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Mai tante armi italiane vendute all’Egitto. Regeni è già dimenticato

C’è l’impronta italiana nelle armi che in Egitto vengono usate per reprimere i diritti umani e l’uccisione del ricercatore italiano Giulio Regeni non ha fermato il flusso. Anzi l’ha rimpinguato. È il risultato del rapporto Made in Italy per reprimere in Egitto di EgyptWide, l’Ong egizio-italiana che si occupa di diritti umani. I ricercatori e le ricercatrici di EgyptWide hanno condotto un’analisi incrociata su dati provenienti da diverse fonti ufficiali e governative, arrivando a documentare il volume e il valore delle armi italiane piccole e leggere esportate in Egitto tra il 2013 e il 2021.

L’export di armi verso l’Egitto crollò dopo il caso della morte di Giulio Regeni. Ma dal 2019 è tornato a volare

L’uso di armi piccole e leggere italiane in violazioni dei diritti umani è stato indagato analizzando un campione di materiali audiovisivi di oltre 169 unità, dal cui studio sono emerse prove fotografiche dell’uso di Salw italiane nelle violazioni dei diritti umani in Egitto. Secondo il rapporto, tra il 2013 e il 2021, l’Italia ha esportato in Egitto armi piccole e leggere per un valore di circa 19 milioni di euro.

Il valore delle armi piccole e leggere autorizzate per l’esportazione verso l’Egitto nello stesso periodo potrebbe superare i 62 milioni, escludendo quello di munizioni e componenti di ricambio. Il materiale ricevuto dall’Egitto include oltre 30.120 revolver e pistole, più di 3.600 fucili e oltre 470 fucili d’assalto, a cui si aggiunge un numero imprecisato di carabine, mitragliatrici, munizioni, parti di ricambio e attrezzature per la direzione del tiro, tecnologie militare e software.

Tra il 2013 e il 2021, nonostante le conclusioni del Consiglio d’Europa dell’agosto 2013, con le quali i Paesi membri dell’Ue avevano concordato una sospensione delle forniture di armi all’Egitto alla luce delle gravi violazioni dei diritti umani, e in aperta violazione della legge italiana sul commercio di armi (L.1990, N. 185), nonché del quadro normativo europeo sull’esportazione di armi (Posizione comune 2008/944, da qui in avanti 2008/944/Pesc), l’Italia non ha mai interrotto la fornitura di armi all’Egitto.

Alcuni dei più comuni modelli italiani di armi piccole e leggere esportati nel periodo tra il 2013 e il 2021 (come i fucili Arx 160, prodotti dalla Fabbrica d’Armi Beretta S.p.A.), sono stati utilizzati nel contesto di esecuzioni extragiudiziali nel Sinai settentrionale; modelli italiani di armi piccole e leggere Beretta 70/90, Benelli SuperNova Tactical e Beretta 92FS sono stati utilizzati da militari e forze di sicurezza egiziane per intimidire e disperdere civili nell’ambito di operazioni di sicurezza urbana; fucili Beretta 70/90 sono stati utilizzati dalle forze speciali ad Al-Nahda e Rabaa Al-Adawiya, durante il massacro del 2013 in cui hanno perso la vita quasi mille civili.

Dopo il crollo di esportazioni di armi in Egitto (da 37 a 7 milioni) nel 2016 in seguito all’uccisione di Giulio Regeni dal 2019 in poi l’esportazione di piccole armi italiane ha raggiunto il suo picco. Dalle nostre parti le ingiustizie subite da nostri concittadini e la repressione dei diritti civili sono un ottimo motivo per rinforzare le collaborazioni. L’importante è mantenere un profilo impegnato e contrito di fronte alle ingiustizia e avere sempre pronto un discorso in occasione dei funerali e dei loro anniversari.

Poi quando irrompono i numeri, come in questo caso, la notizia potrà incagliarsi in qualche giornale che crede ancora nel proprio ruolo. Lo sdegno sui soldi insanguinati per il potere è un piccolo intoppo che si risolve facilmente. Questa è solo l’ennesima cicatrice sul corpo già morto di Giulio Regeni.

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Bonaccini flirta con Meloni per i soldi dell’alluvione

Sorride la premier Giorgia Meloni mentre annuncia in conferenza stampa “l’estensione delle competenze del commissario alla Siccità, per la verifica e il monitoraggio delle opere di drenaggio dell’acqua”. “C’è un passaggio bizzarro perché il commissario alla Siccità oggi si occupi anche dell’alluvione ma è la situazione climatica in cui ci troviamo”, dice Meloni, e dentro quel “bizzarro” c’è l’ignoranza – se non addirittura il negazionismo – di chi crede che siccità e alluvioni siano due fenomeni che si smentiscono e non gli effetti dello stesso male.

