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Zelensky batte cassa ai leader Ue

Dopo Italia, Germania e Francia continua il tour del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. L’altro ieri con il presidente francese Emmanuel Macron, Zelensky ha incassato la promessa francese di continuare “a fornire sostegno politico, finanziario, umanitario e militare agli ucraini finché sarà necessario. “Nelle prossime settimane, – scrive Macron su Twitter – quindi, addestreremo ed equipaggeremo diversi battaglioni ucraini con decine di veicoli blindati e carri armati leggeri”.

Da Kiev shopping armato senza freni. Dopo il No al cessate il fuoco del Papa il leader ucraino Zelensky vuole pure i caccia

Il Regno Unito invierà invece centinaia di nuovi droni d’attacco a lungo raggio con una portata di oltre 200 chilometri. Lo ha dichiarato il governo britannico dopo che Zelensky ieri è atterrato a Londra per un incontro con il primo ministro Rishi Sunak.

Il premier britannico ha affermato che l’incontro arriva in un “momento cruciale nella resistenza dell’Ucraina e che il Regno Unito donerà “centinaia di altri missili di difesa aerea e ulteriori sistemi aerei senza pilota, tra cui droni d’attacco a lungo raggio” che sosterranno l’Ucraina mentre si prepara a intensificare la sua resistenza all’invasione russa in corso. Il presidente ucraina annuncia con la Gran Bretagna anche “una coalizione di jet”: “credo che a breve sentirete alcune decisioni molto importanti, ma dobbiamo lavorarci un po’ di più”, ha detto il leader ucraino subito dopo l’incontro a Chequers con Sunak.

Passa qualche ora e un portavoce del premier Rishi Sunak, citato da SkyNews, aggiusta il tiro: “Saprete che la Raf non li usa”, ha spiegato ai giornalisti, alludendo all’uso di Typhoon e F-35 da parte delle forze britanniche. “Ovviamente, credo, stanno trattando con altri paesi che usano gli F-16, e noi lavoriamo con quei paesi”.

Mosca risponde a stretto giro: la fornitura di missili da crociera Storm Shadow dalla Gran Bretagna all’Ucraina “non può avere effetti fondamentali” sul conflitto in corso, ma porterà solo a “ulteriori devastazioni”, dice il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov citato dalle agenzie russe. Sempre sul campo internazionale Zelensky spinge per velocizzare l’ingresso del suo Paese nella Nato.

“È tempo di rimuovere la più grande incertezza sulla sicurezza in Europa, ovvero approvare una decisione politica positiva sull’adesione alla Nato”: ha detto il presidente ucraino in un discorso video al vertice sulla democrazia di Copenaghen. “Vale la pena farlo già al vertice di luglio. Questo sarà un segnale tempestivo”, ha affermato Zelensky.

Secondo il Washington Post però fra i paesi membri della Nato c’è un “consenso” sul fatto che non ci sarà alcun invito formale all’Ucraina per l’adesione all’alleanza al prossimo vertice dell’11 e 12 luglio. Anche per quanto riguarda l’adesione all’Ue la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, con il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, ha spiegato che “resta ancora del lavoro da fare. Alcuni passi, dei sette previsti, sono stati già fatti – ha detto von der Leyen – ma altri sono ancora in corso.

Von der Leyen ha ricordato che “a giugno la Commissione presenterà un rapporto orale, intermedio, sui progressi dell’Ucraina e a ottobre sarà invece presentato il rapporto completo” sulla base del quale si esprimeranno gli Stati per decidere l’eventuale avvio dei negoziati.

Per Bergoglio lo stop al conflitto non è una resa a Putin ma i fautori della deriva bellica fingono di non capire

Nonostante le dichiarazioni è gelo invece tra Ucraina e Vaticano. Il consigliere presidenziale ucraino Mykhailo Podolyak ha invitato il Papa “a sposare il piano di pace ucraino”. Anche gli appassionati belligeranti di casa nostra friggono per il piano del Vaticano. Resta quindi sospesa la solita domanda: ma se Bergoglio non sta lavorando per “la resa dell’Ucraina” ma per la fine delle ostilità, a chi da fastidio che possa finire questa guerra

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Fabio Fazio lascia la Rai. O viene cacciato. Ormai si gioca sul filo delle parole

Fabio Fazio lascia la Rai. O viene cacciato. Ora si giocherà sul filo delle parole. Dalle parti del governo avranno vita facile nel dire che “era semplicemente in scadenza di contratto”. Come osserva Carlo Verdelli “Una libera scelta Sì. L’avrebbe fatta se i vertici Rai avessero firmato il contratto di tre anni già pronto da mesi? No. E perché non l’hanno firmato? Per rendere obbligata la libera scelta”.

Come al solito Matteo Salvini nella sua infantilità non è riuscito a trattenersi e e se l’è fatta nei pantaloni: “Belli ciao”, ha scritto riferendosi a Fazio e a Luciana Littizzetto. Del resto proprio Fazio in un’intervista aveva parlato degli attacchi ricevuti da Salvini e dai silenzi Rai. All’epoca erano 123, come raccontava lui stesso, sottolineando di averli contati: “Se vieni attaccato dal capo del Viminale, hai una vita normale e due figli da portare a scuola, non sai mai chi sono i seguaci del ministro…”.

