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Centrodestra in… Azione, la mappa delle coalizioni da Genova a Venezia con il partito di Calenda. Che ora potrebbe entrare nella Giunta laziale di Rocca

Alla Regione Lazio il governatore Francesco Rocca ha un problema che non passa: la Lega. Il 13 maggio 2026 Lettera43 lo ha messo nero su bianco con un titolo che fa rumore, «Rocca ha sempre la grana della Lega: entra Calenda». Gli assessori leghisti Pasquale Ciacciarelli e Simona Baldassarre rifiutano di farsi rimpiazzare, Matteo Salvini prova a forzare, Rocca tiene. Lo stesso giorno i due firmano un comunicato chirurgico in cui ringraziano Rocca per «il rispetto istituzionale» e ricordano che «le valutazioni rimangono in capo al partito»: stallo. È qui che entra in scena Carlo Calenda, e non per la prima volta.

Lo sfondo è il caos del 12 maggio: in Consiglio regionale la maggioranza ha bocciato la delibera del presidente d’aula Antonello Aurigemma (FdI), che chiedeva alla consigliera Emanuela Zappone di scegliere fra carica regionale e presidenza del Parco del Circeo: 26 contrari, 10 favorevoli, 2 astenuti, ricostruisce Il Fatto Quotidiano. Zappone era subentrata a Enrico Tiero, sospeso dopo l’arresto per corruzione e poi scarcerato dal Riesame. La giunta è ferma da tre anni, dicono le opposizioni, che il 28 aprile hanno annunciato un asse Pd-M5s-Avs-Azione-Iv-Sce contro Rocca, penultimo nel gradimento Swg al 29%.

Da Genova a Venezia in… Azione, la mappa dei precedenti

Calenda nei centrodestra locali ci è già entrato. Nel 2022 a Genova diede indicazione di voto al sindaco Marco Bucci, candidati di Azione finirono nella civica «Genova Domani» e Bucci vinse col 55%. In Basilicata, aprile 2024, Azione si alleò col governatore Vito Bardi, rieletto col 56,63%: a Marcello Pittella (Azione) andò un assessorato all’Agricoltura, poi la presidenza del Consiglio regionale, accanto al leghista Pasquale Pepe vicepresidente. Un assessore Azione, un assessore Lega. A Venezia, il 26 marzo 2026, il direttivo metropolitano di Azione ha votato al 95% il sostegno a Simone Venturini, candidato del centrodestra con FdI, Lega, FI. Il 25 gennaio Calenda era salito sul palco di Forza Italia al Teatro Manzoni di Milano, applaudito da Antonio Tajani, da Letizia Moratti e da Paolo Berlusconi che si è augurato il suo ingresso. In nessuno di questi casi Azione ha sostituito la Lega: l’ha affiancata.

La domanda è cosa chiede in cambio

La risposta gliel’ha data lui il 22 dicembre 2025 al Foglio, rispondendo al governatore della Calabria, vicesegretario di Forza Italia Roberto Occhiuto, che aveva ipotizzato un’alleanza europeista col suo partito. «Se la proposta di Occhiuto è di scaricare Salvini e riportare la linea del centrodestra verso l’europeismo, allora sì, parliamone», ha detto Calenda. «La premessa di qualsiasi discussione è che Salvini vada a fare un altro mestiere». Il prezzo è dichiarato: la testa del leader della Lega. L’11 maggio 2026 a La7 è arrivato a dire che «se Salvini visita un prosciuttificio, non si accorge della differenza col padiglione russo» alla Biennale. Linea pubblica dura che nei territori si traduce nell’opposto: coabitazione con la stessa Lega che a parole rifiuta.

