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Accordicchio Ue sui migranti. Un altro flop del governo Meloni

Tre anni fa, eravamo nel settembre del 2020, Ursula von der Leyen presentò una bozza di un nuovo “patto sulle migrazioni” che avrebbe dovuto “azzerare Dublino”. Nelle intenzioni avrebbe dovuto alleggerire la penalizzazione dei Paesi di primo approdo dei migranti (di cui l’Italia è interprete principale nel Mediterraneo). Ieri a Lussemburgo il Consiglio Affari interni ha provato a tirare le file di quello che la commissaria europea agli Affari interni, Ylva Johansson, ha definito “una proposta equilibrata sul tavolo, con molto sostegno”. L’orientamento è sempre lo stesso: rafforzare i meccanismi di respingimento dei migranti, esternalizzare le frontiere, minando di fatto il diritto di asilo.

Al Consiglio Affari interni del Lussemburgo Piantedosi prima si oppone e poi accetta l’intesa al ribasso sui migranti

Il patto si sviluppa su due piani principali: la definizione di nuove politiche comuni di controllo delle frontiere europee, che potrebbero prevedere anche la detenzione di minori negli hotspot Ue, sul modello greco e il raggiungimento di un meccanismo europeo di ricollocamento dei richiedenti asilo, per cui agli Stati è data la possibilità di non accettare migranti ricollocati dai paesi di primo ingresso, pagando una quota per ogni persona non accolta.

“Entrambe sono proposte che non risolveranno in alcun modo le croniche carenze del sistema di asilo europeo – ha sottolineato Giulia Capitani, policy advisor di Oxfam Italia su migrazione e asilo – Al contrario esprimono chiaramente l’obiettivo di blindare l’Europa. Quanto poi alla proposta in discussione per il controllo delle frontiere, siamo di fronte a nient’altro che all’esatta copia del modello disumano e fallimentare applicato fino ad oggi nelle isole greche, che finirà solo per rinchiudere altri rifugiati, bambini compresi, in centri simili a prigioni, negando il loro fondamentale diritto di asilo nel territorio dell’Unione”.

Per Oxfam “stiamo assistendo anche al tentativo degli Stati Ue di aumentare le pressioni sui Paesi terzi, ad esempio in nord Africa, a cui affidare il controllo delle frontiere – aggiunge Capitani –. Un sistema che come nel caso dell’accordo Italia-Libia, non solo non blocca gli arrivi (da gennaio ad oggi sono oltre 51.000), ma perpetua la violazione dei diritti umani fondamentali delle persone, comprese donne e minori, detenute nei lager libici e vittime di torture e soprusi indicibili”. Come spiega Matteo Villa di ISPI la cosa che sembra interessare di più all’Italia è la riforma delle “regole Dublino”.

L’Italia si impegna – spiega Villa – a continuare a ricevere la gran parte delle domande d’asilo, ma solo se gli altri Paesi europei ci danno una mano, “prendendosi” i richiedenti in caso di alti arrivi. Solo che nonostante la narrazione l’Italia continua a accogliere e proteggere molte meno persone della media Ue perché se ne vanno dal nostro territorio e nonostante le regole Dublino non vengono rimandati indietro. ISPI stima su 700mila stranieri sbarcati in Italia e usciti in Paesi Ue solo 35mila (il 5%) sia stato rimandato in Italia come prevederebbero le regole. Ciò accade perché i migranti non fanno domanda d’asilo, non dichiarano il loro Paese d’ingresso oppure sono intercettati dopo i 12 mesi previsti dalle norme. “Insomma, noi italiani adesso all’Europa stiamo chiedendo solidarietà sulla redistribuzione, ma in realtà non ci serve – spiega Villa -. Ci servirebbe una mano sulla prima accoglienza, che costa. Dunque soldi, non trasferimenti.”

