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Quest’ultimo Primo maggio

Racconteremo questo ultimo Primo maggio come quello in cui il governo si è schiantato contro i sindacati, mica il contrario. Con un po’ di memoria potremo anche ricordarci che l’attacco ai sindacati come posizionamento politico è una pratica che negli ultimi anni è stata adottata anche da presunti leader di presunta centrosinistra. Non è roba nuova. Giorgia Meloni e compagnia semplicemente ci ha aggiunto quella punta di vittimismo che è l’additivo che non manca mai del suo fare politica, caratteristica fondante dell’azione di questo governo che mostra nemici dappertutto per farsi perdonare degli errori che sa già di compiere in futuro.

Racconteremo questo ultimo Primo maggio come l’ennesimo in cui una fetta della stampa (anche quella che si autodefinisce progressista) si è strizzata tutto l’anno per raccogliere le lagne id imprenditori che invocano il mercato quando guadagnano e accusano la politica quando non sono capaci di stare sul mercato. Un movimento nazionale che inorridisce di fronte a gente che rivendica i diritti e rifiuta salari da fame. Ristoratori, imprenditori, bacchette televisive che scorrazzano sui media invocando il dovere alla “fatica” e allo sfruttamento almeno con i giovani. Non è roba nuova. Con un po’ di memoria potremo anche ricordarci che il dovere alla fatica dei giovani come posizionamento politico è una pratica che negli ultimi anni è stata. adottata anche da presunti leader di presunta centrosinistra.

Racconteremo questo ultimo Primo maggio per un governo che vorrebbe spedire i giovani a lavorare nei campi in nome della difesa della Patria e non è riuscito a convincere i suoi parlamentari di maggioranza a rinunciare al ponte delle vacanze, andando sotto in Parlamento. È un contrappasso violento che squarcia l’ipocrisia di gente che non ha mai lavorato e che discetta di lavoro. Gente che lavora il Primo maggio per martellare il lavoro come ha fatto finta di essere antifascista il 25 aprile per logorare i suoi alleati. Una mendacia continua, sottopelle, che vorrebbe normalizzarsi per comparire.

Buon Primo maggio ai professionisti, invece. Coloro che professano i propri valori nel proprio mestiere.

Buon lunedì.

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Trent’anni dopo l’Hotel Raphaël. Il revisionismo su Craxi è servito

Oggi sono trent’anni dal giorno simbolo della fine della Prima Repubblica. Il 30 aprile del 1993 il segretario del Psi, Bettino Craxi, usciva dall’hotel Raphaël, l’albergo dove abitava a Roma. Raccontano che il segretario socialista scelse di uscire dall’entrata principale nonostante le voci di chi gli consigliava la fuga dal retro per evitare i contestatori. Sul suo sguardo “pieno di dignità” di fronte al lancio di monete e alle urla dei manifestanti è nato un nuovo genere letterario: il capovolgimento del racconto su Mani Pulite.

Sono passati 30 anni dal lancio delle monetine all’Hotel Raphaël di Roma contro l’allora segretario del Psi, Bettino Craxi

Gli eccipienti sono sempre gli stessi, quelli del garantismo che invece è vocazione all’impunità, dove il potente merita di essere difeso per non disperdere i rivoli del suo potere. È una pratica che qui da noi funziona dal tempo dei tempi. Non è un caso che a pochi giorni dalla condanna definitiva per questioni di camorra di un ex sottosegretario di Silvio Berlusconi (Nicola Cosentino) le riflessioni languono. Non è un caso che della presunta foto nelle tasche di Baiardo con Berlusconi, il generale Delfino e il latitante mafioso Graviano si parli solo per lucrare un po’ di gossip su Massimo Giletti e la sua trasmissione televisiva.

Criminalizzare Di Pietro & C. e assolvere i corrotti. Prosegue la corsa a riscrivere la storia di Mani Pulite

Sulla memoria di Mani Pulite si misura la capacità del potere di sermonare memoria breve e finta, ci si esercita sull’imposizione della narrazione distante dai fatti, ci si compiace per essere riusciti a tenere botta a un crollo come fu Tangentopoli. Trent’anni dopo in Italia – lo possiamo già scrivere prevedendo il futuro – le monetine contro Craxi diventeranno nelle prossime ore pensosi e sentiti editoriali contro Antonio Di Pietro, contro la magistratura e contro la “ferocia” umana. Passerà in secondo piano il fatto che lo sdegno contro Bettino Craxi fosse figlio delle quattro autorizzazioni (su sei) a procedere per corruzione e ricettazione che la magistratura aveva richiesto contro di lui alla Camera dei Deputati.