Il presidente del Pd, Stefano Bonaccini, che amoreggia con la leader di FdI. Cosa non si fa quando ci sono tanti miliardi in ballo

Al suo fianco Stefano Bonaccini non proferisce verbo. La lotta politica, dice lui e dicono i suoi, deve essere lasciata da parte in nome dell’emergenza. Come si possa non polemizzare con chi non riconosce le vere cause dell’emergenza e quindi a rigor di logica non farà nulla per fermarla è un concetto che sfugge. Ora il presidente dell’Emilia Romagna punta ai ristori – c’è da capirlo – che siano il più veloci e funzionali possibili per aiutare i suoi concittadini a rimettersi in piedi. Ma a suon di ristori, di emergenza proclamate e di sconti fiscali, non si fa altro che aspettare la prossima tragedia.

All’esponente Pd, presidente della Regione, ciò che interessa ora è essere nominato commissario. Il commissario alla ricostruzione dopo l’alluvione in Emilia-Romagna “deve conoscere bene il territorio”, dice Bonaccini riferendosi ovviamente a se stesso. “Riteniamo che Bonaccini sia la figura più adatta a fare il commissario e a gestire questa emergenza perché conosce l’Emilia Romagna e la macchina meglio di chiunque altro. In Emilia è ancora in piedi la cabina di regia per la ricostruzione post terremoto, ed è una macchina già oliata che ha lavorato bene”, spiega l’ex capogruppo al Senato dei dem, Simona Malpezzi.

A spingere sulla nomina di Bonaccini ci sono anche metri della maggioranza come il presidente della regione Calabria Roberto Occhiuto, Vittorio Sgarbi, il presidente ligure Giovanni Toti e il calendiano Osvaldo Napoli. L’ex candidato alla segreteria del Pd tiene un profilo diplomatico ma ha qualche sbavatura: “Sulla nomina del commissario in Emilia-Romagna lascio alla Lega polemiche e speculazioni politiche. Io mi occupo di stare vicino alle popolazioni colpite”. Il presidente dei deputati della Lega Riccardo Molinari gli risponde a stretto giro: “Non c’è nessuno da Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega che ha detto no a Bonaccini per una ragione politica, immagino che in questo momento nel governo ci sia una discussione di opportunità”.

Si è in quel bivio in cui le parole vanno misurate ma l’effetto dall’esterno è stordente. Bonaccini ripete che non bisogna chiedersi “se” l’alluvione accadrà di nuovo ma quando e dal governo rispondono che si tratta solo di una sfortunata serie di eventi. “Stefano si sta comportando così per il bene della sua gente, ora occorre unità”, ci dice un senatore del Pd. Sarà. Intanto il centrodestra in Regione avverte Bonaccini. “è evidente che se verranno accettate responsabilità ci aspettiamo dimissioni di massa”, dice la Lega in Regione: “Quello che è stato fatto è troppo poco e forse non è conforme”. Con chi ce l’hanno? Con Bonaccini, appunto. A questo punto la sua nomina o la sua mancata nomina non potrà non apparire un altissimo esercizio di ipocrisia.

 

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Avanza il camerata Bignami. Un altro flagello si abbatte sull’Emilia-Romagna

Se non dovesse essere il presidente dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini (Pd) il prossimo commissario straordinario in Emilia Romagna, Giorgia Meloni ha già in mente il suo nome: il suo compagno di partito viceministro alle Infrastrutture Galeazzo Bignami. La Lega sta lavorando alacremente a qualche nome dei suoi ma questi mesi hanno già chiarito che le scelte di Meloni sono le uniche che contano. Lui, Bignami, ieri ha parlato in un’intervista a QN: “La stima di un miliardo di danni alle infrastrutture regionali di Bonaccini è “destinata a cambiare nelle prossime settimane, sia a causa delle frane sia per le altre lesioni subite dal territorio.

Il vice ministro di FdI, Galeazzo Bignami, fotografato con la divisa delle SS in pole per il ruolo di commissario all’emergenza alluvione

L’orografia di interi luoghi è stata trasformata: ci aspetta una lunga fase non solo di ripristino, ma anche di vera e propria progettazione di strade e infrastrutture danneggiate”, dice. “Tutte le strade che si potevano liberare – spiega – sono già state liberate, altre presentano lesioni così significative che il loro recupero è impossibile in condizioni di sicurezza, altre infine non esistono proprio più”. Per l’estate però “sono convinto che le principali strade saranno tutte riattivate per garantire, a chi vorrà andare in vacanza in Romagna, di poterlo fare. Così come di raggiungere e muoversi da quei territori per ragioni lavorative”.