L’intensificazione nelle identificazioni voluta dall’Ue renderà più facile determinare il Paese d’ingresso (quindi l’Italia che se ne dovrebbe fare carico) mentre le procedure più rapide senza velocizzare i rimpatri renderanno più rapido il “parcheggio” degli stranieri irregolari. Paradossalmente, l’Italia avrebbe dovuto preferire una fumata nera. Alla fine arriva l’accordo, ma passa il principio della solidarietà obbligatoria anziché dei ricollocamenti obbligatori come volevano Meloni e Piantedosi per l’Italia. Di doveri umanitari, ovviamente nemmeno l’ombra.

 

Leggi anche: Stallo su indennizzi e commissario. Giochi di palazzo sugli alluvionati. I sindaci emiliani sollecitano i soldi promessi dal governo. Che intanto litiga per l’incarico reclamato pure da Bonaccini

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Emilia-Romagna, stallo su indennizzi e commissario

È trascorso quasi un mese dall’alluvione in Emilia-Romagna che ha coinvolto 44 comuni, ha fatto straripare 23 corsi d’acqua e ha provocato 250 dissesti e frane. Quasi un mese da quando il governo, con Giorgia Meloni svelta a rientrare da una sua missione all’estero, ha promesso davanti alle telecamere 2,2 miliardi di euro e un commissario. “Prima si fa e meglio è” disse lesto Matteo Salvini. Sull’esigenza di fare presto erano d’accordo tutti, da destra a sinistra. Avere un commissario significa avere una cabina di comando dotata dei poteri necessari per accelerare la ricostruzione e per rimettere in sesto il tessuto produttivo e sociale.

Giochi di palazzo sugli alluvionati dell’Emilia-Romagna. I sindaci sollecitano i soldi promessi dal governo. Che intanto litiga per l’incarico reclamato pure da Bonaccini

Com’è andata Di commissari per ora nemmeno l’ombra. Mentre i romagnoli ripuliscono i negozi, le fabbriche e le case sulla schiena delle loro sofferenze si gioca un’abietta sfida politica all’interno della maggioranza. Cinismo in purezza: a Palazzo Chigi non si corre per decidere chi potrebbe occuparsi rapidamente e seriamente del bene collettivo ma si tentenna avviluppandosi in meri calcoli elettorali. Il primo nome venuto in mente a tutti, quando l’emergenza era davvero il punto focale, inevitabilmente è stato quello di Stefano Bonaccini, presidente dell’Emilia Romagna e inevitabile conoscitore delle dinamiche della regione che governa per il secondo mandato consecutivo.

No, niente, troppo facile. Pur di non fare un piacere all’odiata opposizione la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha preferito lasciare i romagnoli in ammollo mentre il suo partito non è ancora in grado di convergere su un unico nome. Fratelli d’Italia infatti al momento è diviso tra il viceministro alle Infrastrutture Galeazzo Bignami (balzato all’onore delle cronache per essersi travestito da nazista durante una “festa”) e il senatore bolognese Lisei. Solo che la leader di Fratelli d’Italia, nonché presidente del Consiglio, Giorgia Meloni preferirebbe di gran lunga il generale Francesco Paolo Figliuolo.

Qui la trama si inspessisce: il generale, lo dicono tutti quelli che gli sono vicini, punterebbe a raggiungere una posizione di vertice nell’Esercito e poi nella Difesa. Una sua eventuale nomina a commissario straordinario per l’alluvione frenerebbe la sua aspirazione, anche per motivi d’età. A questo punto il sospetto è che chi spinge per Figliuolo (le voci dicono che sia il ministro Crosetto) più o meno consapevolmente gli stia facendo un enorme dispetto. Nella Lega il nome in pole rimane il viceministro Nicola Molteni. Il piano di Salvini è quello di recuperare la visibilità con cui riprovare il colpaccio di strappare la regione alle prossime elezioni regionali. Tanto più che su Bonaccini si rincorrono voci di una candidatura alle prossime Europee che manderebbero la Regione Emilia Romagna al voto anticipato.

