di Imperia, e per questo avrebbe dovuto pagare le tasse in Italia: è stata scoperta dalla Guardia di finanza che ha segnalato una presunta evasione per circa 12 milioni di euro, da sottoporre a tassazione.

Un’assoluzione culturale che dura ormai da decenni

Potremmo continuare per ore. L’Italia è quel Paese in cui la lotta all’evasione fiscale non merita nemmeno una narrazione. La giornata del 22 giugno ne è stata la fotografia: un movimento culturale di condono morale agli evasori stroncati (che dura da decenni) e numeri che passano tra l’indifferenza generale. Guardando i comandanti della Guardia di finanza che in alta uniforme presentavano alla stampa i risultati della loro attività, avresti potuto immaginare che qualcuno di loro – anche solo uno – chiedesse al Paese di dismettere una narrazione che in fin dei conti svilisce anche loro. Non è successo. Ora basterà aspettare qualche giorno che si posi il dibattito immediato alla cronaca e si potrà continuare con questo continuo elogio alla furbizia di chi ottiene l’impunità.

Governo in modalità Papeete

Sono talmente scarsi che presto perderanno il lavoro tutti i retroscenisti politici. Mentre dalle parti del governo insistono nel ripetere che non esiste nessuna frizione tra i partiti della maggioranza, con la convinzione di Bonolis e consorte che hanno smentito la loro separazione una settimana prima di annunciarla, in esclusiva ieri il capogruppo della Lega Riccardo Molinari ha assestato tre colpi a Giorgia Meloni che lascia pochi dubbi.

Ha aperto le danze definendo il Mes “strozzinaggio sui Paesi che sono più in difficoltà” parlando di “111 miliardi che dovremo mettere dentro il Mes che non potremo mai utilizzare per salvare le nostre”.

In poche righe sostanzialmente ha sgretolato il sogno di Meloni “affidabile agli occhi dell’Ue” con uno slogan degno della propaganda sovranista dei bei tempi, quando anche la presidente del Consiglio giocava a fare la guastatrice.

Poi parlando dell’alluvione in Emilia Romagna il capogruppo leghista ci ha fatto sapere che stanno “aspettando che il governo decida”. Poiché la Lega è partito di governo non ci vuole molto per intendere che l’accusa di immobilismo sia tutta per Giorgia.

Infine assesta la coltellata finale invitando la ministra Santanchè a “spiegare in Aula” le denunce di Report. Con un’aggiunta sibillina col retrogusto di un malaugurio: “Se ci sarà qualcosa saranno altri organismi a dover intervenire non certo Report”. La faccia è di Molinari ma la voce, se ci fate caso, è quella di Salvini. Sarà il caldo, sarà il moijto, sarà il Papeete che si avvicina.

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Dal Mes all’Ucraina, le incognite sull’intesa tra M5S e Pd

C’è molto da costruire fuori, molto da sopire dentro e differenze da accorciare per la segretarie del Pd, Elly Schlein, che non nasconde la volontà di trovare un’intesa con le altre forze di opposizione, soprattutto con il Movimento 5 Stelle, perché “il Pd da solo non basta per sconfiggere questa destra”.

Il vero ostacolo all’intesa con il M5S sono i tanti fronti interni aperti nel Pd

La settimana prossima, arriva in parlamento il decreto per il rifinanziamento delle missioni militari. Schlein aveva promesso nella campagna per la segreteria Dem che avrebbe detto no a nuovi aiuti economici alla cosiddetta Guardia costiera libica. Già ieri in commissione il Pd ha votato “compatto contro”, ha spiegato Schlein. Ma i malumori nel partito per una mossa che di fatto sconfessa la linea Minniti non tarderanno a farsi sentire.

L’ex ministro Guerini e il senatore Alfieri (della minoranza interna) temono ricadute sugli accordi bilaterali con la Libia (in tutto sono 6 le missioni nel Paese nordafricano). Un altro nodo è quello della ratifica del Mes che ha messo in subbuglio la maggioranza ma sta scombussolando anche l’opposizione. Il vicepresidente M5S, Michele Gubitosa, ha annunciato il voto contrario del Movimento. Opposta la posizione del Pd.

