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Torriero: “Troppe ambiguità nella destra italiana. Il sovranismo pragmatico è rischioso”

Fabio Torriero insegna comunicazione politica all’Università Lumsa di Roma. Con lui abbiamo discusso della destra che verrà, in Italia e in Europa, dopo la vittoria in Spagna.

Torriero, in Spagna Sanchez ha deciso, si andrà a nuove elezioni.
“Innanzitutto onore a lui. La sconfitta, anche se erano elezioni parziali, e la sensazione di un vento che sta cambiando l’hanno portato alle dimissioni. La Spagna tra le altre cose assumerà la presidenza del Consiglio europeo a luglio, quindi doppio onore. Tutto lascia prefigurare uno spostamento a destra del futuro Parlamento europeo. Basta pensare alla Spagna, l’Italia, la Finlandia. Macron non se la passa molto bene. La stessa vittoria di Erdogan – anche se non è annoverabile con il resto – indica uno spostamento a destra. Si torna all’accordo di cui si sta parlando in Europa tra Ppe e Conservatori”.

Accordo che avrebbe Giorgia Meloni in prima fila. Però non sembra che la destra italiana sia moderna come molte altre che vediamo in Europa. Qui siamo al patriottismo quasi pittoresco…
“La forma è sostanza. Se è vero come dice Donzelli che Fratelli d’Italia sia pronto a abbandonare la fiamma significa che si vuole costruire un nuovo partito conservatore disposto a rinunciare al passato. È una delle condizioni necessarie. Non è un tema di lana caprina. E questo richiama all’ambiguità di Fratelli d’Italia che io vedo: la sindrome elettorale, la chiamo. Quando si va al voto cercano di sommare più mondi possibili (europeisti, euroscettici, liberali, statalisti, cattolici, laici) e poi quando vanno al governo non riescono a sintetizzarli. Tutte queste componenti non producono una cultura moderna e omogenea. Anche perché le sintesi vanno fatte verso il nuovo, non verso il vecchio. Anche la comunicazione che vediamo a Palazzo Chigi non è così efficace come quando Meloni stava all’opposizione”.

Ma queste uscite come “la sostituzione etnica” sono solo sbavature pittoresche o rivelano i limiti della classe dirigente?
“Se parliamo di classe dirigente non all’altezza mi pare una riflessione trasversale. Io che ero uno che ha combattuto la Prima Repubblica ogni tanto ho qualche nostalgia almeno per la forma mentis. Quando lanci una campagna culturale devi avere una solidità, altrimenti rimane tutta slogan. La Russa e Lollobrigida chiedono scusa, fanno marcia indietro ed è un errore dal punto di vista comunicativo. Anche perché destra e sinistra rappresentano due modelli contrapposti e incompatibili. Allora la destra faccia la destra – senza essere becera – e la sinistra faccia la sinistra. Se parliamo di destra moderna e di destra antica una riflessione sulle nuove povertà e sulle nuove indigenze la destra la deve fare. Non è che la destra non si sia resa conto del mondo che si è evoluto ma mantiene quell’ambiguità di fondo che non ha risolto perché deve strizzare l’occhio a un certo target legato al passato e vuole proiettarsi al futuro. Ora siamo al “sovranismo pragmatico” ma è una strada molto rischiosa. Anche perché di Fondo Meloni ha confermato molte scelte di Draghi. Sul sovranismo per ora c’è solo il cambio di nome dei ministeri”.

Salvini può essere un problema
“Sul patto Conservatori-Ppe Forza Italia sembra d’accordo. Salvini evidentemente gioca nel gioco. Ha chiesto ai suoi un anno per tornare in auge, nella sua comunicazione gli interessa più la visibilità legata alla risalita della Lega che la compattezza del governo”.

E il centrosinistra italiano?
“Dovranno lavorare per il dopo Meloni, quando ci sarà. Devono creare un nuovo modello. Ma senza il Terzo polo è destinata all’opposizione”.

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Sballottaggi

La sconfitta è netta, per più di un motivo. Non c’è solo quel sonoro 6 a 1 che dice chiaramente le proporzioni: l’unica vittoria del Pd (Vicenza) è quella di un sindaco che con la “svolta” di Elly Schlein c’entra molto poco. Giacomo Possamai è una trentatreenne fieramente moderato e vicinissimo a Enrico Letta che non ha voluto i “big” del partito (vecchi e nuovi) per la sua campagna elettorale. C’è un altro dato: il Partito democratico e il centrosinistra hanno perso il tocco magico nei ballottaggi in cui spesso la spuntava. Tanto da indurre la destra a ipotizzare di eliminarli dal meccanismo elettorale.

