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Mare nostro, dacci oggi la nostra Cutro quotidiana

L’ennesima Cutro, questa volta al largo della Grecia, sta adagiata in fondo al mare a 47 miglia da Pylos, a sud ovest del Peloponneso. Con un giorno in più sarebbero arrivati in Italia se Adriana, quel vecchio peschereccio di 30 metri, non se li fosse mangiati mentre l’Europa ancora una volta ha girato la faccia dall’altra parte.

Poiché quelle rotte fanno rima con la morte ancora prima di affondare la barca conteneva 6 salme, 2 erano bambini. Erano partiti cinque giorni fa da Tobruk, in Cirenaica, e diretti in Italia verso le coste ioniche, erano 750. Ne sono stati salvati 108 portati a Kalamata e i cadaveri ripescati sono 79. È un calcolo semplice. Sono più di 500 morti. Di fronte a una strage del genere cadono le remore sull’usare una sola parola: ecatombe.

L’anima nera dell’Europa si ritrova nella ricostruzione di Frontex. Li avevano avvistati martedì, avevano avvisato la Guardia costiera greca e due mercantili di passaggio. Dicono i greci che “non hanno voluto aiuto perché volevano proseguire verso l’Italia”. La bugia è talmente grossa che la condanna morale non ha nemmeno bisogno di processi: nella foto aerea dell’imbarcazione alcune ore prima di affondare ci sono persone disperate che sollevano le mani implorando aiuto e lanciano bottigliette d’acqua per attirare l’attenzione dei soccorsi.

In quelle ore si ripetevano gli appelli a Italia, Grecia, Malta. L’attivista Nawal Soufi racconta: “Le loro voci sono impresse nella mia mente – si dispera Nawal Soufi rimasta 24 ore a telefono con i migranti a bordo – Decine e decine di chiamate, pianti, urla… Tra questi morti recuperati ci sarà la donna che mi ha chiamato all’inizio? Ci sarà quell’uomo che aveva in mano il Turaya Sembrava assetato. Non riusciva più a pronunciare le parole. Mi supplicava, mi diceva di comunicare a qualsiasi Paese europeo di venirli a prendere”.

È una Cutro ancora peggiore. I morti però sono lontani dalle nostre spiagge e la strage si potrà raccontare come “evento esterno”. Invece quei morti sono l’appendice dello sciagurato patto che l’Europa ha avuto anche il coraggio di festeggiare qualche giorno fa fingendo di non sapere che nonostante il nome di “patto di asilo e immigrazione” sia semplicemente una strategia mortifera di respingimenti e morti conseguenti. Grecia, Malta e Italia sono gli avamposti di questa tortura organizzata.

Siate dannati. Buon giovedì.

Nella foto: il peschereccio nel frame del video di Euronews

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Il partito dinastico al servizio del capo. Solo Marina può tenerlo in piedi

Per comprendere cosa sia stato il partito Forza Italia e provare a immaginare cosa potrebbe diventare sono utili due notizie uscite nella giornata di eri. La prima è un sondaggio di Noto per Repubblica che indica come il 54% degli elettori di Forza Italia vorrebbero fosse Marina Berlusconi a prendere le redini del partito.

La visione dinastica di un partito politico (in barba anche alla Costituzione) aderisce perfettamente alla visione berlusconiana: la compagine politica è soprattutto una corte funzionale alla brillantezza e alla vittoria del leader. Per questo Marina Berlusconi (figlia, ma soprattutto detentrice delle relazioni di suo padre) è il nome che in queste ore invocano in molti, anche dentro il partito, come garante della continuità e come unica speranza di autopreservazione di deputati e senatori.

