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Ci tocca ancora la Fornero. Altro che in pensione con 41 anni di contributi

Nuova spunta sul taccuino delle promesse mancate del governo Meloni. L’abolizione della tanto citata riforma Fornero – cavallo di battaglia di Giorgia Meloni e Matteo Salvini in campagna elettorale – non ci sarà. Se ne parla, se tutto va bene, per il 2025.

Nuova spunta sul taccuino delle promesse mancate del governo Meloni. L’abolizione della tanto citata riforma Fornero

Il prossimo 26 giugno riprende il confronto tra governo e sindacati. Sul tavolo la fine di Quota 103, il capitolo giovani e la previdenza integrativa. Ma l’inflazione aumenta l’incertezza all’indecisione: milioni di pensioni dovranno essere rivalutate pesantemente anche l’anno prossimo il che richiede uno sforzo finanziario notevole. Il pensionamento anticipato a 62 anni di età con 41 di contributi, del resto, è una misura che non presenta i costi della quote precedenti stante anche il numero basso degli aventi diritto (circa 44 mila quest’anno).

Servono tra i 10 e i 12 miliardi di euro per la conferma del taglio del cuneo fiscale, più qualche altro miliardo (in parte ricavabile dalla revisione di detrazioni e deduzioni) per la riduzione delle aliquote Irpef da quattro a tre. Per il 2024, quindi, si farà ben poco. L’ipotesi più probabile è una conferma della Quota 103 già messa in campo quest’anno. Vuol dire un’uscita anticipata con 41 anni di contributi, ma solamente con almeno 62 di età. Con una netta restrizione della platea rispetto alla Quota 41.

Guardando al Def di aprile le risorse a disposizione del governo sono poche. Nonostante sia necessario aspettare la Nadef in autunno per avere dati più certi, a oggi sembra difficile trovare le decine di miliardi necessarie solamente per confermare le misure già in campo o comunque promesse come quelle su stipendi e pensioni. Il Def prevede un recupero di 1,5 miliardi di euro attraverso il taglio della spesa dei ministeri: di spending review se ne parla da anni, ma alla fine i soldi così rimediati sono sempre stati pochi.

Poi ci sono i 4 miliardi destinati dal Def, per il 2024, alla riduzione della pressione fiscale. Bisognerà capire come verranno utilizzati, a partire da cuneo fiscale e Irpef. Non basteranno per nessuna delle due misure, figuriamoci per entrambe. Il governo puntava tutto su una crescita più robusta del previsto, per poter recuperare risorse extra da investire nella riforma delle pensioni e negli aumenti di stipendio, sperando anche di introdurre un meccanismo virtuoso che potesse ulteriormente incrementare i consumi.

Venerdì prossimo tavolo con i sindacati per fare il punto sulla previdenza. Ancora brucia il taglio a Opzione donna

I dati dell’Istat di inizio giugno hanno gelato l’esecutivo: per la fine del 2023 e il 2024 la crescita sembra meno alta di quanto speravano Giorgetti e Meloni. Ieri l’ufficio parlamentare di bilancio nel suo rapporto ha specificato come “la stabilità dei saldi programmatici di bilancio presentata nel Def 2023 appare appropriata”. Tuttavia “vanno risolte le incertezze riguardanti l’individuazione di adeguate coperture finanziarie degli interventi che si prospettano”.

“Nell’insieme – si legge – sembrerebbero necessarie cospicue risorse che appare difficile poter reperire senza incidere” sui servizi e sulle politiche sociali. Dalle parti di Palazzo Chigi si vuole evitare il rischio che nei prossimi decenni si manifesti quella che la stessa presidente del Consiglio ha definito “una bomba sociale”.

Ma non sarà facile per Salvini spiegare ai suoi elettori che la riforma che aveva previsto “nei primi giorni di insediamento al governo” rimane lettera morte. Non sarà facile nemmeno per la premier Meloni raccontare che il governo che avrebbe dovuto “liberarsi dai lacci dell’Ue” (disse la leader di Fratelli d’Italia negli ultimi giorni di campagna elettorale) sia nei fatti un campione di austerity.

