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Antimafia, Bolzoni: “Coi nomi che girano meglio non insediarla”

Attilio Bolzoni, lei ha lanciato una provocazione niente male: aboliamo temporaneamente la Commissione parlamentare antimafia. Ne è convinto?
“Una pausa farebbe bene a tutti. Vogliamo mettere qualcuno? Chi? Dopo 30 anni la strage di Paolo Borsellino che non ha colpevoli, la sentenza è dell’anno scorso. Il più grosso depistaggio nella storia della mafia non ha un colpevole. Vuoi mettere Rita Dalla Chiesa Io trovo veramente bislacca la proposta dell’ex procuratore nazionale antimafia Cafiero De Raho. C’è confusione: un procuratore nazionale antimafia che vuole mettere presidente una rispettabile signora che ha sempre difeso Berlusconi, che da sempre dice che le accuse contro di lui sono fesserie. C’è molto disorientamento in quel mondo. Con personaggi che disorientano e sono disorientati solo guai ci possiamo aspettare”.

Cosa pensa dei nomi circolati per la presidenza
“Della Varchi non posso esprimere un giudizio sulla persona ma so che fa la vicesindaca di Lagalla a Palermo, uno che mai una volta ha detto no all’appoggio di Cuffaro e di Dell’Utri. Della Colosimo non so niente, ma non mi pare una grande esperta nel capire le strategie delle mafie. Qui tutti parlano della mafia 2.0, 3.0, 4.0 e non si sono accorti che la mafia è tornata alle sue origini”.

E allora la Commissione antimafia non potrebbe tornare utile?
“Io ho molto rispetto della Commissione antimafia, quella di La Torre, di Forgione, di Bindi, di Chiaramonte (quando sono arrivato a Roma, non sono andato a Palazzo di Giustizia, mi sono letto la commissione di Chiaramonte che dava uno spaccato impressionante decenni prima dei magistrati). Quando sono ben guidate sono un tesoro. Negli atti della prima e della seconda c’è una miniera di informazioni. Se le sai leggere sono ancora attuali, sono nomi che si rincorrono da sessant’anni”.

Invece adesso?
“Di fronte all’aria che tira oggi è tutto spaventoso. Una confusione. Un disorientamento. Non è solo questione di commissione antimafia. Maria Falcone che se la prende con Lagalla e il giorno dopo ne apprezza le qualità. I presidi siciliani di Libera che invitano Lagalla in vista del 21 marzo. L’ex procuratore antimafia che indica Dalla Chiesa”.

E l’opposizione?
“La politica di destra e di sinistra di mafia non se ne occupa. Nel migliore dei casi ne parla sempre al passato, c’è un conformismo dilagante. Lo vedi dalla cattura di Matteo Messina Denaro: un conformismo da asfissia. Io non sono un dietrologo quindi non credo che ci sia stata una trattativa Stato-mafia”.

Si spieghi meglio…
“Credo ci sia stata una trattativa mafia-mafia perché non c’è magistrato, procuratore e carabiniere che mi spiega quello che ho visto con Messina Denaro: l’arresto morbido e facile di uno ossessionato dalla sua sicurezza e intanto si fa selfie, messaggia con le pazienti, porta le latte d’olio. Stiamo scherzando. In 6 mesi ci hanno raccontato solo del viagra e delle calamite. Se la prendono con il tabaccaio, con il fioraio ma là c’era una caserma dei carabinieri, c’era la polizia. Il luogo brulicava di servizi segreti”.

Lei invece che idea si è fatto?
“Le protezioni sono di tipo verticale, non orizzontale. C’è un clima che non funziona. In Sicilia alla Regione c’è Schifani, Il Pd si dice stupito per l’addio di Chinnici ma si dimentica di averla pescata nella Giunta che fu di Lombardo. In Forza Italia i dirigenti sono sempre gli stessi”.

Ma la consapevolezza degli elettori?
“Credo che rispetto a qualche decennio fa ci sia più consapevolezza ma negli ultimi anni c’è molto conformismo. Non basta dire che la mafia fa schifo. Oggi anche i mafiosi gridano la mafia fa schifo. Lo disse anche Cuffaro quando venne incriminato. C’è il poco sapere. La guerra dello Stato contro la struttura militare cortonese è stata stravinta ma quella mafia cortonese rappresenta una straordinaria e spaventosa parentesi. Pensa che verso gennaio hanno arrestato a Palermo dei mafiosi di Mezzomonreale che dicevano intercettati che “Buscetta aveva 6 paia di coglioni così”. Il loro idolo era un pentito. La mafia dei pezzenti e degli emarginati. Anche Messina Denaro è un quasi morto di una mafia già morta”.