L’onda della destra è forte e chiara. Inutile nasconderlo. È un vento che spira in tutta Europa e che potrebbe cambiare gli equilibri alle prossime europee se Ppe e Conservatori troveranno l’accordo. Elly Schlein ci mette la faccia: «è una sconfitta netta», dice, «ci vuole tempo per costruire una sinistra vincente e il fatto che il Pd sia il primo partito nel voto di lista non può essere una consolazione». Inevitabilmente ora le salteranno al collo. Lo farà la destra (sta nelle regole d’ingaggio della tenzone politica) e lo stanno facendo stamattina i giornali vicini al cosiddetto Terzo polo e al Movimento 5 Stelle. Qui sta la debolezza dell’aspirante centrosinistra: non esiste. Quando Schlein dice che «il Pd da solo non ce la fa» non si riferisce solo a una questione meramente matematica: il “campo largo” che sognava Letta si è infeltrito ed è diventato un arcipelago di isole che non vogliono ponti.

Il cosiddetto Terzo polo e il Movimento 5 Stelle hanno collezionato risultati pessimi, in alcune città quasi inquietanti, ma sono riusciti a ritagliarsi una posizione comoda: colpa di Elly. Nei tempi brevi non c’è nessuna voglia di organizzare un’opposizione degna di questo nome in Parlamento e qui fuori. La paura di farsi logorare da qualche alleato è più forte di qualsiasi senso di responsabilità. E la destra, com’è normale che sia, vince. Ma se è vero che nella strategia del cosiddetto Terzo polo la segretaria del Partito democratico è un elemento disturbante non si capisce cosa ci guadagnino Giuseppe Conte e Schlein nel guardarsi in cagnesco. Anzi, ci guadagnano la speranza di limare qualche voto che non serve a niente e a nessuno.

Due mesi sono troppo poco per aspettarsi un cambiamento di rotta dalla nuova segreteria ma Elly Schlein una rotta la deve indicare il prima possibile. L’”effetto Schlein” non durerà per sempre, sicuramente non fino alle prossime elezioni europee. È vero che il partito è salito nei sondaggi ma manca la risposta alla domanda chiave: “come faremo a vincere?”, chiedono gli iscritti e gli elettori. Ci sono due possibilità: aspettare che passi l’onda della destra (è la soluzione più facile) oppure fare e organizzare l’opposizione.

Buon martedì.

Nella foto: Elly Schlein, frame del video sul commento sui risultati alle amministrative

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Dio, Patria, famiglia e… l’italiano. Il Bestiario linguistico della destra

Ci hanno provato con la razza, poi con l’etnia, poi con il ceppo e ora hanno trovato la leva: la lingua. L’idea è del senatore di Fratelli d’Italia Roberto Menia che ha depositato un Ddl per mettere mano addirittura alla Costituzione. Obiettivo: aggiungere all’articolo 13 il comma “L’italiano è la lingua ufficiale dello Stato. Tutti i cittadini hanno il dovere di conoscerlo e il diritto di usarlo”. Il senatore ha già pronto anche lo slogan: “Sacralizzare la lingua italiana – spiega – riconoscendola costituzionalmente è al tempo stesso riconoscere un patrimonio inestimabile e assieme proiettarlo nel futuro!”.

Menia vuole inserire la nostra lingua in Costituzione. Per difenderla dalla presunta invasione di migranti

L’urgenza di inserire la lingua Italiana in Costituzione, secondo il senatore di Fratelli d’Italia, è urgente “per una pluralità di motivi”. Innanzitutto, dice Menia, perché “nel secolo della globalizzazione vanno mantenuti e rafforzati gli elementi identitari che danno un senso comune alla vita di una nazione” la lingua quindi diventa “elemento costitutivo e identificante della comunità nazionale, a prescindere dalle diversità locali”.

Dalle parti di Giorgia Meloni devono avere pensato che se la lingua “contiene tutti gli elementi qualificanti la storia e l’identità del popolo che la parla” allora la si può usare tranquillamente al posto della razza senza incorrere nelle sculacciate del Presidente della Repubblica e della comunità internazionale. Spiega Menia che “nell’articolazione del linguaggio non c’è soltanto l’espressione del pensiero in termini comprensibili, ma vi si condensano esperienze, relazioni, contatti, abitudini, vicende, aspirazioni e creazioni che, nel loro insieme, rappresentano l’evoluzione secolare di una comunità, cioè la sua identità nazionale”.

Il ceppo, l’etnia, la lingua. Ma l’invasione? Leggendo il testo del Ddl si trova anche quella: secondo il senatore rinsaldare il valore unificante della lingua serve “anche di fronte ad alcuni segnali negativi che vengono da alcune parti del territorio nazionale, in cui la centralità della lingua italiana è messa seriamente in discussione”. Eccoli qui, i nemici. L’idea di usare la lingua – strumento per aprirsi – per chiudersi è il cortocircuito della cultura di questa destra.