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In Senato va in onda la verità calunniata

“Quando Berlusconi decide di scendere in campo, accanto ai grandi successi e cambiamenti che impone alla politica, si crea un problema che lui denunzia come persecuzione, che è un problema non solo giudiziario ma a suo avviso anche mediatico, che durerà parecchi anni. Non si è mai sottolineato, però, che un giudice a Berlino Berlusconi lo troverà sempre, se è vero che tutte le accuse più gravi – tranne una, quella per cui è stato condannato- cadranno nel nulla“. Parole del presidente del Senato Ignazio La Russa. Si è dimenticato di dire che gran parte dei 36 procedimenti penali a cui Berlusconi è stato sottoposto sono stati evitati grazie a leggi ad personam, prescrizioni, codicilli aggiunti pro domo sua.

“Aveva sempre il sole in tasca. Odio e invidia non sapeva dove stessero di casa. La sua mancanza è un vuoto difficile da colmare ma i suoi insegnamenti resteranno un faro. Grazie presidente. Il suo spirito continuerà a vivere nei nostri cuori”, dice Licia Ronzulli. Discorso agiografico al limite del ridicolo di Antonio Tajani: “Berlusconi era un uomo di Stato e di governo che metteva sempre al centro la persona. Era un combattente ma ha sempre rispettato tutti gli avversari”. Del resto come non ricordare quando definì “coglioni” gli elettori degli altri partiti.

“Il ricordo è soprattutto per la sua umanità: la capacità di mettersi in sintonia con i capi di Stato e con la gente più comune. Ha avuto la capacità di essere un combattente senza mai usare parole di odio per nessuno, neanche contro coloro che l’hanno espresso, anche recentemente, nei suoi confronti”, dice invece il capogruppo di Fratelli d’Italia Lucio Malan. Ne sa qualcosa la magistratura italiana, definita di volta in volta “metastasi”, “mentalmente disturbati” e così via.

Il nuovo Berlusconi, Matteo Renzi, come Silvio non riesce a non parlare di sé stesso ogni volta che parla di altri: “Mi viene in mente il primo incontro con lui, il famoso “pranzo di Arcore“, quando andai a chiedergli i soldi per Firenze: lui volle che al pranzo ci fossero anche i figli. Io da lui ho capito che il più grande lusso della vita sono i rapporti umani. È questo che mi porto dietro di Silvio Berlusconi: uno statista, ma soprattutto un uomo capace di rapporti umani“, dice.

Applausi scroscianti.

Buon mercoledì

Nella foto: frame del video di Senato tv, 20 giugno 2023

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Da privatizzare a privare è un attimo

Sono arrivati al governo e hanno falciato il rapporto tra la spesa sanitaria e il Pil che si è contratto passando dal 6,9 per cento del 2022 al 6,7 per cento. Questo è solo l’inizio. La volontà di tagliare è evidente, con una riduzione nei prossimi anni di oltre 3,3 miliardi di euro: il governo ha indicato nel Def che a partire dal 2026 la spesa scenderà ancora fino al 6,2 per cento.

Intanto continuano a diminuire i posti letto negli ospedali pubblici. Curarsi diventa un lusso, la privatizzazione della sanità ci priva giorno dopo giorno della sanità. Sono arrivati al governo e l’ufficio parlamentare di bilancio certifica che dei quasi 1,2 milioni di nuclei familiari beneficiari di reddito di cittadinanza, circa 400mila (il 33,6%) sono esclusi dall’assegno di inclusione perché al loro interno non sono presenti soggetti tutelati. Sono persone già sotto la soglia di povertà.

Tra quelli che lavorano invece ben 3 milioni risultano poveri nonostante abbiano un impiego. Continueranno a esserlo visto che il governo ha dichiarato a più riprese di non avere nessuna intenzione di intervenire sul salario minimo. Niente da fare nemmeno per le pensioni. Si rimane così com’è. Sono arrivati al governo e hanno assicurato che avrebbero modificato il Pnrr.

A oggi non si sa cose e come vogliamo modifiche. Sappiamo in compenso che l’Ue è profondamente scontenta di come stanno andando le cose e le prossime rate sono a rischio. Fino a quando dunque, Meloni, abuserà della pazienza degli italiani?