Difficile non riconoscere nelle sue parole la postura di chi pregusta la sedia da commissario. Nel pomeriggio di ieri il viceministro ha incassato anche l’endorsement del berlusconiano Alessandro Cattaneo: “Bignami è stato un amministratore locale ed è legato al territorio, e oggi ha un ruolo operativo. Come lui ci sono altre figure, per me quando si parla di queste emergenze vanno scelte le persone migliori al di là dell’appartenenza al partito”, ha detto il deputato di Forza Italia. Ma qual è il curriculum di Bignami che lo proietta nel novero degli abili gestori di un’emergenza Galeazzo Bignami è salito agli onori della cronaca per gesta non sue: in diretta a Sanremo Fedez ha strappato la foto in cui il viceministro era allegramente travestito da gerarca nazista. “Era solo una festa di addio al nubilato”, ha spiegato Bignami. Del resto chi di noi non si è mai vestito da nazista per ridere in compagnia

Attivo nella politica bolognese dal 1996, Bignami è stato prima consigliere comunale e poi regionale, prima di diventare deputato con Fratelli d’Italia nel 2018. Di lui si ricordano le prese di posizioni contro i diritti (degli altri). Come raccontò l’Espresso, per esempio, presentò un esposto alla Procura contro il centro per la comunità Lgbtq+ Cassero di Bologna, definendolo luogo di “iniziative volgari che offendono l’intelligenza e il decoro di chiunque abbia un minimo senso di decenza”. Sua fu la richiesta di cancellare la serie A casa dei Loud, perché un personaggio veniva presentato come bisessuale, e quella di schedare le scuole di Bologna con un bollino rosso, giallo o verde a seconda del livello di “ideologia gender” contenuta nei programmi scolastici contro omofobia e bullismo.

Una vita passata a contestare i Gay Pride, le manifestazioni che celebrano le conquiste per i diritti civili e l’uguaglianza della comunità Lgbtq+, e contro il Gender bender festival, finanziato con fondi europei pari a 1 milione e 200 mila euro, che secondo Bignami servirebbe a “smontare la sessualità maschile e femminile, irridere la religione ed esaltare le forme di dominio e di sottomissione gay”.

Bignami ha anche tentato di limitare il diritto ad accedere all’interruzione di gravidanza per le donne in Emilia Romagna, proponendo di riformare il sistema dei consultori e ridurre gli aborti. Contemporaneamente si è anche impegnato in una “schedatura” discriminatoria in diretta Facebook, andando a leggere ad alta voce i nomi degli inquilini della case popolari nel quartiere della Bolognina, violando la privacy delle persone per denunciare la “sostituzione etnica”, per la presenza di persone di origine straniera tra gli inquilini. Un commissario perfetto, insomma, con un curriculum incontestabile.

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Il ritorno dei manganelli

Il popolo dell’antimafia di Palermo è stato manganellato perché avrebbe voluto ricordare (a loro e a noi) che in Sicilia c’è un sindaco a Palermo e un presidente della Regione che non rifiutano l’appoggio politico di due condannati per mafia come Totò Cuffaro e Marcello Dell’Utri.

Manganelli anche a Milano. In via Sarfatti una donna trans brasiliana di 41 anni appare in un video mentre viene manganellata inerme, poi presa a calci, poi attaccata con spray al peperoncino. Come accade in questi casi dell’episodio ne siamo venuti a conoscenza solo grazie al video amatoriale girato da un cittadino. Sarebbe stato probabilmente uno dei tanti pestaggi che non si ritrovano nei verbali, finché non ci scappa il morto. Il sindaco di Milano Beppe Sala ammette che «non è certo una bella immagine, anzi mi sembra un fatto veramente grave». La segretaria metropolitana del Pd e deputata Silvia Roggiani parla di scena “orribile e intollerabile”  e spiega: «Resta in ogni caso da sottolineare – ha aggiunto – che nulla di ciò che è accaduto prima può giustificare quella violenza, in particolare, su una persona che dalle immagini del video appare inerme». «Le immagini sono disgustose. Qualsiasi sia il contesto e qualunque cosa sia accaduta ‘prima’ di quanto filmato» commenta il capogruppo in Regione Lombardia Pierfrancesco Majorino. La consigliera regionale M5s Lombardia Paola Pizzighini denuncia “la violenza smisurata degli agenti e i colpi reiterati ingiustificabili». «Una violenza di questo tipo non è mai accettabile. Mai» conclude. Critica anche Sinistra Italiana con il consigliere regionale Onorio Rosati che parla di “immagini inquietanti“: «Qualsiasi eventuale reato abbia commesso quella donna non giustifica questa violenza».