L’iniziativa fa il paio con il disegno di legge di un nutrito gruppo di senatori Fdi (prima firmataria la senatrice Giovanna Petrenga) che vorrebbero coinvolgere l’Unesco per salvare il liceo Classico. “Latino e greco – scrivono i senatori di Fratelli d’Italia – vengono considerate lingue non più parlate (infatti non lo sono nda), senza alcuna utilità pratica ed immediata, morte, e in quanto tali inutili, sebbene il nostro Paese abbia ovunque monumenti ed opere che riportano frasi in latino e corsi di laurea importanti dove la conoscenza di parole nelle lingue latina e greca non è affatto trascurabile. Nuove generazioni di laureati italiani che non sono in grado di leggere il significato di una scritta in latino su un monumento al contrario di molti loro coetanei stranieri”. Per in leggere i cartelli sui monumenti. Non stanno scherzando.

Del resto proprio ieri il ministro alla Cultura Gennaro Sangiuliano, dopo averci fatto sapere di essersi “imposto” di leggere un libro al mese come se fosse un’afflizione” ha annunciato di voler regalare un libro a ogni nato. Peccato che nell’età dai 4-14 anni il 96% dei ragazzi e delle ragazze ha letto almeno un libro non scolastico nell’ultimo anno. I libri andrebbero fatti leggere agli adulti che li vedono come questione di “disciplina” e non come opportunità. Cioè a quelli esattamente come il ministro Sangiuliano.

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Dove sono quei 500? Riportati all’inferno (e sono 600)

Le centinaia di disperati che farcivano un’imbarcazione alla deriva nel Mediterraneo di cui dal 24 maggio non si è occupato nessuno sono tornati nell’inferno libico, probabilmente respinti illegalmente per l’ennesima volta dal governo di Malta. A farcelo sapere sono i libici, feroci, fieri, con un video pubblicato dalla cosiddetta Guardia costiera libica. Nel filmato un cittadino egiziano racconta che il peschereccio è stato intercettato sulle coste di Malta e riportati in Libia dalle forze militari.

Per l’ennesima volta Malta se ne fotte dei trattati internazionali, dei diritti umani e del diritto all’asilo. La nave era stata intercettata il 24 maggio dalla Ong Alarm Phone che aveva inutilmente allertato l’Italia e Malta. Il Life Support di Emergency, la ong Sea Watch e  Ocean Viking hanno inutilmente pattugliato la zona cercando l’imbarcazione ma avevano dovuto fermare le ricerca per il peggioramento del tempo.

Le persone detenute (tra cui un neonato, 45 donne, alcune in gravidanza, e 56 bambini sono ora in un centro di detenzione libico dove mancano i servizi più elementari e dove verranno sistematicamente sottoposti a violenze, sevizie, stupri e torture. I centri di detenzione libici – che rientrano nell’accordo Italia-Libia – sono o sacchetti dell’umido dei nostri errori e dei nostri orrori.

Comunque vada a finire per loro, se ci capiterà di incrociarli da vivi o da morti, tra le molte cicatrici sulla loro pelle ci sarà questa il segno di quest’Europa che li ha deliberatamente riportati nei lager perché hanno commesso l’imperdonabile orrore di volersi salvare.

Buon lunedì.

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La verità, vi prego, sul ponte

Riuscire a trasformare la costruzione di un ponte in un’opera di ideologia è sinonimo dell’arretratezza ideologica e del dibattito del Paese. Normale quindi che il Ponte sullo Stretto sia soprattutto un tassello di propaganda – uno dei più costosi – che viene agitato per rappresentare un paradigma. Naturale anche che il costosissimo mausoleo che a destra da decenni sognano di intestarsi sia finito tra le mani di Matteo Salvini, campione della politica così schiacciata sulle immagini da avere perso qualsiasi simulazione dei contenuti.

Al di là della propaganda spiccia sul “partito del no”, rimane sempre la stessa domanda: a chi conviene il Ponte sullo Stretto?

Quei 14,6 miliardi che andranno spesi per la costruzione meriterebbero però anche un’analisi dei costi e dei benefici e anche per questo vale la pena leggere il report “Lo Stretto di Messina e le ombre sul rilancio del ponte” pubblicato nei giorni scorsi da un pool di esperti di Kyoto Club, Lipu e Wwf, con il contributo di numerose associazioni ambientaliste e della società civile, tra le quali il Coordinamento Invece del ponte – cittadini per lo sviluppo sostenibile dello Stretto.