Secondo un sondaggio il 54% degli elettori vuole Marina Berlusconi leader di FI. Dopo Silvio la figlia è l’unica che può evitare il tracollo

La seconda notizia che rivela la natura politica di Berlusconi e la matrice dei suoi fedelissimi sta nelle parole della (ora) calendiana Mara Carfagna che nella sua intervista a Il Mattino confessa di capire solo ora la scelta di Berlusconi di fare cadere il governo Draghi: “Oggi è chiaro che Berlusconi temeva di non avere più tempo, aveva fretta di andare alle urne per completare la sua straordinaria biografia politica con un’ultima vittoria”, dice candidamente la presidente di Azione confermando lo sdoganamento delle ambizioni private come unico motore politico.

La domanda a cui rispondere quindi è principalmente una: quali sono ora le ambizioni da assecondare? Le prime, più basse e pericolose, sono quelle dei parlamentari del partito che hanno un solo chiudo fisso: la loro rielezione. All’incertezza di un partito che oggi è spaccato tra i sostenitori dell’esautorata Licia Ronzulli e i fedelissimi al duo Tajani-Fascina qualcuno potrebbe preferire il porto sicuro di altri partiti più rassicuranti. In primis ovviamente c’è Fratelli d’Italia che si consolida nei sondaggi e ha il non trascurabile pregio di avere dimostrato una certa abilità nell’occupazione bulgara dei posti di potere, alla faccia anche dei suoi stessi alleati. Ma l’irrequietezza della presidente del Consiglio Giorgia Meloni indica che l’operazione non sia così facile.

È vero che accogliendo i forzisti Meloni potrebbe aprire a una collaborazione con il Ppe e darebbe il via a quel grande partito conservatore italiano che molti poteri auspicano ma il risvolto dell’operazione sarebbe una prateria per la radicalizzazione della Lega di Matteo Salvini (con conseguente recupero di voti) e perfino lo spazio per la nascita di un nuovo partito a destra. A Palazzo Chigi si teme che una “svolta moderata” possa non bastare per tenere saldo il governo quando le pressioni interne e esterne con il Pnrr in bilico dovranno essere affrontate con numeri certi.

La corrente di Forza Italia che non vuole appiattirsi sul governo, capitanata dal vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, dall’ex capogruppo Alessandro Cattaneo e dalla capogruppo in Senato Licia Ronzulli potrebbe far pesare i propri voti. Pesano anche i presidenti delle regioni (Renato Schifani in Sicilia, in Calabria Roberto Occhiuto, in Piemonte Alberto Cirio, in Molise Donato Toma e in Basilicata Vito Bardi) che nelle acque agitate degli ultimi mesi hanno dimostrato di andare in ordine sparso.

Esterni al partito ma importanti per gli equilibri futuri sono anche Lorenzo Cesa, Maurizio Lupi, Luigi Brugnaro e Giovanni Toti di Noi Moderati. Qualcuno – Matteo Renzi in testa – ha già sfoderato il pallottoliere sognando un governo tecnico. “Piuttosto le elezioni”, ripete Meloni. E il Pd aveva promesso di non ricadere nell’errore.

 

Leggi anche: “Ormai siamo al paradosso. L’Italia si inchina a chi ha devastato lo Stato”. Parla il rettore Montanari: “Schlein ha sbagliato ad andare al funerale. Meglio Conte che è stato coerente”

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La messa è finita. Ora governate

La messa è finita, andate in pace. Il cerimoniale del lutto (nazionale) per la morte di Silvio Berlusconi si è concluso com’è cominciato. Con il dolore – privato seppur esibito in pubblico – di chi l’ha conosciuto e ha lavorato con lui e con l’indecente politicizzazione di quello stesso dolore per manganellare anche in giorni del genere gli avversari politici.

Così anche i partecipanti al funerale di Stato radunatisi in piazza Duomo a Milano hanno creduto di essere all’ultima finale della coppa della vita e hanno intonato cori da stadio. Cori, sia chiaro, contro “i nemici” per celebrare l’amico. La scena della giornalista di Mediaset che si commuove mentre guarda dall’alto la piazza milanese rimbombare sotto i tonfi della gente che intona il coro “chi non salta comunista è” resta probabilmente l’apice della tragedia diventata inevitabilmente farsa.

