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Forza Italia spaccata in tre. Con Silvio è morto pure il berlusconismo

Un solo punto è fermo: un nuovo Silvio Berlusconi in Forza Italia non ci sarà perché con lui è morto il berlusconismo, quell’intreccio di interessi economici e politici che hanno dettato la linea del partito in questi anni. Forza Italia sprofonda nel lutto ma si interroga sul futuro. Il partito è spaccato almeno in tre blocchi.

Un nuovo Berlusconi in Forza Italia non ci sarà perché con lui è morto il berlusconismo, quell’intreccio di interessi economici e politici che hanno dettato la linea del partito in questi anni

La minoranza interna guidata dalla senatrice Licia Ronzulli (che non ha digerito l’essere stata spodestata per mano della “moglie” di Berlusconi, Marta Fascina) vorrebbe un partito meno genuflesso al governo Meloni e da mesi costruisce ponti con Matteo Salvini. Ora che la gratitudine nei confronti del leader non è più un vincolo Ronzulli, ex coordinatrice del partito in Lombardia, potrebbe radunare la sua truppa di parlamentari e di eletti sul territorio e valutare l’ipotesi di un reale avvicinamento alla Lega, anche in contrasto con l’inevitabile (in Forza Italia lo danno quasi tutti per scontata) emorragia in Fratelli d’Italia.

Il secondo blocco, quello che ha la maggioranza del partito, guidato dal duo Tajani-Fascina seguirà i desiderata dei figli di Berlusconi. I figli, l’asset aziendale, il futuro del patrimonio. Il partito Forza Italia deciderà la sua evoluzione (o la sua fine) nel contesto più ampio delle aziende da difendere e del fatturato da proteggere.

Difficile, praticamente impossibile, che Fascina – come si legge da giorni su qualche giornale – prenda in mano le redini del partito. Più facile invece che Antonio Tajani subentri come leader per “mettere le carte a posto”. La figlia che Silvio avrebbe voluto come succeditrice, Marina, non ha intenzione di intestarsi un partito che per lei e i fratelli è solo un ramo d’azienda, per di più improduttivo.

Il partito è stato l’argine contro la magistratura e il mezzo per favorire le aziende. Ora che la giustizia non è più un problema ciò che conta è coltivare rapporti e Marina Berlusconi lo sa fare benissimo. Sono in molti a suggerire che il filo diretto tra lei e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni sia oliato, quasi abitudinario. Mentre Gianni Letta si occupa delle trattative fuori scena Marina Berlusconi avrebbe concordato con la leader di Fratelli d’Italia un “ingresso” morbido e centellinato dei parlamentari che controllano Tajani e Fascina per consentire a Meloni di costruire quel partito dei conservatori e dei riformisti italiani che le garantirebbe il consolidamento del potere.

Il terzo blocco è composto dai deputati che andranno in ordine sparso. Nel cosiddetto Terzo polo (dove gli ex berlusconiani sono già di casa) Renzi e Calenda hanno già aperto le porte dei rispettivi partiti, entrambi terrorizzati dal rimescolamento che inevitabilmente si produrrà al centro. Potrà essere la “grande occasione” o potrebbero essere i loro titoli di coda. Renzi, al solito, da settimane ai suoi ripete di considerarsi l’erede naturale di Silvio. Il leader di Italia Viva sa far fruttare meglio di tutti i suoi parlamentari – anche pochi – e punta a diventare indispensabile per la maggioranza (qualsiasi sia la maggioranza) per tornare alla ribalta.

Rimangono però degli interrogativi impellenti che non sono di poco conto. I voti, innanzitutto. Non è un mistero che la forza elettorale di Forza Italia fosse quasi interamente sulle spalle di Berlusconi. Difficile capitalizzare i voti sul ricordo, per quanto possa essere commosso. Nessuno dei maggiorenti di Forza Italia ha una reale base elettorale, esclusi i due presidenti regionali di Sicilia e Calabria che hanno tenuto Forza Italia su percentuali dei vecchi tempi. Renato Schifani è forte del suo 17% in Sicilia e Roberto Occhiuto in Calabria ha raccolto il 21% nelle elezioni che l’hanno eletto governatore.

Nelle trattative per la successione di Berlusconi e per la composizione dei quadri dirigenti entrambi faranno pesare il proprio consenso. Ma chi sosterrà economicamente il partito? Questa è la domanda più gravosa, anche se irrispettosa, a poche ore dal lutto. I figli di Berlusconi si preparano a una fase di successione che si preannuncia complessa. Forza Italia è costata a Fininvest quasi 110 milioni di euro.

Ogni membro della famiglia ha staccato ogni anno un assegno di circa 100mila euro. Ora che lo “scudo politico” non è più urgente il partito rischia di diventare una tassa che nella famiglia Berlusconi molti vorranno eludere. E qui si torna al punto di partenza: la politica, quella vera, era solo un orpello del governare beni privati infilandoli nella cosa pubblica. Forse Forza Italia non esiste già più.