I numeri tengono i due piani. Demos per Repubblica, metà maggio: Lega al 6,6%, Futuro Nazionale di Roberto Vannacci al 4%, Azione al 3,5%. La supermedia YouTrend di aprile calcolava che con Azione dentro il centrodestra Meloni arriverebbe al 47,7%. Salvini perde a destra contro Vannacci, Tajani ha già detto all’Ansa che il modello Basilicata è replicabile «a Milano, Roma e Torino». Nel Lazio Rocca ha 31 consiglieri su 51 e Forza Italia è passata da 3 a 7 seggi assorbendo dissidenti leghisti, sotto la regia del coordinatore regionale Claudio Fazzone. Alessio D’Amato, consigliere di Azione e segretario romano del partito, dialoga col campo largo di Roberto Gualtieri per Roma 2027 mentre alla Pisana cresce lo spazio opposto.

Sostanzialmente la sostituzione della Lega in giunta non si è mai vista, ma non serve: basta lo svuotamento verso Vannacci e l’innesto di Azione accanto. Il 2028 nel Lazio è dietro l’angolo. E il sussurro di Lettera43 è già un avviso.

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Dalle bombe alla casa, mutui in salita per la guerra di Trump: l’Euribor risale, le rate aumentano

L’Euribor a tre mesi è passato dal 2,013% al 2,239% fra 27 febbraio e 18 maggio 2026. In ottanta giorni l’indicatore che governa le rate dei mutui variabili italiani ha bruciato la traiettoria di discesa che durava da un anno. Sui sei mesi è arrivato al 2,54%, sui dodici al 2,82%. La Bce tiene per ora il tasso di riferimento al 2%, ma il mercato prezza già tre rialzi entro un anno e un sondaggio Bloomberg colloca le prime due strette alle riunioni dell’11 giugno e del 10 settembre.

E la causa non sta nei conti della Banca centrale europea. Sta a millecinquecento chilometri da Francoforte, nello stretto fra Iran e Oman.

Dal 28 febbraio 2026 lo stretto di Hormuz è di fatto bloccato dopo l’operazione militare di Stati Uniti e Israele contro Teheran. Da lì passano circa 17 milioni di barili al giorno, il 20% del petrolio mondiale. Il Brent che a inizio anno oscillava sugli 80 dollari ha toccato 106,80 dollari il 24 aprile e Citi scrive nero su bianco un’ipotesi a 120 dollari se il blocco regge oltre maggio. Donald Trump ha sospeso il 19 maggio un attacco già pronto, ha rilanciato un ultimatum di “due o tre giorni” il 20 maggio, intanto la Nato studia una missione per scortare le navi commerciali.

L’inflazione e la rata dei mutui

L’energia rincara, l’inflazione si rimette in moto e i mercati anticipano. Istat ha già misurato a fine aprile un congiunturale del +1,1% mensile e un tendenziale del +2,7% annuo. La curva dei rendimenti incorpora l’attesa di tassi più alti per più tempo, l’IRS a trent’anni è arrivato al 3,267% il 18 maggio, e la trasmissione al credito è già visibile nei dati Abi di aprile: tasso medio sulle nuove operazioni per acquisto di abitazioni al 3,43%, sei centesimi in più del mese precedente, dopo mesi di discesa. Sul totale dei prestiti si è risaliti al 4,02%.

In numeri concreti, sul mutuo medio italiano l’effetto è già misurabile. Una simulazione Codacons Toscana su un finanziamento da 140mila euro in vent’anni a tasso fisso porta la rata mensile dai 783 euro del maggio 2025 agli 848 euro di maggio 2026: 65 euro in più al mese, quasi 800 euro l’anno. Sul variabile, ogni rialzo di 0,25% del costo del denaro vale circa venti euro in più sulla rata di un mutuo standard. Chi ha firmato due anni fa scopre che la guerra è arrivata anche nell’estratto conto.

La guerra conveniente

E qui arriva il pezzo che andrebbe ricordato, perché il governo italiano la guerra la racconta come investimento. Il 26 marzo 2026 la Nato ha certificato l’Italia al 2,01% del PIL in spesa difesa, 45 miliardi di euro, ma l’Osservatorio Mil€x ha mostrato che è un’operazione contabile: la spesa militare reale resta intorno all’1,5% del PIL, in linea con la serie storica. I fondi per nuovi armamenti nel 2026 toccano comunque il record di 13,1 miliardi, sessanta per cento in più del 2022.