Due giorni fa Meloni ha annunciato a sindaci, presidenti di Regione e di Province colpite dall’alluvione “un tavolo operativo e permanente che, in attesa della definizione della struttura commissariale, sarà coordinato all’interno del governo dal ministro Musumeci”. Michele de Pascale, Presidente della Provincia di Ravenna, Enzo Lattuca sindaco e presidente della Provincia di Forlì-Cesena, Matteo Lepore sindaco di Bologna, Jamil Sadegholvaad Presidente della Provincia di Rimini e Gian Luca Zattini sindaco di Forlì hanno presentato al tavolo una lettera con due richieste: un impegno preciso del governo sugli indennizzi (i soldi previsti sono molto meno dei soldi promessi) e “la nomina immediata del Commissario alla ricostruzione, valorizzando la filiera istituzionale e facendo perno sulla Regione Emilia-Romagna, esattamente come avvenuto per il terremoto del 2012”. Il cinismo continua.

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Migranti un tot al chilo

Ieri i ministri dei Paesi membri dell’Unione europea hanno trascorso l’intera giornata a discutere di come disfarsi di questi fastidiosi disperati, per di più neri, che si permettono il lusso di sperare di scappare dalla disperazione. Si è trattato di serrato confronto travestito da diplomazia che ha cercato, ad esempio, di dare un prezzo ai migranti non accolti.

Proprio così: uomini che vengono venduti come schiavi nei Paesi da cui scappano si ritrovano a essere quotati in Europa. Non vanno al chilo, no. I leader europei hanno fissato un prezzo che consenta di fottersene del diritto universale di essere accolto e salvato. Con ventimila euro si può lasciare il fastidioso disperato al Paese vicino o a quello in cui è entrato in Europa (via mare è l’Italia).

Con qualche migliaio di euro si acquista il diritto di subappaltare la disumanità. Non è molto diversa dalla strategia della presidente Giorgia Meloni che s’affanna per appaltare alle peggiori autarchie il compito di fare da tappo. Gli “aiuti” agli Stati da cui partono sono il modo elegante per non dover dire che, poiché non sono riusciti a chiudere i porti d’arrivo (non è legale e non è fattibile), ora provano a chiudere i porti di partenza. Non ci riusciranno.

E il “patto” europeo non risolverà nulla. Anzi se passerà così com’è metterà ancora più in difficoltà l’Italia. Chemmsidine, un pescatore tunisino, un giorno mi disse: “Vi illudete di fermare le persone che scappano dalla fame e dal piombo senza fermare la fame e il piombo”. L’Ue matrigna non ha imparato la lezione.

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Lezione alle destre dal questore di Verona

Nemmeno la Polizia segue la destra sulla loro visione distorta della polizia. Chissà se Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Ignazio La Russa hanno avuto un minuto per leggere le parole che il questore di Verona Roberto Masucci (nella foto) ha pronunciato nella sua intervista a Repubblica nell’edizione di ieri. Chissà se le ha lette il sindaco di Pescate, vicino a Lecco, che appena ha saputo degli agenti della polizia locale di Milano sono stati denunciati per tortura e sottoposti a procedimenti disciplinari ci ha fatto sapere di volerli assumere nel suo comune perché la sicurezza dalle sue parti “non è un optional ma una certezza”.

Il Questore di Verona Masucci ha guidato le indagini sulle violenze dei colleghi. Senza fare sconti: “La divisa va indossata con onore”

“Non possiamo coprire gli abusi, la divisa della polizia va indossata con onore”, spiega il questore di Verona che coordina i poliziotti che hanno indagato sulle violenze e i soprusi dei loro stessi colleghi del Nucleo Volanti che picchiavano persone fermate per strada, ne hanno trascinato uno sulla sua urina e sono accusati di tortura, lesioni aggravate, peculato, rifiuto ed omissione di atti di ufficio e, infine, falso ideologico in atto pubblico. Masucci chiarisce un punto che sembra sfuggire a molti componenti della maggioranza e del governo: “La Polizia di Stato non è disponibile a coprire alcun abuso, a maggior ragione quando sono commessi da chi, come noi, dedica la propria vita a difendere i cittadini”.