All’interno delle 50 pagine si ricostruisce l’incredibile ritorno di un’idea riesumata dal governo Meloni con qualche riga all’interno della Legge di bilancio, dopo avere revocato la liquidazione di una società che da semifallita si ritrova a essere ora capofila nella realizzazione e gestione dell’opera (Stretto di Messina SpA) e dopo avere calpestato giudizi civili pendenti per resuscitare il progetto del 2011 di Eurolink.

Nel rapporto non si legge solo dell’assurdità di voler erigere un ecomostro di Stato in una delle zone più sismiche d’Europa ma si sottolineano i vantaggi economici inestinti che la rendono un’operazione fallimentare. Il progetto del ponte con una luce di 65 metri (com’è quello attuale) bloccherebbe il transito delle navi portacontainer maggiori in rotta verso Gioia Tauro, il più importante scalo italiano e allungherebbe il tragitto delle navi provenienti da Genova, Napoli, Livorno e Salerno.

Secondo gli ambientalisti, in base alle norme nazionali ed europee non si può poi riattivare l’intesa con il general contractor Eurolink, sciolta per legge nel 2013, ma occorre rifare la gara. Dal valore originario di 3,9 miliardi del 2003, il costo di riferimento sale oggi a 6,065 miliardi e il tetto entro può crescere senza gara (in base al Codice degli Appalti e alla direttiva 24 del 2014) è poco più di 9, molto sotto i 14,6 (quasi un punto di Pil) indicati dal governo.

Le carenze di analisi del governo fanno sì che i privati non siano disponibili a partecipare all’opera, tanto che il piano economico e finanziario pone a totale carico pubblico il rischio finanziario sia dell’investimento che della gestione. Non ripagheranno l’opera i pedaggi, non la ripagheranno i pochi pendolari quotidiani (circa 4.500) e le ricadute occupazionali sarebbero solo a breve termine. Quindi, al di là della propaganda spiccia sul “partito del no”, rimane sempre la stessa domanda: a chi conviene il ponte?

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Perché in Italia l’antimafia è sempre più debole

Breve riassunto dello stato dell’arte della cultura antimafiosa – e quindi dello stato della lotta alla mafia – nel Paese a cui sta passando finanche la voglia di celebrare stancamente Falcone e Borsellino. Nell’anniversario della morte di Giovanni Falcone a Palermo la sorella Maria è stata al centro delle polemiche per avere posato sorridente in foto con il sindaco di Palermo Roberto Lagalla, sostenuto
pubblicamente da Marcello Dell’Utri e Totò Cuffaro in campagna elettorale. Lagalla, dicono i critici, non ha mai preso le distanze da due condannati di mafia, Maria Falcone ha accorciato le distanze con il sindaco. Qualcuno sbologna la polemiche riferendo una fastidiosa “cultura del sospetto” ma senza l’intelligenza del dubbio (che con lo studio può evolversi in sospetto) l’antimafia in questo Paese non sarebbe mai esistita.

Giovanni Falcone (secondo da sinistra), circondato dagli uomini della scorta (Getty Images)

Morvillo: “Spesso segnali che invitano a convivere con ambienti in odore di mafia”

Sicuramente questo 31esimo anniversario è passato sotto tono. Il sindaco Lagalla ha potuto pomposamente annunciare la donazione di un palazzo comunale alla fondazione Falcone dove nascerà un museo intitolato a Falcone e Borsellino. Tenere i miti sotto teca è da sempre il modo migliore per renderli inoffensivi. Nel trentunesimo anniversario della strage di Capaci ha preso carta e penna Alfredo Morvillo, fratello di Francesca, la moglie morta con il giudice e tre uomini della scorta. “Troppo spesso i cittadini ricevono dall’alto segnali che invitano a convivere con ambienti notoriamente in odore di mafia”, dice Morvillo, ex procuratore di Trapani, riferendosi chiaramente a Maria Falcone. “Se si vuole concretamente dare un seguito alle parole di Paolo Borsellino, – scrive Morvillo in una lettera uscita su Repubblica – dobbiamo adoperarci per tenere lontano dalla nostra vita tutto ciò che ha anche il più lieve odore di mafia. Anche quando queste scelte comportano la rinuncia a godere di quegli aiuti, di quegli appoggi che ben noti ambienti politico-mafiosi sono in grado di assicurare”.