A giugno 2025, al vertice dell’Aja, il governo italiano aveva firmato l’impegno Nato al 5% del Pil entro il 2035: 3,5% di hard defence più 1,5% in sicurezza. Quindi il 19 maggio 2026 la maggioranza ha depositato in Senato una mozione che chiedeva di rivedere quell’obiettivo definendolo “irrealistico”. Pochi minuti dopo (su pressione delle cancellerie atlantiche?) il passaggio è sparito dalla nuova versione. Intanto Giorgia Meloni scriveva a Ursula von der Leyen chiedendo di estendere la clausola di salvaguardia, finora riconosciuta per le armi, anche alle spese energetiche. E al G7 Finance di marzo il ministro Giancarlo Giorgetti aveva avvertito Christine Lagarde: il rischio è la fiammata dei prezzi dell’energia, una stretta monetaria sarebbe grave.

Insomma il governo chiede alla Bce di non alzare i tassi per la guerra, alla Commissione di derogare ai vincoli di bilancio per l’energia della guerra, alla Nato di riscrivere obiettivi militari che la guerra rende impagabili. Tutto contemporaneamente. E ai mutuatari italiani arriva il conto, una rata alla volta.

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Ben-Gvir, l’utile idiota di un governo vigliacco

Ben-Gvir è il regalo che il governo italiano stava aspettando. Un volto così feroce da rendere accettabile tutto il resto: i settantamila morti a Gaza, l’annessione strisciante della Cisgiordania, le navi sequestrate in acque internazionali, l’export di armi italiane verso Tel Aviv mai sospeso. Tutto sparisce dietro la maschera del ministro kahanista che fa inginocchiare gli attivisti e ride.

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Corsa a scaricare Ben Gvir, ma è il volto di tutto il governo israeliano

Il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, rispondendo mercoledì sera al video del collega Itamar Ben Gvir che cammina ridendo fra gli attivisti della Global Sumud Flotilla bendati e inginocchiati ad Ashdod, scrive su X: «No, tu non sei il volto di Israele». Lo stesso fa Benjamin Netanyahu poche ore dopo: il comportamento di Ben Gvir «non è in linea con i valori e le norme dello Stato di Israele». Da Roma Sergio Mattarella parla di «livello infimo», Giorgia Meloni e Antonio Tajani chiedono «scuse immediate».

Lo schema della falsa eccezione regge un pomeriggio. La pena di morte per i palestinesi giudicati nei tribunali militari, primo cavallo di battaglia di Ben Gvir, è stata approvata dalla Knesset il 30 marzo coi voti compatti del Likud, il partito di Netanyahu. Il piano di «migrazione volontaria» da Gaza, ricondotto da Euro-Med Monitor allo schema giuridico della pulizia etnica, è uscito dal gabinetto di sicurezza a marzo 2025 a firma del ministro della Difesa Israel Katz. La Corte internazionale di giustizia parla di plausible genocide. La Corte penale internazionale, riferisce Middle East Eye, ha già chiesto mandati d’arresto sigillati per Bezalel Smotrich, Orit Strock e due ufficiali dell’esercito. Ben Gvir, da gennaio, è di nuovo dentro la coalizione: era uscito dopo la tregua di gennaio 2025, è rientrato a marzo quando il governo ha ripreso i bombardamenti.

Gli avvocati di Adalah ieri sera lasciano Ashdod e diffondono la nota: decine di partecipanti con sospette fratture costali, taser, proiettili di gomma in mare, molestie sessuali, hijab strappati alle donne, tre ricoveri. Ottantasette in sciopero della fame, trasferimento al carcere di Ktziot. Giovedì l’udienza per l’espulsione.

Non è il volto di Israele, ripete il governo. È il volto del suo governo.