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Ormai Nordio è il ministro del Terzo polo

Ma chi rappresenta il ministro alla Giustizia Carlo Nordio? Il disegno di legge del Guardasigilli ha riacceso il dibattito tra politica e magistratura. Il dibattito è diventato uno scontro e il ministro, ancora una volta, è solo.

Lega e FdI furiosi per la guerra scatenata contro l’Anm. Ma arriva il soccorso renziano alla riforma del guardasigilli Nordio

Rimbombano ancora le parole del presidente dell’associazione Nazionale Magistrati Giuseppe Santalucia che aveva criticato la riforma sulla stretta alle intercettazione e sulla cancellazione del reato di abuso d’ufficio. Il ministro aveva parlato di “interferenze” non riconoscendo l’Anm come interlocutore, incassando la reazione dell’associazione che ha ribadito come “i magistrati e l’Anm, che ne ha da oltre un secolo la rappresentanza, hanno non solo il diritto ma anche il dovere di prendere parola, per arricchire il dibattito sui temi della giustizia”.

Così mentre il Csm ieri ha annunciato di essere pronto a dare il suo parere alla riforma aprendo una pratica sulla riforma in Sesta Commissione, quella deputata a esprimersi su leggi e decreti ieri il viceministro della Giustizia e senatore di Forza Italia Francesco Paolo Sisto si è affrettato a smentire tensioni nella maggioranza: “Quando il ddl è stato approvato in Consiglio dei ministri, – ha detto Sisto intervento a Radio24 – mi risulta ci sia stata l’unanimità e un applauso. I retroscenisti fanno il loro mestiere, ma i fatti dicono che il governo è compatto intorno a un provvedimento che ha un solo obiettivo: pensare al Paese reale e non all’intellighenzia che vuole imporre la propria visione talvolta astratta e spesso autoreferenziale”.

Non è così. Le tensioni tra Nordio e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni sono tutt’altro che un retroscena. Fin dall’inizio della legislatura il rapporto trai due si è involuto in un duro confronto proprio per le parole del ministro sulle intercettazioni (che già a gennaio Nordio definì un abuso). In quel caso la presidente del Consiglio intimò a Nordio di non arrivare allo scontro con la magistratura per non mettere a rischio le riforme, sostenuta dal leader leghista Matteo Salvini.

Poi ci furono i casi di Artem Uss scappato dai domiciliari in Italia e il caos creato dalle dichiarazioni di Delmastro. Rimane agli atti la convocazione a Palazzo Chigi con cui Giorgia Meloni provò ad arginare il ministro. Missione fallita. Non è un retroscena che la presidente del Consiglio e la maggioranza ritengano lo scontro di questi giorni innescato da Nordio un grosso problema per arrivare alle riforme ritenute più importanti, come la separazione delle carriere. Nella Lega ci si domanda se valesse davvero la pena andare in guerra con i magistrati per un disegno di legge che sostanzialmente non tocca le riforme che stanno più a cuore al governo.

Giorgia Meloni non è intervenuta pubblicamente per difendere il “suo” ministro nella querelle con l’Anm. La riforma intanto arriva alla Camera. Che l’umore del Guardasigilli non sia dei migliori lo fa intuire Enrico Costa di Iv: “Da giorni magistrati vari contestano il ministro, nel silenzio di Palazzo Chigi. Occhio – osserva – che se Nordio si scoccia vi saluta”. L’iter della riforma si preannuncia complicato con le opposizioni che già promettono battaglia: “Noi sindaci con l’Anci chiedevamo una riforma del reato di abuso di ufficio. Non il ‘colpo di spugna’ tipico della politica berlusconiana, che punta all’impunità. Siamo garantisti, non berlusconiani”, ha dichiarato il sindaco di Bologna Matteo Lepore, che ha anticipato la battaglia che il Pd intende fare sulla parte che riguarda l’abuso d’ufficio.