Su Canale 5 durante la diretta del funerale qualcuno ha detto, senza che nessuno avesse da ridire, che come l’antiberlusconismo non è servito ieri così oggi non serve più l’antifascismo. All’uomo Berlusconi e al dolore per la morte hanno mancato di rispetto in molti, da entrambe le parti. Forse nemmeno lui – che pur adorava risultare divisivo – avrebbe apprezzato questo spettacolo necrofilo.

Ora la messa è finita, andate in pace e al governo Meloni tocca governare. Tocca dare una risposta ai romagnoli che hanno ancora i piedi nell’acqua e non sanno chi sarà il commissario della loro emergenza. Tocca correre per non perdere il PNRR e convincere l’Europa. Tocca reagire al crollo della produzione industriale.

Tocca trovare un argine credibile alla povertà. Tocca scegliere che collocazione avere nello scacchiere europeo e internazionale, con gli autocrati o con le democrazie. Un governo non è un ufficio del cerimoniale permanente e non è un organo di controllo. Un governo governa, prende decisioni, risolve i problemi. Non basta bastonare l’opposizione e non dura a lungo la giustifica per lutto familiare.

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Migliaia di arresti illegali. La Libia che piace all’Ue finisce nel mirino dell’Onu

Per tastare con mano gli effetti della “collaborazione con i Paesi africani” che l’Unione europea e l’Italia stanno propagandando in queste settimane convulse in cui l’immigrazione è tornata al centro dell’agenda politica basta andare in queste ore in Libia. Le autorità libiche hanno arrestato migliaia di uomini, donne e bambini nelle strade o case oppure in seguito a raid in campi e magazzini di presunti trafficanti. Lo denuncia la missione di supporto in Libia delle Nazioni Unite, l’Unsmil.

Le autorità della Libia secondo l’Onu hanno condotto operazioni di arresto in cui sono state coinvolte migliaia di uomini, donne e bambini

Secondo l’Unsmil, le autorità libiche hanno condotto operazioni di arresto in cui sono state coinvolte migliaia di uomini, donne e bambini, che sono stati prelevati dalle strade, dalle loro case o durante raid nei campi e nei magazzini di presunti trafficanti. In una serie di messaggi su Twitter, l’Unsmil ha denunciato le condizioni disumane in cui molti di questi migranti sono detenuti, comprese donne incinte e bambini.

Le strutture di detenzione sono state descritte come sovraffollate e antigieniche. Inoltre, l’Unsmil ha riferito che migliaia di migranti, compresi coloro che sono entrati legalmente in Libia, sono stati espulsi collettivamente senza alcun controllo o processo legale appropriato. Questa ennesima campagna di arresti arbitrari e deportazioni è stata accompagnata da un preoccupante aumento dell’incitamento all’odio e del discorso razzista contro gli stranieri sia online che nei media. L’Unsmil ha evidenziato la necessità di porre fine a tali azioni e ha sottolineato l’importanza di trattare i migranti con dignità e umanità, in conformità con gli obblighi internazionali assunti dalla Libia.

L’Unsmil ha anche fatto appello alle autorità libiche affinché garantiscano alle agenzie delle Nazioni Unite e alle organizzazioni non governative un accesso senza ostacoli ai detenuti che necessitano di protezione urgente. “È cruciale che gli enti internazionali possano monitorare le condizioni dei migranti detenuti e fornire l’assistenza necessaria per garantire il rispetto dei loro diritti fondamentali. Il rispetto dei diritti umani, compresi quelli dei migranti e dei richiedenti asilo, è un principio fondamentale sancito dalle convenzioni internazionali delle quali la Libia è parte”, ha scritto in una nota la missione di supporto.