E questo ragionamento cosa dovrebbe insegnare all’antimafia
“Il tema è che la cultura della legalità non ha portato ai risultati che speravamo. Non basta la repressione: la testa delle persone non è cambiata perché evidentemente la mia generazione ha sbagliato qualcosa, qualcosa di veramente importante nel proporre una cultura antimafiosa della legalità. L’antimafia ha questo grosso limite: c’è un’antimafia con poco sapere. Se questo lo trasferisci in una commissione parlamentare diventa drammatico”.

 

 

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Il meraviglioso mondo di Valditara

Problema del caro affitti per gli studenti mentre la loro protesta si allarga a macchia d’olio? Colpa della sinistra. Il ministro all’Istruzione e al Merito Giuseppe Valditara è un fenomeno che andrebbe studiato con attenzione. Ha le risposte a tutte le domande, la risposta è sempre la stessa ed è sbagliata.

«Io credo che il problema del caro affitti sia grave ma tocca le città governate dal centrosinistra. Nelle città dove ci sono gli accampamenti degli studenti non sono state attivate dalle giunte comunali politiche a favore dei giovani e degli studenti per offrire loro un panorama abitativo decoroso», ha detto ieri Valditara.

Se la prende perfino la sua alleata, la ministra all’Università forzista Annamaria Bernini. L’Ansa parla di “irritazione” per l’uscita di Valditara, ritenuta “controproducente al raggiungimento di una soluzione efficace e il più possibile condivisa del problema”. La strada da percorrere, dicono dallo staff di Bernini, “deve essere quella del dialogo e del coinvolgimento di tutti”. E la ministra è decisa a proseguire su questa linea “senza alimentare inutili polemiche”.

“Qui ci sono due possibilità, o quella del ministro Valditara è una battuta, peraltro riuscita male, oppure è frutto di una riflessione. Se è frutto di una riflessione profonda, credo che con questa affermazione il ministro Valditara illumini il Paese rispetto a quello che lui è”, risponde il sindaco di Milano Beppe Sala. “Se è una battuta, rispondo con una battuta: magari è così perché gli studenti hanno più voglia di stare nelle città di centrosinistra che non di centrodestra perché accolgono la loro complessità e le loro problematiche”, aggiunge il primo cittadino milanese. “Valditara scarica sulle città di centrosinistra le colpe del caro affitto che grava sugli studenti. Come se dipendesse dai sindaci! Ma il ministro dov’era mentre il suo governo votava a dicembre l’azzeramento del fondo nazionale affitti? Non c’è limite alla vergogna”, dice il sindaco di Firenze Nardella. Per Gualtieri quello di Valditara “è uno scaricabarile penoso, vorrei evitare di scadere a un livello così basso. Tutte le istituzioni dovrebbero fare la loro parte e affrontare questo problema. Tra l’altro gli studentati non sono nemmeno competenza dei Comuni”.

Mentre da noi si svolgeva questo teatrino a Strasburgo Lega e Fdi si sono astenuti sulla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne. Sarò colpa della sinistra. Sicuro.

Buon giovedì.

 

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La febbre delle consultazioni contagia anche Calenda

Lo sapevamo e infatti sta accadendo. La febbre delle consultazioni per le riforme scatena l’egomania dei dirigenti politici, pronti a credersi nuovi padri costituenti. Non sarà l’ultimo il leader di Azione Carlo Calenda che vorrebbe essere il nuovo sensale dell’opposizione.

Il leader di Azione Calenda vorrebbe fare il perno dell’opposizione. Solo che non lo ascoltano nemmeno nel suo gruppo parlamentare

“Se parli e ti confronti con la maggioranza stando all’opposizione, tanto più devi confrontarti anche con le opposizioni. È per questo che sentirò le altre opposizioni oggi”, ha spiegato Calenda ospite di Agorà a Rai3. Solo che per ergersi a mediatore di un campo preso a cannonate fino a qualche minuto prima servirebbe un’invidiabile autorevolezza e Calenda non fa in tempo a illustrare i suoi propositi che viene stoppato dai suoi ex amici di Italia Viva (con cui comunque condivide i gruppi parlamentari per non perdere i contributi pubblici).

Maria Elena Boschi di Italia Viva precisa che l’iniziativa di Calenda sia del tutto personale, senza nessun collegamento con i renziani. Lui placcato spiega che “è vero, siamo due partiti separati, ho dovuto prendere atto che non c’era la volontà di fare un partito unico. Penso che se ti confronti con la maggioranza stando all’opposizione tanto più ti devi confrontare con le opposizioni, sennò tanto vale che entri in maggioranza”.

