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Pd, Fuoco amico sulla Schlein. Le correnti aprono la resa dei conti

Il congresso permanente del Pd inizia di prima mattina, ieri, nei giornali in edicola. L’ex candidata alla segreteria Paola De Micheli, già vicesegretario del Partito democratico ed ex ministro delle Infrastrutture e Trasporti sveglia La Verità per attaccare la segretaria Schlein e decide di andarci pesante.

Dal flop alle Comunali alle armi a Kiev. Bordate alla segretaria del Pd Scheil da Moretti, De Micheli & C.

“Non sono una signora da Ztl: al Pd serve un cambio di passo, e un bagno di realtà. Dobbiamo tornare a parlare con le persone. Ricominciamo dai bisogni quotidiani: lavoro, sanità, imprese. Serve più peso nelle proposte. Abbiamo bisogno di profondità. Altrimenti non si riconosceranno in noi tutte le sensibilità che potenzialmente il Pd può rappresentare”, dice De Micheli che a Schlein ricorda che “quando diventi segretaria del partito occorre trovare mediazioni o comunque rappresentare la maggioranza degli elettori. Sulla maternità surrogata, o su chi imbratta i monumen i per protesta, la maggioranza del partito ha posizioni fortemente critiche. E dalla segreteria ci aspettiamo un a sintesi”.

Altro giornale di destra altra intervista. Qui e l’europarlamentare del Pd Alessandra Moretti che a Libero spiega che “Elly Schlein deve essere la segretaria anche dei cattolici moderati e dei riformisti. Deve stare al di sopra delle correnti” e anche “dei fedelissimi”, facendosi “aiutare da tutti, a partire da chi ha fatto la storia di questa comunità: Prodi, Veltroni, Finocchiaro, Turco, Castagnetti”. Anche in questo caso si parla di “riconoscimento delle ragioni reciproche”.

Nel Partito democratico non si sono ancora spenti gli sbuffi del voto a Bruxelles sulle armi a Kiev

Non è solo questione di rassegna stampa. Nel Pd non si sono ancora spenti gli sbuffi del voto a Bruxelles sulle munizioni per l’Ucraina quando nuove polemiche arrivano proprio dell’Emilia Romagna, la Regione di cui Schlein è stata vicepresidente. Gli scritti del Pd lamentano di non riuscire ad avere più contatti con lei (l’isolamento della segretaria in realtà è una critica che arriva da più parti) quando invece ci sarebbe da mettersi in moto per le elezioni amministrative del 2024 che toccheranno città importanti come Modena, Forlì, Cesena, Ferrara e Reggio Emilia.

Finita qui? Per niente. Per mancanza di candidati il Partito democratico del Lazio si trova nell’inedita situazione di non sapere come e con chi celebrare le primarie del 18 giugno per leggere il segretario regionale dopo la scomparsa di Bruno Astorre. Il candidato della minoranza Mariano Angelucci decide di congelare la corsa contro Daniele Lodori, sostenuto dalla maggioranza schleiniana, da Nicola Zingaretti, Marco Miccoli, Marta Bonafoni e Claudio Mancini.

“Ci stiamo provando con tutto il cuore a dare una mano a rinnovare il Pd Lazio e il gruppo dirigente che ha perso ogni competizione possibile negli ultimi anni”, accusa Angelucci: “Abbiamo perso le elezioni nazionali, regionali, tutti i capoluoghi e tutte le maggiori città del Lazio, esclusa Roma. Nonostante questo, senza alcuna presa di responsabilità nei confronti della nostra comunità, senza alcuna discussione, confronto con gli iscritti, senza alcuna disponibilità a fare un passo di lato viste le numerose sconfitte, Leodori e tutto quel gruppo dirigente che ha governato e fatto tutte le scelte politiche cha hanno determinato queste sconfitte si è candidato a governare il partito. Tutto legittimo, ma in tutti questi anni di militanza ho imparato che c’è la legittimità e poi c’è l’opportunità politica e la scelta tra bene personale e bene comune”.

A pagare, come sempre, è la credibilità del partito

Stando a quanto ricostruiscono fonti romane del Pd, Angelucci avrebbe voluto saltare la fase del congresso che prevede la consultazione degli iscritti per andare direttamente alle primarie. Per qualcuno è solo “ricerca di visibilità”. A pagare, come sempre, è la credibilità del partito.