“È responsabilità delle autorità libiche assicurare che tutte le persone presenti sul territorio libico siano trattate con dignità e rispetto, indipendentemente dal loro status migratorio. La missione Onu chiede alle autorità di fermare queste azioni, trattare i migranti con dignità e garantire l’accesso a Nazioni Unite e Ong nei centri di detenzione”. Non è la prima volta che in Libia si assiste a una vera e propria operazione di “polizia etnica”.

A ottobre del 2011 le forze di sicurezza libiche e gruppi di miliziani di Tripoli hanno fatto irruzione nel quartiere di Gargaresh, sparando, razziando beni e danneggiando abitazioni e rifugi di migranti e rifugiati provenienti dall’Africa sub-sahariana. L’operazione, nella quale si sono contati almeno un morto e 15 feriti, si è conclusa col rastrellamento di oltre 5000 uomini donne e bambini, parecchi dei quali registrati ufficialmente presso l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati.

Proprio ieri l’Organizzazione internazionale per le migrazioni ha fornito i dati dei morti sulle rotte migratorie: quasi 3.800 persone sono morte sulle rotte migratorie all’interno e dalla regione del Medio Oriente e Nord Africa (Mena) nel 2022, il numero piu’ alto dal 2017. L’11% in più rispetto all’anno precedente. Del resto il lavoro sporco per l’Ue qualcuno deve pur farlo.

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Detenzione di documenti Top Secret. Donald Trump finisce in arresto

Negli Stati Uniti gli ex presidenti che hanno problemi con la legge li arrestano. In stato di arresto ci è finito Donald Trump, appena arrivato ieri pomeriggio in un tribunale federale per rispondere all’accusa di avere sottratto alla Casa Bianca documenti riservati e di aver ostacolato gli sforzi del Dipartimento di Giustizia americano per recuperarli. L’unico privilegio di cui ha potuto godere è la foto segnaletica evitata. Già fin troppo riconoscibile, a detta del tribunale, Trump è arrivato a Miami accompagnato dal figlio Eric, non prima di avere tentato per l’ennesima volta di aizzare i suoi sostenitori definendo il processo “una caccia alle streghe” e confidando in un’ampia partecipazione all’esterno del palazzo del tribunale che non c’è stata.

In tribunale l’ex presidente Usa Donald Trump si dichiara non colpevole. E aizza di nuovo i suoi fan: “È una caccia alle streghe”

Nelle ore precedenti al suo arrivo le forze di sicurezza e la polizia hanno intensificato le pattuglie intorno al tribunale preoccupate per eventuali scontri. L’atmosfera ricordava la scena di sole 10 settimane fa per un’altra denuncia che pende sulla testa del presidente americano. In un altro processo i pubblici ministeri di New York accusano Trump di aver falsificato documenti finanziari per nascondere il pagamento in nero di una pornostar, Stormy Daniels, affinché non rivelasse di aver avuto una breve relazione con lui nel 2016.

Nelle 49 pagine dell’atto di accusa federale per il processo di ieri vi è l’intera cronologia degli eventi che costituiscono la base dei 37 capi d’accusa. La vicenda ha inizio il 20 gennaio 2021: mentre Trump lascia la Casa Bianca, ordina il trasloco di decine di scatoloni a Mar-a-Lago, affermano i pubblici ministeri. Le scatole, imballate da Trump e dal suo staff della Casa Bianca, contengono ritagli di giornale, lettere, foto e altri ricordi della sua Presidenza, ma anche centinaia di documenti riservati che, in quanto ex presidente, non era autorizzato ad avere. Ai sensi del Presidential Records Act, i documenti presidenziali sono considerati non proprietà privata, ma proprietà federale e devono essere consegnati alla National Archives and Records Administration.