Passa qualche minuto e nel dibattito del fu Terzo polo interviene la presidente del gruppo Azione-Italia Viva in Senato (quindi anche di Calenda) a definire “poco dignitoso l’avvicinamento tra Conte e Calenda o Calenda e Schlein”: “noi siamo fedeli alla linea di chi ha votato per il terzo polo: elezione diretta del premier e superamento del bicameralismo. Se Calenda ha cambiato idea anche su questo è un problema suo”, dice Paita.

La giornata del cosiddetto ex Terzo polo era iniziata con l’attacco dalle pagine de Il Riformista (diretto da Matteo Renzi) contro Calenda dell’ex sindaco di Milano. Albertini ospite in un talk show su Rete 3 ha raccontato di una telefonata ricevuta da Carlo Calenda, nella quale non avrebbe risparmiato critiche a Matteo Renzi. Il quotidiano di Renzi titola “Gabriele Albertini smaschera Calenda: “Biasimi e affondi sin dal primo giorno su Renzi”.

Ricapitolando: dopo essersi costruito un’identità politica sparando contro Conte e Schlein oggi Calenda li ha convocati per un the per proporsi come perno dell’opposizione mentre i suoi compagni di Parlamento ne prendono le distanze. Non male come inizio, dai.

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Opposizioni in ordine sparso. Pure sulla difesa delle istituzioni

Come sono amate le consultazioni politiche qui da noi. Perfetto lo schematismo dei turni che semplifica il lavoro dei giornalisti e dei commentatori. Un partito alla volta si viene ricevuti dall’autorità più alta e per Giorgia Meloni il caravanserraglio compito dei suoi avversari rimessi in riga è una soddisfazione inimmaginabile. Piace anche all’opposizione. Hanno qualche minuto di insperata visibilità gruppi che solitamente non finiscono nemmeno nei pastoni della cronaca politica ma soprattutto hanno la possibilità di farsi notare quelli che al governo tendono la mano, più o meno sguaiatamente, fin dal primo minuto dopo le elezioni.

Non solo la guerra in Ucraina e l’inceneritore di Roma. Sinistra e M5S non si incontrano più su nulla

Così il cosiddetto Terzo polo, che è in macerie sui giornali ma è in ottima salute là dove serve stare insieme per non perdere i soldi pubblici, si presenta al gran completo con Carlo Calenda per Azione, Maria Elena Boschi per Italia Viva e i capigruppo di Camera e Senato, Matteo Richetti e Raffaella Paita. Se della giornata di ieri dovessimo scegliere una foto come sunto dell’ipocrisia sarebbe quell’amichevole brigata di fratelli coltelli perfetti nel rito, con Meloni a officiare. Perfino l’assenza di Matteo Renzi che dice quello che ha da dire dalle pagine di un quotidiano di cui si è ritrovato direttore è il sintomo di una realtà politica e metafisica, dove l’etichetta si sostituisce alla realtà. Il primo comandamento nella Repubblica delle bicamerali e della consultazioni è fingere di crederci. Non è uno sforzo difficile.

Basta dimenticare quei quaranta tra Camera e Senato che sotto la guida di Aldo Bozzi avrebbero voluto cambiare 44 articoli della Costituzione e si sono arenati nei propri gruppi parlamentari. Non è difficile dimenticare nemmeno la bicamerale De Mita-Iotti che si dissolse in quel 1994 che raccontano come fine della Prima Repubblica. Conviene a sinistra dimenticare in fretta quel “patto della crostata” sconfessato da Silvio Berlusconi nel 1997 in cui Massimo D’Alema cedette alla tentazione del presidenzialismo sull’onda lunga dell’uomo forte che era sempre piaciuto a destra. Dimenticato tutto questo si può fingere di sedersi a parlare di presidenzialismo fingendo di non sapere che il pallino della discussione sia in mano al governo più inaffidabile nella distinzione dei poteri e nella tentazione all’autoritarismo che avessimo mai potuto immaginare.

“Sì al sindaco d’Italia ma Mattarella non si tocca”. “Non abbiamo ancora parlato di riforma elettorale”. Le dichiarazioni di questi giorni si trascineranno per mesi, golose solo per gli addetti ai lavori e per gli appassionati. Verranno limate, ritoccate, contraddette, rovesciate, negate, respinte dal governo e poi accolte e poi respinte ancora. Un gioco estenuante che infiamma gli addetti ai lavori e gli appassionati ma interessa pochissimo ai cittadini là fuori. Anche questo non sarà un problema: accusarli di ignorante populismo sarà un’altra occasione di posizionamento politico.