Fabio Fazio lascia la Rai. O viene cacciato. Ormai si gioca sul filo delle parole

“Essere stronzi è dono di pochi, farlo apposta è roba da idioti (cit.)”, ha commentato il dem Matteo Orfini. Le critiche arrivano soprattutto per il ruolo che Salvini ricopre: “Non spetta a me difendere la professionalità di Fabio Fazio. E non ci vuole un genio per capire che il suo addio alla Rai rappresenta un danno per l’azienda e il servizio pubblico. L’arroganza, l’ottusità e il rancore possono far parlare così.

Ma un Ministro non può parlare così”, osserva Peppe Provenzano, responsabile Esteri del Pd. E la senatrice Simona Malpezzi rilancia: “Non c’è che dire: che classe,
che stile. Matteo Salvini non perde occasione per farsi riconoscere. Mai all’altezza del ruolo che ricopre. Mai”. Ne “Il fascismo eterno” Umberto Eco scriveva: “Avendo perduto il loro potere di delega, i cittadini non agiscono, sono solo chiamati pars pro toto, a giocare il ruolo del popolo. Il popolo è così solo una finzione teatrale. Per avere un buon esempio di populismo qualitativo, non abbiamo più bisogno di Piazza Venezia o dello stadio di Norimberga. Nel nostro futuro si profila un populismo qualitativo Tv o Internet, in cui la risposta emotiva di un gruppo selezionato di cittadini può venire presentata e accettata come la “voce del popolo”.

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Caso Rovelli: peggio c’è solo l’autocensura. Che c’è

Nel giro di qualche ora è accaduto di tutto. Tutto è molto peggio di quanto si potesse immaginare nella più funesta delle ipotesi.

Il fisico Carlo Rovelli rende pubblica la mail con cui viene sollevato dall’invito di rappresentare l’Italia all’inaugurazione della Buchmesse di Francoforte. Il commissario del governo nonché presidente dell’Associazione italiana editori Riccardo Franco Levi nella sua mail fa riferimento alle parole pronunciate da Carlo Rovelli sul palco del primo maggio, quando si è permesso di dire pubblicamente ciò che tutti dovrebbero sapere ovvero che il ministro della Difesa Guido Crosetto era un signore delle armi prima di diventare ministro delle armi (lui stesso aveva ritenuto inopportuna una sua eventuale nomina a ministro in quel ruolo).

Le reazioni alla notizia sono la fotografia di un tempo cupo, confuso e di poco sapere. Qualcuno dice che giustamente Rovelli è stato escluso perché “amico di Putin”. C’è anche un certo giornalista, una firma celebre del giornale che piace alla gente che piace, che definisce Rovelli fiancheggiatore di Putin. È normale: come in tutte le guerre anche su quella innescata dalla assassina invasione russa si buttano gli amatori degli armatori. C’è chi dice che Rovelli dovrebbe parlare “solo di buchi neri”. Sono gli stessi che grazie alla guerra hanno guadagnato un po’ di visibilità e ora discettano di geopolitica, di politica, di cultura, di costume e commentano i commentatori. Anche questo l’abbiamo già visto: la pandemia ha vomitato mostri onniscienti. Poi, per fortuna, spariscono.

Torniamo alle reazioni che ci interessano. L’Aie (Associazione italiana editori) ha sconfessato il suo presidente Franco Levi. Tra gli editori qualcuno (troppi pochi) ha preso posizione. Soprattutto il ministro Crosetto ha riferito di non avere esercitato alcuna pressione. Quindi chi ha spinto Levi a questa scelta Lo spiega lui stesso in un’intervista al Corriere della Sera in cui dice di avere scelto “da solo” e di averci ripensato. Rovelli ci sarà.

Niente censura quindi? No, peggio: autocensura. L’interprete di un ruolo di punta dell’editoria italiana – il luogo dello smottamento per vocazione – ha deciso di cancellare l’intervento di una delle penne di punta della cultura italiana per “stare tranquillo”. Un gesto che è una medaglia per un governo che sogna di censurare senza proferire verbo. A questo punto la domanda è semplice: chi non è all’altezza del ruolo, provocando dannose polemiche?

Buon lunedì.

Nella foto: frame del video dell’intervento di Carlo Rovelli al concerto del primo maggio a Roma

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Uccisi per lo sciopero della fame. Ignorati gli altri Cospito d’Italia

“Mentre molta doverosa attenzione è stata riservata allo sciopero della fame nel caso di una persona detenuta al 41-bis, con interrogativi che hanno anche coinvolto il mondo della cultura e l’opinione pubblica, oltre che le Istituzioni, nella Casa di reclusione di Augusta il silenzio ha circondato il decesso di due persone detenute avvenuto a distanza di pochi giorni, ambedue in sciopero della fame rispettivamente una da 60 giorni e l’altra da 41 giorni”, ha commentato così Mauro Palma, il Garante nazionale delle persone detenute e private della libertà, la notizia della morte di due detenuti, avvenuta a pochi giorni di distanza l’una dall’altra, nel carcere di Brucoli.