Ci si dimenticherà di dire che il filone di indagine su Craxi fosse uno dei più importanti di Mani Pulite, scaturito dall’arresto alcuni mesi prima di un altro dirigente socialista, Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio, un istituto di assistenza agli anziani. “Solo un mariolo”, scrissero gli stessi sacerdoti dell’impunità che non sbagliano mai quando c’è da sminuire un sistema criminale. Ci si dimenticherà il titolo di Repubblica di quel 30 aprile, “Vergogna, assolto Craxi”, e l’editoriale del direttore Eugenio Scalfari che scrisse: ”Dopo l’uccisione di Aldo Moro, è il giorno più grave della storia repubblicana”.

I soloni dell’impunità mascherati da garantisti scatenati per capovolgere la storia

Non mancheranno, stiamone certi, le penne che ci spiegheranno come lì, fuori da quell’hotel romano, cominciò il populismo. Non si renderanno nemmeno conto trent’anni dopo di cascare nell’imbeccata di Filippo Facci, giornalista all’epoca vicinissimo a Craxi – sì, proprio lui – che si spremette per raccontare che quella piazzetta era solo “un buco” e che la folla che si trova lì, scrive Facci, “nell’insieme fu più che sufficiente per far scrivere a tutti che quella era l’Italia”. Poi sentiremo che la fuga del leader socialista non era una latitanza ma “una ribellione” (cit. Stefania Craxi”), che i magistrati furono “assassini della democrazia” e tutto il resto. Infine concluderanno la commemorazione dicendoci che da lì iniziò la Seconda Repubblica.

Che la Seconda Repubblica fosse Silvio Berlusconi e un sistema corrotto e corruttivo identico alla Prima lo ometteranno. Perché in fondo la difesa di Craxi funziona perfettamente anche su Silvio Berlusconi. Solo che intanto gli italiani non hanno in tasca nemmeno più le monete da lanciare.

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Migranti e questione Tunisia: se anche l’Italia non è un porto sicuro

Nemmeno l’Italia è un porto sicuro. Il principale tribunale amministrativo olandese ha stabilito mercoledì che le locali autorità per l’immigrazione non possono permettersi di rispedire migranti in Italia. La causa riguardava due uomini, un nigeriano e un migrante che afferma di provenire dall’Eritrea. Per le regole dell’Unione europea – l’hanno capito quasi tutti, tranne qualche ministro – i due avrebbero dovuto presentare domanda di asilo nel Paese in cui sono sbarcati. L’Italia, appunto. Il nigeriano ha raccontato di avere presentato la domanda per tre volte, l’altro ha confessato di avere provato subito a entrare in Europa.

Non soddisfiamo i bisogni: alloggio, cibo e acqua corrente

Dice il tribunale olandese che poiché il governo italiano ha affermato di voler sospendere la possibilità di presentare domande d’asilo per mancanza di strutture di accoglienza non esistono i requisiti minimi perché venga rispettato un diritto sancito dai trattati internazionali. Non è un’osservazione da poco. «Al momento i richiedenti asilo in Italia rischiano di trovarsi in una situazione in cui non sono soddisfatti i loro bisogni primari più importanti, come l’alloggio, il cibo e l’acqua corrente», ha detto il Consiglio di Stato, che ha dunque concluso che i due richiedenti non possano essere trasferiti in territorio italiano.

Migranti, protezione speciale: cos'è e come funziona il permesso di soggiorno che il Governo Meloni vuole cancellare.
Migranti, sbarco a Catania. (Getty Images)

I Paesi di frontiera sono spinti a violare le leggi

I meccanismi stabiliti dal Regolamento di Dublino sottintendono che il Paese di sbarco che deve farsi carico dell’identificazione dei migranti e della valutazione della loro regolarizzazione abbia gli strumenti e la volontà di prendersi questa responsabilità. Nel traballante meccanismo di solidarietà europea questo non accade. Accade di peggio: i Paesi di frontiera spesso sono spinti (e lautamente pagati) per riuscire nel modo più compìto possibile a violare le leggi. Appaltare le frontiere a Stati che abbiano lo stomaco di respingere fregandosene del diritto e dei diritti è una pratica europea da anni, nonostante la strategia non compaia in nessun documento ufficiale.