Il monumento a Capaci, nel luogo dell’attentato in cui morirono Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta (GettyImages)

Ricercare la verità sulla stragi di mafia è passato di moda

Nell’anniversario della morte di Giovanni Falcone la ricerca della verità è una moda appassita, spazzata via dal frastuono delle fanfare. Sembra già dimenticato il più grave depistaggio della storia giudiziaria italiana, non è più un’urgenza conoscere le catene di comando dei servizi che
acconsentirono alla manipolazione delle indagini, né gli affidavit politici che ricevettero dal governo dell’epoca. Le bugie su via d’Amelio sarebbero opera di qualche poliziotto e un funzionario. Riuscire a commemorare una storia senza pretendere che venga raccontata per intero definisce la debolezza di un’antimafia diventata rito, sfilata di scorte e baci sulla guancia. Il 23 maggio di quest’anno si sono separati anche i cortei. Il corteo di CGIL e dei coordinamenti cittadini hanno deciso di andare da soli perché stanchi «delle passerelle» e di «una narrazione deviata della lotta mafia che non ci rappresenta». Leggendo i giornali si potrebbe credere che ci fosse il corteo ufficiale dei ben vestiti e che quell’altro fosse un accrocco di esagitati. Così è stato più facile raccontare le bastonate della Polizia come una normale azione di ordine pubblico contro disturbatori scapigliati. I manganelli nel giorno di Falcone contro un corteo antimafioso sono un evento gravissimo mai accaduto a Palermo nel giorno di Capaci ma il nervo dello sdegno e la pupilla per l’analisti sono stanchi per questi tre decenni di retorica.

Una protesta contro la mafia (Getty Images)

L’arresto “morbido” di Matteo Messina Denaro

Nel trentunesimo anniversario della morte di Giovanni Falcone, di sua moglie e di tre uomini della sua scorta, Matteo Messina Denaro è diventato un orpello al pari delle sue calamite di Masha e Orso che teneva sul frigorifero. Abbiamo saputo tutto quello che c’era da sapere sui suoi intrecci amorosi, abbiamo ascoltato i suoi goffi corteggiamenti via WhatsApp e ci siamo appassionati alle gesta dei suoi vivandieri. La sua rete di protezione è stata descritta come un reticolo di fruttivendoli e formaggiai. Al massimo si è accennato ai favori di qualche politico locale. Un arresto così morbido Messina Denaro non l’avrebbe potuto desiderare nemmeno nei suoi auspici migliori.

I resti della Fiat Croma su cui viaggiavano Giovanni Falcone, la moglie e la scorta al momento dell’attentato (Getty Images)

Le polemiche su Colosimo presidente dell’antimafa

Nel trentunesimo anniversario della morte di Giovanni Falcone “simbolicamente” il governo ha voluto insediare la Commissione parlamentare antimafia “per dare un segnale”. C’è da ringraziarli perché leggendo gli editoriali di alcuni “intellettuali” di destra abbiamo creduto che questo fosse l’anno buono per dichiarare la mafia sconfitta e la Commissione antimafia esaurita. Hanno pensato che fosse meglio svuotarla, probabilmente, e hanno scelto come presidente Chiara Colosimo che ha il merito di essere molto “vicina” alla presidente del Consiglio. Le nomine per vicinanza e appartenenza sono – lo sanno tutti quelli che studiano le mafie – una componente importante dell’antropologia mafiosa. Colosimo è stata criticata per una foto con il terrorista pregiudicato di estrema destra Luigi Ciavardini. «Solo una foto di un incontro a cui abbiamo partecipato insieme», spiega Colosimo. La nuova presidente della Commissione antimafia è stata contestata dai familiari
delle vittime di mafia. Esagitati, anche loro. Per concludere a Catania, in occasione dei comizi per il ballottaggio delle elezioni amministrative,
la presidente del Consiglio Giorgia Meloni parla delle tasse ai piccoli commercianti come «pizzo di Stato». Il “pizzo” è il contributo estorto dalla mafia agli imprenditori. Quindi per Giorgia Meloni lo Stato è un estorsore al pari della mafia. E lo dice a Catania.

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Onore ai cronisti morti in guerra e querele ai vivi

“Gli occhi degli inviati di guerra sono gli occhi di chi ha il coraggio di stare sul campo, al fianco dei civili, dei soldati, lungo la fragile linea che divide la vita dalla morte. I loro occhi sono gli occhi della guerra. Senza di loro noi saremmo ciechi, senza di loro noi non avremmo la possibilità di sapere davvero cosa accade nei teatri di guerra, facendoci sentire parte di quello che sta succedendo”. Lo ha detto la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in un videomessaggio all’inaugurazione della mostra fotografica ‘Bearing Witness’ all’Istituto italiano di cultura di New York.

La giornalista Meloni tace su Rocchelli ucciso dagli ucraini. E dopo Saviano, La Notizia e molti altri querela Canfora

“Io – ha aggiunto Meloni – voglio cogliere questa occasione per ringraziare i tanti professionisti che attraverso questo straordinario lavoro rendono un servizio grandioso all’informazione, al giornalismo, a noi rappresentanti delle Istituzioni che attraverso quegli scatti vediamo una realtà che ci aiuta a prendere delle scelte più consapevoli, fino ai cittadini”.