Sciopero della fame nel carcere di Augusta. Due ergastolani si sono lasciati morire di stenti. Ma le loro storie non fanno notizia e a nessuno importa

In due settimane i detenuti sono morti in ospedale per gli effetti del loro sciopero della fame. Liborio Davide Zerba, 45enne di Gela, stava scontando l’ergastolo ed era in sciopero della fame da 41 giorni. Victor Pereshchako, cittadino russo, era stato condannato all’ergastolo e dal 2018 chiedeva l’estradizione per poter scontare la pena nel suo paese. È morto dopo 60 giorni di sciopero della fame. Su entrambi i decessi indaga “contro ignoti” la procura di Siracusa. La notizia, diffusa dal sindacato di Polizia penitenziaria (Sippe), il Garante nazionale dei detenuti che sul punto “richiama l’attenzione pubblica sulla necessità della completa informazione che deve fluire dagli Istituti penitenziari all’Amministrazione regionale e centrale affinché le situazioni problematiche possano essere affrontate con l’assoluta attenzione che richiedono”.

ll Garante nazionale nel suo comunicato “non intende assolutamente sollevare problemi relativi all’assistenza che queste persone possono avere avuto nell’Istituto e all’adempimento dei protocolli che sono previsti in simili casi. Intende però richiamare – conclude la nota – la necessità di quella trasparenza comunicativa che, oltre a essere doverosa per la collettività, può anche aiutare a trovare soluzioni in situazioni difficili perché non si giunga a tali inaccettabili esiti”. Il senatore Antonio Nicita (Pd) ha presentato una interrogazione al Governo. Chiede di conoscere quali misure urgenti il Ministro competente intenda adottare “per intervenire su una situazione di evidente crisi che era già stata, peraltro, segnalata dal senatore Nicita e da altri colleghi in una interrogazione nei mesi scorsi”.

A quell’interrogazione il Governo aveva risposto solo sul piano delle risorse umane addizionali che dovrebbero essere garantite in un prossimo futuro e non anche sul piano dell’assistenza sanitaria e psicologica. “I nuovi gravissimi fatti rendono del tutto insoddisfacente l’attenzione che il Governo finora ha riposto sulla vicenda. Seguiranno nuove ispezioni”, spiega il senatore Nicita. Nel 2022, 84 persone si sono uccise in carcere. È il numero più alto dal 2000, quando si è cominciato a registrare questo dato. Tredici suicidi ogni 10 mila persone detenute.

A differenza del caso Cospito questi muoiono nell’indifferenza generale, non scaldano le opinioni della stampa e della politica, non muovono solidarietà al di fuori delle associazioni che nelle carceri e con le carceri faticosamente lavorano da anni. Troppo facile capirne le motivazioni: il carcere sale alla ribalta solo quando è utile allo scontro politico. Sulla pelle dei carcerati si giocano dispute che non hanno nulla a che vedere con le detenzioni e con le persone detenute. Così nel Paese che si è accapigliato su Cospito si può morire meritando solo qualche riga senza provocare nemmeno un’alzata di ciglio.

 

 

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Stati generali della natalità. Nel vuoto di Giorgia tocca al Papa fare lo statista

La fotografia dell’evento potrebbe essere il panel “la natalità produce ricchezza” che si è tenuto nel pomeriggio: Nicola Lanzetta (direttore Italia, Enel), Fabrizio Gavelli (presidente e amministratore delegato Danone), Bernardo Mattarella (Ad Invitalia), Giacomo Campora (Ad Allianz), Matteo Del Fante (Ad Poste italiane), Salvatore Rossi (presidente Tim), Dario Scannapieco (Ad e direttore generale Cassa Depositi e Prestiti) e il ministro delle Imprese e Made In Italy Adolfo Urso che discutono del far figli. Otto uomini, nessuna donna.

Ieri l’ultima giornata degli Stati generali della natalità con Papa Francesco e il premier Meloni uguali nel bianco dell’abito ma distanti nelle prese di posizione

Gli Stati generali della natalità ieri hanno aperto l’ultima giornata con Papa Francesco e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, uguali nel bianco dell’abito ma distanti nelle prese di posizione. Mentre il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte e la segretaria del Partito democratico Elly Schlein hanno scelto un profilo basso nei loro interventi l’altro ieri (consapevoli della retorica patriarcale dell’evento), il discorso di Meloni è la solita ridondanza contro quella che per lei viene considerata la “cultura dominante” degli ultimi anni.

“Vogliamo restituire agli italiani una nazione nella quale esser padri non sia fuori moda”, dice Meloni. Sempre affamata di nemici la presidente del Consiglio punta il dito contro la maternità surrogata: “Vogliamo – dice – una nazione in cui non sia un tabù dire che la maternità non è in vendita e gli uteri non si affittano, che i figli non sono prodotto da banco che puoi scegliere e restituire se non ti piacciono”.