Dura anche la posizione del Movimento Cinque Stelle. “Non vi fate ingannare dal dibattito sull’abuso d’ufficio – ha dichiarato Giuseppe Conte sabato nel corso della manifestazione del suo partito – . Oggi l’abolizione di quel reato significa solo che vuoi rendere legittime le raccomandazioni nei concorsi e nelle assunzioni anche nel pubblico, e chi viene favorito? Gli amici e i soliti ricchi e potenti”. La domanda rimane: chi rappresenta Nordio con la sua riforma

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TheBorderline, YouTube e la monetizzazione delle tragedie – Lettera43

La mattina di Ferragosto del 1962 Bruno Cortona, 36enne vigoroso ed esuberante, amante della guida sportiva e delle belle donne, schizzava per le vie di Roma con la sua Lancia Aurelia B24 convertibile. Dopo un sorpasso azzardato, per evitare l’impatto con un camion che arrivava dalla parte opposta, sterzò violentemente. Lui venne sbalzato fuori dall’auto che finì in una scarpata. Il suo passeggero, un giovane di nome Roberto e di cui Cortona non sapeva nemmeno il cognome morì. L’inno alla spericolatezza sta dentro un film di Dino Risi, Il sorpasso. Il mito della velocità associata al rischio e del sorpasso azzardato come termometro di virilità fu uno dei capisaldi del boom economico.  Si può facilmente immaginare che qualche incidente sia accaduto per emulazione. Nessuno si sognò mai di mettere sotto accusa il cinema italiano, di chiederne la chiusura per la veicolazione di messaggi che rischiavano di essere diseducativi. Così come nessuno si sognerebbe di chiedere la chiusura della letteratura per libri splatter (per di più brutti, a differenza del capolavoro di Risi) che hanno il culto della violenza come unica matrice letteraria. Così come nessuno chiederebbe di chiudere le gelaterie se un gelataio venisse condannato per pedofilia.

TheBorderline, YouTube e la monetizzazione delle tragedie
Una scena de Il sorpasso di Dino Risi.

YouTube e i social sono luoghi: criminalizzarli tout court è un errore

Non commettere l’errore di criminalizzare un mezzo. Si potrebbe partire da qui per tirare le fila della vicenda in cui ha perso la vita Manuel Proietti, 5 anni, mentre tornava a casa con la madre, travolto da una Lamborghini guidata da Matteo Di Pietro, 20 anni, impegnato in una “challenge” che non è altro che una di quelle sfide sceme in cui si mette a rischio la propria vita e quella degli altri per diventare “popolari” tra gli amici. Solo che Matteo Di Pietro è anche uno dei membri del gruppo di youtuber TheBorderline, gli amici con cui vantarsi di fare lo scemo sono migliaia e le sue bravate gli fanno guadagnare soldi – molti soldi – oltre alle pacche sulle spalle degli amici. C’entra YouTube? C’entrano i social? Sì e no. YouTube è un luogo. Su YouTube gli scemi possono godersi gli incidenti, le risse e le imprese degli altri scemi senza bisogno di uscire di casa e senza creare ingorghi in autostrada. Accade, come sui social, che lo scemo del villaggio possa acquisire una popolarità ben oltre il baretto sotto casa. La violenza, la stupidità, perfino i poco rispetto per le altre vite umane esercita da sempre una sinistra fascinazione. Per ricevere lettere adoranti di fan scatenate Pietro Maso dovette uccidere i genitori, finire sui giornali e in televisione. Oggi gli sarebbe bastato un video su TikTok in cui avrebbe annunciato di ritenere il denaro e la bella vita una priorità ben più importante degli affetti familiari. Con quella faccia, con il suo foulard, avrebbe avuto un gran successo, sicuro.

Non esiste una “generazione” che usa male i social e una “generazione” che li nobilita. Esistono – questo sì – irresponsabili che diventano un modello. Mica solo su YouTube. Matteo Messina Denaro viene mitizzato su TikTok da persone che ne onorano il mito anche in casa e per strada