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Lie Pride

La Regione Lazio ci ripensa e ritira il patrocinio a Roma Pride 2023. Ufficialmente il presidente Rocca (meloniano di ferro a capo di una giunta a trazione Fratelli d’Italia) spiega che il motivo della marcia risiede nella promozione da parte degli organizzatori di “comportamenti illegali, con specifico riferimento alla pratica del cosiddetto utero in affitto”.  La decisione, fa sapere la Regione, “si è resa necessaria e inevitabile a seguito delle affermazioni, dei toni e dei propositi contenuti nel manifesto dell’evento, intitolato “Queeresistenza”, consultabile pubblicamente sul sito della kermesse. Tali affermazioni”, dicono, “violano le condizioni esplicitamente richieste per la concessione del patrocinio precedentemente accordato in buona fede da parte di Regione Lazio”.

Al centro della disputa c’è insomma la richiesta degli organizzatori del Pride di avere una legge che introduca e disciplini la gestazione per altri in Italia, mentre il governo insiste nel volerla dichiarare “reato universale” per vietare agli italiani di accedervi anche all’estero. Gli organizzatori non hanno esitato a rispondere: “Il neo-governatore paga il debito elettorale alle aggressive associazioni cattoliche e ritira il patrocinio concesso, con delle motivazioni pretestuose, dato che la Regione Lazio conosceva le rivendicazioni e i contenuti politici della manifestazione”, dice Mario Colamarino portavoce della kermesse e presidente del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli. Che aggiunge: “Siamo ormai alla farsa: le associazioni ordinano e la politica esegue. Con l’ironia che ci contraddistingue ringraziamo per averci offerto un servizio di ufficio stampa gratuito. Grazie a loro siamo certi che sabato 10 giugno alla grande parata, che partirà da piazza della Repubblica alle ore 15.00 ci sarà una folla oceanica che crede nei diritti, nell’uguaglianza e nella laicità”.

“La revoca del patrocinio al Roma Pride da parte della Regione Lazio dimostra ancora una volta che con Fratelli d’Italia al governo l’omofobia è istituzionalizzata, è un’omofobia di Stato. Ed è sconvolgente come il presidente Rocca si ponga come cane da guardia delle associazioni che proprio oggi avevano chiesto il ritiro del patrocinio”, attacca il segretario di +Europa Riccardo Magi. Duro anche Alessandro Zan, responsabile Diritti Dem, che scrive di “schizofrenia di odio e discriminazione che la destra vuole diffondere usando le istituzioni. Non permetteremo che continui questa crociata contro la cittadinanza Lgbtqia+. Tutti al Roma Pride!” mentre il sindaco di Roma Gualtieri annuncia che sarà in piazza. Perfino i giovani di Forza Italia parlano di “una grande regalo alla sinistra”.

Come vedete non c’è bisogno del braccio alzato.

Buon martedì.

 

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Il decreto dello struzzo

Incapaci di rispettare i tempi e le regole, voteranno oggi in Parlamento per fare fuori il controllore. Il decreto “Pubblica amministrazione” passerà alla Camera ponendo la fiducia e finalmente la presidente del Consiglio Meloni e il ministro Fitto si toglieranno dai piedi il controllo che la Corte dei Conti esercita sull’attuazione del Pnrr.

Una scenetta sconcertante: prima il ministro Fitto si è lamentato perché quella norma è rimasta inattuata per dieci anni prima di essere resuscitata dal secondo governo Conte. Cosa ci sia di male nell’applicare la legge rimane un mistero. Poi lo stesso ministro ha provato a convincerci che quella norma non si potesse applicare al Pnrr. Come il Pnrr non debba rientrare tra i “principali piani, programmi e progetti relativi agli interventi di sostegno e di rilancio dell’economia nazionale” che prevede la legge è un altro mistero.

Un po’ in affanno, allora, Fitto ha provato a convincerci che i controlli sul Pnrr spettino all’Europa. Falso, anche questo. Anzi è proprio l’Europa a scrivere che gli Stati membri devono adottare “tutte le opportune misure” per prevenire e individuare frodi, casi di corruzione o di conflitti di interesse con i soldi del piano. Esattamente quello che la Corte dei Conti stava facendo, per di più in un Paese in cui le mafie hanno banchettato troppo spesso con i fondi europei.

O forse il problema non è la Corte dei Conti ma sono proprio i conti di questo governo che è riuscito a spendere solo poco di più di un miliardo da fine 2022 al 28 febbraio 2023 e che ha i 19 miliardi di euro della terza rata bloccati dall’Ue proprio per l’incapacità di spenderli.

Un ritardo “che potrebbe incidere sulla effettiva realizzazione dell’intero piano (di ripresa e resilienza, ndr) con particolare riferimento al pieno raggiungimento degli obiettivi finali”. Chi lo dice? Il ministro Fitto, nella sua stessa relazione. Potrebbero allora chiamarlo il “decreto struzzo”: testa sotto la sabbia per evitare le proprie responsabilità.