Tocca all’associazione Luca Coscioni ricordare che “dal 2014 sono nati circa 12mila bambini proprio grazie alla tecnica di fecondazione eterologa che ora il suo Governo vuole demolire”: “in nome della natalità e della patria – incalza il tesoriere Marco Cappato – il Governo criminalizza chi vuole concepire un figlio, ma non può farlo con metodi naturali”.

Al fianco di Meloni ha preso parola anche Papa Francesco. “Forse mai come in questo tempo, tra guerre, pandemie, spostamenti di massa e crisi climatiche, il futuro pare incerto», ha detto il pontefice. “E in questo contesto di incertezza e fragilità – prosegue – le giovani generazioni sperimentano più di tutti una sensazione di precarietà, per cui il domani sembra una montagna impossibile da scalare. Difficoltà a trovare un lavoro stabile, difficoltà a mantenerlo, case dal costo proibitivo, affitti alle stelle e salari insufficienti sono problemi reali”.

Nel suo discorso Bergoglio interpella la politica per promuovere interventi che vadano invece a favorire la natalità ma non rinuncia a sculacciare il governo Meloni in tema di accoglienza dei migranti. “La natalità, così come l’accoglienza, che non vanno mai contrapposte perché sono due facce della stessa medaglia, ci rivelano quanta felicità c’è nella società”, dice il pontefice. “Una comunità felice sviluppa naturalmente i desideri di generare e di integrare, di accogliere, mentre una società infelice si riduce a una somma di individui che cercano di difendere a tutti i costi quello che hanno”. Tra i due è il Papa a sembrare il presidente del Consiglio.

Francesca Fiore e Sarah Malnerich (che di maternità si occupano con il loro attivismo) intanto lanciano l’allarme, al di là dei motti “Dio, patria e famiglia”: “Siamo scese in piazza – spiegano per un anno per chiedere espressamente più fondi per i servizi per l’infanzia, abbiamo ottenuto 4,6 miliardi. Per arrivare non a una quota 100 sui nidi, ma almeno al 33% di offerta, come chiede l’Europa. Il Pnrr si impantana proprio sul piano nidi e valutano di ridurre proprio quello”. La realtà oltre la propaganda, appunto.

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Tende, toh il governo ascolta i «viziati» e silenzia i parrucconi

Riassunto della settimana. A Milano una studentessa 23enne, Ilaria Lamera, decide di piantare una tenda in piazza Leonardo Da Vinci, davanti al Politecnico, contro il caro affitti per gli studenti fuori sede. Niente di nuovo sotto al sole, al di là della tenda. Lo sfruttamento del bacino universitario è una storia antica in questo Paese. Ma quello che ci interessano qui sono le modalità. Occhio. Ilaria Camera comincia a essere raccontata dalla stampa, prima quella locale e poi quella nazionale. Il problema che pone è antico ma le modalità sono perfette per una foto in pagina o per un video sul sito.

In Italia l’unico welfare a disposizione degli universitari è la famiglia

Poiché le criticità sollevate sono condivise accade che in tutta Italia, con forme diverse, altri studenti concorrano alla protesta. Anche questo è normale: se qualcuno, uno qualsiasi, riesce a portare alla ribalta nazionale delle difficoltà diffuse inevitabilmente gli altri si sentono parte di una protesta che li rappresenta. Il problema è reale: dopo la pandemia a Milano il costo medio per una stanza ha raggiunto gli 810 euro al mese. In Italia studiare in un’Università di una provincia diversa da quella di residenza è concesso a circa 600 mila studenti, circa un terzo del totale mentre la media europea è di due terzi. Con circa 50 mila alloggi pubblici a disposizione la stragrande maggioranza è costretta a rivolgersi al privato. Le locazioni private si sono impennate. L’unico welfare a disposizione sono i soldi della famiglia. È un tema enorme, che ha a che fare con il diritto allo studio e con la Costituzione. Accade però che quando altri studenti di tutta Italia si accodano alla protesta i cosiddetti “adulti”, anche quelli che stanno al governo, parlano di semplice spirito di emulazione.

Tende, toh il governo ascolta i «viziati» e silenzia i parrucconi
Tende alla Sapienza (da Instagram).