Un dato però è già chiaro: poco interessa a Meloni il gioco di logoramento (anche sulle riforme) dei suoi invidiosissimi alleati Matteo Salvini e Berlusconi che patiscono il ruolo da comprimari. La tranquillità di Giorgia Meloni è garantita dall’opposizione che non c’è, né sulla carta né sulle idee. La prima giornata di consultazioni sulle riforme, come tutte le altre giornate di questo governo, conferma che i partiti di minoranza vanno in ordine sparso, più preoccupati dal perdere un decimale di voti a favore dei partiti vicini che dal campo regalato a Meloni e compagnia.

Presentarsi al tavolo delle riforme è un’altra occasione persa per far raccontare al Paese che esiste una lontana possibilità di alternativa. Partito Democratico e Movimento 5 Stelle sono più impegnati a difendersi tra loro che a elaborare un piano per il futuro, anche il più prossimo. Nel centrosinistra è una promessa non mantenuta (e nemmeno cominciata) quella di impegnarsi sulla ricerca di punti comuni per lavorarci insieme e incalzare il governo. Dietro l’angolo c’è l’errore di sempre: forzare una comunione politica solo per esigenze elettorali senza prendere in considerazione l’idea di partire da lontano.

Anche sulle riforme Giorgia Meloni ha di fronte la gestione delle sue truppe e il fastidio degli altri alla spicciolata. Mentre questi si fregano le mani sperando di riuscire a guastare la Costituzione l’opposizione che non c’è si imbambola sulle differenze, bombardata dal Terzo polo che delle differenze tra Giuseppe Conte e Elly Schlein ne ha fatto un genere letterario. Così la narrazione del governo è fin troppo facile: noi corriamo e quelli litigano tra loro. È una frase stupida e irreale, certo, ma funziona. E continuerà a funzionare dare la colpa all’opposizione per gli errori di governo. Conte, Schlein, Nicola Fratoianni e tutti quelli che ci vorrebbero stare: ne vale la pena

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A 45 anni dal delitto Impastato la retorica politica dimostra che l’Antimafia è stanca

L’antimafia è stanca e si vede. A 45 anni dall’omicidio di Peppino Impastato scorrere le dichiarazioni e i post sui social in memoria dell’attivista politico che si ribellò alla mafia in famiglia e che additò come mafioso il boss di Cinisi Tano Badalamenti mentre i suoi concittadini lo servivano è un buon termometro per misurare l’anestetizzazione.

Fiumi di ipocrisia su Peppino Impastato. Se l’attivista che sfidò Badalamenti fosse ancora vivo gli darebbero del manettaro

A Peppino non è andata bene nemmeno da vivo. Nel giorno in cui il suo corpo venne ritrovato straziato dal tritolo sui binari della ferrovia Palermo-Trapani le telecamere e i microfoni di tutto il mondo erano puntati sul ritrovamento del corpo di Aldo Moro in via Caetani. Non fu difficile far scivolare quel caso di cronaca locale in fondo alle pagine dei giornali, là dove si accennava a un bombarolo anarchico e pazzo a cui era scoppiata la bomba in mano.

Quarantacinque anni dopo la verità giudiziaria ci consegna una memoria che ieri avremmo potuto praticare e su cui la politica avrebbe potuto interrogarsi. Peppino Impastato ucciso da Cosa nostra per mano di Vito Palazzolo su ordine di Gaetano Badalamenti è stato straziato per anni anche dallo Stato. Lo dice la relazione della Commissione parlamentare antimafia del 2000 e l’avrebbe voluto dimostrare l’inchiesta archiviata nel 2018 perché furono prescritte le accuse di favoreggiamento a Cosa Nostra, falso ideologico e concorso in reato per l’allora maggiore dei carabinieri Antonio Subranni (poi promosso a generale e comandante del Raggruppamento Operativo Speciale), per l’allora brigadiere Carmelo Canale e gli allora marescialli Francesco Di Bono e Francesco Abramo.

L’antimafia sveglia avrebbe notato un particolare: nel 45esimo anniversario della morte di Peppino Impastato il depistaggio è una piega della storia che vale la pena dimenticare e la Commissione Antimafia è un vezzo parlamentare a cui la maggioranza di governo non ha avuto il tempo di dedicarsi, impegnata com’è a estirpare la terribile piaga dei rave party e degli amori che ai governanti non piacciono.