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Ricordarsi di ricordare chi era Silvio Berlusconi

Il Fatto Quotidiano (che sul tema è uno specialista) ha messo in fila le vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi. L’elenco è lungo e piuttosto disgustoso ma vale la pena tenerlo in tasca  quando sentirete dire che “Berlusconi ha ricevuto una sola condanna e ha scontato la pena”. Ben prima se ne è accorto  Left uscito già nel 2020 titolando Berlusconi al Quirinale nemmeno per scherzo.

L’unica condanna definitiva per Berlusconi è arrivata il 1 agosto del 2013 quando la Cassazione confermò il verdetto d’appello a 4 anni per frode fiscale per il processo sui diritti televisivi Mediaset. Pena decurtata di 3 anni grazie all’indulto. L’ex premier ha scontato la pena in affidamento ai servizi sociali facendo il volontario in un istituto per anziani a Cesano Boscone per essere stato, come hanno scritto gli ermellini nella motivazione del verdetto, «l’ideatore del sistema illecito per consentire la perdurante lievitazione dei costi di Mediaset a fini di evasione fiscale».

Però ci sono anche le prescrizioni. Il primo processo è All Iberian dal nome della società capofila della Finivest offshore. Cuore del processo la tangente più alta mai versata a un singolo politico: 23 miliardi di lire in nero a Bettino Craxi, leader socialista e amico di Berlusconi che gli paracaduta il denaro tra il gennaio e l’ottobre del 1991 poco dopo il via libera alla legge Mammì (approvata nell’agosto del 1990) che di fatto si limitava a cristallizzare l’esistente e mettere un sigillo normativo al duopolio Rai-Fininvest senza un vero tetto pubblicitario e spot senza limiti. Condannato in primo grado il 13 luglio 1998 per il solo finanziamento illecito, in secondo grado questo reato è già prescritto e la Cassazione il 22 novembre 2000 conferma ma «non emerge negli atti processuali l’estraneità dell’imputato». C’è poi il caso Lentini-Milan con il clamoroso acquisto del giocatore del Torino. L’ipotesi dei pm milanesi era che i 10 miliardi al presidente granata per agevolare il passaggio non siano mai stati iscritti a bilancio, dunque versati in nero. Il reato viene dichiarato prescritto dalla II sezione del Tribunale grazie alla solita concessione delle attenuanti generiche e alla riduzione dei termini di prescrizione introdotta dalla nuova legge sul falso in bilancio, varato dal governo dello stesso imputato. C’è poi la prescrizione per i bilanci Fininvest 1988 -1992, quella per il consolidato Fininvest sempre grazie alle nuove regole sul falso in bilancio. C’è poi la prescrizione Mondadori (corruzione giudiziaria), il processo sulla cosiddetta guerra di Segrate che oppose Carlo De Benedetti a Berlusconi per il controllo del gruppo. Per l’ex Cavaliere, sempre grazie alle attenuanti generiche e alla contestazione di corruzione semplice e non in atti giudiziari, arriva una prescrizione. In sede civile la Cir dell’ingegnere però incassa 564,2 milioni di euro. Grazie comunque alla sentenza del processo penale che riconosceva che corruzione ci fu. Prescritto anche il processo Mills per corruzione giudiziaria con l’accusa per Berlusconi di aver pagato l’avvocato inglese ideatore delle società offshore con 600mila dollari in cambio di due false testimonianze nei processi Guardia di Finanza e All Iberian. Tra lodi e legge ex Cirielli per il leader di Fi arriva la sentenza di non luogo a procedere, prescrizione anche se solo in Cassazione per il legale inglese. Nel carnet delle prescrizioni c’è poi il caso della compravendita senatori. È del 2 luglio 2018 la conferma da parte della Cassazione sulla corruzione del senatore Idv, Sergio De Gregorio, pagato 3 milioni di euro per passare dal centrosinistra al centrodestra votando la sfiducia al governo Prodi nel 2008. L’ex parlamentare aveva invece patteggiato una condanna a 20 mesi nel 2013. «È del tutto pacifico che Berlusconi abbia agito con assoluta coscienza e volontà di corrompere un senatore della Repubblica» avevano scritto i giudici dell’appello. C’è poi il caso del nastro-Unipol. La VI sezione penale della Cassazione, il 31 marzo 2015, conferma la prescrizione per rivelazione di segreto d’ufficio per Paolo e Silvio Berlusconi per la storia dell’intercettazione della telefonata tra l’ex segretario degli allora Ds, Piero Fassino, e l’ex amministratore delegato di Unipol, Giovanni Consorte, nella quale l’ex sindaco e ministro pronunciò una famosa frase che suonava così: “Abbiamo una banca“ pubblicata da Il Giornale. Gli ermellini avevano scritto che era impossibile assolvere perché era indubbio che il placet dell’ex presidente del Consiglio aveva avuto «efficacia determinante ai fini della pubblicazione della notizia» da parte del quotidiano edito dal fratello sulla tentata scalata alla Bnl in quei mesi in cui era esploso il risiko bancario e le relative inchieste.