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Sull’alluvione in Romagna i conti non tornano

“Non so quante altre volte è accaduto che in 48/72 ore si siano trovati 2 miliardi e 200 milioni di euro per affrontare l’emergenza”. Diceva così la presidente del Consiglio Giorgia Meloni lo scorso 25 maggio a Bologna al fianco della Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, dopo la visita nelle zone colpite dall’alluvione in Emilia-Romagna.

I numeri smentiscono le promesse. Pagella politica ha passato in rassegna le misure varate per fare fronte all’emergenza alluvione in Emilia-Romagna

Tre giorni dopo in una corposa intervista a Il Messaggero ribadiva le cifre: “Abbiamo mobilitato oltre due miliardi di euro per intervenire nell’immediato”. Il decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale dice che non è così. Pagella Politica ha verificato gli 11 articoli sui 23 che compongono il decreto sommando gli oneri per le casse dello Stato, per un totale di oltre 1,6 miliardi di euro.

Lo stanziamento più alto, spiega Carlo Canepa, è quello per la cassa integrazione emergenziale (art. 7) dei lavoratori colpiti dall’emergenza: 620 milioni di euro per consentire nel 2023 una copertura in deroga fino a un massimo di 90 giornate. Secondo Il Sole 24 Ore, la platea dei beneficiari è di circa 300mila persone, tra cui occupati a termine e stagionali. Per finanziare questa misura, 400 milioni di euro sono stati recuperati riducendo gli stanziamenti per il “Fondo di integrazione salariale”, che fornisce supporto ai lavoratori in caso di riduzione dell’attività lavorativa; 50 milioni riducendo il “Fondo sociale per occupazione e formazione”, che finanzia misure per incentivare l’occupazione; e 150 milioni dai risparmi ottenuti con il taglio del Reddito di cittadinanza.

Nell’articolo 10 si prevedono 300 milioni per le aziende esportatrici a disposizione di Simest, una società del gruppo Cassa depositi e prestiti, controllata dal ministero dell’Economia e delle Finanze, che sostiene la crescita delle imprese italiane attraverso l’internazionalizzazione della loro attività. Poco più di 250 milioni di euro per finanziare il sostegno al reddito dei lavoratori autonomi che potranno ottenere un’indennità una tantum di 500 euro per un massimo di 3mila euro. Il governo ha anche rifinanziato (art. 18) con 200 milioni di euro il “Fondo per le emergenze nazionali”.

Gli stanziamenti ammontano a 1,6 miliardi. Mancano all’appello almeno 500 milioni

Le coperture? 404 milioni di euro sono stati recuperati cancellando la norma con cui il governo nel marzo scorso aveva ridotto il contributo di solidarietà temporaneo che le aziende energetiche devono versare sugli extraprofitti fatti negli ultimi mesi. 130 milioni, rileva Pagella Politica, di euro sono stati invece recuperati tagliando le risorse messe a disposizione a fine marzo per finanziare il cosiddetto “bonus sociale” per il riscaldamento. Quest’ultima è una misura che riduce la spesa sostenuta dalle famiglie in condizioni di disagio economico per la fornitura di gas.

Per il patrimonio culturale danneggiato dalle alluvioni il Governo ha deciso di aumentare i biglietti d’ingresso dei musei di Stato dal 15 giugno al 15 settembre di un euro. Sarà poi il Ministero della Cultura a decidere le modalità con cui i fondi verrano assegnati.

Dalle promesse di Giorgia Meloni manca quindi almeno mezzo miliardo di euro. Le risorse che il governo aveva promesso sono tagli dei vari fondi. Pochi giorni dopo l’alluvione Meloni promise “niente passerelle e risposte immediati”.

A oggi manca la nomina del commissario straordinario per i litigi all’interno della maggioranza, le passerelle si sono sprecate insieme alle promesse, e l’aiuto immediato è sensibilmente inferiore a quello annunciato in conferenza stampa e sui giornali. Anche il decreto ci ha messo 10 giorni a uscire, casualmente dopo le elezioni amministrative.

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Cutro, un’inchiesta internazionale dice che non è vero che fecero il possibile per salvarli

È passata piuttosto inosservata l’inchiesta internazionale (a cui hanno partecipato tra gli altri Le Monde, El Pais, Sky News e Domani) sulla 94 persone annegate lo scorso 26 febbraio sulla spiaggia di Steccato di Cutro. “Se avessimo potuto, avremmo salvato i migranti”, disse qualche ora dopo la tragedia la presidente Giorgia Meloni, mentre il ministro dell’Interno Piantedosi inanellava un’impressionante sequela di gaffe disumane.