L’antimafia è stanca e si vede. Anche ieri la figura di Peppino Impastato è stata vittima dell’iconizzazione utile a tacerne il senso. Sui social dei rappresentanti politici un profluvio di post con immagine annessa hanno dipinto Peppino come uno stralunato artista incappato in una storia più grande di lui. Significativo, come ogni anno l’errore comune di citare tra virgolette frasi mai dette da Impastato, estrapolate dal film che parla di lui. Anche ieri hanno commemorato un film scambiandolo per la storia che avrebbero voluto omaggiare.

Così il Peppino Impastato scomodo scompare, ancora una volta. Scompare l’attivista politico, il consigliere comunale di Democrazia Proletaria eletto anche da morto, l’uomo che credeva nella mobilitazione per ottenere salari dignitosi, il cittadino che già sapeva come il cemento fosse una mangiatoia per le mafie e le collusioni. Oggi Peppino Impastato, se fosse oggi qui, sarebbe considerato un manettaro, un calunniatore. Oggi si sprecherebbero gli articoli contro il suo giustizialismo verso Tano Badalamenti che invece era uomo incensurato e rispettato. Ricordare Peppino come icona fa comodo a molti: ai depistatori, agli intrallazzatori con la mafia, a quelli che non si mobilitano più, a quelli che “la mafia non c’è più”, a coloro che raccontano quell’epoca come se non avesse lasciato figli sporchi nella classe dirigente attuale. Oggi gli direbbero: “Si occupi di radio, lasci perdere la politica”.

Per questo lo commemorano disinfettandolo il più possibile. L’antimafia è stanca e si vede, anche se qualche stimolo prova a farsi sentire. Ieri il Partito democratico ha deciso di ritirare il proprio appoggio al sindaco Giuseppe Castiglione di Campobello di Mazara dove il boss dei boss Matteo Messina Denaro ha vissuto indisturbato per 30 anni come un baby pensionato leggero nonostante i morti sulla coscienza. Il sindaco si era battuto per difendere l’onorabilità sua e del suo comune. Fu appoggiato da un deputato poi arrestato per mafia e un’intercettazione diceva “la massoneria è con lui”. L’antimafia è stanca e si vede.

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Barbari e barbareschi

“L’omosessualità è un adattamento”. “Molte donne che si sono definite molestate erano finte”. “Troppo moralismo sul gender: i miei figli cresciuti nelle università americane non hanno più senso dell’umorismo”. Ieri Repubblica ha pensato bene di sbattere in pagina una intervista al regista Luca Barbareschi. Una ventata di maschilismo, omofobia e un velo di patriarcato è stata offerta ai gentili lettori. A pensar male verrebbe da pensare che in questi tempi corroborare la narrazione di governo sia una tentazione per tutti, progressisti o meno. O forse è il disperato tentativo di aprire un dibattito, quindi domani potremmo trovarci l’autore di un femminicidio che ci racconta perché sia giusto uccidere la moglie.

In quell’intervista ci sono talmente tanti errori che potrebbe essere un’unica lunga correzione blu. Barbareschi parte dalle attrici (boccone sempre goloso in questo Paese che non è riuscita a fare pace con il MeToo) offrendone una rappresentazione che corrisponde perfettamente ai conti dei maschi pediatri: donne che si presenterebbero ai provini con le gambe aperte per lasciare indovinare la presenza o meno delle mutande, avide di molestie vere o presunte per potersi “pubblicizzare”, come spiega Barbareschi. Sarebbe curioso sapere dalle associazioni che si occupano di molestie nel mondo dello spettacolo se esista una donna, anche una sola, che in Italia abbia ottenuto benefici dalle sue denunce. Sarebbe importante farsi spiegare da quelle associazioni che finire sbattuta in prima pagina sui giornali non sia “pubblicità” ma quasi sempre l’annuncio di un declino di carriera e di socialità.

L’associazione Amleta (che Barbareschi tira in ballo come coacervo di donne in cerca di pubblicità) lo dice chiaramente: “lo stereotipo che le donne mentano è molto radicato e di solito è alimentato da chi vuole mantenere intatto un sistema di potere e di oppressione. Non è basato su un’analisi della realtà ma sul nulla”. Come sottolinea The Period “il problema non è (solo) quello che dice Luca Barbareschi ma che le sue parole siano validate in prima pagina da un quotidiano nazionale che il 25 novembre poi è pronto a fare le paginate con le scarpette rosse. I media hanno un ruolo fondamentale nella narrazione della violenza di genere e spesso diventano moltiplicatori di stereotipi, discriminazioni, sessismo che – SPOILER – sono alla base della piramide della violenza”.