Peccato che tra i dovuti ringraziamenti la presidente del Consiglio continui a ignorare un giornalista italiano inviato di guerra ammazzato il 24 maggio 2014 che ancora deve avere giustizia. Per l’assassinio di Andrea Rocchelli e del collega russo Andrej Mironov è stato processato Vitaly Markiv, militare della Guardia nazionale ucraina, condannato a 24 anni in primo grado e poi assolto in Appello e in Cassazione. “La nostra è una irrisolta domanda di verità e giustizia – ha detto Elisa Signori, madre di Andy, in un intervento pubblicato sul sito di Articolo21 e ripreso da La Provincia pavese – per un delitto che la magistratura italiana definisce un crimine di guerra, ma su cui si stende l’oblio. L’obiettivo che ci proponiamo è porre fine all’impunità per questo delitto, consapevoli di difendere così la vita di civili e giornalisti che operano in scenari di crisi e di guerra”.

E peccato che il governo di Giorgia Meloni con i giornalisti qui in Italia insista a usare l’arma delle querele come forma di intimidazione: da Roberto Saviano, alle cause a noi de La Notizia fino alla querela annunciata ieri a Luciano Canfora (nella foto) questo governo dimostra di avere una strana idea della libertà di opinione e di stampa, confidando più nell’effetto giudiziario che nel dibattito.

“Un giorno tornerò alla mia professione” di giornalista, “perché ho sempre pensato che la politica sia un passaggio transitorio per tutti e guardo sempre con un occhio di favore a questa professione fondamentale, per la sua capacità di fare il suo lavoro nel migliore dei modi guardando alla responsabilità che si porta dietro con condizioni di libertà e stabilità, anche salariale”, aveva detto la presidente del Consiglio, nella conferenza stampa di fine anno.

Del passato giornalistico della premier e leader di Fratelli d’Italia, si hanno poche tracce ma della sua idea di giornalismo possiamo capire qualcosa. Giorgia Meloni ama i giornalisti di guerra ma i giornalisti di pace Giorgia Meloni li vorrebbe ciechi e sordi, senza occhi e senza orecchie, per poter stare più tranquilla.

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La Romagna annega nel fango. A Roma litigano sul commissario

L’ignobile balletto politico intorno alla nomina del commissario per le alluvioni in Emilia-Romagna registra l’ennesima puntata. Si parte con l’intervista di ieri del presidente della Regione Emilia Romagna Stefano Bonaccini (Pd) che ripete che “il tema non è il nome”: “Io spero solo che chiunque scelgano non lo facciano per questioni di consenso senza tenere conto delle urgenze. Sarebbe deprimente. Io ora mi occupo di fare l’amministratore.

L’ignobile balletto politico intorno alla nomina del commissario per le alluvioni in Emilia-Romagna registra l’ennesima puntata

La politica è la mia vita, ma ci sono momenti in cui bisogna metterla da parte e darsi da fare senza tenere conto delle bandiere. Nell’emergenza lo schema politico salta. Io, l’ho già detto, spero solo che il commissario, chiunque sarà, non pensi di poter gestire questa situazione al telefono da Roma. Perché rallenterebbe tutto. Senza un confronto e una collaborazione serrata con gli amministratori di qui, sindaci in primis, la situazione non si risolve”, spiega Bonaccini a Repubblica. Il tema non è il nome ma è un attorcigliarsi continuo intorno al nome.

Giorgia Meloni non ha nascosto il suo fastidio sul dibattito che si è innescato, non mancando l’occasione di accusare i giornalisti di fomentare il chiacchiericcio e dimenticandosi che siano stati proprio i suoi presidenti di Regione (dal presidente della Calabria Occhiuto al veneto Zaia passando per il ligure Toti) a prendere posizione in favore di Bonaccini. “Non mi posso autonominare commissario, né mi interessa quale sarà il mio ruolo.

Ma la cosa certa è che in qualsiasi veste ho sempre dimostrato che ci metto sempre la determinazione per fare ciò che serve a questa terra”, ha detto ieri il presidente della Regione Emilia Romagna, intervenendo alla trasmissione di La7 L’Aria che tira. “Io ci sono e ci sarò finché non avremo ricostruito tutto indipendentemente dal mio ruolo – ha detto Bonaccini -. È il governo che deve decidere cosa fare”.