Molteplici leggi federali regolano la gestione di documenti riservati e sensibili, compresi gli statuti che rendono un crimine rimuovere tale materiale e conservarlo in un luogo non autorizzato. Trump è accusato di 37 capi di imputazione, tra cui cospirazione per ostacolare la giustizia, occultamento di documenti e conservazione intenzionale di informazioni sulla difesa nazionale. Il suo assistente Walt Nauta è accusato di sei capi di imputazione, inclusa la cospirazione per ostacolare la giustizia. Il procuratore speciale Jack Smith, che ha guidato l’indagine, ha rilasciato una breve dichiarazione pubblica, affermando: “Le leggi che proteggono le informazioni della difesa nazionale sono fondamentali per la sicurezza e la protezione degli Stati Uniti e devono essere applicate. Violazioni di quelle leggi mettono a rischio il nostro Paese”.

L’ex presidente Usa in aula si è dichiarato “non colpevole”, prima di essere autorizzato a lasciare la Corte di Miami al termine dell’udienza. Non colpevole si è dichiarato anche il suo assistente Nauta, coimputato nel processo. Il giudice ha stabilito che non è a rischio di fuga e può continuare a viaggiare. Non è comunque autorizzato a parlare con i testimoni dell’inchiesta sulle carte segrete a Mar-a-Lago. In serata è tornata a circolare l’ipotesi che Biden possa potenzialmente graziare Trump. Il patto potrebbe anche includere un accordo a non ricandidarsi alla presidenza. La Casa Bianca si è rifiutata di rilasciare qualsiasi commento.

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Cecchini travestiti da prefiche

“Spiace per Bindi e soci, ma il funerale di Berlusconi non è affatto divisivo”, titola oggi un quotidiano che non merita di essere citato. Che aggiunge: “Né il Re Sole né la Thatcher, il Cav. ha unito l’Italia molto più di quanto si creda: anche in politica, è stato il leader più in sintonia con le classi popolari della storia repubblicana”. Sullo stesso quotidiano l’editoriale del direttore titola: “Perché la vera eredità del Cav. è la sua trasversalità. Lo hanno attaccato. Lo hanno combattuto. Lo hanno detestato. Poi gli hanno dato ragione, sulla giustizia e non solo”.

Il “rispetto” intorno a Silvio Berlusconi non esiste. È una truffa tutta politica che politicamente va trattata. L’umana pietà per l’uomo invocata dai suoi sgherri (in Parlamento e sui giornali) e dai suoi aspiranti eredi (in Parlamento e sui giornali) ha cominciato a puzzare dopo i primi cinque secondi. Sta accadendo quello che Berlusconi ha insegnato, inquinando questo Paese: usare qualsiasi cosa, anche la più tragica o fragile, per produrre soldi e consenso. L’eredità morale di Silvio Berlusconi è l’immoralità con cui si pretende che un Paese sospenda il giudizio politico su un leader della maggioranza del governo, sulla maggioranza di governo e quindi sul governo mentre quelli politicamente brigano per trasformare un funerale nell’ennesimo ultimo mendace comizio.

Se qualcuno si permette di riportare la  questione su un piano politico viene impallinato. Ieri Rosy Bindi ha espresso un concetto banalissimo, definendo “inopportuna” la scelta del governo di dichiarare il lutto nazionale per una figura politica così divisiva. È stata attaccata con le stesse spregevoli parole con cui Berlusconi la attaccò offendendo –  come era solito fare –  le donne che per lui e la sua masnada erano solo corpi. Eccola la sua eredità.

Ieri il Rettore dell’Università per per stranieri di Siena Tomaso Montanari ha scelto di non aderire alle bandiere a mezz’asta per i suo ateneo e gli sgherri berlusconiani hanno proposto di farlo condannare. Si professano garantisti e liberali mentre invocano la punizione della libertà di pensiero. Sono gli stessi che hanno assistito silenziosamente allo stropicciamento della Giustizia per salvare il loro padrone.