Però Barbareschi il suo l’ha fatto. Con la sua rivittimizzazione s’è fatto notare dai barbari. Pensateci bene. Si è fatto pubblicità con le molestie. Degli altri.

Buon mercoledì.

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Cottarelli, Marcucci, Fioroni & C. Tutti gli addii che fanno bene al Pd

Se i sostenitori di Elly Schlein, nuova segretaria del Partito democratico, si aspettavano chiarezza politica all’interno del partito per ora non possono dirsi delusi. Carlo Cottarelli decide di lasciare il Pd e il suo posto da senatore e si aggiunge a Marcucci, Fioroni, Chinnici, Borghi che dopo l’elezione della nuova segretaria hanno deciso di spostarsi verso il centro.

L’economista Carlo Cottarelli è stato l’ultimo a lasciare la nave. Un favore alla Schlein che avrà meno nemici interni

L’economista di Cremona (che proprio nel collegio di Cremona ha incassato una sonora sconfitta contro Daniela Santanchè alle ultime elezioni politiche staccato di oltre 23 punti percentuali) ha sciorinato il suo addio con una doppia intervista dal salotto di Fabio Fazio a Che tempo che fa replicata sulle pagine del Corriere e con una lettera Repubblica in cui spiega di avere ricevuto un’offerta dall’Università Cattolica per “andare a dirigere un programma per l’educazione delle scienze sociali ed economiche rivolto agli studenti delle scuole superiori” in tutta Italia.

Cottarelli spiega di non essere a suo agio per “l’estrema conflittualità fra minoranza e opposizione”: “faccio qualche esempio, – dice Cottarelli – è prassi che le minoranze presentino degli emendamenti, io ho visto che sistematicamente sono rigettati. Tanto quanto, spesso le minoranze propongono emendamenti quasi solo per fare ostruzionismo. Mi aspettavo un atteggiamento meno conflittuale”.

È il cliché dei competenti di questo Paese che si stupiscono quando scoprono che le loro affermazioni discutibili vengono aspramente discusse. Che la natura della politica sia il contraddittorio, anche duro, e un incessante battaglia sulle proprie tesi e sui principi sembra essere sconveniente. C’è da aspettarselo: in un Paese in cui gli economisti sono stati rivenduti come gli unici “tecnici” superiori alla politica, capaci addirittura di guarirla, il ritorno a una centralità parlamentare (luogo in cui si parla e non si applaude) è ritenuto inelegante e sconveniente.

“Credo sia importante che ognuno faccia al meglio quello che può fare, credo di poter essere più utile al Paese nel mio ruolo di grillo parlante, di divulgatore”, spiega Cottarelli. Eppure non sono da “grillo parlante” ma sono estremamente politiche le motivazioni che il senatore quasi ex del Pd regala al giornale degli Agnelli: “Un Pd più a sinistra – scrive Cottarelli a Repubblica – può trasmettere un messaggio più chiaro agli elettori, cosa essenziale per un partito politico. Ciò detto, mi trovo ora a disagio su diversi temi“. Jobs Act, accise sui carburanti, freno superbonus, termovalorizzatori, eterno in affitto e nucleare sarebbero alcuni punti su cui il senatore si sarebbe sentito a disagio con il suo partito.

Il fiuto dell’economista si è rivelato fallace nel considerare quali fossero i desiderata degli elettori che avrebbe dovuto rappresentare. Poco male. Va riconosciuto a Cottarelli di avere almeno il prerequisito della decenza (cosa rara in Parlamento) di dimettersi anche da senatore anziché aderire a altri partiti. Per tastare il polso politico del suo addio basta osservare chi lo sventola come clava contro la segretaria Schlein: ci sono quasi tutti quelli del fu Terzo polo, e c’è l’esponente di spicco di Base riformista Lorenzo Guerini che esce dal suo abituale silenzio.

Dell’ex aspirante premier sentirà la mancanza solo Calenda che voleva imbarcarlo

“Io Cottarelli volevo candidarlo, e non capisco perché non si sia candidato con noi e invece si sia candidato col Pd”, ha detto il segretario di Azione Carlo Calenda. Sono in molti a non averlo mai capito. Carlo Cottarelli era la “punta di diamante” del Pd alle ultime elezioni politiche (parole dell’ex segretario Enrico Letta): la sua uscita dice molto del Pd che fu e molto di questo odierno. Così Schlein rischia di vincere per abbandono.