Il rischio dell’ennesima guerra generazionale

Secondo errore da non commettere. Non dare l’idea di usare un presunto omicidio stradale (si può essere garantisti anche quando non si tratta di ministri, presidenti del Consiglio e sottosegretari, provateci) per accendere una guerra generazionale. Uno dei miei figli, l’altro ieri, con un moto di rabbia ha preso le difese di quei fessi sulla Lamborghini. Son rimasto stranito. Parlandoci ho colto che il punto era un altro: un eccesso di difesa (sbagliata nei modi) contro la criminalizzazione della sua generazione. Quello “youtuber” usato come clava è una disinformazione. Su YouTube e sui social girano contenuti belli e importanti. Oggi verrà rilanciato anche questo articolo. Non esiste una “generazione” che usa male i social e una “generazione” che li nobilita. Esistono – questo sì – irresponsabili che diventano un modello. Mica solo su YouTube. Matteo Messina Denaro viene mitizzato su TikTok da persone che ne onorano il mito anche in casa e per strada. Il film Il Padrino viene usato come favoreggiamento culturale da persone che adorano il crimine anche nella vita reale.

TheBorderline, YouTube e la monetizzazione delle tragedie
Una delle challenge dei TheBorderline (dal loro canale YouYube).

Chi ha guadagnato e continua a guadagnare dalle tragedie

Quindi cosa fa schifo in tutta questa storia? L’avidità criminale. Se è vero che le dinamiche dell’incidente sono indagate dalla Procura è altresì vero che i comportamenti dei TheBorderline sono sotto gli occhi di tutti. I ragazzotti, ancora sporchi di lamiere, hanno avuto l’indole di monetizzare perfino la tragedia. Qualche testimone racconta che abbiano continuato a filmare anche dopo lo schianto. Lo appureranno le indagini. Di sicuro hanno goduto di un’impennata di visualizzazioni e di follower sul loro canale che ha continuato a monetizzare. Così per difendersi dall’accusa di lucrare sul rischio (e in questo caso perfino su morto) hanno pubblicato un video di lutto sgangherato che ha rafforzato il branding. «Quel video non era monetizzato», li difende qualcuno. Ci mancherebbe. Ma per attingere al loro lutto hanno invitato tutti nel loro negozio degli orrori. Dopo la tragedia di Casalpalocco 30 mila visualizzazioni hanno rimpinguato le casse dei TheBorderline e di Google. Negli Usa, a quanto risulta a Lettera43, hanno fatto orecchie da mercante. Nessuno aveva intenzione di chiudere la monetizzazione sul canale, anzi. Solo l’insistenza del team italiano ha fatto sì che ciò accadesse. E così ieri YouTube ci ha messo una pezza. «Siamo profondamente addolorati per la tragedia. Abbiamo rimosso gli annunci dal canale The Borderline in conformità con le nostre norme sulla responsabilità dei creator a seguito di comportamenti dannosi per la community di YouTube. Ogni creator di YouTube dovrebbe rimanere responsabile sia all’interno che all’esterno della piattaforma. Di conseguenza questo canale non può più guadagnare dalla pubblicità», ha spiegato un portavoce. Con un certo ritardo si è intervenuti su un sistema mostruoso che dovrebbe cogliere l’occasione per interrogarsi. Anche in questo caso senza cadere nell’errore della settorizzazione. Pensateci: quanto hanno guadagnato i media trafugando gli aspetti più intimi nell’omicidio di Giulia Tramontano? Pensateci. Il problema qui non è solo YouTube.

Schlein rivendica la linea dem. E gela i nostalgici del renzismo

Nella prima direzione del Partito democratico dell’era Schlein la segretaria è tutt’altro che intimorita. Non si tira indietro sui deludenti risultati alle ultime elezioni amministrative. “C’è stato un forte psicodramma attorno alla sconfitta alla amministrative. – spiega la segretaria -. Noi oggi non abbiamo una coalizione e non vinciamo da soli, così come non abbiamo perso da soli: non attiriamoci più demeriti di quelli che abbiamo”.

Alla sua prima direzione nazionale del Pd Elly Schlein avverte: “Basta al partito che dice tutto e il contrario di tutto”

E ha citato i risultati dei rivali: “La Lega è passata da 107 a 37 consiglieri e altre forze ne hanno eletti 5 in tutto. La destra ha una coalizione che si ricompatta e noi non ce l’abbiamo oggi quella coalizione e non pensiamo di essere autosufficienti”. Il Pd, rivendica, ha ricevuto “un’apertura di credito che ci ha permesso di riportare il partito dal 15 al 21%”.