Un’inchiesta internazionale sul naufragio di Cutro svela che fin dall’inizio furono sottovalutati tutti i segnali di pericolo, facilmente intuibili con gli elementi a disposizione

L’inchiesta evidenzia come fin dall’inizio invece siano stati sottovalutati tutti i segnali di pericolo, facilmente intuibili dagli elementi che avevano a disposizione. Il 25 febbraio Frontex aveva avvistato la nave e messo a disposizione i dati alle autorità italiane. “Non siamo stati avvertiti”, disse Giorgia Meloni. Ha detto il falso: nel centro di controllo di Frontex a Varsavia erano presenti un rappresentante della guardia di finanza e della guardia costiera italiana.

I segni che quell’imbarcazione trasportasse migranti erano evidenti. Erano state individuate circa 200 persone su un’imbarcazione che normalmente ne trasporta 16 e le condizioni del vento erano state descritte come pericolose. Il maltempo, la mancanza di giubbotti di salvataggio e il sovraffollamento sono segni di pericolo, secondo la legge del mare: tuttavia le autorità marittime non hanno avviato un’operazione di ricerca e salvataggio. “Questa decisione ha avuto conseguenze letali”, scrivono gli autori dell’inchiesta giornalistica.

Al quotidiano Domani l’ammiraglio ed ex portavoce della guardia costiera Vittorio Alessandro dice: “Molte situazioni di pericolo conclamato vengono ormai registrate come evento migratorio, mentre prima erano identificati come situazione di soccorso. Quando le imbarcazioni si vedono navigare a galla e con i motori in funzione si ritiene, sbagliando, che non abbiano bisogno di assistenza o addirittura di soccorso. Il caso di Cutro rientra senz’altro fra queste ipotesi”.

La sottovalutazione dell’evento è figlia di una scelta politica chiara adottata da quando nel 2019 si è insidiato al ministero dell’Interno Matteo Salvini. Secondo una serie di accessi agli atti di Altreconomia dal 2019 ai primi due mesi del 2023 i migranti arrivati via mare in Italia sono stati 232.660 attraverso 6.300 eventi. In quasi sei casi su dieci dei sono stati eventi classificati come operazioni di polizia e non di ricerca e soccorso (Sar).

Fatta l’inchiesta giornalistica ora non resta che aspettare gli sviluppi dell’inchiesta giudiziaria. La memoria invece sembra già caduta in prescrizione.

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Il nuovo genere letterario degli evasori eroi

C’era da aspettarselo. Dopo le tasse raccontate come “pizzo di Stato” dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni che promette di inseguire “i grandi evasori” in tutto l’orbe terraqueo per promettere ai piccoli evasori di dormire sonni tranquilli subito certa stampa s’è messa in fila per scovare queste vittime dello Stato che resistono a imposte, tasse, iva e Guardia di finanza.

Un pezzo che potrebbe essere un caso studio ce lo offre il Corriere della sera che racconta la storia di Emanuele Lavezzo, panettiere di Badia Polesine (Rovigo) che – scrive il Corriere – “dal 2019 al 2021 non ha presentato alcuna dichiarazione fiscale, mai un soldo di Iva”. Nell’articolo ci sono tutti i ganci per empatizzare: le foto di lui e il padre in posa davanti al forno («quando vado a trovarlo al cimitero, gli dico: papà, ho combinato un casino…», dice Lavezzo al giornalista), “gli occhi lucidi”, “le mani sporche di farina”.

Passa quasi in sordine che la Guardia di finanza abbia ipotizzato un’evasione per meno 350mila euro. Sembra poco importante anche che il nostro evasori confermi tutto al giornalista, senza battere ciglio. L’evasore racconta che un lutto l’ha spinto a smettere di pagare le tasse perché era la moglie a tenere la contabilità (in 350mila euro evidentemente non ci stava qualche spiccio per un commercialista), ovviamente dà un po’ di colpa al Covid (che, ricordiamo, è stata una pandemia mondiale, mica solo a Badia Polesine) e infine dice «ci mancava solo il controllo della guardia di finanza». Non è il reato la colpa, il focus è la sfortuna di essere stato controllato.

Ma gli scontrini falsi? Colpa della commessa, ovviamente. «Quando mi sono accorto di quello che combinava col registratore di cassa, mi sono arrabbiato, le ho chiesto se era matta» – racconta l’imprenditore. altra caratteristica dell’imprenditoria che piace a certa politica e certa stampa: quelli per cui è sempre colpa dei lavoratori. Imperdibile il passaggio sul fratello: «Uno di loro ha mollato nel 2011, preferendo un contratto da dipendente: la vita da imprenditore gli dava troppi grattacapi». Come dire: ha scelto la via più comoda. Lui, eroico, ha preferito dedicarsi alla sua attività di evasore.