Ci sono poi tre processi Ruby (minorenne marocchina – presente alle feste di Arcore e spacciata per la nipote dell’ex presidente Mubarak). Sul tema c’è una sentenza significativa: il 18 ottobre è diventata definitiva la condanna di Gianpaolo Tarantini a 2 anni e 10 mesi per reclutamento e favoreggiamento della prostituzione di donne che venivano accompagnate nelle residenze di Berlusconi.

Berlusconi ha beneficiato di due amnistie. Per il reato di falsa testimonianza ovvero aver mentito al Tribunale di Verona sulla sua iscrizione alla P2. Nell’ambito del fascicolo sui fondi neri Macherio: uno dei falsi in bilancio contestati è stato amnistiato. Altri due andarono prescritti, mentre fu pronunciata sentenza di assoluzione per la frode fiscale e l’appropriazione indebita.

Infine c’è la questione giudiziaria più abnorme: quella condanna a Marcello Dell’Utri per avere fatto da “intermediario” tra Berlusconi e Cosa Nostra.

Questo solo il lato giudiziario. Ma non si tratta solo di giustizia, dentro c’è anche un’enorme questione morale. Poi, con calma, vediamo quello politico. Tanto per capire di chi stiamo parlando come possibile prossimo presidente della Repubblica.

Reprint: articolo pubblicato su left nel 2021

 

 

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La Tunisia e l’Ue ricattate da un autocrate in più

Con qualche giorno di ritardo anche gli altri giornali si accorgono che l’improvviso amore della presidente del Consiglio Giorgia Meloni per la Tunisia e per l’Africa sia figlio di un progetto di scambio: noi le diamo soldi europei e ci diamo da fare per sbloccare i quasi due miliardi da Washington attraverso il fondo monetario internazionale e voi tunisini vi fate carico della partenze di immigrati che vorrebbero entrare in Europa fermandoli in modi più o meno legali. Il tutto condito da una parvenza di ritorno della democrazia in un Paese sprofondato nell’autarchia.

L’improvviso amore del premier Giorgia Meloni per la Tunisia e per l’Africa è figlio di un progetto di scambio

Del resto i 900 milioni di euro promessi dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, accompagnata dal primo ministro olandese Mark Rutte e da Giorgia Meloni, sono un buon prezzo per sporcarsi le mani di sangue facendo il lavoro sporco che l’Unione europea vorrebbe fare ma non può permettersi di fare. Per questo si subappalta la frontiera a Paesi in cui il controllo dei diritti è sfiancato da democrazia latente e da controlli complicati.

Il quadretto sarebbe stato perfetto, per la gioia dei sovranisti europei, se non fosse che che il premier tunisino Kais Saied ha imparato in fretta come si comporta il vero autocrate che ricatta l’Europa per mungere più soldi, ispirandosi probabilmente ai libici o all’Erdogan di turno. “La Tunisia non può fare da guardia di frontiera”, ha detto il presidente tunisino prima di incontrare i leader europei. Ovvero: è disposto a fare il lavoro sporco ma servono più soldi.

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Crosetto, i pirati e Capitan Uncino

Nel caso in cui vi siate persi le gesta del ministro alla Difesa Guido Crosetto in questo ultimo fine settimana ecco un veloce ripasso. Venerdì la stragrande maggioranza dei media si è buttata sulla presunta storia di 15 migranti che avrebbero dirottato la nave Galata Seaways, partita dal porto turco di Topcular il 7 giugno e diretta in Francia. L’Italia ha messo in campo un’unità militare di fanteria in forza alla marina militare (un tempo nota come battaglione): si sono calati sulla nave da due elicotteri per mettere in sicurezza l’equipaggio e individuare i migranti rimasti nascosti nella stiva.

Il ministro, eccitato, aveva twittato: «le forze speciali italiane, di stanza a Brindisi, stanno liberando una nave turca con 22 persone di equipaggio sequestrata da circa 15 migranti che erano a bordo dell’imbarcazione al largo di Napoli». E poi: «I dirottatori della nave sono stati catturati. Tutto è finito bene.  I miei complimenti ai ragazzi del Battaglione San Marco, ai poliziotti ed ai finanzieri, che hanno concluso una splendida operazione in collaborazione. Ognuno per la sua parte. Bravi!».

Quasi tutto falso. La procura di Napoli ha aperto un’inchiesta per associazione per delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina per capire come i migranti scoperti a bordo di una nave mercantile turca siano riusciti a imbarcarsi di nascosto. Le prime indagini hanno escluso che i 15 migranti abbiano tentato di dirottare la nave, di sequestrare o aggredire il comandante e l’equipaggio.