“Lo strumento del Mes rafforza la credibilità dell’Italia sui mercati finanziari e può convenirci per gli interessi che paghiamo sul nostro debito pubblico”, ha commentato Antonio Misiani, responsabile Sviluppo economico del Pd. La diversa posizione tra M5S e Pd sul Mes sarà un’altra leva della corrente riformista che contesta alla Schlein la rincorsa al partito di Conte nonostante le differenze sull’Ucraina e sulla visione atlantista. Sempre a proposito di differenze, ieri durante l’ennesima commemorazione di Silvio Berlusconi (stavolta alla Camera) l’Aula ha osservato un minuto di silenzio.

Nuovo scontro sui migranti tra Schlein e gli ex renziani. Ieri alla Camera pure Letta tra chi ha applaudito per Berlusconi

Al termine dell’orazione funebre del presidente Fontana non hanno battuto le mani i deputati M5S e AVS e una parte del Pd. Tra gli esponenti dem ad applaudire è stato invece l’ex segretario Enrico Letta. Il dialogo tra Conte e Schlein, pur faticoso, continua. Ieri Conte ha parlato di premesse “che partono da obiettivi politici e mai da vertici stabiliti a tavolino”, “un filo naturale che spesso converge in temi che ci stanno a cuore”.

È vicina, ad esempio, la convergenza tra i due partiti su una proposta comune per un salario minimo. Ma la strada, soprattutto per Schlein, è accidentata. E i nemici, com’è nella natura del Pd, sembrano essere più “dentro” al partito che fuori.

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Non spiega, querela

Ha deciso di querelare la ministra al Turismo Daniela Santachè, finita nel ciclone delle polemiche dopo la puntata della trasmissione Report in cui le vengono mosse accuse pesantissime: «Bilanci in rosso – recita il sito della trasmissione condotta da Sigfrido Ranucci -, lavoratori mandati a casa senza liquidazione e ditte del tanto celebrato Made In Italy messe in difficoltà, o addirittura strozzate, dal mancato saldo delle forniture». I servizio di Giorgio Mottola coinvolge anche l’ex compagno, Canio Mazzaro e gli emolumenti che da questi sarebbero stati incassati e indaga sui rapporti «tra alcune società del gruppo che si è visto assegnare, senza gara, l’appalto per la campagna promozionale del ministero del turismo “Open to Meraviglia”».

La ministra si dice tranquilla ma a Palazzo Chigi il nervosismo è evidente. Come racconta Tommaso Ciriaco su Repubblica la strategia prevede tre possibili passi: “il primo è quello della difesa, come detto. Il secondo servirebbe a gestire l’eventuale ufficializzazione alle parti di un’indagine a carico di Santanché: la ministra verrebbe convocata a Palazzo Chigi dalla leader per un nuovo faccia a faccia risolutivo. Il terzo servirebbe a maneggiare nuove insostenibili rivelazioni. Meloni pretenderebbe un passo indietro.

L’annunciata querela però è un altro segale dell’apolitica con cui questo governo intende il proprio ruolo. In un Paese democraticamente sano, in un Paese qualsiasi dell’Europa occidentale, una ministra travolta da accuse di questo tipo non si affiderebbe (solo) alla giustizia per fare emergere le sue verità. È quel vecchio discorso di politica e giustizia che sono due campi separati: serve una spiegazione “politica”, di fronte ai propri elettori (e anche agli elettori di altri) per sgomberare qualsiasi ombra.

Non le querele ma le spiegazioni sono il passo che tutti aspettano da Santanchè. Se davvero come dice la ministra la trasmissione Report ha costruito la sua puntata su fatti non veri sarà facile e veloce smentirli e dare all’opinione pubblica tutti gli elementi per smontare la tesi giornalistica. Ma non è accaduto, non accade e c’è da scommetterci che non accadrà. Il motivo è facile da intuire: l’obiettivo è aspettare che si posi la polvere e subentri l’oblio, come spesso avviene in questo Paese.