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Pd, Picierno e l’exit strategy del vittimismo: Schlein potrebbe non riconfermarla vice-presidente del Parlamento Ue. Per lei c’è l’opzione Renew

Il 18 maggio 2026, due giorni dopo la kermesse di Comunità Democratica all’Antonianum di Roma, la segretaria del Pd Elly Schlein ribadisce che «la linea è una sola». Poche ore dopo Pina Picierno posta sui social: «Leggo con inquietudine la posizione della segretaria». La pluralità interpretata da Schlein, scrive, è solo «una forma più o meno vaga di sopportazione acustica». Il giorno dopo Il Tempo apre con un retroscena: la vicepresidente del Parlamento europeo starebbe valutando il passaggio al gruppo dei liberali di Renew Europe, per cercare la riconferma al vertice dell’Eurocamera senza dipendere dai voti del suo partito.

La grammatica del vittimismo

La formula è già coniata. Picierno la ripete dal 6 febbraio 2026, quando alla direzione del Pd parlò di un partito «che cambia natura». Da allora presidia un format costante: dichiarazioni di sofferenza a mezzo stampa, appello al pluralismo come categoria astratta. È l’unica del Pd, su 21 europarlamentari, ad aver fatto campagna pubblica per il Sì al referendum del 22 e 23 marzo 2026 sulla separazione delle carriere voluta dal governo Meloni-Nordio: la riforma è stata bocciata con il 54 per cento dei No e un’affluenza del 59. Il voto, per chi conta, lo hanno vinto Schlein e Conte.

Eppure il vocabolario della vittima resiste. Stefano Bonaccini, dopo la sconfitta alle primarie del 2023, ha scelto di entrare in maggioranza. Picierno ha scelto il dissenso permanente. La giornata del 18 maggio è l’ultimo episodio di una sequenza che dura dal voto di Strasburgo del 12 marzo 2025 sul piano ReArm Europe, quando dieci dei 21 dem votarono Sì contro l’indicazione di Schlein. Le regionali del 23 e 24 novembre 2025 hanno chiuso 3-3, ma politicamente hanno premiato il campo largo con vittorie nette di Roberto Fico in Campania, Antonio Decaro in Puglia, Eugenio Giani in Toscana. Il referendum di marzo è arrivato a confermare. La segreteria che doveva crollare a ogni passaggio è uscita rafforzata. Per Picierno il tempo si è fatto stretto.

Lo spartiacque: gennaio 2027

La verifica di metà mandato al Parlamento europeo, prevista per gennaio 2027, è il perno della vicenda. Picierno fu eletta vicepresidente il 16 luglio 2024 al primo turno con 405 voti su 665 validi: il margine sulla soglia minima di 333 era di 72 voti. La rotazione consuetudinaria fra alleati del gruppo S&D rimette tutto in discussione. Qui interviene il piano emerso sul Corriere della Sera del 18 marzo 2026 in un retroscena firmato Maria Teresa Meli: Schlein vorrebbe sostituire Picierno con il capodelegazione Nicola Zingaretti, sponsorizzato dal sindaco di Roma Roberto Gualtieri, mentre Irene Tinagli subentrerebbe alla guida della delegazione. Lettera43, Linkiesta, Libero hanno ripreso lo scoop, senza smentite.

La delegazione dem a Bruxelles è la prima del gruppo S&D con 20 deputati dopo l’addio di Elisabetta Gualmini, passata a Renew Europe con Azione il 16 febbraio 2026. Il capodelegazione, e quindi il regolatore della candidatura italiana in S&D, è Zingaretti. Un solo Paese non tiene due vicepresidenze dello stesso gruppo. A Picierno restano due strade. Accettare la rimozione e attendere il 2029, con il limite statutario dei tre mandati che pende sul suo nome al prossimo rinnovo delle liste, controllato da Schlein. Oppure cambiare gruppo. Carlo Calenda, intervistato dal Corriere il 9 febbraio 2026, l’aveva indicata nominativamente come reclutabile, insieme a Giorgio Gori e Simona Malpezzi. Calenda con Picierno ha presentato il proprio libro a Milano il 15 novembre 2025. Gualmini quel passaggio l’ha già fatto.