Migranti, protezione speciale: cos'è e come funziona il permesso di soggiorno che il Governo Meloni vuole cancellare.
Migranti pronti a sbarcare in Italia. (Getty Images)

La redistribuzione rimane sempre promessa inevasa

La sentenza olandese però ha una valenza politica e umanitaria. La politica, innanzitutto: dal punto di vista del rispetto dei diritti umani l’Europa (Italia compresa) è un reticolo di illegalità che vorrebbe trovare una sintesi che stia dentro le regole che l’Europa stessa s’è data. Il tilt europeo è nella decisione del tribunale olandese che crea evidenti problemi al suo governo («questo non aiuta», ha commentato il ministro dell’Immigrazione olandese Eric van der Burg, spiegando che le conseguenze della sentenza potrebbe peggiorare i problemi già esistenti nei centri di accoglienza olandesi), il tilt europeo è nella Francia che aggiunge poliziotti al confine con l’Italia (senza maggioranza in parlamento per fare passare il “pacchetto immigrazione” che vorrebbe il presidente Emmanuel Macron) o nella ridistribuzione dei migranti che rimane sempre promessa inevasa. Uno stallo a Bruxelles causato soprattutto dalla mancanza di coraggio di chi, come l’Italia, dovrebbe dire ai suoi amici sovranisti di smetterla di gigioneggiare sulla difesa dei confini e di cominciare a progettare una reale solidarietà europea che difende i confini di più e meglio.

Meloni: «Con Berlusconi qualche incomprensione». Le dichiarazioni della premier nel nuovo libro di Bruno Vespa.
Emmanuel Macron. (Getty Images)

Occhio, perché presto la Tunisia diventerà una nuova Libia

Anche perché nei prossimi mesi accadrà – segnatevelo – una prevedibile novità e tutti si fingeranno impreparati. Qualche tribunale o qualche organizzazione scriverà nero su bianco che la Tunisia con cui l’Italia si sta affannando per trovare accordi non è un porto sicuro e non è un Paese di origine sicuro. Ci si accorgerà che diverse organizzazioni tunisine e internazionali per la tutela dei diritti umani hanno espresso preoccupazione per «l’indebolimento dell’indipendenza della magistratura, gli arresti di critici e oppositori politici, i processi militari contro i civili, la continua repressione della libertà di espressione e le minacce contro la società civile».

Referendum in Tunisia: passa la Costituzione autoritaria di Saied
Kais Saied. (Getty Images).

Si dovrà fare i conti con l’atteggiamento discriminatorio contro i migranti provenienti dall’Africa subsahariana e le persone nere (andatevi a riascoltare il discorso pronunciato dal presidente tunisino Kais Saied il 21 febbraio). Sarà una nuova Libia. E ancora una volta l’Italia dirà che sì, che è vero che ci sono episodi di violenza, ma che ormai l’accordo con la Tunisia è imprescindibile e non possiamo permetterci di farne a meno. Nemmeno l’Italia è un porto sicuro, vedendo come sceglie i suoi partner.

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Piccolotti: “Un governo disastroso che inventa false emergenze e non vede quelle vere”

Elisabetta Piccolotti (Alleanza Verdi-Sinistra), non era mai accaduto che il governo andasse sotto sullo scostamento di bilancio. La maggioranza parla di “uno scivolone”. È solo una svista o è un indicatore politico?
“Di certo c’è che siamo di fronte ad un pasticcio senza precedenti. E la cosa è tanto più pesante perché arriva da chi ha costruito la sua campagna elettorale e la retorica che ha seguito i risultati elettorali attorno alla parola d’ordine del “Siamo Pronti”. Pensate cosa sarebbe successo se non lo fossero stati. Battute a parte mi pare che se la caduta sullo scostamento rientra probabilmente nella categoria degli incidenti (con annessa figuraccia galattica), le tensioni nella maggioranza contribuiscano ad una certa confusione nella gestione dei passaggi parlamentari”.