Il movimento culturale è sempre lo stesso: i dipendenti sono solo succhia soldi ai poveri imprenditori, lo Stato è solo un ostacolo all’imprenditoria, gli imprenditori che falliscono o che rubano sono resistenti schiacciati dalla realtà. Tutto si tiene. Ci sarebbe stato bene anche un attacco ai giovani svogliati e ai poveri perché incapaci.

Buon lunedì.

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Femminicidi, se la violenza sulle donne è considerata naturale

Ogni volta parte il coro di “perché” e ogni volta si coglie la fatica di chi il perché ce lo sta raccontando da anni. Giulia Tramontano è la vittima di un femminicidio che per la trama e per gli algoritmi della morbosità starà per giorni sulle pagine dei giornali. Perfetti i protagonisti, entrambi belli, giovani e con un bel lavoro. Sono quelli a cui «non mancava niente», come dicono le comari del giornalismo patriarcale che sanno solo collegare la violenza con l’insoddisfazione. Tramontano era anche in attesa di un figlio, condizione perfetta per urlare lo spreco di una maternità incompiuta. Se la donna è madre l’assassino è più bastardo secondo i canoni della patria basata sulla famiglia. Pierpaola Romano, poliziotta 57enne freddata con tre colpi in testa da un collega nel suo androne di casa, è stata giornalisticamente più sfortunata. La mancata giovinezza, quel mestiere così ordinario la renderanno una notizia poco più che locale. I dati del ministero dell’Interno dicono che dal primo gennaio al 28 maggio 2023 in Italia sono stati registrati 129 omicidi. Le vittime donne sono 45, e 37 di loro sono state uccise in ambito familiare, 22 (nel frattempo sono diventati 23) sono state uccise dai compagni o da ex compagni.

Giulia Tramontano, la giovane scomparsa tra sabato e domenica, al settimo mese di gravidanza, è stata uccisa dal fidanzato.
Giulia Tramontano (foto facebook).

Femminicidi, un elenco senza fine

Giulia Donato, 23 anni, è stata uccisa il 4 gennaio a Pontedecimo (Genova), dall’ex compagno, una guardia giurata, che era arrivato a casa dell’ex fidanzata armato della propria pistola d’ordinanza. Prima le ha sparato, poi si è suicidato con la stessa arma da fuoco. Martina Scialdone, 34 anni, uccisa il 13 gennaio, è stata ammazzata a Roma da un colpo di pistola sparato dall’ex compagno Costantino Bonaiuti di 61 anni. Oriana Brunelli, 70 anni, è morta il 14 gennaio a Bellaria Igea Marina (Rimini), ammazzata dall’ex amante Vittorio Cappuccini di 80 anni. Lui, ex vigile, l’ha uccisa con tre colpi di pistola e dopo si è tolto la vita. Teresa Di Tondo, 44 anni è morta il 15 gennaio a Trani, ammazzata dal marito con diversi colpi di arma da taglio. Lui, dopo averla uccisa, è uscito in giardino e si è impiccato. Yana Malayko, 23 anni era scomparsa nella notte tra il 19 e il 20 gennaio. Ha perso la vita il primo febbraio. Il suo corpo viene ritrovato a Lonato del Garda, in provincia di Brescia, in aperta campagna. La 23enne è stata ammazzata da Dumitru Stratan, un 33enne con il quale aveva avuto una relazione, terminata a dicembre 2022. Antonia Vacchelli, 86 anni, viene ammazzata il 6 febbraio a Lecco dal marito Umberto Antonello, ex ferroviere, che l’ha strangolata a mani nude. Melina Marino, 48 anni, e Santa Castorina, 50 anni, sono due amiche e lo scorso 11 febbraio vengono trovate senza vita a Riposto, in provincia di Catania. A ucciderle è Salvatore La Motta, 63 anni, ergastolano in regime di semilibertà e in permesso premio, che si presenta armato davanti alla caserma dei carabinieri e si suicida. Melina Marino aveva deciso di mettere fine alla relazione con La Motta.