Domenica mattina Crosetto ha poi pubblicato su Twitter una nota informativa del suo ministero nel tentativo di dimostrare il dirottamento di cui aveva parlato venerdì. Scrive Crosetto: «Oggi alcuni giornali infangano, raccontando i fatti della nave Galata Seaways come “inventati”. Poiché ministero della Difesa e ministro agiscono con responsabilità ed approfondendo, è giusto dimostrare la verità e l’infondatezza di queste notizie, a tutela del sistema Paese». Peccato che la nota spieghi che la presenza dei migranti costituiva «una minaccia per l’equipaggio» e non fa nessun riferimento a tentativi di dirottamento, di sequestro o di aggressione. L’abbordaggio della nave era stato chiesto dalle autorità turche in seguito all’allarme lanciato dal comandante. Le attività di ricerca delle forze speciali, si legge, non hanno in nessun momento «comportato l’uso della forza da parte dei militari. Nessun danno fisico è stato, quindi, riscontrato a chicchessia durante l’espletamento delle attività descritte».

I migranti sono stati fatti sbarcare a Napoli. Due donne sono state portate in ospedale, una perché incinta e l’altra perché considerata in condizioni fisiche precarie per via del lungo viaggio. Un uomo è stato curato per una sospetta frattura alla caviglia e un altro per ipotermia. Gli altri migranti sono stati accolti in un centro di accoglienza. La nave è ripartita verso il porto di Sète, in Francia. Nel disperato bisogno di inventare nemici che non esistono per offrirsi come protettori (è una tradizionale strategia delle destre in tutto il mondo) qualcuno si è fatto prendere un po’ la mano. «Qui non c’è più avventura», direbbe Capitan Uncino.

Buon lunedì.

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Il dramma dei 147 migranti rivive al processo Open Arms

Non è stato un giorno come gli altri ieri all’aula bunker di Palermo per il processo Open Arms che vede imputato il ministro Matteo Salvini per i fatti relativi all’agosto del 2019, quando guidava il Viminale e la Ong spagnola con a bordo 147 migranti attese per oltre due settimane prima di potere attraccare in un porto sicuro. L’accusa è di omissione di atti d’ufficio e sequestro di persona. L’udienza era stata fissata per lo scorso 21 aprile ma gli impegni istituzionali del ministro (ora alle Infrastrutture) l’hanno fatta slittare.

Ieri il fondatore della Open Arms Camps ha deposto al processo di Palermo per sequestro di persona in cui è imputato Salvini

Non è stato un giorno qualunque perché a parlare c’era il fondatore della ong spagnola Oscar Camps. Open Arms intanto continua a essere in mare. “Per la missione numero 100 – dice Camps ai cronisti fuori dall’aula -. Continueremo a salvare vite e a denunciare le violazioni”. Ma non è un giorno normale perché da quel giorno in cui apparve disumana e grave la scelta di Matteo Salvini di lasciar bollire 147 persone alla deriva sono accaduti eventi ancor più gravi e più disumani.

C’è stata la strage di Cutro, con 94 vittime accertate e un numero impreciso di dispersi (forse 11). C’è stata l’indifferenza di Stato, c’è stata la rivittimizzazione delle vittime da parte del ministro Piantedosi, c’è stata la mancata visita alle salme della presidente del Consiglio che ha usato Cutro per un Consiglio dei ministri sventolato come spot pubblicitario. Gli impegni “improrogabili” in quel giorno in cui non s’è trovato un minuto per rendere onore alle vittime poi, abbiamo saputo, erano la festa a sorpresa per il compleanno di Matteo Salvini. Poi Cutro è diventato un decreto infame. Poi ieri in Europa s’è decieo di rendere la disumanità un affare comune.

Ma l’udienza di ieri è il ripasso di un tempo che va ricordato. Bisogna ricordare, ad esempio, che il cambio del quadro politico nel 2018 ha determinato la fine del “coordinamento tra ong e Guardia costiera italiana” che fino a quell’anno aveva permesso a Open Arms di salvare “in mare oltre 25mila persone”. Nell’udienza di ieri sono stati sentiti come testimoni Oscar Camps (fondatore di Open Arms), Inas Urrosolo Martinez De Lagos (medico a bordo della Missione 65) e Ricardo Barriuso Leoz (primo ufficiale sulla nave all’epoca dei fatti).

“Tra il 14 e il 15 agosto la nave Open Arms è entrata in acque italiane. Avevo chiamato il capitano e mi aveva detto che non potevamo entrare in acque italiane perché una unità della Guardia di finanza ce lo impediva. Io ho insistito con lui che poteva entrare, spiegando che il decreto non aveva più vigenza in quel momento e che avevano bisogno di essere accolti perché c’era cattivo tempo e la situazione a bordo era difficile: eravamo davanti a Lampedusa. Non potevamo non entrare e poi arrivò il procuratore di Agrigento Patronaggio”, ha dichiarato il fondatore di Open Arms, Oscar Camps.

Il fondatore della ong spagnola ha detto che, pur essendo a Barcellona, era in costante contatto con l’equipaggio dell’imbarcazione: “Ero al corrente delle operazioni e attraverso mail e comunicazioni informavamo le autorità di Spagna, Libia, Malta, Italia. Avevo contatti più frequenti con il capitano e il capo missione”.