Propone “un’estate militante” del partito sui territori in cui incalzare il governo: “Meloni – dice – ha passato tutta la campagna elettorale dicendo che bisognava cambiare il Pnrr, dopo nove mesi ancora non ha detto cosa vuole cambiare”. La segretaria aggiunge: “Da mesi chiediamo al governo di riferire in Aula quali modifiche intenda fare al Pnrr. Siamo a giugno, sveglia”. Annuncia “un grande appuntamento il 14 e 15 luglio con i sindaci contro l’autonomia differenziata di Calderoli”: “Alessandro Alfieri e Marco Sarracino stanno già preparando un ordine del giorno”, dice.

Inoltre il 30 giugno ci sarà una grande manifestazione sulla casa: la sta organizzando Alessandro Majorino e alla presenza dei sindaci per presentare le idee del Pd e per far partire una “campagna di ascolto e tirare le fila a settembre per elaborare un nuovo piano casa”. Chiede di battersi “per la progressività fiscale” definendo “vergognoso” che Giorgia Meloni parli di “pizzo di stato” riferendosi alle tasse. Chiede “politiche di accompagnamento alla transizione digitale e alla transizione ecologica vera e giusta, che non lasci indietro le imprese piccole e medie che, da sole, non hanno gli strumenti per stare nelle transizioni epocali. Il Pnrr deve servire a questo, a darsi il piano industriale che manca a questo Paese”.

“Il 6 luglio – aggiunge – cominceremo un ciclo di incontri con le nostre proposte per il piano industriale che serve al Paese”. E sul tema della sanità annuncia: “Guardiamo con attenzione alla manifestazione della Cgil sulla sanità il 24 giugno. Saremo al loro fianco”. Sulle immigrazioni chiede a nome del partito “subito una missione di ricerca e soccorso” nel Mediterraneo appoggiando la proposta dell’Anpi per una giornata di lutto europea dopo la strage in Grecia. Conferma gli aiuti militari all’Ucraina ma sottolinea che “serve un approdo di pace”. Poi stocca la minoranza interna: “Vanno bene le discussioni e le critiche, ma anche la lealtà sui temi che ci uniscono”, dice, aggiungendo che “il logoramento dei segretari non funzionerà”.

Il messaggio è chiaro. Secondo la segretaria il suo mandato è di “dare al Pd un’identità chiara”, non le sta bene un partito in cui “si dica tutto e il contrario di tutto”. “Se a qualcuno questa linea non piace lo ammetta e non trovi altre scuse”, dice Schlein, con un riferimento nemmeno troppo velato a Alessio D’Amato che ha comunicato le sue dimissioni dall’assemblea del partito. La minoranza rumoreggia. La linea è chiara: per gli addii della minoranza interna nella segreteria nessuno si strugge. E parlando di alleanza ricorda lo schema delle prossime elezioni in Molise: “Noi siamo con il Movimento 5 Stelle, Renzi è alleato con la destra”.

Leggi anche: “È solo l’inizio, non ci fermeremo. Il Paese reale in piazza con noi”. Parla la vice presidente del M5S, Todde: “Esiste un’Italia che non crede alla retorica delle destre”

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Blocco navale per il Pride. L’evento di Catania interrotto con la flotta

Per capire l’aria che tira e per comprendere come le parole della politica poi abbiano effetti sulle persone occorre raccontare cosa è accaduto a Catania, dove il comitato organizzatore del Catania Pride denuncia di avere subito “una discriminazione e una repressione mirata” durante la serata conclusiva.

Alle tre di notte è scattata l’incursione. Blitz delle forze dell’ordine via mare e terra per fermare la serata conclusiva del Catania Pride

Come ogni anno, spiega Dario Accolla, “alla fine del corteo organizziamo una festa, di solito in spiaggia, in lidi che ci vengono messi a disposizione. Non è un evento a scopo di lucro, ci serve per coprire i costi del Pride, i biglietti per gli ospiti, il noleggio degli impianti”. Solo che, racconta il comunicato del comitato organizzatore, “mentre agli altri locali della Playa di Catania è stato concesso di continuare le loro attività fino alle ore 6, i partecipanti all’evento del Pride sono stati obbligati a terminare l’evento alle ore 3”. Un palese “trattamento discriminatorio” per le realtà associative catanesi “assolutamente inaccettabile” che “denota una volontà di reprimere e soffocare l’espressione della comunità LGBTQIA+”.