A stopparlo ci ha pensato subito il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri: “Ha ragione Giorgia Meloni quando dice che la questione del Commissario verrà affrontata a tempo debito. In questi giorni – dice Gasparri – il presidente della Regione Emilia Romagna Bonaccini ha ringraziato pubblicamente per aver avuto la possibilità di incontrare la premier Giorgia Meloni e i ministri competenti a Palazzo Chigi per discutere le azioni da adottare nei territorio colpiti dall’alluvione. Poi, sulla base di diverse valutazioni, sarà il governo stesso a decidere se il Commissario dovrà essere Bonaccini oppure un’altra figura nazionale. Dipenderà dall’entità dell’emergenza”.

Ieri il capogruppo di Fratelli d’Italia Foti ha rilanciato l’accusa contro il presidente dell’Emilia Romagna di non essere riuscito a spendere i fondi del Ministero alle Infrastrtture per la messa in sicurezza dei corsi d’acqua esondati in questi giorni. Dura la reazione del Pd che in una nota congiunta di Marco Simiani, capogruppo Pd in Commissione Ambiente e Virginio Merola Capogruppo Pd in Commissione Finanze di Montecitorio intima alla maggioranza di “gettare discredito sull’operato del governatore Bonaccini: la sua regione, secondo i dati Ispra, visto l’ultimo rapporto del ReNDiS, con 4,4 anni, è infatti la prima, nelle regioni del nord in Italia per i tempi di l’attuazione degli interventi di mitigazione del rischio idrogeologico, a dispetto del Veneto che è l’ultima con 6,8 anni.

Le fake news, in questo contesto, rilanciate dal Capogruppo di Fdi Foti a Montecitorio su presunte inadempienze, si commentano da sole e hanno come unico scopo quello di giustificare i ritardi del governo sulla nomina del Commissario”, scrivono. Il problema politico di fondo è che Bonaccini insiste, anche nelle sue ultime interviste, a contrapporre l’ambientalismo al lavoro come un Feltri qualsiasi. Parlando dell’obiettivo i consumo di suolo a saldo zero a Repubblica Bonaccini ha risposto che “ci si può anche ragionare. Purché si tenga conto che questa regione, da poverissima che era nel primo dopoguerra, è diventata ricca. E che ha il tasso di disoccupazione più basso del Paese. Oltre ad avere il numero più alto di studenti universitari. E livelli altissimi di welfare.

Insomma che non si commetta l’errore di mettere in contrapposizione ambiente e lavoro, perché sarebbe uno sbaglio madornale”, spiega il presidente. Dare per scontato che solo il nuovo cemento possa essere motore dell’economia è un’idea miope e superata da anni ma sopratutto è un’idea considerata vecchia e sbagliata nella gran parte dei partiti socialdemocratici europei.

Il nocciolo politico della questione (vale a destra e a sinistra) è che non c’è più tempo per le promesse di una classe dirigente che sul consumo di suolo e sulla coscienza ambientalista ha già fallito. Le alluvioni recenti e quelli che verranno sono la plastica dimostrazione di un allarme che richiede una svolta di uomini, di pratiche e di idee. E il balletto sul commissario mentre i romagnoli faticano a ripulirsi dal fango è solo l’ennesimo dibattito fuori fuoco.

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Inutili e con paghe da fame. Professori in rivolta contro i tutor di Valditara

Per il ministro Giuseppe Valditara, manco a dirlo, doveva essere “una rivoluzione”. Il ministro della Scuola e del Merito immaginava 40mila professori delle superiori nei percorsi di formazione per la funzione di tutor e di orientatore, lasciando poi ai dirigenti la selezione tra i professori che avrebbero dovuto candidarsi su base volontaria. Non è andata propriamente così.

Per il ministro Valditara si annuncia un altro flop. Sindacati in rivolta contro i percorsi di formazione per la funzione di tutor e di orientatore

Di “merito” nell’idea del governo ce n’era pochissimo. Il tutor arriverebbe a guadagnare tra gli 2.850 e i 4.750 euro lordi per intervenire su gruppi composti da 30 o 50 studenti. I conti al netto sono semplici: si tratta di poco più di 7 euro all’ora. Dell’inutilità di nuove figure professionali sotto pagate in questa scuola non se ne sente proprio il bisogno.

Come sottolinea Cobas Scuola si tratta di un’ulteriore “perdita di ruolo dei docenti disciplinari e alla destrutturazione del processo didattico-educativo: non saranno più la formazione culturale e la consapevolezza critica a determinare la scelta del percorso post-scolastico, ma le competenze di apprendimenti personalizzati”, dicono i Cobas.

Secondo la Flc Cgil “si tratta di un modello che si sovrappone all’attuale impostazione didattica delle scuole, fondata sulla corresponsabilità dei consigli di classe. Avrebbe avuto senso l’istituzione di un tutor per classe e non per gruppi così estesi con scarsa efficacia di orientamento del singolo”. Il fallimento previsto si è avverato.