Il primo soccorso è stato l’1 agosto 2019 alle 4 del pomeriggio, 55 persone, 19 uomini, 16 donne e 20 minori, con due neonati e due donne in gravidanza. “Abbiamo ricevuto poi il decreto dell’autorità di Roma che ci vietava il nostro ingresso in acque italiane. Da Barcellona sono andato a Roma il 4 agosto per vedere il team legale e dare incarico di opporsi”.

Il 7 agosto ha un incontro con l’ambasciatore tedesco a Madrid: “Abbiamo parlato e gli ho consegnato una richiesta per Angela Merkel nella quale chiedevo un intervento della Commissione europea per favorire la collaborazione e parlare dell’atto che impediva di entrare in un Paese europeo che non ritenevamo giusto né legale. L’ambasciatore ha fatto avere la richiesta alla signora Merkel che ci ha risposto che stava lavorano su questo argomento e che sarebbero intervenuti nella riunione del Parlamento europeo”.

Per il team legale “si poteva attendere una risposta positiva e attendevamo che l’Ue si determinasse a rimuovere quel decreto”. La situazione a bordo? “Le condizioni mediche erano difficili, la situazione dei bagni terribile, mancava acqua dolce e con le malattie la convivenza era difficile, più di cento le persone a bordo, con tutte le donne che erano state violentate in Libia. Molte persone si erano lanciate in acqua, diverse avevano tentato il suicidio. Tante le evacuazioni mediche per questioni psichiatriche e psicologiche”, dice.

Il primo soccorso è stato nel pomeriggio dell’1 agosto 2019: 55 persone, 19 uomini, 16 donne e 20 minori, con due neonati e due donne in gravidanza. Nel mattino del 2 agosto, 43 uomini, 16 donne e 10 minori, una donna incinta. Il 10 agosto “è stata soccorsa l’imbarcazione con 39 persone su richiesta dell’autorità di Malta dopo tanto tempo. Viene effettuato il salvataggio e Malta doveva mandare una imbarcazione per prendere queste persone, ma servivano più di sette ore e le condizioni erano pericolose, la responsabilità era del capitano: mi ha chiamato per consultarmi e li ha fatti salire a bordo. Le autorità di Malta ci hanno poi informato che potevano accogliere solo 39 persone, ma in quel momento la situazione a bordo era molto tesa”.

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Meloni e il governo influencer fatto di narrazioni e zero spiegazioni

Il segreto per governare? Occuparsi della narrazione, fregarsene delle spiegazioni. La frase è di Vitalba Azzolini con cui qualche giorno fa discutevo della narrazione (appunto) tutta sbagliata del “patto sui migranti” licenziato in Europa. Piegare la realtà alla narrazione ha, per chi gestisce il potere, molti vantaggi: permette di fingere di essere sempre “contemporaneo” alle crisi e ai problemi. Usare i decreti legge come se fossero tweet nell’enorme timeline del Paese, proprio così. Come certi influencer che hanno un’opinione su tutto e che rapidamente la confezionano per farne un post che rientri nei trend della giornata, il governo Meloni ha una risposta prêt-à-porter. I telegiornali raccontano di un rave party in una sperduta località della provincia italiana Pronto il decreto rave. Gli sfinteri si sono immediatamente chetati. Passano i mesi: è servito quel decreto? Ha avuto successo? È stato applicato? Nessuno lo sa, nessuno se ne interessa, niente di niente. Ciò che contava era confezionare un bel post in bella mostra sulle proprie bacheche social.

A Verona «Solo mele marce». E ancora una volta addio a numero identificativo per le forze dell’ordine

Ancora. La stampa si innamora di un femminicidio perché i protagonisti hanno e fattezze perfette per essere una coppia di influencer anche da omicida e da ammazzata Pronto un decreto contro i femminicidi. Da giorni i giuristi e le associazioni fanno notare che quel decreto nulla avrebbe potuto con l’assassino Alessandro Impagnatiello. Non importa. Volevate una risposta di legge che rispettasse il trend? Eccola. Ciò che conta è che il decreto stia bene con l’hashtag. A Verona dei poliziotti, probabilmente coperti da molti altri poliziotti, hanno pestato dei poveretti che hanno la colpa di essere fragili e neri? Nessun problema, ecco la reazione: «Solo mele marce». Interviene la magistratura e smentisce la prima narrazione: «Eh no, caro governo, qui si tratta di qualcosa di sistemico». Pronta la nuova narrazione. Dal governo ci dicono che l’indagine che ha scoperchiato le violenze li rende ancora più fieri della polizia italiana. Hanno ragione, dicono bene. Solo che fino all’altro ieri chi pronunciava quella stessa frase veniva accusato di disonorare le forze dell’ordine. Vai a capire. Una cosa è certa: in questo caso un decreto sarebbe stato facile, body cam e numero identificativo per le forze dell’ordine, una garanzia per i cittadini ma anche per la stragrande maggioranza delle forze dell’ordine che svolge professionalmente il proprio mestiere. Niente di niente.