Se il populismo consiste nella strumentalizzazione degli istinti bassi degli elettori per incamerare consenso allora siamo di fronte a un capolavoro di lutto populista. Il primo lascito di Silvio Berlusconi è già qui, sotto i nostri occhi. Mentre nell’ipocrisia generale la politica nazionale si ferma per corroborare la santificazione di Silvio Forza Italia si riunisce, approva il rendiconto, mette Tullio Ferrante e Alessandro Battilocchio (uomini vicini a Fascina e Tajani) al settore elettorale e al tesseramento e trova il tempo anche di commissariare alcune città. Possibile che non si veda il tranello ipocrita in cui stanno cadendo in molti?

Buon mercoledì.

In foto, ingresso di Villa San Martino ad Arcore, residenza ufficiale di Silvio Berlusconi dal 1974 al 2013 da Wikipedia commons

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Da Dell’Utri al boss Graviano. Su Berlusconi c’è ancora tanto da dire

Perché “Madre natura”, alias Giuseppe Graviano, ora non prende in mano “l’onore” di cui si fregia e una volta per tutte non parla Morto Silvio Berlusconi, che il boss di Cosa Nostra ha sempre lasciato intendere essere stato un buon amico e socio d’affari, ora Graviano non ha più nulla da perdere e nulla da guadagnare. Se fosse vero – come credono alcuni investigatori – che il boss palermitano aspettasse un “favore” dal fondatore di Forza Italia per scampare al 41 bis ormai quel patto è nullo.

La Procura di Firenze indaga sulle stragi del ’93. E spera che il boss Giuseppe Graviano vuoti il sacco su Berlusconi

Se invece quelle accuse sono tutte calunnie potrebbe spiegarci il senso delle sue parole intercettate nel 2016 nel carcere di Ascoli Piceno quando con il suo compagno d’ora d’aria, Umberto Adinolfi, parlava delle stragi del 1993, del 41 bis, dei dialoghi con le istituzioni e ad un certo punto fece riferimento all’ex premier: “Berlusca mi ha chiesto questa cortesia. Per questo è stata l’urgenza”. E poi: “Lui voleva scendere, però in quel periodo c’erano i vecchi e lui mi ha detto ci vorrebbe una bella cosa”. E ancora: “Nel ’93 ci sono state altre stragi ma no che era la mafia, loro dicono che era la mafia”.

A seguito di quelle dichiarazioni fu riaperto a Firenze il fascicolo sui mandanti esterni delle stragi. Quell’inchiesta non si chiuderà con la morte di Berlusconi. Rimane indagato Marcello Dell’Utri, fondatore di Forza Italia e a tutti gli effetti uomo di mafia, come sancisce la sentenza di Cassazione che che lo condannò a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Scrivono i giudici che per diciotto anni, dal 1974 al 1992, l’ex senatore Dell’Utri è stato il garante “decisivo” dell’accordo tra Berlusconi e Cosa nostra con un ruolo di “rilievo per entrambe le parti: l’associazione mafiosa, che traeva un costante canale di significativo arricchimento; l’imprenditore Berlusconi, interessato a preservare la sua sfera di sicurezza personale ed economica”.

Inoltre “la sistematicità nell’erogazione delle cospicue somme di denaro da Marcello Dell’Utri a Cinà (Gaetano Cinà, boss mafioso, ndr) sono indicative della ferma volontà di Berlusconi di dare attuazione all’accordo al di là dei mutamenti degli assetti di vertice di Cosa nostra”. Berlusconi, infatti, si era incontrato, come riferito dal collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo (testimone oculare, oggi deceduto), con boss di primissimo piano come Stefano Bontade, Cinà e Mimmo Teresi. Per i giudici della Suprema corte di Cassazione ci fu un “patto di protezione andato avanti senza interruzioni” di cui Dell’Utri era il garante per “la continuità dei pagamenti di Silvio Berlusconi in favore degli esponenti dell’associazione mafiosa, in cambio della complessiva protezione da questa accordata all’imprenditore”.