Sfottere la protesta dei giovani è segno distintivo del branco ‘adulto’

Qui si arriva al capitolo di questa brutta storia, quello che ci interessa. Dove una volta era tutto giovanilismo (con presidenti del Consiglio e dirigenti di partito con abiti e atteggiamenti adolescenziali) ora c’è solo paternalismo. Il paternalismo peggiore, quello stupido e tossico che fa di tutto per sminuire i lamenti e per delegittimare i loro portavoce. Da una studentessa che pianta una tenda per simboleggiare un problema si passa alle spassionate analisi sulla gioventù italiana sciorinate nei giornali e nelle televisioni. Il punto di vista ovviamente è sempre lo stesso: privilegiati sconnessi dalla realtà che raccontano di “com’era una volta” dall’alto di posizioni e di garanzie impensabili per queste generazioni. «Se non avete i soldi per vivere a Milano restate a casa vostra o andate a lavorare», berciano affamati i tuttologi dell’Internet. Sfottere la protesta è il segno distintivo del branco: se sfotti i giovani significa che sei entrato nel mondo degli adulti e competenti che serrano le fila. Sale in cattedra a impartire lezioni di merito Andrea Ruggieri, ex parlamentare, nipote di Bruno Vespa, direttore de Il Riformista a spiegarci che questi ragazzi sono solo «viziati» e che quando era giovane lui sì che si faticava.

Il ministro Valditara ha presentato un piano di semplificazione in 20 punti per rendere la scuola più accessibile.
La ministra dell’Università Annamaria Bernini e il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara (Getty Images).

In tv si arriva persino a infantilizzare la protesta con conduttrici con interviste in tenda

Il controcanto del ministro Valditara che, incapace come spesso gli accade di trovare soluzioni, si preoccupa di distribuire le colpe: colpa dei sindaci di sinistra, dice. La sparata è talmente grossa che fa inorridire anche i suoi alleati. Perbenismo, paternalismo, miopia, privilegi rivenduti come merito: gli ingredienti di gente che s’azzuffa su temi serissimi solo per raccontarsi. S’atteggiano a liberali ma sono solo parrucconi conservatori che temono le nuove generazioni per la paura di perdere le proprie posizioni di rendita. Nel frattempo in televisione è tutto un piantar tende, ovviamente per infantilizzare la protesta. Conduttrici che intervistano ospiti in tenda nel disperato tentativo di far credere agli studenti di essere dalla loro parte. «Sono in tenda anch’io! Vedete come vi capisco!». Un circo che in tutta la settimana raccoglie politici e opinionisti che risultano alieni.

Tende, toh il governo ascolta i «viziati» e silenzia i parrucconi
Myrta Merlino all’Aria che tira.

L’esecutivo sblocca 660 milioni di euro per gli alloggi: gli studenti vilipesi hanno colpito nel segno

Poi, a fine settimana, accade qualcosa. Il governo annuncia lo sblocco di 660 milioni di euro per gli alloggi universitari. L’esecutivo dice: la protesta è giusta, il problema esiste, ci mettiamo i soldi che servono per provare a ragionare. Gli studenti vilipesi e le loro tende hanno colpito nel segno. Dopo giorni di delegittimazioni vengono legittimati dal governo. Imbarazzo totale tra i sostenitori di Meloni e compagnia. Non avevano capito gli ordini di scuderia, erano convinti che bisognasse silenziare la protesta con i soliti metodi. Ora che la protesta è accolta quelli con la credibilità piantata in mezzo alla strada sono loro. Non è fantastico?

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Per aiutare le donne basterebbe non farle aspettare due anni per una mammografia

Nel giorno in cui la retorica sulla natalità e sul ruolo delle mamme per la Patria impazza per “Gli stati generali della natalità” i dati irrompono. Due anni per una mammografia di screening, tre mesi per un intervento per tumore all’utero che andava effettuato entro un mese, due mesi per una visita specialistica ginecologica urgente da fissare entro 72 ore, sempre due mesi per una visita di controllo cardiologica da effettuare entro 10 giorni.

Due anni per una mammografia. Mesi d’attesa per interventi urgenti e visite specialistiche. Così il Governo si prende cura delle donne

Sono alcuni esempi di tempi di attesa segnalati dai cittadini che lamentano anche disfunzioni nei servizi di accesso e prenotazione, ad esempio determinati dal mancato rispetto dei codici di priorità, da difficoltà a contattare il Cup, impossibilità a prenotare per liste d’attesa bloccate. Sono alcuni dei dati contenuti nel Rapporto civico sulla salute 2023 di Cittadinanzattiva, presentato ieri a Roma al ministero della Salute.

Nel dettaglio, per le prime visite specialistiche, quelle che hanno una classe B-breve (da svolgersi entro 10 giorni),” i cittadini che ci hanno contattato – riferisce Cittadinanzattiva nel report – hanno atteso anche 60 giorni per la prima visita cardiologica, endocrinologica, oncologica e pneumologica”. Senza codice di priorità si arrivano ad aspettare 360 giorni per una visita endocrinologica e 300 per una cardiologica. E ancora, quanto alle visite specialistiche di controllo, una ginecologica con priorità U (urgente, da effettuare entro 72 ore) è stata fissata dopo 60 giorni dalla richiesta. Per una visita di controllo cardiologica, endocrinologica, fisiatrica con priorità B (da fissare entro 10 giorni), i cittadini di giorni ne hanno aspettati 60.