Tutte le discoteche sulla spiaggia hanno la licenza per passare la musica fino alle tre del mattino. Regolamento su cui però vige un’ampia tolleranza, dato che tutte le serate in spiaggia si concludono solitamente all’alba. Ma le forze dell’ordine, nella notte tra il 17 e il 18 giugno, hanno fatto rispettare tali limitazioni solo al Blu, il lido in cui si teneva la festa della marcia arcobaleno etnea. “Attaccare l’evento conclusivo significa attaccare proprio il Pride e l’autofinanziamento della nostra manifestazione politica, mentre si strizza l’occhio a chi finanzia il malaffare e il benessere di pochi. Questo atteggiamento è vergognoso e dimostra quanto sia necessario un cambio radicale nella mentalità delle forze dell’ordine e della classe politica che le controlla”.

Dario Accolla, del comitato organizzatore, ci spiega che “la presenza massiccia delle forze dell’ordine era visibile fin da subito”. Qualche partecipante racconta di avere visto in mare anche “unità della Guardia costiera”. Quando qualcuno ha chiesto agli agenti intervenuti per fermare la festa perché tutti gli altri locali stessero tranquillamente continuando sforando l’orario stabilito dal regolamento comunale la laconica risposta è stata “non possiamo controllare tutti”. “Noi non contestiamo l’applicazione del regolamento . spiega Accolla – ma sottolineiamo la discrezionalità con cui si decide che qualcuno debba rispettare le regole e altri no”.

Molti gli attestati di solidarietà ricevuti da associazioni e cittadini. Sulla pagina Facebook del Pride catanese Puglia Pride racconta di avere “subito una repressione identica, con la volante che è venuta alla festa da mezzanotte ogni ora, dicendoci di abbassare il volume e facendoci chiudere alle 3”. Il deputato del Pd Anthony Barbagallo ha annunciato un’interrogazione al ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi.

“Il nostro è stato un Pride molto politico – spiega Accolla – e non vorremmo che alcuni interventi contro il governo, come quello molto duro di Alessia Crocini, la presidente di Famiglie Arcobaleno, abbiano indispettito qualcuno”. Nei prossimi giorni sono previste manifestazioni di piazza e un incontro con il Questore. Come diceva qualcuno, a pensare male si fa peccato ma qualche volta ma spesso ci si azzecca.

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Cosa c’è di più violento di un attacco agli affetti?

Il disastro lo spiega benissimo Riccardo Magi, segretario di +Europa: “È arrivata la notizia del primo annullamento, una conseguenza di questo clima di persecuzione che c’è contro le coppie omogenitoriali. La procura di Padova ha impugnato 33 atti di nascita, non sono pezzi di carta ma bambini, esseri umani: ecco cosa produce l’omofobia di Stato di questo governo e di Piantedosi”. Intervistato da La Stampa Magi è assolutamente convinto che malgrado a parole il governo continui a dire che non vuole colpire i bambini, siano proprio i minori a essere discriminati. “Come si fa a dire che non si vogliono discriminare i bambini? È il ritornello che abbiamo sentito dalla maggioranza in queste settimane: oggi si vede che c’è una discriminazione forte. C’è una volontà di sterilizzazione delle persone Lgbtq+”. “Non possono adottare, non possono accedere alla gestazione per altri, vengono annullati atti di nascita che sono stati registrati in Paesi dove la Gpa è legale. Ci sembra uno scenario molto pesante e ci chiediamo anche se questi prefetti non abbiano altro di meglio da fare. È una vera e propria persecuzione. Una caccia a queste famiglie e a loro bambini, parliamo di famiglie consolidate, con bambini non neonati ma di sei anni”.