Sui giornali di questi giorni si scorge un profluvio di consigli alle donne su come salvarsi. Poco, pochissimo, sugli uomini orchi che ci si ostina a descrivere come “fragili”

Sigrid Gröber, 39 anni, è stata ammazzata a calci e pugni dal suo compagno. Giuseppina Traini, 85 anni, è stata uccisa a coltellate il 25 febbraio dal marito. Costantina dell’Albani, 52 anni, è stata uccisa il 4 marzo nella casa di famiglia a Ragusa dal cognato. Iulia Astafieya, 35 anni, di nazionalità ucraina, è stata uccisa il 7 marzo a Reggio Calabria dal compagno, Denis Molchanov. Maria Febronia Buttò, 61 anni, è stata uccisa a coltellate il 10 marzo a Gioiosa Marea (Messina) dal marito Tindaro Molica Nardo che poi si è suicidato. Francesca Giornelli, 57 anni muore il 28 marzo strangolata dal compagno Lamberto Roscini che poco dopo si è impiccato. Zenepe Uruci, 56 anni, viene ammazzata dal marito Xhafer Uruci il 30 marzo, nella propria abitazione a Terni. Sara Ruschi di 35 anni e la mamma Brunetta Ridolfi di 76 anni vengono uccise il 13 aprile dal compagno della giovane, Jawad Hicham, di 38 anni, nella loro abitazione di Arezzo. Al femminicidio hanno assistito anche i suoi due figli. Danjela Neza, 29enne di origini albanesi viene uccisa il 6 maggio scorso a Savona dal suo ex compagno che non ha mai accettato la fine della loro relazione.

Il veleno che sta sulle punte di coltelli e pistole è il patriarcato di un Paese in cui la violenza sulle donne è roba quasi “naturale”

Ogni volta parte il coro di “perché” e invece il perché è chiarissimo mettendo in fila le storie: donne che sono considerate di proprietà che vengono punite se decidono di autodeterminarsi. Il veleno che sta sulle punte dei coltelli e delle pistole è il patriarcato di un Paese in cui la violenza sulle donne (fisica, psicologica, economica) è una tradizione, roba quasi “naturale”. Così sui giornali è tutto uno scorrere di “raptus” o di “eccessi d’amore” per non doversi dire che la grande opera di educazione sentimentale dei maschi italiani non è mai partita oppure è fallita. Sui giornali di questi giorni si scorge un profluvio di consigli alle donne su come salvarsi. Poco, pochissimo, si scrive degli uomini orchi che ci si ostina a descrivere come “fragili”. E c’è da scommettere che la narrazione prevalente delle donne come angeli del focolare e strumenti da parto non potrà che ammorbare la narrazione già malata. Istituire una fallocrazia e stupirsi che le donne ne muoiano è un favoreggiamento al femminicidio.

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Mes, un’altra promessa tradita dal governo Meloni

Tra le promesse tradite di Giorgia Meloni e il suo governo se ne può tranquillamente aggiungerne un’altra: alla fine l’Italia, nonostante le parole spese in campagna elettorale, ratificherà il Mes. Per averne contezza basta sfogliare i giornali di destra che stanno già oliando la narrazione di un “atto dovuto”, per indorare la pillola ai loro (e)lettori. L’Unione europea chiede da mesi la ratifica, la premier e Matteo Salvini si sono più volte espressi contro ma non c’è più tempo per tergiversare. “Mai fino a quando ci sarò io al governo”, diceva Meloni.

Il tempo del mai, ora sembra essere già scaduto. Le pressioni europee perché tutti i paesi membri aderiscano al Meccanismo Europeo di Stabilità sembrano avere aperto una breccia nella maggioranza. Già nei giorni scorsi il ministro Giancarlo Giorgetti aveva espresso la volontà di “approfondire” che, tradotto dal politichese, significa prendere tempo per capire come riuscire a raccontare la retromarcia.

Il Mes calendarizzato tra i progetti di legge da discutere in quota opposizione: il 30 giugno approda alla Camera

Ora Terzo polo e Pd hanno fatto calendarizzare il Mes tra i progetti di legge della quota riservata alle opposizioni e il 30 giugno arriverà in aula alla Camera. “Vedremo se ha ragione Giorgetti quando dice che il Parlamento è contrario alla ratifica”, spiega Luigi Marattin. Ma la maggioranza, manco a dirlo, è spaccata. Forza Italia è sempre stata a favore, in Fratelli d’Italia si discute sull’opportunità di andare contro le volontà di Bruxelles proprio mentre si stanno discutendo le modifiche al Pnrr.

Nella Lega Claudio Borghi e Alberto Bagnai promettono che terranno il punto fermo sul no. Secondo Bagnai, il Mes non serve ed è pure dannoso, perché “le cose che non servono spesso sono dannose. E poi c’è anche un’altra cosa, di cui ora si parla tanto”, una sorta di patto di scambio con l’Europa: “Voi ora votate il Mes così poi modifichiamo il Pnrr. A questo proposito vi cito un sonetto di Giuseppe Gioachino Belli che dice ‘dammela, e poi ti sposo’. Direi quindi: dammela, la ratifica del Mes e io ti sposo la riforma…”, conclude Bagnai.