Come vede la situazione di Forza Italia
“Forza Italia è di fronte alla fine del suo ciclo politico. Non è stata un partito personale, ma un partito persona. La fine del ciclo di Silvio Berlusconi è più di una discontinuità. E a questo si aggiunge, cosa ancor più rilevante, la crisi strutturale di uno spazio politico, quello del mitico centro. Il centro non esiste più perché ne è stato eroso il blocco sociale. La destra, non solo in Italia, è sempre più di destra ed è su questo punto e dunque sul destino di quel che resta di Forza Italia che si gioca lo scontro interno che la attraversa. Di certo quella vicenda politica, con quella forma e con quelle caratteristiche mi pare in via di esaurimento. Cosa ne sarà è difficile dirlo”.

Appare evidente che le fibrillazioni nella maggioranza siano una costante sin dall’insediamento. Secondo lei Salvini continuerà nei tentativi di erosione nei confronti di Giorgia Meloni?
“Salvini ha un disperato bisogno di recuperare centralità negli assetti di governo e di maggioranza. E l’unico modo che conosce per cercare di raggiungere questo obbiettivo è quello di agitare bandiere e di segnare punti di differenziazione dalla Presidente. Fino a quando durerà e quale sarà il grado di intensità di questa guerra a bassa intensità è difficile dirlo. Certamente le elezioni europee segneranno uno spartiacque, non solo nella coalizione di governo ma in tutto il quadro politico del Paese. Attenzione però a pensare che da quella parte arrivino regali inattesi. Sui fondamentali le convergenze sono molto più numerose delle divergenze. La verità è che tocca a noi, alle opposizioni, lavorare alla costruzione di una alternativa credibile”.

Dai decreti rave al cosiddetto decreto Cutro il governo sembra essersi occupato di emergenze quasi giornaliere (vignette incluse). Concretamente come giudica questi primi mesi?
“Questo Governo non vede le vere emergenze del paese ma ne inventa tante, una dietro l’altra, tutte pretestuose come i rave o figlie dell’incapacità di gestire processi strutturali come l’immigrazione. In generale il Governo non vede gli effetti dell’inflazione, la discesa della qualità della vita, la devastazione in corso in servizi pubblici come quello sanitario, eppure anche se ad occhi chiusi rispetto alla realtà però trova sempre e comunque il modo di additare qualcuno, dai ragazzi dei rave ai partigiani cattivi, di costruire nemici e paure”.

Intanto in Italia la povertà aumenta, lo dicono tutti gli indicatori. A pochi giorni dal primo maggio si intravedono soluzioni per il reddito e il lavoro?
“Non c’è nessuna soluzione tra le carte che tirerà fuori la Premier Meloni. Sappiamo bene cosa accadrà perché si tratta della solita ricetta della destra, che da più di un ventennio propone sempre lo stesso approccio neoliberista al tema del lavoro: meno vincoli, meno tutele, meno welfare. Per la destra il lavoro si crea sciogliendo le briglie della precarietà e della flessibilità. Poteva essere una tesi affascinante qualche decennio fa, oggi invece sappiamo tutti che le misure in preparazione sono le stesse che hanno impedito la crescita dei salari fino ad oggi, anche perché purtroppo per lungo tempo anche il pd e in generale i governi tecnici hanno aderito a questa visione. Bisognerà tornare in piazza quindi, e farlo con proposte di segno opposto: salario minimo, legge contro la precarietà sul modello spagnolo, espansione del reddito di cittadinanza, reintroduzione dell’art.18, nuovi congedi parentali, riduzione dell’orario a parità di lavoro per far fronte ai mutamenti generati da automazione e intelligenza artificiale.. Una vera piattaforma di cambiamento”.

I soldi del Pnrr sono davvero a rischio?
“Ne sono certa. Il rischio è reale perché per molte opere c’è persino una difficoltà a rispondere adeguatamente ai bandi manifestata dal mondo dell’impresa. Nonostante questo con uno sforzo maggiore il rischio di perdere risorse poteva essere ridimensionato e invece il Governo ha fatto la peggiore delle scelte possibili: cambiare la Governance in corsa, sostituire dirigenti e tecnici facendo perdere mesi di lavoro. Davvero un errore imperdonabile a cui credo facciano davvero fatica a rimediare. Certo quella di Meloni che restituisce risorse a Bruxelles perché incapace di spenderle sarebbe davvero un’immagine incredibile, dopo che per tanti anni hanno dipinto l’Europa solo come una sanguisuga”.