A destra il deputato e coordinatore milanese di Fratelli d’Italia Stefano Maullu è di diverso avviso: «Hanno fatto il loro dovere – dice – evitando che quella persona potesse dar seguito alle minacce ai bambini di una scuola milanese» visto che «un trans brasiliano, evidentemente fuori di sé, si è denudato davanti la scuola di via Giacosa, nei minuti in cui i bambini stavano entrando per l’inizio delle lezioni». «Quotidianamente – aggiunge la Lega per bocca della commissaria cittadina Silvia Sardone e il capogruppo in Comune Alessandro Verri – vediamo aggressioni nei confronti delle forze dell’ordine sulle quali la sinistra mai si espone, non mostrando mai solidarietà a uomini e donne in divisa. In questa occasione invece sono uscite immediate dichiarazioni con la sentenza in tasca». Sardone e Verri ricordano che l’intervento dei vigili è arrivato dopo le escandescenze della 41enne: «Prima di attaccare sia fatta una relazione approfondita sui fatti»

Fabrizio Marrazzo, portavoce partito Gay LGBT+, sottolinea il fatto che si tratti di una donna trans: «Nulla potrebbe mai fornire una copertura a quanto si vede in quel filmato, chiediamo al sindaco Sala una immediata verifica dei fatti e la sospensione immediata degli agenti che hanno aggredito. Evidenziamo al ministro Piantedosi, che quanto accaduto ad una settimana dalla giornata mondiale contro l’omobistransfobia, mostra l’urgenza di una legge che ci tuteli e punisca con aggravante anche le forze dell’ordine che si macchiano di tali reati», spiega.

Ci sarebbe un modo per sapere cosa sia accaduto: dotare gli agenti di bodycam, la telecamera addosso agli operatori, e codice identificativo. Non l’ha fatto il centrosinistra quando era al governo e non lo farà certamente questa destra che vorrebbe abolire il reato di tortura. Una cosa è certa. Come scrive il direttore di Oggi Carlo Verdelli «Dal passato che non passa, rispunta prepotente una parola scongelata di fresco: manganello. E fa male, non solo a chi se lo prende in testa».

Buon giovedì.

 

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Riscrivere la storia dell’Antimafia. Ecco il vero piano delle destre

A loro non interessa la Commissione Antimafia. Quello è solo uno dei tanti orpelli che servono per corroborare la narrazione. E la narrazione sulla mafia di questo governo è spaventosa perché nega gli ultimi 30 anni di storia di questo Paese. L’elezione di Chiara Colosimo come presidente è l’ennesimo anello di una riscrittura generale della storia.

Colosimo in sella alla Commissione Antimafia è l’ultimo anello. La macchina della contronarrazione è già al lavoro

Accade in tutti i campi, figurarsi se poteva mancare un tema così sensibile come la criminalità organizzata su cui il centrodestra ha ancora molto da spiegare. Negare gli accadimenti e se possibile ribaltarli. Il primo passo consiste nel sotterrare le notizie: che un ex sottosegretario come Nicola Cosentino, uomo forte di Silvio Berlusconi in Campania e collega di governo di Giorgia Meloni, sia stato condannato in via definitiva come punto di riferimento politico dei Casalesi è passato sotto traccia.

Poco si è parlato anche dell’assoluzione di Roberto Saviano che fu querelato dall’attuale ministro Gennaro Sangiuliano per essere stato definito “galoppino” di quello stesso Cosentino. è solo una delle tante notizie sparite dai radar del dibattito pubblico: l’importante è tenere separata la mafia dalla politica per poterla normalizzare. È una lezione che conosciamo da decenni. È naturale che in uno scenario di questo tipo anche la riabilitazione di Marcello Dell’Utri (e il silenzio sul ruolo di Berlusconi) diventino un gioco da ragazzi.

A ricordaselo sono i giovani che sfilano a Palermo che vorrebbero urlarlo al sindaco Lagalla e al governatore Schifani. Non c’è problema, basta manganellarli. L’altro ieri in Aula il senatore Maurizio Gasparri ha mostrato le coordinate del revisionismo: “C’è chi ha concretizzato l’opera e l’azione di Falcone e chi lo ha contrastato da vivo e lo ha celebrato da morto. E anche su Borsellino, c’è chi ha archiviato l’inchiesta su mafia e appalti, ci sono le firme. Eh, lo so, ce ne sono anche in quest’Aula…”. Il riferimento è chiaro: il campione dell’antimafia sarebbe Berlusconi e il nemico di Borsellino dovrebbe essere l’ex magistrato Roberto Scarpinato, oggi senatore del Movimento 5 Stelle. Anche questo è un veleno che circola da tempo. Per svilire l’antimafia basta delegittimare i simboli.

Peccato che proprio su questa vicenda siano stati condannati per diffamazione lo scorso febbraio i giornalisti Piero Sansonetti e Damiano Aliprandi. Il reato? Lesione della reputazione dello stesso Scarpinato e del magistrato Guido Lo Forte accusati di avere “affossato” un’inchiesta che invece non è mai stata archiviata. La narrazione di questa maggioranza però della verità storica e perfino della verità processuale se ne frega. Quello che conta è occupare i posti per moltiplicare le voci che spandono menzogne.