Indagare gli eventuali abusi della polizia è compito della polizia. Chissà se il presidente del Senato La Russa ha capito il senso delle parole del questore di Verona: dice di “sperare che i cinque poliziotti possano dimostrare la loro innocenza” dimostrando di non avere capito che il compito delle forze dell’ordine non è garantire l’assoluzione dei propri membri, ma la giustizia a tutti i cittadini. E per il bene di tutti i cittadini, gli italiani che La Russa dovrebbe rappresentare, l’augurio dovrebbe essere che vengano puniti i colpevoli se colpevoli e vengano assolti gli innocenti se innocenti. Senza i corporativismi che offuscano la destra ogni volta che si parla di carabinieri, esercito o polizia.

“Sono parole molto simili a quelle che fece 13 anni fa quando morì mio fratello. Sono parole – dice la senatrice di Alleanza Verdi-Sinistra, Ilaria Cucchi – che mi fanno riflettere, anzi che mi fanno arrabbiare. Io mi auguro che le dichiarazioni che sto ascoltando da parte di rappresentanti della destra non siano volte a tentare di condizionare il lavoro della magistratura. Che la giustizia faccia il suo corso”. Perfino il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, senza troppi fronzoli ha ammesso che “le vicende che emergono dall’inchiesta di Verona, ove fossero confermate, sarebbero di enorme gravità, lesive innanzitutto della dignità delle vittime ma anche dell’onore e della reputazione di migliaia di donne e uomini della Polizia di Stato che quotidianamente svolgono il proprio servizio ai cittadini con dedizione e sacrificio”.

Piacevolmente stupita da magistratura e forze dell’ordine è anche Patrizia Moretti, madre di quel Federico Aldrovrandi ammazzato di botte dalla polizia: “Di insabbiamenti – dice all’Ansa – ne abbiamo visti troppi, ormai ci rendiamo conto che il problema è sistemico. Il discorso delle mele marce è tramontato da un pezzo e tutte le rassicurazioni ricevute, da diversi livelli istituzionali, non hanno impedito che queste cose si ripetano: il problema esiste e va risolto dall’interno, speriamo che succeda. Se vicende come queste emergono e si fa un’indagine per approfondire è una buona cosa”. Chissà se certa destra si è accorta di essere rimasta sola.

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Torture nella questura di Verona: mele marce o sistema

Agli arresti, lo sappiamo, ci sono 5 poliziotti, accusati a vario titolo di tortura, lesioni aggravate, peculato, rifiuto ed omissione di atti di ufficio e, infine, falso ideologico in atto pubblico. All’interno della questura di Verona essere stranieri o comunque fragili era la caratteristica fondamentale per prendersi botte, insulti e umiliazioni. I poliziotti si vantavano: nel delirio dell’abuso di potere ci si vanta di avere infilato la violenza nelle proprie funzioni.

L’assistente capo Michele Tubaldo e l’agente scelto Davide Cracco però erano già sotto indagine da mesi per un altro episodio. Risultavano iscritti nel registro degli indagati per tortura e lesioni per la denuncia presentata da tre cittadini nordafricani che li accusavano di averli pestati durante un controllo. La domanda che molti si pongono quindi è: perché la questora di quel tempo (Ivana Petricca) e il loro dirigente del reparto Volanti li hanno messi in condizioni di poter reiterare quel loro agire?

Non sono mele marce. Gli indagati nel reparto Volanti sono 22 su 104. Siamo ovviamente nelle fasi preliminari, ci sarà un processo che stabilirà le responsabilità. Ma 22 su 104 è un numero che rimanda a un “sistema” di violenza diffuso, inutile girarci intorno. Lo scrive con parole chiare la gip Livia Magri: “si deve prendere atto che la pluralità e la gravità dei reati contestati non rappresentano certamente episodi isolati di violenza od occasionali illeciti”. Nel corso delle intercettazioni c’è chi, come l’assistente capo Dario Fiore, invita i colleghi a essere più accorti limitando gli schiaffi “nei corridoi o nel tunnel come abbiamo sempre fatto”.

“Noi non facciamo i macellai!” si sfoga il poliziotto Giuseppe Tortora. Il primo passo per una reale consapevolezza sta nell’avere ben presente le proporzioni.