La querela è la risposta sbagliata.

Buon venerdì.

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L’Aventino dei sovranisti disertori

Ieri il testo base del disegno di legge di ratifica del Mes è stato approvato in commissione Esteri della Camera con il solo voto favorevole di Pd, Italia viva/Azione e +Europa. Astenuti il Movimento 5 stelle e Verdi-Sinistra italiana. Assenti tutti (tutti!) i componenti dei partiti della maggioranza, Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia.

La strategia del governo è quella dell’opossum, che alla bisogna si difende, se attaccato, con unghie e denti ma più spesso, quando si vede a mal partito, si finge morto e approfitta dell’attimo di distrazione del suo avversario per darsi alla fuga.

Nonostante Giorgia Meloni faccia di tutto per apparire “l’uomo forte” che tiene le redini del Paese (s’è fatta persino mettere l’articolo al maschile per corroborare la narrazione) questo governo è europeista quando ha bisogno di soldi, sovranista quando vuole sfuggire alle verifiche sui soldi che ha ricevuto, liberale quando deve perdonare gli amici, panpenalista quando deve punire i nemici, conservatore quasi reazionario sui diritti ma progressista quando deve abolire i doveri.

Ieri il capogruppo di Fratelli d’Italia Tommaso Foti rispondendo alla domanda sulle assenze della maggioranza ha detto: “Hanno adottato il testo base, no? Il regolamento è rispettato. Il centrodestra era assente? Ce ne faremo una ragione”.

Beati loro che riescono a farsi una ragione di un governo che non governa. Il 30 giugno il testo approda in Aula alla Camera. Ai sovranisti disertori sarà difficile scappare.

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Agnoletto: “Meloni nel solco di Draghi. Un disastro equiparare sanità pubblica e privata”

Sono arrivati al governo e hanno falciato il rapporto tra la spesa sanitaria e il Pil che si è contratto passando dal 6,9 per cento del 2022 al 6,7 per cento. Questo è solo l’inizio. La volontà di tagliare è evidente, con una riduzione nei prossimi anni di oltre 3,3 miliardi di euro: il governo ha indicato nel Def che a partire dal 2026 la spesa scenderà ancora fino al 6,2 per cento.

Vittorio Agnoletto, medico del direttivo nazionale di Medicina democratica, ci dica la verità era prevedibile?
“Io credo che sia corretto dire le cose come stanno: questo governo per la sanità si è inserito nel percorso indicato dal governo Draghi. Quel governo prevedeva il 6,3%. Il governo Meloni è andato avanti con un ulteriore taglio. Purtroppo l’idea di non finanziare il Servizio sanitario nazionale (Ssn, ndr) nasce da lontano. Le recenti stime internazionali ci dicono che per portare il finanziamento della sanità italiana in termini percentuali nella media dell’Europa occidentale servano altri 50 miliardi”.

Qual è lo stato dell’arte della sanità italiana
“Partiamo da un dato. La spesa sanitari privata 2022 è attorno ai 38 miliardi. Parliamo di una spesa fatta dai cittadini. Questo cosa significa C’è un sotto finanziamento pesantissimo del Ssn che obbliga i cittadini per curarsi a ricorrere al proprio portafoglio oppure a rinunciare a curarsi. Su quanti siano che hanno rinunciato alle cure ci sono stime molto diverse: la più rosea parte da 4 milioni ma si arriva a 11 milioni di italiani che avrebbero rinunciato a curarsi. La sanità italiana ha subito un taglio pesantissimo, negli ultimi 20 anni sono circa 36 miliardi di euro. Tutto questo ha dato uno spazio enorme alla sanità privata”.