Così 31 anni dopo accade serenamente che si possa definire il maxi processo istruito da Falcone e Borsellino come simbolo della “perversione di un sistema giurisdizionale trasfigurato in missione sociale, l’aberrazione dell’azione penale che esporta l’ordine costituzionale e la legalità andando a strascico nel territorio-canaglia”. Lo scrive il “riformista” sito de Linkiesta – mica Libero o Il Giornale – spiegandoci che Falcone ”pur in perfetta buona fede, e pur dedicandovisi al costo della vita ebbe del proprio ruolo un’idea molto discutibile: e della giustizia in generale un concetto missionario in nome del quale magari si è fatto male alla mafia, ma sicuramente non si è fatto bene a quel che si dice lo Stato di diritto”. La narrazione anti-anti-mafiosa è servita.

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Dopo razza ed etnia ci mancava il ceppo. Per Lollobrigida non c’è speranza

Razza l’ha detto, etnia pure. Ora ha sputato fuori anche il ceppo. Il ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, cognato d’Italia lo immaginiamo curvo sul vocabolario a scorrere i sinonimi. Domani lo immaginiamo mentre parla di stirpe italiana, o casato italico, oppure c’è il ceppo (anche se si presta a facili battute). O potrebbe stupirci con la prosapia o la schiatta.

Neppure lo schiaffo assestato da Mattarella ha sortito effetti. Il ministro Lollobrigida ora s’inventa Manzoni padrino del matrimonio

Ciò che conta è non perdere il collegamento carezzevole con quell’idea malsana e un po’ matta del popolo da difendere dalla futuribile sostituzione etnica. Probabilmente è anche abbastanza sconsolato bel vedere che la cognata Giorgia Meloni e l’alleato Matteo Salvini l’hanno lasciato solo in questa quotidiana battaglia di retroguardia.

Di certo sono rimasti addosso alla maggioranza i segni delle cinque dita lasciati dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che in occasione del centocinquantesimo anniversario della morte di Alessandro Manzoni ha dovuto scartare per un attimo dal campo della letteratura e spiegare che “è la persona, in quanto figlia di dio, e non la stirpe, l’appartenenza a un gruppo etnico o a una comunità nazionale, a essere destinataria di diritti universali, di tutela e di protezione. È l’uomo in quanto tale, non solo in quanto appartenente a una nazione, in quanto cittadino, a essere portatore di dignità e di diritti”.

Siamo certi che Mattarella avrebbe voluto ripetere il discorso tenendo il ministro per l’orecchio ma il Presidente in tema di cortesia istituzionale, anche nel redarguire, è sempre stato un maestro. Dopo essere stato sculacciato dal suo Presidente della Repubblica, dopo avere già guadagnato una pessima figura quando si scusò di aver parlato di sostituzione etnica confessando che era “per ignoranza” e non “per razzismo”, un ministro della Repubblica potrebbe ritirarsi di buon ordine. In una Paese normale ci si aspetterebbe che presenti le dimissioni; nel Paese impudico e impunito che siamo ci si aspetterebbe almeno che il ministro rifletta. E invece no.

Lollobrigida decide di rilasciare un’intervista in cui dice “Ma no, io credo che il Presidente Mattarella, se avesse voluto riferirsi a me, avrebbe fatto in modo che lo sapessi prima”. Il cognato d’Italia ha scambiato Mattarella per l’insegnante di sostegno, il tutor dei membri del governo. Forse ha ragione il ministro: Mattarella ha deciso di scrivere quella parte del suo discorso per rispondere a un passante con cui aveva litigato precedentemente dal salumiere. Dice Lollobrigida: “Io ascolto sempre con deferenza le parole del presidente della Repubblica, come quelle del Papa. Non penso che vadano interpretate. Altrimenti rischieremmo di strumentalizzarle”.

Il ministro non ha voluto sforzarsi di capire a chi si riferisse Mattarella per non strumentalizzare le sue parole. Lo aiutiamo noi: parlava di lui. Nella sagra delle bestialità si aggiunge Manzoni come padrino della famiglia tradizionale (“C’è stato un autore italiano, come colui che ha scritto i Promessi sposi, che più ha trasmesso il concetto di matrimonio e dunque di famiglia”, chiede Lollobrigida) e cultore del “Dio, patria, famiglia”: “L’Italia, per Manzoni, è ‘una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor’. C’era un forte contenuto patriottico nelle sue opere”, ci spiega Lollobrigida che conclude: “Io so solo che mi sono stufato di precisare in continuazione. Anzi, ho proprio rinunciato”. Meglio così, ministro. Ci rinunci.