Salvini, il novello Brunelleschi della giravolta

A proposito di narrazione. Il ministro Matteo Salvini da circa 10 giorni sta paragonando la costruzione del Ponte di Messina (che giurano in molti non si farà mai) alle più significative opere d’arte che rendono famosa l’Italia nel mondo. Secondo la sua narrazione, Salvini dovrebbe essere il nuovo Brunelleschi che studieranno a scuola i nostri figli. Sui dubbi di geologi e ingegneri invece nessuna risposta, nemmeno una parola. La lezione è questa: occuparsi della narrazione, fregarsene delle spiegazioni. Appunto. A proposito: il ministro Salvini era lo stesso che qualche anno fa dava del “matto” a chi voleva regolamentare le biciclette. Passa qualche anno, decide di vessare i ciclisti. Qualcuno glielo fa notare. Risposta Nessuna. Perché ciò che conta per una buona narrazione è avere la possibilità di non rispondere alle domande giuste e avere il potere di trovare camerieri che pongano le domande facili e sbagliate.

Salvini paragona il Ponte sullo Stretto alla Cupola di Brunelleschi: e quella perde i pezzi
Matteo Salvini Ponte sullo stretto cupola Brunelleschi

Meloni, la “nuova Mattei” che vuole salvare l’Africa (cioè chiudere i porti di partenza)

La narrazione dice che Giorgia Meloni improvvisamente si sia affezionata alle difficoltà e alle piccole disperazioni quotidiane che costellano il continente africano e vuole essere la nuova Mattei che si prende sulle spalle la salvezza di un pezzo di mondo. Osservate: Brunelleschi, Mattei. Per una buona narrazione superficiale è inutile spendere energie per costruire nuovi modelli. Come sui social, l’importante è trovare un nome che rimandi a un pensiero, un sapore, un profumo riconoscibile a tutti. Dicevamo, il “Siamo Mattei” di Giorgia Meloni in tutto il mondo viene raccontato come il tour tra autocrati di una presidente che aveva promesso di chiudere i porti di arrivo, non c’è riuscita e quindi vuole chiudere i porti di partenza. È così facilmente riconoscibile. Nulla di tutto questo: l’obiettivo di Giorgia Meloni, a leggere senza interpretare le parole delle note stampa e le dichiarazioni della sua maggioranza, è “salvare l’Africa”. Ma come, ma il “prima gli italiani”? Per il giornalismo sarebbe un’occasione imperdibile: opporre i fatti e i numeri alla narrazione. A quel punto la loro smania di controllo dovrebbe maturare in una capacità di governo. Pensateci, sarebbe bellissimo.

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Centri per i rimpatri. Una torta da 56 milioni in tasca ai privati

Ma chi ci guadagna dall’immigrazione? Sono 56 i milioni di euro previsti complessivamente, nel periodo 2021-2023, dagli appalti per affidare la gestione dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (Cpr) ai soggetti privati. Costi da cui sono esclusi quelli relativi alla manutenzione delle strutture e del personale di polizia. “Cifre – spiega la Coalizione italiana libertà e diritti civili (Cild) – che fanno della detenzione amministrativa una filiera molto remunerativa che, non a caso, ha attratto negli ultimi anni gli interessi economici di grandi multinazionali e cooperative. La privatizzazione della gestione è, infatti, uno degli aspetti più controversi di questa forma di detenzione senza reato e ne segna un ulteriore carattere di eccezionalità: il consentire che su quella privazione della libertà personale qualcuno possa trarne profitto”.

Dalla Coop alle multinazionali. Ecco chi guadagna con l’accoglienza dei migranti

Nel rapporto Cild “L’affare CPR. Il profitto sulla pelle delle persone migranti” grande attenzione è stata dedicata alle multinazionali Gepsa e ORS, alla società Engel s.r.l. e alle Cooperative Edeco-Ekene e Badia Grande che hanno contribuito, negli anni recenti, a fare la storia della detenzione amministrativa in Italia. “Una storia tutt’altro che nobile – spiega la Coalizione – fatta di sistematiche violazioni dei diritti delle persone detenute, con la possibilità per gli enti gestori di massimizzare in maniera illegittima i propri profitti anche a causa della totale assenza di controlli da parte delle pubbliche autorità.

Nel Rapporto, infatti, si dà ampio spazio alla denuncia delle condizioni di detenzione che rischiano di configurarsi come inumane e degradanti e alla strutturale negazione dei diritti fondamentali dei detenuti. Il diritto alla salute, alla difesa, alla libertà di corrispondenza non sono, infatti, tutelati all’interno dei Cpr: luoghi brutali che consentono ai privati di speculare sulla pelle dei reclusi, grazie anche alla totale assenza di vigilanza da parte del pubblico”.