La lista di promesse non mantenute dal governo si allunga: pronta ad aggiungersi la ratifica del Meccanismo europeo di stabilità

Il Mes andrebbe ad aggiungersi alle promesse volatilizzate. Finisce in coda alle accise che dovevano essere abolite e invece sono lì, ferme, in ottima salute. Si aggiunge a quel “mai la svendita della compagnia aerea di bandiera a Lufthansa” finita con Lufthansa che si è messa in tasca Ita. Si aggiunge al “blocco navale” che Meloni e Salvini ripetevano allo stremo, accusando i ministri degli Interni (degli altri) di non riuscire a “difendere l’Italia” mentre ora i numeri (gli arrivi si sono quintuplicati) li hanno sbugiardati smontando la propaganda di Piantedosi. Avevano promesso un’Italia che avrebbe sbattuto i pugni sul tavolo dell’Unione europea e invece hanno agito con un servilismo che farebbe impallidire perfino Mario Draghi.

Hanno consegnato la politica economica a Bruxelles e la politica estera alla Nato (loro che amavano Putin proprio perché era “indipendente dagli Usa”). Hanno promesso il sovranismo e sono finiti per essere province dei poteri che avrebbero dovuto spaventare. Così non rimane che “spaventare” i deboli, gli indifesi, i poveri e i senza diritti. Sotto la polvere delle sparate dei loro ministri e delle leggine di bandiera questo governo si dimostra la fotocopia (sbiadita) dei governi a cui si sono sempre opposti. Finché dura la narrazione per loro sarà bellissimo. Poi sarà uno schiaffo.

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Armi a Kiev con i fondi del Pnrr

Il voto in Europa è andato come si sapeva che sarebbe andato: un plebiscito ha sancito che per inviare armi e munizioni in Ucraina si potranno usare anche i soldi del Pnrr. Il Pd ha presentato – come da accordi con la segretaria Elly Schlein – emendamenti per escludere l’uso del Pnrr. Sugli emendamenti si è trovato l’accordo con il gruppo dei Socialisti ma l’Aula li ha respinti. A quel punto, com’era facilmente prevedibile, il gruppo dei dem si è spaccato.

Il Pd prima ha presentato emendamenti contrari poi la maggioranza si è espressa a favore dell’utilizzo del Pnrr per produrre armi

Otto eurodeputati hanno votato a favore, sei si sono astenuti (ma due di loro, Alessandra Moretti e Patrizia Toia hanno detto di essersi “sbagliate”) e l’eurodeputato Massimiliano Smeriglio ha votato contro. Il conto finale è chiaro: 446 voti a favore, 67 contrari e 112 astenuti. La legge a sostegno della produzione di munizioni Ue (Asap) potenzierà la capacità produttiva dell’Unione europea per fornire munizioni, missili e componenti.

All’attacco del suo partito si è scagliato l’eurodeputato del Pd Pietro Bartolo: “In questo momento in cui anche la tenuta dei territori è a rischio, come dimostra l’alluvione in Emilia Romagna e Marche, votare a favore della proposta della Commissione che prevede di dirottare risorse del Pnrr o del Fondo di Coesione per la produzione di munizioni, è un delitto contro i nostri figli e contro i cittadini più fragili“, ha dichiarato.

Bartolo ha spiegato di avere votato in dissenso con il proprio gruppo perché “il Pnrr nasce come strumento di resilienza, per uno sviluppo sostenibile e duraturo dell’economia. Uno strumento di pace e non di guerra. Pnrr e Fondo di Coesione sono strumenti essenziali per la sostenibilità del nostro vivere comune e in pace. Da deputato europeo – ha detto Bartolo – auspico dall’inizio del conflitto di essere chiamato a votare in Parlamento una proposta che parli di sforzi diplomatici, ma fino ad oggi non una parola è stata detta dall’Ue in questa direzione.

Il sostegno all’Ucraina che da più di un anno subisce l’aggressione da parte della Russia di Putin in questa assurda guerra, non è in discussione ma non può passare solo dalle armi e deve essere accompagnata da uno sforzo comune per il cessate il fuoco e per la costruzione di condizioni di pace non solo in Ucraina”.

Solo M5S e Verdi contrari

A votare contro tra gli italiani ci sono gli eurodeputati del M5S e i Verdi Piernicola Pedicini e Rosa D’Amato. Nel suo intervento in aula Pedicini ha sottolineato come “il diritto internazionale dice che l’invasione russa è illegale, esattamente come l’invasione Nato in Iraq, in Serbia in Libia e in Siria. Sono tutte guerre illegali, volute da ricchi, combattute da poveri e pagate da cittadini ancora più poveri. Perciò questa guerra, in realtà, è la solita guerra tra poveri”. Secondo Pedicini “questa Unione europea ha il denaro per le banche, ha il denaro per la guerra, ma non ha il denaro per i suoi poveri cittadini.