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Il giorno nero dell’antimafia

Il primo record di cui avremmo volentieri fatto a meno è la presidenza della Commissione antimafia un nome sgradito ai familiari delle vittime di mafia. Le perplessità legate alla fedelissima di Giorgia Meloni sono state, fin dall’inizio, legate alla sua inesperienza sul tema in un Paese in cui di professionalità antimaf ce ne sono moltissime. Poi è arrivata la famosa puntata di Report (che non a caso qualcuno vorrebbe chiudere) sulla presunta vicinanza tra Colosimo e Luigi Ciavardini , l’ex estremista nero dei Nar, condannato a 30 anni per la strage di Bologna. Dalle parti di Fratelli d’Italia avevano spiegato che la foto che ritraeva Ciavardini e Colosimo fosse legata a una serie di eventi di associazioni che si occupano di carcere. Nella maggioranza non hanno trovato un altro nome in grado di rassicurare i familiari delle vittime.

M5s, Pd e Avs hanno fatto muro all’elezione di Colosimo alla presidenza. Poi sono tornati in Aula per leggere vicepresidenti e segretari. Accade così che come vice della probabile peggiore presidente della Commissione antimafia nella storia d’Italia ci sia l’ex procuratore nazionale antimafia Cafiero De Raho, ora deputato del Movimento 5 Stelle. A chi ha sottolineato il controsenso di contestare la presidente per poi farne da vice l’ex magistrato Roberto Scarpinato (senatore M5S) spiega che dovevano «avere uno spazio all’interno dell’Ufficio di presidenza per fare le nostre proposte». Vedremo l’evolversi di questo inizio nefasto. De Raho stamattina spiega che nel suo ruolo vigilerà sui processi sulle stragi. Colosimo intervistata da Libero attacca già la minoranza. Ci sono già tutti gli elementi per l’inopportuno errore politico dell’opposizione.

Ieri, durante la commemorazione per la morte del giudice Giovanni Falcone, alcuni poliziotti hanno bastonato il popolo di Palermo in corteo con la Cgil e altre sigle. In città l’ultimo episodio in cui si usò la forza contro i cittadini palermitani per questioni di mafia e di antimafia risale ai tempi del funerale di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti di scorta. Non proprio un bel presagio. I politici da difendere in questo caso sono il sindaco di Palermo Roberto Lagalla e il presidente della Sicilia Renato Schifani, eletti anche con la spinta elettorale di due condannati per mafia come Marcello Dell’Utri e Totò Cuffaro. 31 anni dopo anche i cognomi sono gli stessi.

È la cronaca cruda di una giornata nera anche nei simboli.

Buon mercoledì.

 

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C’era una volta Prima gli italiani. L’alluvione spazza via l’ultimo slogan delle destre

L’hanno ripetuto allo sfinimento “prima gli italiani”. “Prima gli italiani” era il mantra inserito in qualsiasi discussione per evidenziare la presunta incapacità dei loro avversari politici. Bisognava aiutare una popolazione in difficoltà o bisognava accogliere dei rifugiati? “Prima gli italiani”, urlavano a squarciagola. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni – in buona compagnia del suo alleato Salvini – era pronta a perlustrare i cassonetti della cronaca nera pur di dimostrare che si spendevano soldi per “aiutare gli stranieri mentre gli italiani di casa nostra sono indigenti e i terremotati sono ancora nelle tende”.

Sulle armi all’Ucraina imposte dalla Nato il Governo non bada a spese. Ma per gli sfollati dell’alluvione c’è solo un terzo del necessario

Il benaltrismo funziona, ma solo se si è all’opposizione. Per questo con l’Italia travolta dal fango e con migliaia di sfollati che non riescono a trovare la speranza per dirsi che ce la faranno a ripartire ora quel “prima gli italiani!” ha l’effetto di un boomerang. I romagnoli con la faccia che lacrima terra e pioggia sono l’esempio perfetto delle difficoltà su cui questa destra ha costruito il suo impero di consenso. Se al governo al posto di Matteo e Giorgia ci fosse stato chiunque altro i social vomiterebbero ogni secondo la lista della spesa da sbattere in faccia con l’accusa di mancanza di amore della Patria. Farla ora è facilissimo.

Il decreto del Consiglio dei ministri per l’alluvione è un compitino senza nessuno slancio. Lo sa benissimo Giorgia Meloni che infatti manda in avanscoperta a chiarire che “i risarcimenti per tutto quello che stiamo vedendo ovviamente non si esauriranno con il decreto di oggi. Ci saranno le stime, le quantificazioni, ci sono le strade da ripristinare. Adesso siamo ai primi provvedimenti che riguardano i mutui, i pagamenti da bloccare, le cose che purtroppo conosciamo in queste occasioni che non sono uniche nella storia del Paese”.