I numeri che arrivano dalle scuole in previsione della chiusura del bando a fine mese sono impietosi: “Sono ormai tantissime le scuole italiane in cui è in corso una vera e propria rivolta contro l’idea di Valditara di trasformare i professori e professoresse in tutor a 7,34 euro l’ora. C’era da aspettarselo. Da anni il corpo docente chiede salari più alti, non lavoretti part-time per arrotondare”, spiega Elisabetta Piccolotti dell’Alleanza Verdi Sinistra.

“Il tema è alzare gli stipendi di tutti e non solo di chi – prosegue la parlamentare rossoverde della commissione cultura di Montecitorio – si trova nella condizione, o nella necessità, di fare lavoro in più per pochi euro. I professori e le professoresse devono essere messi in condizione di occuparsi pienamente della didattica, riversando sull’insegnamento tutte le proprie energie. Questa priorità è già stata messa in discussione dal continuo aggravio burocratico a cui gli insegnanti sono stati sottoposti. Come fossero degli amministrativi o dei funzionari. Ora la novità è il docente tutor, orientatore o consulente”.

Secondo Piccolotti si tratta dell’ennesima “scelta inutile del Governo laddove per combattere la dispersione scolastica servirebbe il riconoscimento della professionalità dei docenti con un aumento generalizzato della retribuzione, almeno fino alla media europea, e l’aumento del numero degli insegnanti e del tempo scuola in tutti gli istituti, soprattutto nelle aree a grave disagio sociale ed economico”.

I bandi per il corso di formazione di 20 ore per diventare “tutor” è andato deserto. I docenti, com’era immaginabile, non rinunciano a ore per l’istruzione dei ragazzi per “formarsi” a un ruolo che è già nelle loro funzioni. I “tutor” rimangono un’idea buona per averci fatto la conferenza stampa.

“Aspettiamo i numeri, gli esiti finali delle candidature a tutor e poi vediamo. Anche se ritengo che l’operazione tutor e orientatore andava costruita, proprio dal punto di vista comunicativo, in modo più approfondito e più organico”, dice Ivana Barbacci, segretaria generale Cisl Scuola. La scadenza delle candidature è fissata per il prossimo 31 maggio. Il finale è già scritto.

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Dove sono quei 500?

Nel Mediterraneo non si trova più un’imbarcazione alla deriva da più di due giorni con circa 500 persone a bordo. Per ore ha lanciato sos ad Alarm Phone mentre si trovava in zona Sar maltese. È accaduto ciò che accade sempre: Malta e Italia non hanno voluto coordinarsi.

Nel comunicato di Emergency si legge che a lanciare l’allarme è stata per prima la ong Alarm Phone, con la quale i naufraghi si sono messi in contatto per chiedere l’intervento delle autorità marittime. Secondo l’organizzazione, a bordo del mezzo c’erano 500 persone, tra cui almeno 45 donne, alcune in stato di gravidanza, e 56 bambini, uno dei quali nato durante la traversata dalle coste nordafricane. Quando è scattato l’allarme, si legge, “Emergency ha chiesto alle autorità competenti a Malta e in Italia di coordinare i soccorsi, ma queste si sono rifiutate di condividere qualsiasi informazione”.

Non arrivando risposte il Life Support di Emergency ha così deciso di dirigersi verso la posizione dell’imbarcazione per portare in salvo i naufraghi e ha effettuato “una ricerca attiva 24 ore su 24, ma dal pomeriggio di ieri, 24 maggio, non vi è stato alcun contatto da parte delle persone a bordo e nessuna traccia della nave”. Anche la ong Sea Watch ha svolto una ricerca durata due giorni consecutivi con il suo velivolo Sea Bird, senza però trovare indizi sulla posizione della nave. “Né Life Support né Ocean Viking, che pattugliavano la zona, hanno trovato segni di naufragio. Pertanto, dato il peggioramento del tempo, saremo costretti a spostarci in un’altra zona se non troveremo la barca nelle prossime ore”, ha aggiunto Emergency.

Albert Mayordomo, capo missione di Life Support, ha spiegato che “attualmente siamo nel Mediterraneo orientale. Continueremo le operazioni di ricerca in quest’area fino a questa sera, con attività di vedetta sul ponte. Poi a causa del peggioramento delle condizioni meteorologiche ci sposteremo in acque internazionali, nell’area libica di ricerca e soccorso. Un’ipotesi potrebbe essere che il motore abbia ripreso a funzionare e la barca stia navigando verso la Sicilia, ma di questo non abbiamo prove”.

Potrebbero essere vivi, potrebbero essere morti, né Malta né l’Italia ne hanno contezza. L’importante è che gli eventuali cadaveri non arrivino sulle nostre spiagge.

Buon venerdì,

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