 

Leggi anche: Formigoni candidato alle europee e Cuffaro segretario della Dc. Che si tratti di mafia o corruzione, le condanne in Italia fanno curriculum

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Formigoni candidato alle europee e Cuffaro segretario della Dc

Una restaurazione la noti da molti particolari. C’è il ritorno di idee, anche quelle più reazionarie, che nessuno aveva più il coraggio di proporre, c’è lo sdoganamento di pratiche politiche che fino a pochi mesi prima sarebbero state scandalose e poi c’è il ritorno di antichi personaggi portatori di un’epoca. Nel giro di poche ore sulla ribalta politica nazionale sono riapparsi Roberto Formigoni e Salvatore Cuffaro, incuranti delle condanne giudiziarie ma soprattutto delle condanne politiche di un’era che hanno diversamente cavalcato lasciando solo macerie.

Che si tratti di mafia o corruzione, le condanne non contano niente. Anzi, per la casta fanno pure curriculum

“Sembra fantascienza”, come dice il dem Pierfrancesco Majorino, e invece è un giorno di maggio del 2023. Salvatore Cuffaro è stato eletto segretario all’unanimità al XX Congresso nazionale della Dc che si è tenuto presso il centro congressi Sheraton de Medici, a Roma. Solo a febbraio l’ex governatore della Sicilia aveva estinto la sua interdizione dai pubblici uffici, pena accessoria alla condanna per favoreggiamento alla mafia.

“Il mio tempo per le candidature è finito”, aveva annunciato stentoreo l’ex presidente siciliano. Forse ci ha ripensato. Sembrano dimenticati i cannoli con cui Cuffaro festeggiava la condanna in primo grado per il processo alle “talpe” alla Dda di Palermo. Era stato condannato per avere informato il boss mafioso Giuseppe Guttadauro di essere intercettato eppure esultava: non essere stato condannato per favoreggiamento della mafia era già un buon motivo per essere felici. Non andrà a finire bene: il 22 gennaio del 2011 per lui si aprono le porte del carcere di Rebibbia e l’aggravante mafiosa è scritta nero su bianco nella sentenza di Cassazione.

Cuffaro eletto segretario della Democrazia cristiana

Ce n’è abbastanza per consigliare un buen retiro ma Cuffaro non la pensa così: “Riprendendo ciò che disse Martin Luther King 60 anni fa, we have a dream. Abbiamo un sogno, bellissimo e difficile ma non utopico. Vogliamo un Paese dove noi, i nostri figli, i nostri nipoti possano vivere in un sistema politico democratico e popolare. Vogliamo un Paese dove si possa votare un partito di valori, libero, aperto, plurale, che garantisca diritti, giustizia, e libertà. Un partito, la Democrazia Cristiana, che sia protagonista nella politica e nella società”, ha dichiarato Cuffaro dopo l’elezione.

Non basta nemmeno una condanna definitiva a 5 anni e 10 mesi per corruzione a far desistere Roberto Formigoni dal ritorno in politica. Dopo 18 anni di presidenza della Regione Lombardia ai quali vanno aggiunti 8 anni da deputato (prima dell’era da governatore) e 5 da senatore l’ex presidente (e punto di riferimento di Comunione e Liberazione) starebbe parlando di una sua ricandidatura alle europee con Fratelli d’Italia voluta – secondo le indiscrezioni – dal presidente del Senato Ignazio La Russa: i due ne avrebbero discusso durante un pranzo in un ristorante vicino al palazzo della Regione Lombardia.

Formigoni medita il ritorno in pista con un seggio al Parlamento europeo

Non pesano le sentenze che raccontano come tra il 1997 e il 2011 61 milioni di euro di fondi della Fondazione Maugeri e dell’ospedale San Raffaele furono sottratti illecitamente e usati per pagare mazzette in cambio di favori e rimborsi ai due enti. “Soldi tolti ai malati per i suoi sollazzi”, sottolineò nella requisitoria del processo di primo grado l’allora pm Laura Pedio. Ma non sembra essere un intralcio: Formigoni sarebbe la pedina perfetta per il partito di Giorgia Meloni per riuscire a strappare gli ambienti ciellini a Forza Italia e diventare la forza sistemica dell’impianto politico lombardo. Il potere val bene una messa. Del resto un perdono disponibile si trova sempre. Anche alla faccia dei cittadini.

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Sputare sui diritti per sfregio

Non stupisce nessuno che Regione Lombardia abbia deciso per l’ennesima volta di non dare il suo patrocinio al gay pride e di non illuminare Palazzo Lombardia con i colori dell’arcobaleno. Pur di tenere fede all’immagine della cattolicissima omofobia la giunta regionale l’anno scorso aveva cancellato una votazione passata in consiglio regionale (con voto segreto) contravvenendo anche alle basilari regole nei ruoli di giunta e consiglio.