Intanto anche l’opposizione sembra andare in ordine sparso. Alle prossime amministrative vediamo alleanze variabili. È possibile immaginare una ritrovata compattezza Se si, tra chi? E con il M5S?
“Non solo è possibile, ma è necessario se si vuol salvare il paese dalle sabbie mobili in cui è stato infilato. Non c’è alcun dubbio che si debba partire da una tessitura programmatica capace di portare aria nuova, dal coraggio di frequentare le stesse piazze e mettere in comune storie e riflessioni. Siamo ancora lontani da questo purtroppo, anche perchè sia il Pd che i 5S coltivano delle ambizioni maggioritarie e trasversaliste che spesso possono essere un ostacolo sulla strada delle alleanze. Ma non c’è dubbio che il nucleo dell’alleanza per sfidare la Meloni sono Pd, M5S e noi di Alleanza Verdi-Sinistra. Sono certa che ci riusciremo. La risoluzione unitaria al Def è già un primo passo positivo”.

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Elezioni comunali, destre unite in 12 capoluoghi su 13

Non manca molto. Le elezioni comunali sono alle porte – ormai meno di un mese – e le alleanze locali dicono molto anche degli equilibri nazionali. Il centrodestra di governo com’è nella sua natura si rinsalda prima di ogni appuntamento elettorale mentre il “campo largo” del centrosinistra (definizione che già sembra appartenere a un’altra era geologica) va in ordine sparso.

Le elezioni comunali sono alle porte e le alleanze locali dicono molto anche degli equilibri nazionali

L’unica città in cui la compagine di governo non è riuscita a trovare un accordo è Massa, in Toscana. Troppo vicino il voto di Fratelli d’Italia alla mozione presentata dal centrosinistra che lo scorso marzo ha sfiduciato l’allora sindaco Francesco Cipriani sostenuto da Lega e Forza Italia. Persiani è ricandidato sostenuto da leghisti e berlusconiani mentre il partito di Giorgia Meloni ha puntato su Marco Guidi, sostenuto anche dal Nuovo partito socialista e da Noi moderati. Ma è un’eccezione: FdI, Lega e FI si presentano uniti in 12 capoluoghi su 13.

Ad Ancona il centrodestra sostiene la candidatura a sindaco di Daniele Silvetti, a Brescia di Fabio Rolfi, a Brindisi di Giuseppe Marchionna, a Imperia del sindaco uscente ed ex ministro Claudio Scajola, a Latina di Matilde Celentano, a Pisa del sindaco uscente Michele Conti, a Siena di Fabio Nicoletta, a Sondrio del sindaco uscente Marco Scaramelli, a Teramo di Carlo Antonetti, a Terni di Orlando Masselli, mentre a Treviso e Vicenza dei sindaci uscenti Mario Conte e Francesco Rucco.

L’alleanza tra Pd e M5S si ritrova in quattro città capoluogo su 13 (Brindisi, Latina, Pisa e Teramo) a indicare un avvicinamento lento, nonostante i propositi di Giuseppe Conte e Elly Schlein. Il M5S non presenta nessuna lista a Sondrio, in Lombardia, mentre a Brescia, Massa e Treviso ha deciso di correre con Unione Popolare, la lista di sinistra che alle ultime elezioni politiche era guidata da Luigi De Magistris.

A Brescia il candidato sindaco di UP e M5S, Alessandro Lucà, è sostenuto anche da un pezzo di Alleanza Verdi-Sinistra che ha rotto con i vertici nazionali, con tanto di strascico giudiziario dei vertici locali contro il segretario dei Verdi Angelo Bonelli accusato di avere “imposto” l’alleanza con il Pd. Una decisione “infondata e illegittima” secondo la federazione provinciale bresciana dei Verdi. Il Terzo polo che non esiste più presenta comunque una lista unitaria e con il proprio simbolo in 4 di 13 capoluoghi.