Di decisione “crudele e disumana” parla il deputato del Pd Alessandro Zan che la definisce una “diretta conseguenza della politica persecutoria del governo contro le famiglie arcobaleno. Questi bambini rimarranno orfani di una madre per decreto”. “Ma come si fa a cancellare una mamma per decreto? Il tentativo della procura di Padova di cancellare il diritto al riconoscimento di 33 bambini avvenuto già nel 2017, mi sembra un accanimento ingiustificato, in linea con un governo che vorrebbe controllare le vite, i destini e le scelte personali di tutti noi. Ci vogliono riportare al Medioevo, ai confini dell’Europa come le peggiori destre”, dice l’eurodeputata dem Alessandra Moretti.

Chissà cosa ne dicono quelli che da mesi sminuiscono la violenza di questo governo (nelle parole e nelle azioni) della politica che mette le mani negli affetti già cari, giustificandosi con “le carte a posto”. Chissà cosa serva più di qualche decina di bambini che si svegliano orfani per decreto.

Buon martedì.

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Prego, si accomodi all’uscita

Nella direzione di ieri del Pd Elly Schlein ha descritto un punto fondamentale che manca a questa opposizione: trovare punti comuni. È una pratica che sembra sconosciuta ai partiti che si oppongono a questo governo battagliando più contro gli altri partiti della minoranza che contro le pericolose idee di un governo che odia i poveri, odia i magistrati, odia la comunità LGBTQ+, odia i sindacati, odia i dipendenti pubblici, odia gli antifascisti e odia l’opposizione.

Non ci vuole molto a intuire che l’idea di Schlein sia quella di costruire un campo progressista che tenga insieme il M5S, Verdi e Sinistra e tutti coloro che credono che esista un’alternativa politica all’ammucchiata di postfascisti, sovranisti, liberisti travestiti da liberali e compagnia cantante. Le scelte da poter prendere sono due. Si può decidere di continuare sulla strada dei distinguo, ognuno concentrato sul proprio orticello regalando a Meloni una prateria di governo per i prossimi anni oppure ci si può prendere la responsabilità di riconoscersi diversi ma con l’impegno di costruire un’alternativa. Tertium non datur.

Rimane nel Pd l’atavico problema di una minoranza interna che tutti i giorni rinfocola le critiche della destra per logorare la propria segreteria e i possibili alleati. “Se a qualcuno questa linea non piace lo ammetta e non trovi altre scuse”, ha detto Schlein. Ci permettiamo di aggiungere un frase: vadano dove devono andare, insieme alla destra. Il campo sarà più chiaro e il Paese ne gioverà.

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Il miracolo della “frase shock” di Beppe Grillo

Da quasi due giorni se qualcuno leggesse la stampa Italiana potrebbe credere che un comico (a cui è capitato di dire cose profondamente sbagliate) abbia inneggiato alla lotta armata dal palco della manifestazione organizzata dal partito che ha fondato. Se uno leggesse i social e i commenti di illustri editorialisti orfani da pochi giorni del loro padrone sarebbe indotto a credere che in Italia, da qualche ora, sia in atto la ricomposizione delle Brigate Rosse, per di più alla luce del sole, per di più con una catena di comando venuta allo scoperto ancor prima di cominciare a delinquere.

La frase choc di Grillo, pronunciata a proposito di un cittadino multato per avere preso l’iniziativa di riparare una buca sotto casa, è questa: “Volete il leader? Ma siate i leader di voi stessi. Fate le brigate di cittadinanza, mettete il passamontagna e di nascosto andate a fare i lavoretti, mettete a posto marciapiedi, aiuole, tombini. Fate il lavoro e scappate. Reagite cazzo!”.

I fascisti che non vedono il fascismo perché ci dicono che sia morto hanno parlato di “parole
sconcertanti che evocano pagine drammatiche della storia del nostro Paese”. Ci sta. Sono
talmente fessi che non vedono l’ora di tornare allo scontro, unico loro modo di sentirsi politicamente vivi.

Il Terzo polo ha lucrato sul falso. La minoranza del PD, i cosiddetti riformisti, hanno ripetuto le stesse identiche parole della destra per indebolire la loro segretaria Schlein. È accaduto un piccolo miracolo: si sono riconosciuti uguali dei tonti che militano in partiti diversi. Ora non gli resta che unirsi, uscendo dall’ipocrisia.

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