Buon giovedì.

 

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Un partito in subbuglio perenne

C’è subbuglio – come sempre – dentro il Pd dopo la scelta dei nuovi membri dell’ufficio della presidenza a Montecitorio. Da una parte la minoranza rumoreggia per la retrocessione da vicepresidente a segretario di Piero De Luca.

La minoranza del partito parla di vendetta, il solitamente flebile Lorenzo Guerini sventola addirittura l’idea di uno “scalpo politico” in cui il figlio sarebbe stato abbattuto per colpire il padre, quel Vincenzo De Luca presidente della Campania che ieri ha messo in scena il suo solito show contro la sua segretaria Elly Schlein.

È curiosa questa idea che la minoranza del Pd non abbia compreso che chi perde un congresso inevitabilmente perda anche le posizioni da cui si guida il partito. Tra i nuovi vicepresidenti del Partito democratico spunta a sorpresa Paolo Ciani, parlamentare e segretario di un’altra forza politica, DemoS (Democrazia Solidale), di ispirazione cristiano-sociale. Membro della comunità di Sant’Egidio, Ciani è uno che dice senza troppi giri di parole di non credere “nella vittoria militare, cioè armare l’Ucraina perché possa vincere”.

A gennaio infatti è stato l’unico del suo gruppo a votare contro il decreto che prolungava l’invio di armi a Kiev. “Nel nostro popolo questa discussione c’è, è un fronte molto più ampio di come è rappresentato nei numeri del gruppo”, spiega Ciani. Che però poi aggiunge di non avere nessuna intenzione di iscriversi al Pd.

A questo punto la domanda sorge spontanea: a che popolo si rivolge la segretaria Schlein? E come pensa di tenere insieme un partito se la sua forza è fuori? Il cerchiobottismo, male atavico del Pd, non è la soluzione.

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Ingiusta detenzione ad Abu Dhabi. L’incredibile storia di Costantino: 21 mesi in cella coi topi

Ve lo ricordate Andrea Costantino? Circa sei mesi fa il trader milanese arrestato in un hotel di Dubai di fronte alla compagna e alla figlia è stato liberato dopo 21 mesi di prigionia. L’accusa era di presunti traffici petroliferi con lo Yemen. Ventidue mesi di carcere di cui quindici nelle celle degli Emirati nel carcere di massima sicurezza di Al Wathba: “La detenzione è stata più che orribile – raccontò all’Adnkronos lo scorso 24 dicembre l’imprenditore – sono stato morso dai topi, detenuto in una cella da 4 con altre 14 persone, il cibo ci veniva dato per terra. Ho visto il mio avvocato solo una volta in più di un anno di carcere. Un’esperienza incancellabile nel senso negativo del termine”.

Il trader milanese Andrea Costantino arrestato a Dubai è stato liberato dopo 21 mesi di prigionia tra i topi

Prima del suo rientro in Italia Costantino è stato “detenuto” in una dependance dell’ambasciata italiana ad Abu Dhabi. Alla sua liberazione hanno lavorato – lo racconta lui stesso – “il direttore generale per gli italiani all’estero della Farnesina Luigi Maria Vignali, l’ambasciatore italiano Lorenzo Fanara, e Matteo Salvini”. Disse Costantino: “Matteo nazionale (Salvini, ndr) mi ha scritto cinque minuti dopo (la notizia che sarebbe stato liberato, ndr) dicendomi: ‘ottima notizia, adesso brinderemo con rigoroso vino italiano’…”.

E la Presidenza del Consiglio? “Esprime soddisfazione perché, in questa vigilia di Natale, l’imprenditore italiano Andrea Costantino è rientrato in Italia e ha potuto riabbracciare i suoi cari. Ringrazia in particolare il ministro degli Esteri e la rete della Farnesina, i Servizi di informazione e sicurezza e le Autorità degli Emirati per il buon esito della vicenda”, fece scrivere in una nota la premier Giorgia Meloni.