“Da sempre questi centri – ha dichiarato Arturo Salerni (nella foto), presidente di Cild – hanno rappresentato un buco nero per l’esercizio dei diritti da parte delle persone trattenute. Essi rappresentano un buco nero anche sotto il profilo delle modalità e dell’entità della spesa, a carico dell’erario, a fronte delle gravi carenze nella gestione e delle condizioni in cui si trovano a vivere i soggetti che incappano nelle maglie della detenzione amministrativa, ovvero della privazione della libertà in assenza di qualunque ipotesi di reato. Il proposito del governo di aumentarne il numero è il frutto di scelte dettate da un approccio tutto ideologico che non trova fondamento nell’analisi del fenomeno. L’esperienza degli ultimi 25 anni, a prescindere dalla gestione pubblica o privata dei centri, ci dice che bisogna guardare a forme alternative e non coercitive per affrontare la questione delle presenze irregolari sul territorio nazionale, che bisogna accompagnare le persone in percorsi di regolarizzazione e di emersione, cancellando l’obbrobrio della detenzione senza reato”.

Il nuovo Governo Meloni ha stanziato nuovi fondi volti all’ampliamento della rete dei CPR, con l’obiettivo di assicurare che le espulsioni dei migranti avvengano più rapidamente, attraverso uno stanziamento di oltre 5,39 milioni di euro per il 2023. Inoltre, a seguito della strage di Cutro, in cui hanno perso la vita oltre 80 persone per via dei mancati soccorsi da parte dell’Italia, il nuovo decreto immigrazione adottato dal governo ha introdotto nuove forme di detenzione amministrativa per i richiedenti asilo e addirittura “la possibilità di commissariare la gestione di questi Centri e di operare in deroga al codice degli appalti, fino al 2035, per velocizzare la realizzazione di nuove strutture”.

In conferenza stampa il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini ha detto che l’obiettivo del Governo (e che già si era prefissato Minniti con il d.l. n.13/2017) è quello di realizzare un CPR almeno in ogni regione. Chi ci guadagna dall’immigrazione?

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La politica trasloca in masseria

Dove sono la politica e il giornalismo mentre la guerra si infiamma, mentre crolla la produzione industriale, mentre l’inflazione si mangia i salari e mentre i diritti sono sotto attacco come non accadeva d tempo? Potrebbero essere in Parlamento, discutendo – finanche litigando – sulle leggi e i loro risvolti, con i giornalisti “cani da guardia del potere” abbastanza preparati e abbastanza coraggiosi per scalfire la sicumera ridondante del potere. Ma no, non sono lì.

Il Parlamento è affossato da decreti che passano con voti di fiducia e le conferenze stampa sono senza stampa. Potrebbero essere, il giornalismo e la politica, a discuterne in un dibattito televisivo, uno di quelli veri dove si discute di fatti e non di percezioni. Ci sono le reti della televisione pubblica che hanno il dibattito politico – con tutte le voci in campo – come loro funzione. Ma no, non sono lì.

I Tg barcollano (Meloni e il centrodestra occupano fino al 70%, lo certifica l’Osservatorio di Pavia) e i politici monologano. Un giornalista (esterno) del servizio pubblico però ha invitato un pezzo di politica nella sua elegante masseria. Così Meloni e Vespa si sono attovagliati per lanciare la lussuosa masseria del giornalista nel Salento con annesso ristorante.

Il giornalista ha preferito il “suo” podere alla sua azienda. La premier ha preferito l’apericena al Parlamento. Ogni giornalismo ha la politica che si merita. E viceversa. In redazione nei giorni scorsi ci dicevamo quanto qualcuno vorrebbe isolarci. È naturale, con la nostra ossessione per i fatti, le domande e la nostra disabitudine alle masserie.

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Foti non sa cosa fanno i suoi stessi deputati

Mentre Amnesty International indica i gravi fatti di Verona (un ispettore e quattro agenti di polizia sotto indagine) come “l’ennesimo motivo per non abolire il reato di tortura” il capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia Tommaso Foti si espone – come spesso gli accade – per parare il colpo. “Lo Stato c’è e la Polizia di Stato ha dimostrato grandissima serietà – ha detto Foti ospite di Agorà su Rai3 -. L’indagine sui fatti di Verona la Procura la ha assegnata alla Polizia di Stato. Se vi sono alcune persone che vestendo una divisa non la onorano ci sono migliaia di persone che vestendo quella divisa la onorano”.

La proposta di legge di Vietri sul reato di tortura

Fin qui tutto bene. Il capogruppo meloniano poi si è avventurato sul reato di tortura, già al centro delle polemiche nei mesi scorsi: “Mi pare che non vi sia alcuna proposta all’esame delle Commissioni o prevista per il calendario d’Aula che voglia modificare il reato di tortura”, ha detto Foti. Peccato che siano proprio i suoi compagni di partito (prima firmataria Imma Vietri) ad avere depositato la proposta di legge assegnata in Commissione Giustizia della Camera con cui si vorrebbe di fatto abrogare gli articoli 613-bis e 613-ter del codice penale che introducevano il reato. Infatti alla fine Foti non si trattiene e gli scappa una confessione: “Io penso che il reato di tortura andrebbe meglio circoscritto” ha aggiunto spiegando che lo farebbero solo per evitare “che la Cassazione debba poi continuamente correggere sentenze”. Alla fine esce sempre la vera natura.