A Vicenza e a Brescia le macerie del Terzo polo sostengono i candidati sindaci del centrosinistra Laura Castelletti e Giacomo Possamai, mentre a Pisa e Treviso hanno presentato candidati sindaci autonomi. A Brindisi invece il cosiddetto Terzo polo ha deciso di sostenere il candidato del centrodestra. In quattro città invece la rottura tra Azione e Italia Viva si riflette anche nelle liste: a Siena Azione sostiene il candidato civico Roberto Bozzi, mentre Italia viva il civico Massimo Castagnini; a Massa Azione appoggia il candidato del centrodestra Persiani, mentre Italia viva sostiene quello del centrosinistra Enzo Romolo Ricci.

A Teramo Azione appoggia il candidato del centrodestra Antonetti, mentre Italia viva sostiene Maria Cristina Marroni. A Terni Azione sostiene il candidato del centrosinistra Jose Maria Kenny, mentre Italia viva non si è espressa per nessun candidato. Sullo sfondo rimane il quadro nazionale. È innegabile che l’apertura di credito del Pd nei confronti del M5S (e viceversa) si intraveda, anche se entrambi non vogliono certo siglare vincoli. Il cosiddetto Terzo polo veleggia tra macerie e e abboccamenti a destra e a sinistra. Quelli al governo, come sempre, trovano l’accordo.

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Erano pronti, piacciono ai competenti ma sono una manica di dilettanti

Non era mai accaduto, mai. Basta già questo per descrivere le proporzioni di quello che è accaduto il 27 aprile alla Camera quando la risoluzione sullo scostamento di bilancio da 3,4 miliardi di euro nel 2023 e 4,5 miliardi nel 2024, prevista nel Def, non è passata alla Camera. Nemmeno Giorgia Meloni, abituata a rimodellare i fatti a suo piacimento, ha potuto esimersi dal definirla una «brutta figura, siamo tutti responsabili». La risoluzione aveva bisogno di 201 voti a favore ma la maggioranza è stata mancata per 6 voti. Nella compagine di governo mancavano 11 leghisti, 9 forzisti e cinque deputati di Fratelli d’Italia.

Rimarrà negli annali la scena del vicepresidente della Camera Fabio Rampelli che osserva pietrificato il risultato, chiede a un commesso cosa stia succedendo, rimane disorientato sulla sedia e infine mesto dichiara la risoluzione respinta. L’esame del Def verrà ripreso «nelle modalità che saranno decise dalla conferenza di gruppo acquisite tutte le necessarie informazioni» ha detto nell’aula di Montecitorio il vicepresidente Fabio Rampelli. Durante le riunioni dei capigruppo al capogruppo di Fratelli d’Italia balena una grande idea, ripetere la votazione. Peccato che no, non si può.

Subito dopo che la Camera ha respinto la risoluzione è stato convocato un Consiglio dei ministri con all’ordine del giorno il Documento di economia e finanza 2023. La riunione lampo, su proposta del ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti, ha approvato una nuova relazione al Parlamento. Restano confermati i saldi di finanza pubblica già riportati dal Documento di economia e finanza 2023, mentre la nuova relazione sottolinea le finalità di sostegno al lavoro e alle famiglie oggetto degli interventi programmati per il Consiglio dei ministri già fissato per l’1 maggio. L’Aula della Camera è stata quindi convocata questa mattina alle ore 9 per la discussione generale. Le dichiarazioni di voto inizieranno alle 10 mentre il voto è atteso intorno alle 11.30, così come ha stabilito la conferenza dei capigruppo di Montecitorio: le Commissioni hanno esaminato il nuovo scostamento ieri sera.

«Nessun problema politico, è che i deputati o non sanno o non si rendono conto». Così il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti uscendo dall’aula della Camera, visibilmente irritato. Solo che il fatto che “i deputati non si rendono conto” è un problema politico, eccome. Un nostro problema.

Buon venerdì.

Nella foto: frame del video della votazione alla Camera, 27 aprile 2023

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Che flop la Venere di Santanchè

Fermi tutti, ci siamo sbagliati. La pessima campagna promozionale Open to meraviglia ideata dalla ministra Daniela Santanchè con le (costosissime) idee dell’agenzia Armando Testa rappresenta davvero lo spirito italiano. Anzi, ne è la fotografia esatta. Non tanto dell’Italia, Paese martoriato e svenduto nei suoi beni culturali dai governi di ogni colore, ma del governo italiano.