Il trader ora chiede giustizia per quei due anni persi per l’accusa mai dimostrata di finanziamento del terrorismo

Ma veniamo a oggi. Costantino decide di chiedere giustizia per quei due anni persi per l’accusa mai dimostrata di finanziamento del terrorismo in Yemen. Lo scorso 15 maggio fa scrivere una lettera di avviso di contestazione dallo studio GST di Miami con sede a Washington nei confronti degli Emirati Arabi.

In un’intervista a Ofcs Report racconta però che alcuni “apparati” dello Stato italiano gli abbiamo chiesto di ritirare la contestazione perché “potrebbe creare problemi con il partenariato con gli Emirati, problemi economici, questa la loro preoccupazione”. A proposito di apparati il trader racconta anche di dover “restituire” i 500mila euro che lo Stato italiano ha anticipato per la sua liberazione. Ma che c’entra Costantino con la politica tra Italia e Emirati Arabi? L’unica cosa che si può fare è mettere in fila alcuni episodi che suggeriscano una chiave di lettura.

Nel 2019 il primo governo di Giuseppe Conte aveva parzialmente sospeso l’esportazione di armi negli Emirati Arabi per il loro coinvolgimento in Yemen e poi nel 2021, durante il secondo mandato del premier pentastellato, era stato disposto il blocco totale. L’arresto di Costantino potrebbe essere una delle molte ritorsioni di quel periodo, come accadde per l’aereo militare italiano a cui venne negato il sorvolo dello spazio aereo emiratino con 40 giornalisti e militari a bordo. Con l’insediamento del governo Meloni la questione della vendita di armi agli Emirati Arabi è stata sistemata revocando il divieto di vendita.

Ma Palazzo Chigi non condivide la sua azione legale

Tra febbraio e marzo prima il ministro della Difesa Guido Crosetto e poi la presidente Meloni sono stati amichevolmente accolti a Abu Dhabi anche per ridare slancio all’export di armi italiane. Ingenuamente Costantino è convinto di avere il diritto di ottenere giustizia. Ieri una nota di Palazzo Chigi precisa che “le dichiarazioni e le iniziative giudiziarie annunciate da Andrea Costantino nei confronti degli Emirati Arabi Uniti non sono condivise dal governo italiano che coglie l’occasione per ringraziare gli Emirati Arabi Uniti per la collaborazione dimostrata nel caso, prova dell’amicizia con l’Italia”. Prima gli italiani, dicevano. Ovviamente dopo le armi.

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Meloni alla corte dell’Orbán tunisino. Mentre Mattarella ricuce con Macron

Due viaggi, due modi di intendere la politica. Mentre il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella vola a Parigi per incontrare Emmanuel Macron, la premier Giorgia Meloni continua il suo tour africano, dopo Algeria e Etiopia, intrattenendosi due ore con il presidente tunisino, Kais Saied con l’obiettivo principale di “contenere” gli sbarchi.

Il capo dello Stato spegne le tensioni con Parigi. Intanto la premier Meloni stringe accordi con l’autocrate Saied

Mattarella è a Parigi per ricucire gli strappi degli ultimi mesi. A maggio il ministro dell’Interno francese, Gérald Darmanin, aveva definito Meloni come “incapace di risolvere i problemi migratori” scatenando le ire del ministro degli Esteri Antonio Tajani che aveva cancellato il suo viaggio programmato a Parigi. Pochi giorni dopo a buttare benzina sul fuoco era stato il capo di Renaissance, il partito del presidente Macron, Stéphane Séjourné.

“L’estrema destra francese prende per modello l’estrema destra italiana. Si deve denunciare la loro incompetenza e la loro impotenza. Meloni fa tanta demagogia sull’immigrazione clandestina: la sua politica è ingiusta, disumana e inefficace”, aveva detto Séjourné. Inevitabili le risposte piccate del governo italiano. “A me interessa quello che pensano gli italiani”, aveva risposto Meloni. Ma poiché la politica internazionale si fa con gli alleati che pesano (e la Francia è uno di questi) Mattarella fa sapere di essere in Francia per ribadire “i legami storici” tra i due Paesi e per confermare – dice la nota ufficiale – il “rapporto di fiducia e amicizia”.