Per una visita ortopedica, sempre con classe d’urgenza B, ci sono voluti addirittura 90 giorni. Una visita endocrinologica senza classe di priorità è stata fissata dopo 455 giorni, dopo 360 giorni una visita neurologica. Il ‘cahier de doléances’ continua: sono stati segnalati 150 giorni per una mammografia con classe di categoria B breve (da svolgersi entro 10 giorni), e 730 giorni sempre per una mammografia ma con classe di categoria P (programmabile), 365 giorni per una gastroscopia con biopsia in caso di classe non determinata. Per gli interventi chirurgici: per un’operazione per tumore dell’utero che doveva essere effettuata entro 30 giorni (Classe A), la paziente ha atteso 90 giorni, tre volte tanto rispetto ai tempi previsti.

E ancora: per un intervento di protesi d’anca da effettuarsi entro 60 giorni (classe di priorità B), c’è stata un’attesa di 120 giorni, il doppio rispetto al tempo massimo previsto. Terminata la pandemia i cittadini si trovano con una sanità malmessa, nonostante le promesse e i proclami di chi spergiurava di avere imparato la lezione impartita dal Covid: non solo liste di attesa, anche pronto soccorso allo stremo, medici di medicina generale assenti in molte aree non a caso definite ‘deserti sanitari’.

E ancora: il ricorso alla spesa privata aumenta ed è incompatibile con un sistema universalistico, trasformando la salute in ‘privilegio’ per chi può permetterselo economicamente. Così per molti italiani l’attesa si è trasformata in rinuncia alle cure. Il report, alla seconda edizione, integra i dati provenienti dalle 14.272 segnalazioni dei cittadini, giunte nel corso del 2022 alle sedi locali e ai servizi Pit Salute di Cittadinanzattiva, con dati provenienti da fonti istituzionali, accademici o della ricerca. L’obiettivo è mostrare come si traduce oggi il diritto alla salute nel complesso sistema del federalismo sanitario.

Accanto ai mai risolti problemi generali di liste di attesa e accesso alle prestazioni (che raccolgono quasi una segnalazione su tre, 29.6%), i cittadini – dettaglia una nota – denunciano carenze in tutti e tre gli ambiti dell’assistenza sanitaria: quella ospedaliera (15,8%), quella territoriale (14,8) e l’area della prevenzione (15,2%). Al quinto posto la sicurezza delle cure (8,5%). Seguono le segnalazioni su accesso alle informazioni e documentazioni (4,5%), assistenza previdenziale (2,8%), umanizzazione e relazione con operatori sanitari (2,6%), spesa privata e ticket elevati (1,7%) e assistenza protesica e integrativa (1,4%). A crescere rispetto al 2021, sono soprattutto le problematiche che riguardano l’accesso alle prestazioni (+5.8%) e quelle legate all’assistenza in ospedale (+4,4%).

“I dati presentati in questo rapporto, e le storie che le persone raccontano ai nostri attivisti sul territorio, ci mettono nella urgenza di proclamare come cittadini lo stato di emergenza sanitaria e una mobilitazione permanente a difesa del nostro Servizio sanitario nazionale, come annunciamo nel nostro Manifesto e nella petizione su Change”, dichiara Anna Lisa Mandorino, segretaria generale di Cittadinanzattiva.

“Per superare l’urgenza sanità – sostiene ancora Mandorino – chiediamo che siano riaffermate cinque condizioni, cinque chiavi di accesso alla casa comune del Ssn: l’aggiornamento periodico e il monitoraggio costante dei Livelli essenziali di assistenza, che devono essere garantiti ed esigibili su tutto il territorio nazionale; l’eliminazione delle liste di attesa attraverso un investimento sulle risorse umane e tecniche, una migliore programmazione e trasparenza dei vari canali, un impegno concreto delle Regioni per i Piani locali di governo delle liste di attesa; il riconoscimento e l’attuazione del diritto alla sanità digitale per ridurre la burocrazia, comunicare meglio con i professionisti e accedere a prestazioni a distanza”.

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Errare humanum est, perseverare autem Lollobrigida

Ci è ricascato, di nuovo. Il ministro Francesco Lollobrigida, a margine degli “Stati generali della Natalità” torna a parlare di etnia, incurante di averci già fatto una pessima figura: “Credo che sia evidente a tutti che non esiste una razza italiana, è un falso problema quello di immaginare un concetto di questa natura. Esiste però una cultura, un’etnia italiana, che la Treccani definisce ‘raggruppamento linguistico-culturale’, che in questo convegno si tende a tutelare“.

Il ministro insiste con i giornalisti. ”Noi parliamo di cercare di avere una prosecuzione della nostra identità culturale, della quale io sono orgoglioso. Abbiamo un incremento demografico di 75 milioni di persone l’anno – ha aggiunto Lollobrigida – quindi la popolazione del mondo cresce e tanti di quelli che nascono nel mondo vorrebbero venire a vivere in Italia. Allora perché preoccuparsi delle nascite in Italia Se la risposta è di incrementare la natalità è per ragioni legate alla difesa di quella appartenenza a cui molti di noi sono legati – io in particolare con orgoglio – la cultura italiana, il ceppo linguistico, il modo di vivere. Così come credo siano orgogliosi tutti i popoli”.