La pessima campagna promozionale Open to meraviglia ideata dalla ministra Santanchè è la fotografia del governo italiano

Ci sono tutti gli ingredienti fondamentali, dal vittimismo alla mancata percezione della realtà. Il tutto condito con un egocentrismo stizzito che deve essere il requisito essenziale per essere scelti in questo tempo. Dopo le polemiche sulla storpiatura della Venere di Botticelli cartonata come nuova influencer, dopo le osservazioni sulle immagini acquistate a poco prezzo nei siti stock e dopo la brutta figura dell’italianità promossa con un video di un agriturismo sloveno con vino sloveno sul tavolo la storica agenzia ieri ha deciso di acquistare una pagina del Corriere della Sera per rispondere alle critiche e, forse, per difendere il suo prezioso committente, il governo: “La Armando Testa ringrazia – si legge nel messaggio firmato dall’Agenzia -. Quando una campagna di promozione turistica rompe il muro dell’indifferenza e riesce a dar vita ad un dibattito culturale così vivace come quello acceso in soli 5 giorni da Italia. Open to Meraviglia, rappresenta sempre qualcosa di positivo”.

Nonostante 77 anni di onorata attività dalle parti dell’Agenzia (e del governo) non hanno capito che lo scopo di una campagna promozionale è “che se ne parli”. Si sono dimenticati che esiste anche un’altra fondamentale caratteristica: la reputazione che Santanché e agenzia hanno perso facendosi ridere dietro dai giornali di mezzo mondo. “Grazie perché non accadeva da anni che la notizia di una campagna istituzionale suscitasse una eco di tale portata – aggiunge l’Agenzia guidata da Marco Testa -. Quando poi si tratta di una campagna solo presentata ma non ancora uscita, probabilmente di una portata unica. Grazie per le migliaia di visualizzazioni, commenti, meme e per le appassionate discussioni di questi ultimi giorni: ci hanno fatto sentire davvero la più grande agenzia italiana, con un immenso reparto creativo di milioni di persone al lavoro sullo stesso concetto. Grazie anche a tutti coloro che hanno immaginato che il video destinato alla presentazione del progetto, e dunque realizzato con materiale di repertorio, fosse già lo spot ufficiale della campagna – scrive la Armando Testa”.

Questo passaggio è fenomenale. L’agenzia ha comprato una pagina del Corriere della Sera per dirci che la ministra Santanchè ha scambiato un video per uso interno per la campagna che ha lautamente pagato? Questa sarebbe una notizia: un ministero che spaccia come prodotto finito un rozzo prototipo è la fotografia dell’incompetenza. Anche qui, ovviamente, un etto di reputazione s’è persa per strada.

E sul costo della campagna (9 milioni di euro di soldi pubblici) l’agenzia rilancia: “Grazie a chi ci ha fatto sentire milionari! Ma i 9 milioni di euro dell’investimento previsto da Enit sono destinati alla pianificazione media in tutti i principali mercati: Europa, Paesi del Golfo, Usa, Centro e Sud America, Cina, India, Sud Est Asiatico e Australia”. Se cercate nel loro comunicato quanto sia costata la loro prestazione non potete perdere tempo: il prezzo – come accade spesso nelle pubblicità – qui non è nemmeno scritto piccolo in fondo. Non c’è proprio.

In compenso c’è il progetto di esportare la campagna in tutto il mondo (in tutto l’orbe terraqueo, direbbe qualcuno) ma manca l’Africa: probabilmente da quelle parti temono che poi vogliano venire tutti qui da noi. Altra caratteristica notevole della difesa (che riesce a offendere) è il tono. La presunzione mischiata con un pizzico di vittimismo è la reazione costante che questo governo propone in ogni occasione. Torna utile per buttarla in caciara, immaginare scontri anche dove ci sono semplicemente delle osservazioni critiche e evitare di rispondere sul punto.