Per questo il post del 18 maggio non è uno sfogo: è una pietra angolare. La «sopportazione acustica» descrive l’ipotesi che si profila per Picierno se restasse. Il vittimismo serve a giustificare in anticipo l’uscita verso il gruppo dove la riconferma è possibile?

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Flotilla, Ben-Gvir e l’ipocrisia delle scuse pretese

Ieri sera alla Farnesina è entrato l’ambasciatore di Israele convocato per chiedere scuse sul video. Solo sul video. Il sequestro di 430 civili in acque internazionali, gli spari sulla Girolama battente bandiera italiana, gli 87 in sciopero della fame, restano fuori dalla porta. È la stessa logica con cui ieri Gideon Sa’ar, ministro degli Esteri israeliano, ha attaccato il collega Itamar Ben…

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Sanzioni alle vittime anziché ai carnefici

Martedì 19 maggio, mentre a Parigi il segretario al Tesoro Scott Bessent parla davanti alla conferenza ministeriale «No Money for Terror», il suo dipartimento firma le sanzioni dell’Office of Foreign Assets Control contro quattro organizzatori della Global Sumud Flotilla: Saif Abu Keshek, palestinese con cittadinanza spagnola e svedese, Hisham Abdallah Sulayman Abu Mahfuz, Mohammed Khatib di Samidoun Bruxelles e Jaldia Abubakra Aueda di Samidoun Madrid. Bessent in un comunicato del Tesoro definisce la spedizione «pro-terror». Nelle stesse ore, la marina militare israeliana abborda le dieci imbarcazioni che il giorno prima erano sfuggite all’intercettazione. A circa cento miglia dalla Striscia, denuncia la Flotilla, vengono esplosi proiettili contro sei barche, una italiana. Israele smentisce il fuoco vivo e ammette «mezzi non letali».

Alle 20:20 la portavoce Maria Elena Delia conferma che tutte le 54 imbarcazioni partite il 14 maggio da Marmaris sono state fermate: 426 attivisti di 39 nazionalità portati ad Ashdod. Fra loro 29 italiani e tre residenti, compresi il deputato M5s Dario Carotenuto e l’ex consigliera fiorentina Antonella Bundu. Il team legale Adalah deposita un esposto alla Procura di Roma per sequestro di persona, riferito agli abbordaggi fra il 29 aprile e il 19 maggio. Il ministro Antonio Tajani chiede all’ambasciatore a Tel Aviv «di verificare urgentemente l’uso della forza» e «un trattamento dignitoso».

Lo stesso 19 maggio, in via al-Shuhada a Gaza City, un drone israeliano colpisce un’auto. Wafa conta un morto. Dal cessate il fuoco di ottobre, secondo il ministero della Salute di Gaza, gli uccisi nella Striscia hanno superato 880.

Dal podio di Parigi, Bessent ha pronunciato anche un’altra frase: «Al loro nucleo, le sanzioni non sono atti di aggressione, sono strumenti di pace».

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La destra è cortese finché la guardi. Lasciatela parlare in un piccolo comune

A Mantova, il 3 maggio, l’aperitivo elettorale per il candidato consigliere comunale di Fratelli d’Italia Luca Viani dura abbastanza perché qualcuno, lì accanto, accenda il telefono. Un volume alto, una casa privata sul lago, e l’audio che Fanpage.it pubblica oggi: Ivan Sogari, vicepresidente del comitato Remigrazione e riconquista, parla di «sterminare il germe del comunismo» e aggiunge che si…

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Centrodestra diviso su tutto: l’ultimo scontro è sui tassisti. Dal flop del referendum ci sono tre maggioranze in lite perenne

In Commissione Trasporti alla Camera, il 14 maggio, Forza Italia ha rimesso sul tavolo la proposta di legge del deputato Andrea Caroppo che alleggerisce i vincoli sugli Ncc e sposta le autorizzazioni dai comuni alle regioni. La Lega ha risposto con il «no alle liberalizzazioni selvagge», Fratelli d’Italia ha chiesto «una sintesi» prima di procedere. Nel centrodestra litigano sui tassisti. Litigano su una legge ferma dal gennaio scorso. Litigano, soprattutto, perché ormai litigano su tutto.