Ad aprile il ministro aveva detto “le nascite non si incentivano convincendo le persone a passare più tempo a casa perché così si intensificherebbero i rapporti – disse  – Il modo migliore è quello di costruire un welfare che permetta di lavorare e di avere una famiglia e non possiamo arrenderci all’idea della sostituzione etnica, per cui gli italiani fanno meno figli e li sostituiamo con qualcun altro”. Gli avevano fatto notare che si tratta delle stesse teorie dei cospirazionisti di estrema destra autori di stragi negli ultimi anni. Si scusò. Spiegò di avere peccato di ignoranza e non di razzismo.

Ieri ha perseverato nel peccato, qualunque sia.

Buon venerdì.

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Dio, Patria e famiglia. Agli Stati generali la natalità s’è… Destra

Stati generali della natalità. Fino a qualche tempo fa sarebbero sembrati un’assurda accelerazione di un governo estremamente nostalgico e invece è accaduto. Lo spreco della natalità come feticcio in difesa della patria accade a Roma all’Auditorium della Conciliazione per la terza edizione degli Stati generali della natalità, due giorni per discutere di culle vuote e di come riempirle. La brochure si presenta con una domanda quasi apocalittica: “Avete mai immaginato un mondo senza bambini?”. “Senza bambini significa, tanto per fare degli esempi che diano concretezza alla visione, senza la necessità di biberon, di prodotti per l’infanzia”, si legge nel materiale pubblicitario. Verrebbe voglia di sognarlo davvero un Paese così.

Stati generali della natalità. Fino a qualche tempo fa sarebbero sembrati un’assurda accelerazione di un governo estremamente nostalgico e invece è accaduto

Al convegno nazional sono state invitate le più alte cerchie del settore, tipo Lorella Cuccarini e Papa Francesco. Nel secondo giorno di programma sono previsti 12 uomini (Papa incluso) e 3 donne, di cui una è Giorgia Meloni, donna ma tutt’altro che femminista. Un nugolo di uomini che ciancia di maternità è una scena dell’orrore tant’è che Francesca Bubba, attivista femminista anche sulla natalità, ha chiesto all’organizzatore De Palo che senso potesse avere una manifestazione con questi ospiti.

Dice Bubba che De Palo le avrebbe spiegato che Lorella Cuccarini avrebbe quatto figli (quindi sarebbe assolutamente legittimata) e che le influencer non sarebbero state invitate perché avrebbero chiesto un compenso. Bubba ha fatto notare che Lorella Cuccarini ha sì 4 figli ma di certo non può rappresentare le famiglie italiane per la sua posizione di privilegio In effetti aver invitato tutta la destra italiana favorisce di molto la narrazione della maternità come concime della Patria. Ma la manifestazione ha provocato diversi malumori. Le femministe notano il patrocinio del sindaco di Roma Roberto Gualtieri e la presenza di Elly Schlein, che nel femminismo ha un pezzo del suo bacino elettorale.

“Nella presentazione dell’evento, i figli vengono descritti come “un investimento per il Bene Comune”, aggiungendo, poi, che “un figlio è di tutti e per tutti”. Proprio come il nostro utero e la nostra autodeterminazione, per intenderci. In un mix letale tra la ministra Eugenia Roccella (la stessa che parla dell’aborto che “purtroppo” è ancora un diritto), il presidente della Cei Matteo Maria Zuppi e sua santità Lorella Cuccarini, perché “crescerà, forte più di te, questa voglia di vita tra le tue mani”, scrive thePeriodOff, “non sappiamo se gli Stati Generali della Natalità contribuiranno magicamente a riempire i nostri ventri di figli bianchi, cis, eteronormati, borghesi, ma sicuramente ci permetteranno oggi di guardare in faccia alle violente politiche che limitano il diritto di scelta e autodeterminazione a favore del mero finalismo riproduttivo. Quella per la natalità sembra essere una vera e propria ossessione per questo governo. A sentire loro, pare che ci estingueremo nel giro di una settimana. No, non tutta l’umanità, si intenda. Soltanto quella bianca italica, che è l’unica che pare stare a cuore a loro”.

Mentre la giornata di ieri si è svolta secondo i canoni delle donne che dovrebbero risolvere i problemi di denatalità nazionale, come se fosse una loro unica responsabilità, avremmo potuto augurarci che si parlasse anche delle difficoltà di avere un’assistenza medica (ne parliamo nell’articolo qui di fianco) e le altre complesse ragioni che portano le coppie a non avere figli.

“Aiutare le madri, imporre meno tasse a chi ha almeno due figli e colpevolizzare chi non li vuole. Il vecchio approccio adottato dalla maggioranza di centrodestra punta a una maternità predefinita ma non risolve i problemi quotidiani delle famiglie”, scrive Francesca Bubba. Che il welfare sia insufficiente e che le discriminazioni sul lavoro siano un ostacolo non affrontato sembra non interessare a nessuno. Chi non figlia è nemica della patria. Come nei tempi bui della nostra storia.