A scapito della sanità pubblica
“Sì perché da un parte si è sviluppata la sanità privata ma dall’altra parte – e contemporaneamente – il servizio sanitario ha aperto le porte ai privati con accreditamento nelle varie regioni. Inizialmente avrebbe dovuto essere un’eccezione, perché il Ssn deve fornire tutto quanto previsto dai Lea, i livelli essenziali di cure, visite e esami a cui hanno diritto tutti gli italiani. In via eccezionale dove il Ssn non riesce a fornire tutti i servizi accetta l’accreditamento di strutture private decidendo quali strutture servano, in quale campo e con quale ruolo e per quanto tempo.Noi invece siamo arrivati in una situazione dove la punta dell’iceberg è la Lombardia che indica la direzione: Il Ssn accredita chiunque lo chieda senza studio sui bisogni reali”.

E questo cosa comporta
“Quindi si crea una concorrenza tra privato e pubblico, dove il privato decide in cosa accreditarsi, sceglie gli ambiti più remunerativi in termini di profitto. Quindi no pronto soccorsi, no dipartimenti emergenza, sì a esempio alle patologie croniche. In più il privato non deve rispettare tutti i vincoli del pubblico, come le gare per gli acquisti o i contratti nazionali. Così il pubblico ha portato dentro di sé il privato che cammina sulle gambe del pubblico. Il pubblico fornisce i servizi più costosi dovendo rispettar le regole”.

E poi?
“Poi il tutto precipita quando chi gestisce il pubblico dal punto di vista delle politiche manageriali applica al pubblico obiettivi e regole di finanziamento del privato, che sono antagoniste. Non dimentichiamo che il privato che investe in sanità investe come negli altri settori, con l’obiettivo di raggiungere un profitto. Ma in sanità il profitto lo raggiunge sulle malattie e sui malati, non sulla salute. Più lavora bene la prevenzione e meno il privato guadagna perché guadagna solo sulla cura. Il pubblico invece più investe nella prevenzione più guadagna, cioè risparmia. Non c’è nessun settore dove pubblico e privato hanno obiettivi contrapposti”.

Ma in Lombardia il presidente Fontana dice che vengono da tutta Italia a curarsi…
“È vero ce arrivano in Lombardia per farsi curare, ma non per le visite, solo per interventi chirurgici complicati o terapie oncologiche. È un’eccellenza ma ha sviluppato solo quella medicina. Se devi fare una visita oculistica ti senti rispondere che devi attendere 20 mesi. La medicina quotidiana è stata massacrata. Per una colonscopia in Lombardia puoi dover aspettare 6 o 7 mesi”.

La Lombardia come ispiratrice della privatizzazione nella sanità?
“Nessuna regione è arrivata all’estremo della Lombardia che nell’articolo 2 della legge 23 (di Fontana e Letizia Moratti) ha scritto che dentro il Servizio sanitario pubblico c’è la piena equivalenza tra struttura pubblica e privata. Noi riteniamo che questo sia anticostituzionale. Le leggi regionali devono essere approvate dal Consiglio dei ministri, avevamo chiesto a Speranza di bloccare questo passaggio, l’avevamo chiesto attivando un articolo costituzionale che prevedeva la possibilità di poter bloccare ma il governo non ha fatto nulla”.

Perché secondo lei le lacune della sanità non riescono a diventare un tema prioritario dal punto di vista e elettorale nonostante interessino la vita quotidiana delle persone?
“La gestione della sanità è affidata alle regioni e costituisce l’80% del bilancio regionale. È uno spazio enorme di investimento per il privato. La sanità è il secondo settore come dividendi per azionisti in tutte le borse internazionali e viene solo dopo il settore delle armi. Quindi le pressioni che il mondo politico subisce in quel campo sono fortissime. Aggiungiamo che il potere sanitario oggi controlla gran parte della comunicazione, quotidiani. Oggi criticare la sanità privata con nomi e cognomi, è difficilissimo per il rapporto strettissimo tra potere politico e sanitario”.

 

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I dispersi del Titan sono naufraghi di prima classe

C’è un’imbarcazione in difficoltà in mezzo al mare. A 640 chilometri di distanza dall’isola canadese di Terranova, nel nord dell’Atlantico, il sottomarino Titan è disperso. Si sono, com’è nomale e giusto che sia, attivati tutti i soccorsi da giorni.