Il punto di rottura ha una data: 22 e 23 marzo 2026. Il No al referendum sulla riforma costituzionale della giustizia ha vinto con il 53,75%, oltre 27 milioni di votanti. Da lì la maggioranza ha smesso di muoversi come un corpo solo. Il giorno dopo il voto si dimettono il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (FdI), travolto dalla vicenda della società che condivideva con la figlia di un condannato per reati di mafia, e la capa di gabinetto di Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi. La sera stessa Giorgia Meloni diffonde una nota che auspica le dimissioni della ministra del Turismo Daniela Santanchè, che il 26 marzo lascia con una lettera di una parola: «Obbedisco». Tre teste in tre giorni, dopo mesi di tolleranza. Bastava perdere un referendum.

Dal voto alle dimissioni

Il resto è una sequenza. Le nomine: dal gennaio scorso il governo deve indicare il presidente della Consob, il candidato è il leghista Federico Freni, Forza Italia si oppone, lo stallo dura oltre due mesi (Freni alla fine si ritira dalla corsa) e si allarga all’Agcm. La legge elettorale, dossier a cui Meloni tiene moltissimo perché quella vigente complica la vittoria della destra nel 2027: dopo aver depositato un testo condiviso, Lega e Forza Italia avanzano obiezioni, l’iter alla Camera rallenta, il governo arriva a chiedere aiuto alle opposizioni. Il fine vita, dove Forza Italia spinge per un compromesso assecondando Marina Berlusconi, Lega e FdI reagiscono con fastidio, e Ignazio La Russa prende tempo fissando l’aula del Senato al 3 giugno.

La cultura. Alessandro Giuli litiga in Consiglio dei ministri con Matteo Salvini sul Piano casa, poi pubblicamente sulla Biennale e il padiglione russo. Salvini condivide nella chat WhatsApp dei ministri l’ennesimo attacco del collega e commenta «Mah». Il 10 maggio Giuli revoca gli incarichi a due dirigenti del suo gabinetto, entrambi vicini a FdI, dopo il caso dei fondi negati al documentario su Giulio Regeni. Meloni lo convoca a Palazzo Chigi: la nota parla di «gratitudine» e «totale sostegno». Si scrivono quelle cose quando la tensione è grossa.

I fronti aperti

E poi la politica estera, il terreno dove la coalizione va più visibilmente in ordine sparso. Sui vincoli di bilancio europei la Lega vagheggia un’uscita unilaterale dal Patto di stabilità, Forza Italia propone il Mes, Meloni e Giancarlo Giorgetti scelgono una terza via. Il ministro della Difesa Guido Crosetto accusa Giorgetti di voler ritardare le spese militari. Il ministro delle Imprese Adolfo Urso chiede al Parlamento di sospendere un suo stesso decreto stravolto dalla Ragioneria. Sul gas russo Salvini si dice entusiasta dell’apertura dell’ad di Eni Claudio Descalzi, Meloni netta nella contrarietà. Tutto questo mentre la Lega, a febbraio, aveva già perso pezzi: Roberto Vannacci se n’era andato sbattendo la porta, con tre deputati al seguito (ieri si è aggiunta anche Laura Ravetto), per fondare Futuro Nazionale.

Cinquanta giorni dopo il referendum i tre partiti viaggiano su binari separati su giustizia, nomine, fine vita, legge elettorale, bilancio europeo, difesa, energia. I sondaggi lo fotografano: la Supermedia YouTrend/Agi di inizio maggio dà il centrodestra al 43,9%, il dato più basso dall’insediamento, con Lega e FdI in calo simultaneo. Il litigio sui tassisti è solo l’ultimo arrivato in fila. Bastava perdere un referendum, e la maggioranza si è scoperta tre maggioranze che si fanno dispetti a vicenda.