In quell’occasione l’allora consigliere regionale Alex Galizzi ci spiegò che la giunta lombarda aveva “riportato l’ordine” annullando la decisione del consiglio che il leghista definì «un errore madornale che finisce per confondere gli elettori e dare uno spaccato falsato di quello che rappresentano simili iniziative». Se abbastanza occhi e abbastanza orecchie per scorgere ancora la violenza nelle parole avremmo dovuto sobbalzare sulla sedia sentendo accostare un ordine naturale alla negazione di una manifestazione di libertà. Non è accaduto. Il consigliere leghista non è stato rieletto, mangiato dalla crescita dei suoi alleati meloniani. L’ordine naturale è rimasto inalterato, sopravvivendo a Galizzi.

Ciò che colpisce però è l’inossidabile posizione di una Regione che sopravvive ai suoi dirigenti politici restando fedele ai suoi lati peggiori. Sono fortunatamente pochi quelli che confondono gli opinabili eccessi con lo spirito di una manifestazione che non riguarda solo la comunità Lgbtqia+ ma c’entra con la libertà. Il gay pride è semplicemente il randello di una destra ideologica che bastonando una minoranza vuole manifestare il proprio posto nel mondo. E nel mondo (e in Europa) il campo è lapalissiano: chi sta con i diritti e chi li opprime. Sputare sui diritti è un tic elettorale distintivo, indipendentemente dai diritti in questione. Il no al gay pride e uguale al no ai grilli, al no alle energie rinnovabili, al no ai matrimoni egualitari, al no alle auto elettriche, al no agli inglesismi, al no agli stranieri, al no al diritto all’aborto, al no all’autodeterminazione delle donne, no all’eutanasia e a un altro milione di no su svariati argomenti.

Il no è la nuce dell’identità delle destre che si annusano e si riconoscono per le loro negazioni. Un’ossessione che rivela l’ipocrisia di fondo di chi in pubblico bastona una categoria per diventare un paladino del suo campo e poi in privato, di nascosto come accadeva decenni fa, vive gli amori che condanna. Raccontare l’avanzamento dei diritti come il sintomo del declino di una società è un ragionamento truffaldino che nasconde l’incapacità di vederli, di riconoscerli e di immaginarne di nuovi. Infine c’è l’aspetto più brutale e fascista: mentre questi si dilettano con “il gioco del no” per piacere ai loro amichetti in giro per il mondo finiscono bastonati amori reali, persone vere, famiglie in bilico. Accade così che per portare avanti la propaganda della negazione a qualcuno cambi in peggio la vita.

Buon martedì.

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La (pessima) idea di parlamentari di destra e sinistra: festeggiamo domani in piazza Montecitorio lo scudetto del Napoli

Come direbbe Luca Bizzarri “non hanno un amico” oppure non li ascoltano. La notizia che alcuni parlamentari campani festeggeranno domani alle 15 lo scudetto del Napoli con bandiere e spumante in piazza Montecitorio a più di qualcuno continua a apparire inopportuna ma il folto gruppo trasversale sembra non voler tornare sui suoi passi. I nomi che girano (non confermati) sono quelli di Gianluca Cantalamessa, Sergio Costa e Federico Cafiero De Raho (Cinque Stelle), Francesco Emilio Borrelli (Verdi), Gimmi Cangiano e Marta Schifone (Fratelli d’Italia).

Alcuni parlamentari campani festeggeranno domani alle 15 lo scudetto del Napoli in piazza Montecitorio

Tutti insieme per un flash mob pomeridiano che potrebbe non essere gradito ai cittadini per più di un motivo.
Tra i collaboratori dei parlamentari si prova a ragionare su una questione di comunicazione: davvero vale la pena sorridere in piazza mentre poi ci si mena per le riforme sui giornali e in Parlamento? Sappiamo bene quanto la fede calcistica unisca poli anche opposti ma la fotografia non sarebbe troppo ardita

E poi: perché i parlamentari dovrebbero festeggiare cinque giorni dopo? Sarebbe naturale leggere del martedì come primo giorno utile della settimana corta dei parlamentari a Roma, argomento che in molti in questi anni hanno usato per pigiare sull’indignazione.

E infine: con l’inflazione che galoppa e i salari che ristagnano come potrebbero prendere gli elettori (non tifosi del Napoli) il festeggiamento calcistico di parlamentari lautamente stipendiati? Al cuor del tifoso non si comanda. La festa, per ora, sembra confermata.

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