Per i ricchi spariti a bordo del Titan copertura mediatica e super soccorsi. Le migliaia di migranti annegati invece sono solo numeri

Una vera e propria armata internazionale di navi e aerei, quella che sta cercando l’imbarcazione di OceanGate, la compagnia proprietaria del sommergibile, con cinque persone a bordo. L’operazione di ricerca e soccorso è mastodontica. Un robot subacqueo scandaglia ogni metro. Giornali e televisioni ogni ora raccontano tutto quello che c’è da raccontare.

Sappiamo chi sono i naufraghi, sappiamo che lavoro fanno, sappiamo come siano composte le loro famiglie, il loro reddito, perfino i loro sogni e le loro aspirazioni. Però non c’è nessun editoriale che accusa i naufraghi di essersi messi in mare a proprio rischio e pericolo. Non c’è nessun politico che accusa i passeggeri di non essere rimasti a casa loro.

Non si trova mezzo articolo che monti una polemica sul costo dei soccorsi che devono pagare i contribuenti. La differenza tra le centinaia di vittime morte qualche giorno fa (e non ancora ritrovate) a Pylos e questa manciata di naufraghi è mostruosa.

La differenza di attenzione è l’indice del nostro razzismo. Qualcuno potrà obiettare che sono stranieri anche i passeggeri del sottomarino, come quelli in Grecia. Non è così: nei paesi razzisti sono stranieri solo i poveri. I ricchi sono cittadini del mondo, i poveri sono numeri da lasciare in fondo al mare.

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I giovani criminali di cui si parlerà pochissimo

Hanno 16 anni i due ragazzini accusati di avere ammazzato a suon di calci, pugni e spintoni Akwasi Adofo Friederick lo scorso 19 giugno a Pomigliano d’Arco. Le immagini registrate dalle telecamere mostrano che la vittima è stata pestata in strada, poi avrebbe camminato per qualche metro fino ad accasciarsi all’interno di una corte condominiale, dove è stato soccorso in fin di vita. Trasportato all’ospedale di Nola, l’uomo è morto al pronto soccorso, nell’ospedale di Nola, in seguito a un grave trauma cranico ed emorragia cerebrale.

I due, dopo aver colpito al volto l’uomo, hanno continuato a sferrare calci e pugni. Hanno colpito la vittima con calci alla testa, mentre Akwasi Adofo Friederick era immobile a terra. Sui profili social dei ragazzi si trovano contenuti che esaltano la violenza, con immagini di coltelli e bastoni retrattili.

Akwasi Adofo Friederick è arrivato in Italia, dalla rotta mediterranea, più di 10 anni fa. Aveva conseguito la licenza media. Viene raccontato come uomo buono, sempre disponibile. “È successo già altre volte e nessuno di noi ha mai fatto qualcosa perché non arrivasse il peggio. Purtroppo il peggio è arrivato. Perdonaci se puoi”, dice un biglietto accanto alla panchina dove Akwasi si fermava spesso.

L’omicidio lo inquadra bene Alex Zanotelli. “Il problema è del razzismo che emerge in continuità”, dice il missionario comboniano commentando, nel corso di una manifestazione che si è tenuta davanti al consolato greco di Napoli per ricordare la strage di migranti a Pylos, l’uccisione di Frederick Akwasi Adofo. “Man mano che si va avanti, in Europa, parlo dell’Italia, dell’Ungheria, della Polonia, con governi di suprematismo bianco, noi bianchi – spiega Zanotelli – non vogliamo saperne dell’altro, basta che abbia il volto scuro o sia un musulmano e diventa l’altro, ci fa paura. Dobbiamo uscire davvero da questo, richiederà una rivoluzione culturale, le scuole, le chiese devono davvero giocarsi tutto su una questione ormai di umanità”.

Vedrete che di questo omicidio si parlerà molto meno di altri casi di cronaca giovanile. Del resto un sopravvissuto alle carrette del mare che viene ammazzato di botte qui è una vicenda che pone domande a cui nessuno ha voglia di rispondere.

Buon giovedì.

Nella foto: un biglietto lasciato sulla panchina di Akwasi Adofo Friederick (frame video Fb)

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