Prendere tempo è la strategia, la solita. Non si può non notare però che questo Consiglio dei ministri sia arrivato tardi perché – dicevano – serviva il tempo per riuscire a fare qualcosa di speciale. Di speciale non c’è nulla. Si parte dal nome del decreto, perché i nomi sono importanti: “decreto alluvioni”. L’importante è evitare qualsiasi possibilità di collegamento con la tragedia in Romagna con la crisi climatica. È un tamponare una diga con i tappi di sughero: la politica del raccontare le alluvioni come un fatto “eccezionale” è il primo enorme errore.

Immersi nella loro propaganda dalle parti del governo temono che prevenire sia un sinonimo di presagire e non vogliono essere uccelli del malaugurio. È sostanzialmente la strategia che avrebbero voluto attuare per il Covid: aspettare che passi. Così il famigerato decreto Alluvioni è una lunga lista di soluzioni emergenziali che servono, eccome, ma che tradiscono la mancanza di qualsiasi disegno politico. “Prima gli italiani!”, dicevano ma ora che sono loro al posto di quelli impallinavano rispondono allo stesso modo: “Non ci sono soldi”.

Il viceministro dell’Economia, Maurizio Leo, ha detto che “il governo sta pensando a risorse provenienti da lotterie aggiuntive e dal ricavato delle aste di auto sequestrate alla criminalità organizzata”. Ricostruire una regione in ginocchio con i soldi delle lotterie e con i soldi (che da sempre non si riescono a ottenere) dalle aste di auto rende perfettamente l’idea del navigare a vista senza una traiettoria. “Complessivamente questo primo provvedimento prevede uno stanziamento di oltre 2 miliardi di euro per le zone colpite”, dice la presidente Giorgia Meloni. 2 miliardi di euro nel bilancio dello Stato, cari populisti sovranisti, sono briciole.

Si potrebbe a questo punto stendere un editoriale facile come quelli che appaiono nei quotidiani megafoni di questo potere. Due miliardi di euro sono 1/7 dei costi per il trasognato Ponte sullo Stretto che state regalando a Salvini per farlo giocare a fare il ministro. Due miliardi di euro sono meno di un decimo rispetto a ai 26,5 miliardi stimati di spesa militare per accontentare il ministro della Difesa Guido Crosetto. Compriamo elicotteri con i soldi che basterebbero per rimettere in piedi tutti gli agricoltori, tutti i cittadini, tutte le strutture pubbliche delle prossime 15 alluvioni.

“Prima gli italiani” diventa un “prima i nostri italiani”: persino Stefano Bonaccini rimane in bilico come commissario per l’emergenza, quando da sempre il presidente di Regione è stato il nome indicato. “Prima gli italiani”, urlavate, e ora per non regala uno spicchio di visibilità a quello che voi considerate un avversario (anche con gli stivali pieni di fango) siete pronti a pensare “prima ai vostri amici di partito”.

Siete così preoccupati degli italiani sfollati che avete trovato il tempo di inserire nel decreto anche una bella norma per i rigassificatori: una semplificazione della “disciplina in materia di realizzazione di nuova capacità di rigassificazione nazionale e si qualificano come opere di pubblica utilità, indifferibili e urgenti, quelle a ciò finalizzate mediante unità galleggianti di stoccaggio e rigassificazione“, come riferisce il comunicato di Palazzo Chigi. “Prima gli italiani”, urlavate e invece questo governo è smascherato: gli italiani sono lì a sperare nei riavi del Superenalotto per ricomprarsi la casa.

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La destra accelera sul reato di maternità surrogata

Un’ossessione. Sulla regolarizzazione della maternità secondo i canoni dall’amore tradizionale il governo accelera e si inventa la gestazione per altri (dispregiativamente chiamata “maternità surrogata”) come “reato universale”. La proposta di legge a prima firma di Carolina Varchi (Fratelli d’Italia) che ne è anche relatrice dovrebbe arrivare in Aula i primi di giugno. La pdl è in Commissione Giustizia Montecitorio.

La proposta di legge, a prima firma di Carolina Varchi (FdI), punta a introdurre il reato universale di maternità surrogata

“L’arrivo in Aula alla Camera sarà calendarizzato per giugno, sto lavorando per questo” conferma Varchi. Tra gli emendamenti c’è anche quello di Forza Italia che prevede il carcere da uno a tre anni e una multa da 600mila a un milione di euro per chi, all’estero “in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità”. L’emendamento è firmato da Tommaso Antonino Calderone.