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Da un decreto sicurezza all’altro, nonostante i rilievi sollevati dalla Cassazione siano sempre lì. Con i dubbi di costituzionalità sul testo

Centoventinove pagine per dire una cosa che il Parlamento sapeva già. La relazione dell’Ufficio del Massimario della Corte di Cassazione sul decreto sicurezza è la struttura che estrae le massime dalle sentenze della Suprema Corte che mette nero su bianco i dubbi di costituzionalità di una legge bandiera del governo Meloni. Il 23 giugno 2025 quel testo, la relazione n. 33/2025, è uscito e da allora gira nelle aule, citato da giudici e avvocati. A maggio 2026 torna nei titoli, mentre l’esecutivo ne ha già varato un altro.

Il primo rilievo riguarda il metodo. Il decreto-legge 11 aprile 2025 n. 48, convertito senza modifiche dalla legge 9 giugno 2025 n. 80, in vigore dal 10 giugno, secondo il Massimario «riproduce quasi alla lettera» un disegno di legge che la Camera aveva approvato in prima lettura il 18 settembre 2024 e che il Senato stava per chiudere. La relazione registra un dato di prassi: solo due precedenti di trasposizione di un progetto di legge in discussione dentro un decreto, e nessuno in materia penale. La conclusione dei tecnici della Corte è la «(in)sussistenza dei presupposti giustificativi per il ricorso alla decretazione d’urgenza». Tradotto: mancava la straordinaria necessità prevista dall’articolo 77 della Costituzione, perché bastava lasciare al Senato l’esame finale.

Le critiche che il governo aveva già ascoltato

C’è un punto che andrebbe ricordato a chi parla di toghe a orologeria. La relazione del Massimario raccoglie e ordina allarmi arrivati durante le audizioni, quelle che il governo aveva convocato e poi ignorato. Cita l’«Appello per una sicurezza democratica» firmato da 257 giuristi, che parla di «plateale colpo di mano» e di «vulnus causato alla funzione legislativa delle Camere». Riporta l’Associazione italiana professori di diritto penale, secondo cui il provvedimento è un «anomalo ricorso alla decretazione d’urgenza in materia penale». Richiama l’Osce, che aveva segnalato «diverse criticità che potrebbero ostacolare l’esercizio dei diritti umani e delle libertà fondamentali», e i relatori speciali dell’Onu, secondo cui il decreto rischia di limitare «la capacità degli individui di riunirsi pacificamente per proteste e manifestazioni» e di favorire «procedimenti arbitrari e pene sproporzionate». La Corte aggiunge un’immagine sua sul giudizio di pericolosità: «Un intuizionismo che tracima in arbitrio».

Sul merito, la parte più dura riguarda il carcere. Il nuovo 415-bis del codice penale, che introduce il delitto di rivolta in un istituto penitenziario, punisce anche la «resistenza passiva». Per il Massimario è «un novum senza precedenti nell’ordinamento penale», fin qui ancorato all’irrilevanza penale delle condotte di mera inazione. Da qui dubbi su materialità e offensività, e il rischio di scivolare verso un «diritto penale d’autore». Significa che lo sciopero della fame di un detenuto, o il rifiuto dell’ora d’aria senza violenza, può diventare reato.

Dalla relazione ai tribunali

La relazione non è vincolante, lo ripetono i sottosegretari. Vero. Solo che il Massimario «detiene un elevato valore interpretativo» e diventa la bussola con cui giudici e avvocati leggono le norme. La reazione del governo lo conferma: il ministro della Giustizia Carlo Nordio si disse «incredulo» e chiese di conoscere «l’ordinario regime di divulgazione» del testo, sospettando una fuga di documenti più che discutendone il contenuto. Maurizio Gasparri (FI) parlò di «invasione di campo», Fabio Rampelli (FdI) di «massimario della confusione».

E intanto la macchina è andata avanti. Il 24 febbraio 2026 il governo ha varato un nuovo decreto sicurezza, il n. 23, convertito con la legge 24 aprile 2026 n. 54. Stesso metodo, stessa filosofia. Centoventinove pagine restano lì, guida per chi dovrà decidere. Il governo le ha derubricate a opinione. Toccherà alla Consulta dire se erano un avvertimento.

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