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Beni confiscati ai clan. La gestione resta scandalosa

Aumentano i beni confiscati alla criminalità organizzata ma lo Stato non riesce a riutilizzarli. Lo ribadisce la Corte dei Conti in una delibera della Sezione centrale di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato, in cui la magistratura contabile ha esaminato le funzioni svolte dall’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata.

Aumentano i beni confiscati alla criminalità organizzata ma lo Stato non riesce a riutilizzarli. A ribadirlo è la Corte dei Conti

Era il 17 marzo 1996 quando veniva pubblicata nella Gazzetta ufficiale la legge 109 con l’intento di rendere finalmente protagonista la società civile nella lotta alle mafie attraverso la possibilità di riappropriarsi di spazi e crearne di nuovi. Le ricchezze accumulate illecitamente dai mafiosi, ad esempio coi soldi del traffico di droga o delle estorsioni, espropriate per diventare proprietà dello Stato e luoghi di cittadinanza attiva dovrebbero essere il simbolo della credibilità e della forza dello Stato contro le mafie.

Per questo occuparsi della gestione e della destinazione di questi beni, tra cui immobili e aziende, è l’Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati alle mafie e alla criminalità organizzata (Anbsc). Già a novembre dell’anno scorso il secondo report nazionale sullo stato della trasparenza dei beni confiscati nelle amministrazioni locali, di Libera promosso in collaborazione con il Gruppo Abele e il Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino evidenziava un problema di trasparenza: su 1073 comuni monitorati destinatari di beni immobili confiscati 681 non pubblicano l’elenco sul loro sito internet.

Zero trasparenza in oltre sei città su dieci

Ciò significa che ben sei comuni su dieci sono inadempienti pari al 63,5 % (erano 62% nel primo report). Il primato negativo in termini assoluti spetta ai comuni del Sud Italia compreso le isole con ben 400 comuni che non pubblicano elenco, segue il Nord Italia con 215 comuni e il Centro con 66 comuni che non pubblicano dati. Non va meglio per gli Enti sovra territoriali: su 10 province e città metropolitane destinatarie di beni confiscati, il 50% non pubblica gli elenchi. Delle 6 regioni, solo 2 (Calabria e Piemonte) adempiono all’obbligo di pubblicazione (il 33,3%).

“Garantire che la filiera del dato sui beni confiscati sia trasparente – spiegava Tatiana Giannone, referente nazionale Beni Confiscati di Libera – vuol dire dare spazio al protagonismo della comunità e della società civile organizzata, che solo conoscendo può progettare e programmare nuovi spazi comuni. Alla conoscenza del patrimonio e del territorio, del resto, è strettamente legata la capacità di utilizzare i fondi pubblici (siano essi di natura europea o di provenienza nazionale) per la valorizzazione dei beni confiscati, nella fase di ristrutturazione e in quella di gestione dell’esperienza di riutilizzi”.

Nel suo documento ora la Corte dei conti ha rilevato che, malgrado le cospicue risorse umane e finanziarie impiegate, il volume delle informazioni raccolte sui beni sequestrati o confiscati non è ancora confluito in un sistema di dati affidabile, completo e pienamente consultabile. Secondo i giudici contabili, inoltre, gli ostacoli maggiori nel destinare a nuovo uso i beni sequestrati alle mafie sono legati, oltreché alla lunghezza dei procedimenti, alla ridotta disponibilità finanziaria dei Comuni e degli enti del terzo settore, che rende difficoltoso l’avvio dei progetti di reimpiego sociale delle strutture sottratte alle organizzazioni criminali, soprattutto nel caso di immobili in cattivo stato manutentivo o soggetti a spese di gestione.

Anche in presenza di adeguate risorse, ha aggiunto la Corte, la scarsa conoscenza della loro esistenza e delle modalità di acquisizione costituiscono significativi elementi di intralcio al riutilizzo sociale dei beni nell’ambito delle politiche di contrasto alle mafie.

Le ulteriori difficoltà nell’elaborare stime affidabili ed attuali sul valore di mercato dei beni e la lunghezza dei tempi necessari alla verifica dei crediti dei terzi in buona fede delineano – ha concluso la magistratura contabile – un panorama complessivo che richiede una rinnovata capacità di concentramento delle energie umane e finanziarie – pur adeguatamente presenti nel sistema – per restituire slancio e credibilità all’azione istituzionale. Mancare l’applicazione di una legge dello Stato a cui è affidato un valore è dannoso due volte.

Al dovere legale di rimettere a disposizione della comunità beni accumulati illegalmente si aggiunge anche il dove morale di liberare queste ricchezze dall’ombra delle criminalità organizzata. Comunicare di averle strappate alle mafie dovrebbe essere un onore, più che un onere, comunicato con la soddisfazione dei giusti. Occuparsi del loro riuso è la vendetta bianca dello Stato. Eppure quella medaglia per qualcuno sembra ancora scomoda.

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