Nel 2020 Graviano, in una lunga deposizione nel processo ‘Ndrangheta stragista (il cui esito è stato definito in appello con la conferma integrale delle condanne per entrambi gli imputati, Graviano e Rocco Santo Filippone) ha aggiunto ulteriori elementi parlando di rapporti di natura economica della sua famiglia con Berlusconi e di incontri, durante la propria latitanza, con l’ex Premier. Rapporti sempre negati dai legali di Berlusconi. Nel 2021, sentito dai magistrati di Firenze, Graviano ha confermato che nelle intercettazioni in carcere i riferimenti erano proprio all’ex Presidente del Consiglio.

In più occasioni Graviano ha parlato di un patto. Ora potrà chiarire se stava soltanto millantando

Con due “Sì” secchi e taglienti Graviano ha confermato il riferimento a Berlusconi quando parlava della sua situazione carceraria (“Non hai fatto niente e ho aspettato fino adesso perché ho 54 anni e i giorni passano, gli anni passano, sto invecchiando eh no, tu mi stai facendo morire in galera… senza io aver fatto niente. Che sei tu l’autore… io ho aspettato, senza tradirti, ma ti viene ogni tanto in mente di passarti la mano sulla coscienza se è giusto che per i soldi… tu fai soffrire le persone così”) o ancora quando parlava delle stragi (“Lui mi dice: ci volesse una bella cosa”).

Del resto è lo stesso Graviano che secondo l’informativa della Dia del 9 marzo dell’anno scorso risultava essere latitante a Milano al secondo piano del palazzo Alberata, in un appartamento che il proprietario affidava attraverso la consulenza di Edilnord società del gruppo dei Berlusconi che ha costruito Milano 3. Da quelle stesse carte, come racconta il giornalista Marco Lillo per Il Fatto Quotidiano, sappiamo “che nel 1993 Graviano fa il Carnevale a Venezia quando lo organizza il gruppo Berlusconi (Publitalia Grandi Eventi) e – secondo la Dia – c’era in città anche Dell’Utri con altri manager del gruppo; ai primi di agosto è a Forte dei Marmi, dove per la Dia ad agosto in alcuni giorni c’erano i familiari di Dell’Utri; poi va in Sardegna, dove tra fine agosto e i primi di settembre fa capolino Marcello”.

“Con la morte di Berlusconi ora possiamo sperare che i Graviano decidano di collaborare con la magistratura”, ha detto ieri il fratello del giudice Paolo Borsellino, Salvatore. Forza, Graviano, parla, smonta questo castello di accuse (se sono calunnie) o trova il coraggio di dire ciò che hai bisbigliato a mezza bocca.

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Il sistema in ginocchio da Silvio

A seguito della morte di Silvio Berlusconi s’è deciso di rinviare il Consiglio supremo di Difesa, sono stati annullati i lavori del Senato e s’è fissata una celebrazione solenne per il prossimo 20 giugno, alla Camera si è deciso di non votare (chissà per quale strano motivo un voto parlamentare dovrebbe essere una mancanza di rispetto) e si organizzerà presto una commemorazione, il Pd – partito d’opposizione – ha rinviato la direzione nazionale, oltre ai funerali di Stato è stato proclamato il lutto nazionale mai concesso negli ultimi 30 anni a un ex presidente del Consiglio (eccetto Leone e Ciampi, che sono stati però presidenti della Repubblica), le bandiere sono a mezz’asta in tutte le sedi di enti pubblici con annesso sbizzarrimento di alcune regioni che si cimentano in giochi di luci e di proiezioni, le scuole sono invitate a osservare un minuto di silenzio, i negozi potrebbero abbassare le saracinesche mentre saranno Rai, Mediaset, La7 e Sky a trasmettere le esequie in diretta con il prevedibile carrozzone di ospiti contriti.

C’è una via di mezzo tra la barbarie di gioire per la morte di qualcuno e la barbarie di usare un lutto per rimpolpare la propaganda e cancellarne le gravi responsabilità. Quella via non è stata percorsa. Utilizzare l’umana empatia con il dolore di una scomparsa per sospendere la politica e lo Stato e per imporre una falsa narrazione è la messa in opera del più grande lascito di Berlusconi: populismo sfrenato e disinibito. Così anche un morto diventa una buona clava.