Mentre il capo dello Stato mette una pezza agli errori diplomatici del governo, Meloni si intrattiene amichevolmente con il suo omologo tunisino, Saled, autocrate che ha portato il Paese ben lontano dal periodo delle ‘primavere arabe’ che sbocciarono proprio lì. Saied ha avuto parole positive per Meloni: “Sono molto felice di parlare con lei dei nostri problemi. Lo dico a voce alta, oggi lei è una donna che dice a voce alta ciò che altri pensano in silenzio”, ha detto il presidente tunisino prima di accoglierla.

Grandi cortesie anche da parte di Meloni che ha promesso cooperazione in materia energetica, ha annunciato lo stanziamento di 700 milioni per sollevare l’economia tunisina: “Ho raccontato al presidente Saied gli sforzi che stiamo facendo perché si arrivi a una conclusione positiva dell’intesa tra la Tunisia e il Fondo monetario internazionale. Noi la sosteniamo con approccio pragmatico. Anche in Ue ci siamo fatti portavoce per aumentare il sostegno al governo tunisino contro la tratta di esseri umani e l’immigrazione illegale, ma anche per finanziamenti e opportunità importanti a cui sta lavorando la Commissione Ue”, ha aggiunto Meloni.

L’obiettivo è fin troppo semplice: fare di Saied un nuovo Erdogan lautamente stipendiato per prendere in subappalto le frontiere europee. Spiega Meloni: “A maggio gli sbarchi sono diminuiti. Siamo di fronte alla stagione più difficile, non possiamo che essere preoccupati per i prossimi mesi e per questo dobbiamo rafforzare il nostro lavoro insieme. Noi in Tunisia siamo pronti a fare di più. Il nostro progetto di Piano Mattei vuole proprio parlare di una cooperazione che non sia paternalistica o predatoria, ma paritaria, che consenta a tutti di difendere i propri interessi nazionali”.

“Non vorrei che il mio Paese, patria del diritto e di una Costituzione pienamente democratica, si ritrovi, per meri calcoli elettorali o per inconfessabili simpatie politiche, a sostenere un regime che del diritto e della democrazia sta facendo carta straccia”, dice la dem Laura Boldrini. Rincara il segretario di Sinistra Italiana Fratoianni: “Non porterà nulla di buono né al popolo tunisino e alle sue aspirazioni democratiche né all’Italia, che a livello internazionale sarà ancora più isolata e si caratterizzerà sempre più come l’Ungheria del Mediterraneo”. Difficile dargli torto.

 

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Ci vuole una bella dose di vigliaccheria, del resto, per essere buoni torturatori

L’inchiesta parte da una telefonata di un poliziotto alla fidanzata. «Ha iniziato a rompere il cazzo… Vi spacco sbirri di merda di qua e di là – dice lui -. Allora ha dato una capocciata al vetro… Il collega apre la porta e “vieni un attimo fuori… adesso ti faccio vedere io quante capocciate alla porta fai”… Boom boom boom boom… E io ridevo come un pazzo».

Poi si vanta: «Amò, lui stava dentro l’acquario (la stanza dei fermati con una parete a vetro, ndr), gli ho lasciato la porta aperta in modo tale che uscisse perché io so che c’è la telecamera dentro… Amò, mi guarda, mi ero messo il guanto, ho caricato una stecca, amò, bam, lui chiude gli occhi, di sasso per terra è andato a finire, è rimasto là… È svenuto… Minchia che pigna che gli ho dato…».

In tutto sono cinque gli episodi in cui la Procura di Verona ipotizza il reato di tortura. Gli accusati sono 5 poliziotti della Questura di Verona di età comprese fra i 24 e i 44 anni, messi sotto inchiesta dai loro stessi colleghi della squadra mobile dopo che nell’ambito di un’altra inchiesta, in alcune intercettazioni si parlava di percosse nei confronti di persone fermate.