“Si userà tutto il tempo e i modi possibili per fermare questo obbrobrio”, attacca Riccardo Magi, segretario di +Europa, rispondendo a chi gli chiede se le opposizioni stiano valutando di fare ostruzionismo sul reato universale di maternità surrogata in discussione in commissione. “Più che fare ostruzionismo – dice – si tratta comunque di fare emergere quanto l’idea di istituire un reato universale per la Gpa sia una bestemmia da un punto di vista del diritto, non solo senza fondamento giuridico ma espressione di una impostazione ideologica che in ultima istanza colpirebbe le bambine e i bambini”.

Il Centrosinistra parla di legge inutile con cui si punta a distogliere l’attenzione dai grandi problemi del Paese

Il dibattito si è acceso lo scorso dicembre quando la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di due papà il cui figlio era nato in Canada. Nel verdetto si legge che solo il padre che ha donato il seme può essere trascritto all’anagrafe come genitore. A cascata la decisione – cavalcata dal Governo – ha attivato gli uffici dell’anagrafe per non trascrivere il genitore non biologico. “In Italia la maternità surrogata è già vietata dalla legge sia per le coppie etero che per quelle gay. La propaganda della destra è solo una fake news”, ricorda il deputato dem e responsabile diritti della segreteria nazionale del Pd Alessandro Zan – che parla di un “tentativo in puro stile Orbán di discriminare i bambini, con lo scopo di criminalizzare i genitori dello stesso sesso”.

Ma sul tema i partiti si dividono. Mara Carfagna e Elena Bonetti (rispettivamente di Azione e Italia Viva) sono sostanzialmente d’accordo con il Governo ma anche la capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra alla Camera Luana Zanella si dice “totalmente contraria alla pratica della gpa”, anche se, dice “trovo propagandistico il progetto di legge che ne vuole fare un reato universale”: “laddove esiste un ostacolo insormontabile alla maternità o alla paternità è giunto il momento di trovare una soluzione in un sistema di adozioni che consenta ai single e alle coppie etero, lesbiche e omosessuali di poter accedere in tempi adeguati, sicuramente non biblici”, spiega Zanella. “L’adozione è un percorso bellissimo e giusto ma le procedure vanno snellite e lo dico da persona consapevole”, dice Patrizia Marrocco, deputata di Forza Italia, che invita a “sveltire le procedure”.

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Il silenzio che uccide

Letteralmente è il silenzio che ha ucciso le 43 persone a Genova sul ponte Morandi. Se dice il vero il più potente manager della famiglia Benetton, Gianni Mion, è accaduto che durante una riunione nel 2010 qualcuno abbia deliberatamente deciso di tacere: “Ci fu un incontro sul Ponte Morandi che io ricordo come memorabile. – dice Mion di fronte al pm Massimo Terrile – Una riunione di alto livello in cui si parlò di quel difetto originario di progettazione. I tecnici ci dissero che quel problema creava perplessità sul fatto che il ponte potesse ‘stare su’. Chiesi se qualche ente esterno ne avesse attestato la sicurezza, e il direttore generale Riccardo Mollo mi rispose che la sicurezza del ponte ‘ce la autocertificavamo’. Questa risposta sembrava assurda solo a me, perché constatavo invece che, a tutti gli altri partecipanti, compreso Castellucci, pareva tutto normale, sembrava che nessuno si preoccupasse o avesse dubbi di alcun genere. La cosa mi lasciò allibito e sconvolto, anzi più esattamente terrorizzato. Mi sentivo tutt’altro che tranquillo, non mi fidavo, non condividevo il metodo, pensavo bisognasse coinvolgere il ministero, e anche per questo nel 2013 decisi di lasciare l’incarico nel Cda di Atlantia”.

Una colpa che si trascina anche dopo il crollo: “Ricordo che telefonai a Castellucci, tre giorni dopo il crollo – spiega Mion al magistrato – chiedendogli esplicitamente di chiedere scusa, di stanziare una grossa cifra per i primi risarcimenti e dimettersi. Lui non fece niente del genere e, su questo, trovò l’appoggio iniziale della proprietà che, per me, non si era resa conto dell’entità della tragedia e degli effetti devastanti che produceva sull’immagine loro e delle loro imprese: la reputazione dei Benetton, mi confermò la sondaggista Ghisleri, era morta e sepolta”.

Le parole di Mion smontano in toto la tesi difensiva su cui puntano Autostrade per l’Italia e gli imputati per i 43 morti di Genova, a cominciare dall’ex amministratore delegato, Giovanni Castellucci. Autostrade ripete che il crollo del ponte sia dovuto a un vizio che definiscono “occulto”. Ora non resta che vedere cosa accadrà nel processo. A proposito del processo: secondo il pm, proseguendo con questo ritmo si dovrebbe finire a dicembre del 2025. A febbraio 2026 arriverebbero le prime prescrizioni.

Buon martedì.

Nella foto: frame di un video che riprende il crollo del ponte Morandi (LiguriaOggi redazione)

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