La precisazione di Foti

Dopo la pubblicazione dell’articolo, Foti ha inviato una precisazione: “È pur vero che non è obbligatorio capire, ma tra la presentazione di una proposta di legge e l’avvio dell’iter per l’esame della stessa vi è una differenza talmente grande da non potere non essere nota all’autore dell’articolo. Nessuna scivolata su alcuna buccia di banana da parte di chi scrive: come affermato, e qui ribadito, non vi è infatti all’esame di alcuna commissione parlamentare (nella fattispecie, in primis, la giustizia) né tanto meno risulta iscritta nel calendario dei lavori dell’Aula (pubblico e, quindi, facilmente consultabile, come del resto quello delle Commissioni) alcuna proposta di legge recante abolizione o modifica del reato di tortura. Con buona pace di chi virgoletta correttamente il mio pensiero e poi lo declina in modo del tutto errato”.

“Prendiamo atto della precisazione dell’onorevole Foti. E del fatto che nel gruppo parlamentare da lui presieduto ci sono evidentemente deputati che presentano proposte di legge con l’auspicio che non vengano mai discusse“.
Giulio Cavalli

Riceviamo e pubblichiamo:

“Spiace che vi confermiate primatisti nel non capire, pur non essendo quest’ultimo esercizio obbligatorio. Conosco a tal punto cosa fanno i miei deputati, che so benissimo quali proposte di legge sono calendarizzate e quali no. E che delle proposte di legge presentate ne vengano discusse alcune e approvate meno non lo dico io ma basterebbe consultare qualche report che la Camera periodicamente pubblicizza. Forse l’unico che scrive non sapendo ciò è chi invece pensa di saper tutto. Forse un ritorno al socratico “so di non sapere” sarebbe salutare al Vostro poco ironico giornalista“.
Tommaso Foti

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Le decisioni, tutte sbagliate, nel patto Ue

Che ha deciso il Consiglio Affari interni a Lussemburgo? Ricapitoliamo.

Resta in vigore il regolamento Dublino e la responsabilità dei migranti dello Stato di primo arrivo per 24 mesi. Poiché la solidarietà nell’Unione europea non è un movimento naturale, non è qualcosa che abbia a che fare con l’etica e con la propria coscienza, si è provato a renderla obbligatoria. Figurarsi. Nell’Ue c’è la libera circolazione di soldi e di merci, c’è la colletta per la bacinella di armi, ma i neri sporchi e cattivi non riescono a tirare i fili di quella che vorrebbe essere una comunità. E quindi? Quindi chi sgarra paga, semplicemente. 20mila euro e la pratica è chiusa.

L’Unione europea lascia agli Stati membri la scelta di ritenere o no un porto sicuro. Proprio così. L’Unione europea è disunita quando c’è da decidere se un’autocrazia è una democrazia. Un regalo impacchettato per i sovranismi di casa nostra. Così potremo goderci scene come quella che abbiamo visto ieri grazie alla denuncia di Medici senza frontiere: la cosiddetta Guardia costiera libica che opera un respingimento illegale bruciando in mare aperto un barchino e accalappiando una cinquantina di disperati riportati nei lager libici.

Rimane l’illusione dei rimpatri. L’Italia avrebbe voluto appaltare anche gli Stati di rimpatrio con la possibilità di un Paese “terzo”. Tu violentato e perseguitato in Nigeria scappi per sopravvivere, vieni stuprato e derubato in Libia, arrivi in Italia e quelli non hanno nemmeno il fastidio di riportarti in Nigeria ma ti possono paracadutare su un Paese africano a caso e sono a posto così. La brillante idea è passata a metà. In compenso poiché i rimpatri non accelereranno alla fine l’Italia si ritroverà ancora più ingolfata così i partiti che leccano la xenofobia potranno guadagnare voti sulle scelte sbagliate prese con il loro concorso.

Una narrazione disumana che poi si scontrerà con la realtà. A proposito di narrazione distorta: ricordate la manfrina dei “migranti economici” ovvero la teoria per cui se sei povero non hai il diritto di cercare dignità (anche) economica. Che sia una cagata pazzesca (citazione cinematografica) l’ha sancito la Corte di Cassazione italiana: “Via libera alla protezione umanitaria al migrante economico, se la povertà al suo paese è tale da ledere la dignità. Partendo dal presupposto che la povertà estrema sia una buona ragione per offrire lo status di rifugiato o la protezione sussidiaria o umanitaria, la Cassazione ha respinto il ricorso del ministero dell’Interno, contro la decisione della Corte d’Appello che, contrariamente al Tribunale, aveva concesso a un cittadino extracomunitario il permesso di soggiorno”. Sapete chi ha dato risalto alla notizia Il Sole 24 Ore, qui. C’è confusione sotto al cielo.

Buon venerdì.

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