Per questo motivo ho votato ‘no’ alla risoluzione Asap. Noi in Ucraina non dobbiamo inviare munizioni, dobbiamo inviare soluzioni. Non dobbiamo esportare democrazia – ha concluso Pedicini – dobbiamo esportare diplomazia”. “Il M5S si schiera con fermezza contro la guerra in Ucraina”, ha dichiarato in una nota l’europarlamentare 5 stelle, Sabrina Pignedoli. “Respingiamo categoricamente l’idea di alimentare la macchina bellica: la priorità inderogabile dell’Unione europea, in questo momento, deve essere la promozione della diplomazia come unico mezzo per porre fine a questa follia distruttiva. Eppure, già in sede di voto sulla procedura accelerata il Parlamento europeo ha imboccato la direzione opposta, negando tra l’altro ogni possibilità di discutere estensivamente il testo e di intervenire sul regolamento stesso”.

Una linea ribadita anche dalla capodelegazione M5S, Tiziana Beghin: “L’approvazione al Parlamento europeo del regolamento a sostegno della produzione di armi getta una lunga ombra scura sull’Unione europea e sull’impegno per la promozione del processo di pace in Ucraina. Purtroppo, il nostro voto contrario non è servito a mettere un argine a questo provvedimento folle. Scegliere di finanziare l’economia bellica rappresenta un vero e proprio schiaffo al processo diplomatico: oggi ci allontaniamo ancor di più dal cessate il fuoco”.

Lo scontro s’è spostato in Parlamento dove il ministro per gli Affari europei, Raffaele Fitto, ha escluso durante il question time la possibilità che l’Italia utilizzi i soldi del Pnrr per le armi. A incalzarlo è stato il capogruppo del Pd al Senato, Francesco Boccia che chiede che si voti in Aula: “Signor ministro, – ha detto Boccia – è necessario votare su questo ‘no’. Non ci bastano le sue parole, servono azioni del governo perché è evidente che il voto a favore dato oggi (ieri, ndr) dai gruppi di centrodestra presenti nel Parlamento europeo ci preoccupa, ragion per cui il Pd conferma la necessità di votare al più presto un atto di indirizzo che trasformi l’impegno del ministro Fitto in atti non più reversibili”. Anche il vicepresidente del Senato, Gian Marco Centinaio (Lega), promette che l’’Italia non userà soldi del PNRR per le armi. Sorge un dubbio: allora perché in Europa non hanno votato l’emendamento?

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Piano nazionale missili e munizioni

Ci avevano detto che sarebbe stata un guerra rapida e indolore. Si erano sbagliati, era facile da prevedere. Ora la guerra appare ogni giorno più lunga, inchiodata in uno stallo che sembra non preoccupare i governanti. Ci siamo abituati all’idea della convivenza del conflitto. Ci avevano detto che sarebbero state armi “solo difensive”.

L’hanno detto loro, l’hanno ripetuto in ogni dove. Poi con le “armi difensive” ci hanno comunicato che si stava preparando “la controffensiva”. Ma noi ormai ci siamo abituati alle bugie che bombardano tutte le guerre. Ci avevano detto che non avrebbero mai concesso all’Ucraina di allargare il conflitto sul suolo russo. Anche in questo caso: ce l’hanno detto loro.

Poi sono arrivati gli attacchi sul territorio russo – un innalzamento inevitabile e immaginabile dello scontro – e abbiamo avuto un fremito la prima volta, un singhiozzino la seconda e poi ci siamo abituati. Ieri Berlino, Londra e la Nato ci hanno spiegato che “Kiev ha il diritto di attaccare il territorio russo”. Si sono smentiti da soli ma noi ci abbiamo fatto l’abitudine. Ci avevano detto che non ci sarebbe stata “un’economia di guerra”. Anzi andavano ripetendo che le armi agli ucraini “non avrebbero intaccato i bilanci dei Paesi europei”.

Sia chiaro: sono stati loro a garantirlo. Ieri l’Eurocamera ha votato per aprire i cordoni anche del Pnrr che l’obiettivo ce l’ha scritto nel nome: Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Ora è diventato anche Missili e Munizioni. Qui non si tratta di ribadire il diritto alla difesa di Kiev. Qui siamo immersi nell’acqua che poco a poco si scalda e sta cominciando a bollire. E noi siamo le rane.

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