Per accertare i fatti i funzionari della stessa Questura, d’accordo con i pubblici ministeri della Procura, hanno messo sotto intercettazione telefonica e ambientale i poliziotti sospettati, e attivato le telecamere in alcuni uffici da loro frequentati, oltre che visionato le immagini registrate dall’impianto di videosorveglianza nella stanza-fermati chiamata «acquario».

“È innegabile – scrive il giudice nell’ordinanza di custodia cautelare – che tutti gli indagati abbiano tradito la propria funzione comprimendo i diritti e le libertà di soggetti sottoposti alla loro autorità, offendendone la stessa dignità di persone, creando essi stessi disordine e compromettendo la pubblica sicurezza, commettendo reati piuttosto che prevenirli, in ciò evidentemente profittando della qualifica ricoperta”.

Un fermato è stato costretto dai poliziotti a urinare nella stanza in cui si trovava e poi è stato usato come straccio per pulire. Scrive il Gip: “I soprusi, le vessazioni e le prevaricazioni poste in essere dagli indagati risultano aver coinvolto in misura pressoché esclusiva (tranne un caso, ndr) soggetti di nazionalità straniera, senza fissa dimora ovvero affetti da gravi dipendenze da alcol o stupefacenti, dunque particolarmente ‘deboli’”. Questo, secondo il giudice per le indagini preliminari, “da un lato ha consentito agli indagati di vincere più facilmente eventuali resistenze delle loro vittime, e dall’altro ha rafforzato la convinzione dei medesimi di rimanere immuni da qualunque conseguenza di segno negativo per le loro condotte, non essendo prevedibile nella loro prospettiva che alcuna delle persone offese si potesse determinare a presentare denuncia o querela pronto”.

L’attuale presidente del Consiglio Giorgia Meloni disse che il reato di tortura impedisce ai poliziotti di fare bene il proprio lavoro. Il suo pensiero è identico a quello di molta destra che sta al governo. Ieri non si è sentito un solo soffio su questa orribile vicenda da Palazzo Chigi, da Matteo Salvini e da parlamentari della maggioranza.

Buon mercoledì.

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Al peggio non c’è mai fine

Mettiamo in fila i fatti politici solo degli ultimi giorni. Ieri il governo si è sbarazzato della Corte dei Conti che facendo il suo lavoro aveva sottolineato il grave ritardo che mette a rischio i soldi della terza rata del Pnrr. Non potendo cambiare le regole hanno deciso di rimuovere chi vigila sul rispetto delle regole.

Mentre in Parlamento accadeva questo, Giorgia Meloni volava in Tunisia per declamare le lodi del suo presidente Saied, l’artefice della regressione democratica del suo Paese. È l’alleato perfetto per Giorgia: usa le maniere forti senza troppi rimorsi, con i migranti sarà bravissimo a trasformare il suo Paese nella nuova Libia di cui si vergogneranno i nostri figli. Il governo lo chiama “piano Mattei” ma è violenza data in appalto.

Nel frattempo lo Stato italiano rincorre i compratori d’armi con il piattino in mano. Qualche giorno fa l’Italia ha revocato le limitazioni all’export di bombe e missili verso l’Arabia Saudita (paese con scarsa concezione della democrazia), disposte dal governo Conte I per prevenirne l’utilizzo nella guerra in Yemen. Ieri Palazzo Chigi ha preso le distanze da un italiano, Andrea Costantino, che chiede giustizia agli Emirati Arabi per non perdere le prossime commesse della monarchia di Abu Dhabi.

Mentre il meloniano presidente del Lazio Rocca si rimangia il patrocinio al Pride nelle commissioni parlamentari la maggioranza si arrovella per rendere “reato universale” la gestazione per altri. Sono considerati “reati universali” il terrorismo, la tortura, il contrabbando nucleare. Questi pur di punire gli omosessuali sono disposti a sfidare il senso del ridicolo.

A proposito di tortura: nessun esponente del governo e della maggioranza ha avuto niente da dire sui cinque poliziotti arrestati ieri a Verona e definiti dal gip come “sadici e violenti”. Si sono accaniti ovviamente contro “soggetti di nazionalità straniera”. Perfetto, abbiamo tutte le carte in regola per essere la nuova Ungheria.

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