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Berlusconi santo dubito

Milionesima puntata in cui la pietà umana – dovuta a Berlusconi come a chiunque muoia in questo mondo – diventa il viatico di una santificazione. “Non è il tempo dei giudizi” dicono in coro a reti unificate e mentre lo ripetono hanno già cominciato a riscrivere la storia degli ultimi trent’anni.

Forse c’è qualcuno davvero convinto che il giudizio su cosa sia stato Silvio Berlusconi per questo Paese abbia bisogno di elementi in più rispetto a quelli che già abbiamo. Silvio Berlusconi è stato il peggiore politico italiano dopo le stragi del 1992 e ribadire il giudizio politico è un dovere civile, anche se con la tristezza che accompagna ogni morte.

Silvio Berlusconi è stato l’anello di congiunzione tra la P2 e la cosiddetta Seconda Repubblica che altro non era che il secondo tempo della Prima. Silvio Berlusconi è stato l’artefice della normalizzazione dei rapporti con la mafia (attraverso Marcello Dell’Utri) raccontati come inevitabili inciampi per un politico di successo. Silvio Berlusconi è stato il peggiore interprete della coercizione della cosa pubblica a fini privati: un rullo compressore che ha demolito leggi per difendere sé stesso e le sue aziende dai processi.

Silvio Berlusconi ha sdoganato i post-fascisti, ha reso pop la bava sui corpi delle donne, ha elevato la menzogna a sistema di governo, ha portato il Paese al tracollo finanziario, ha legittimato l’evasione fiscale. Ricordarlo come un vecchietto indifeso o, peggio, uno statista non possiamo concederlo. È un dovere civile. Come le condoglianze.

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Guerra e armi atomiche: mai così vicini

Le testate nucleari pronte all’uso sono aumentate tra il 2022 e il 2023 di 86 unità a 9.576, con circa duemila tenute in stato di massima allerta, per la maggior parte da Stati Uniti e Russia. È quanto emerge dal rapporto annuale sugli arsenali strategici elaborato dall’Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma (Sipri). Secondo lo studio, a seguito della guerra mossa dalla Russia contro l’Ucraina e del generale deterioramento della situazione della sicurezza su scala globale, le potenze nucleari stanno investendo nella modernizzazione dei loro armamenti.

Mentre aumentano quelle pronte all’impiego, diminuiscono di circa 200 a 12.512 le testate nucleari dispiegate nel mondo. Tale declino è in corso da diversi anni e ora il totale è pari a meno di un quinto di quello al culmine della Guerra fredda negli anni Ottanta. Tuttavia, la contrazione è dovuta principalmente al fatto che Usa e Russia smantellano gradualmente le testate dismesse. Al riguardo, il Sipri osserva che “le riduzioni globali delle testate dispiegate sembrano essersi arrestate e i numeri sono in risalita”. Allo stesso tempo, sia gli Stati Uniti sia la Russia hanno avviato programmi di modernizzazione estesi dei loro arsenali strategici.

Inoltre, “la maggior parte” delle potenze dotate di bombe atomiche “sta inasprendo la propria retorica sull’importanza delle armi nucleari e alcune stanno persino minacciando esplicitamente di utilizzarle”. Come sottolineato da Matt Korda del Sipri, “questa accresciuta concorrenza nucleare ha notevolmente aumentato il rischio” di impiego delle armi strategiche per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale.

Secondo l’Istituto internazionale per le ricerche sulla pace di Stoccolma, sono nove le potenze nucleari: Russia, Stati Uniti, Cina, Francia, Regno Unito, Pakistan, India, Corea del Nord e Israele. I primi due Paesi detengono circa il 90 per cento di tutte le testate atomiche. Segue la Cina con 410 unità, ossia 60 in più tra il 2022 e il 2023.

Buon martedì.

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