Perché sul punto l’agenzia Armando Testa avrebbe potuto spiegarci come si possa presentare e vincere l’affidamento di una campagna di tal portata con un filmato talmente brutto, con una creatività così banale e con dei testi così sbilenchi. Ma questo, nonostante avessero lo spazio di una pagina, si sono dimenticati di dircelo. Quello che conta, forse, è semplicemente riciclare il famoso claim “molti nemici molto onore”, che sicuramente piace dalle parti del governo.

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Migranti, Macron dà lezioni di sovranismo alla Meloni

Il problema è che a forza di giocare a fare i sovranisti, i difensori della patria e dei confini alla fine trovi sempre qualcuno più sovranista di te che ti epura. Così il gioco che ha ben funzionato in campagna elettorale al duo Meloni-Salvini oggi mostra la sua ipocrisia e soprattutto la sua inutilità.

La Francia ha deciso di schierare altri 150 poliziotti al confine dell’Italia per controllare il flusso di migranti

Mentre il governo italiano non riesce a chiudere i porti e blindare i confini (semplicemente perché è vietato dal diritto internazionale ed è fisicamente impossibile) la vicina Francia decide di schierare altri 150 poliziotti al confine dell’Italia per controllare il flusso di migranti. La prima ministra francese Elisabeth Borne ha spiegato che “di fronte all’aumento della pressione migratoria al confine italiano, la prossima settimana mobiliteremo 150 poliziotti e gendarmi in più nelle Alpi Marittime”.

Già la settimana scorsa il presidente francese Macron aveva accolto le lamentele per il record di attraversamenti irregolari a Menton con una nuova stretta, largamente appoggiata dal suo ministro dell’Interno, Gérald Darmanin. La preoccupazione del governo francese è quella di evitare il più possibile i cosiddetti “movimenti secondari”, ovvero i flussi di migranti che dopo essere sbarcati nel nostro Paese tentano di raggiungere l’Europa attraversando la Francia.

Ciotti: “Occorre ripristinare i controlli alle frontiere con la massima urgenza”

Nei giorni scorsi il consigliere dei repubblicani francesi Eric Ciotti ha scritto una lettera al ministro dell’Interno: “Occorre ripristinare i controlli alle frontiere con la massima urgenza – ha scritto – e di dispiegare nuovamente i reparti mobili alla frontiera italiana, per evitare che un’ondata migratoria si abbatta sul nostro Paese”. “Nel marzo 2023 – ha aggiunto Ciotti – il flusso di minori non accompagnati entrati in Francia ha battuto un nuovo record con 521 persone prese in carico”.

Lo spostamento al confine di nuovi poliziotti rientra nel cosiddetto “pacchetto immigrazione” (dai contorni per ora piuttosto vaghi) di Macron che non verrà presentato in Parlamento perché manca una maggioranza per approvarlo. La premier francese, Borne, ha annunciato il rinvio per il prossimo autunno: “Oggi – ha riconosciuto Borne a Parigi – non c’è la maggioranza per approvare una tale legge, come ho potuto verificare ieri riunendomi con i responsabili dei Républicains”.

Macron ha pronto un pacchetto di norme sull’immigrazione

Tra i dossier “prioritari” però c’è anche l’immigrazione con una stretta sulle espulsioni ma anche una migliore integrazione dei rifugiati. Oltre all’invio di militari con il confine italiano tra gli altri temi della ‘road map’ macronista c’è anche il rafforzamento dei servizi pubblici, a cominciare da scuola e salute. In assenza di maggioranza assoluta, Borne si è detta “fiduciosa” di riuscire a trovare maggioranze variabili, “progetto per progetto”. Le lezioni – guardando bene – sono due. Giocare a fare i sovranisti disinteressandosi degli altri Stati europei e dei Paesi confinanti è pura propaganda che si schianta contro la realtà.

Sia Macron che Giorgia Meloni sanno bene che senza un accordo condiviso le frontiere diverranno un terreno di scontro sulla pelle dei migranti. Parigi accusa l’Italia di controlli blandi alla frontiera di migranti che secondo il trattato di Dublino, dovrebbero essere presi in carico dall’Italia. Macron ha intanto “disdetto” l’accordo per la redistribuzione di chi sbarca in Italia dopo il caso Ocean Viking, che coinvolse anche il ministro dell’interno Gerald Darmanin. Giocare a fare i patrioti in Europa non paga e non pagherà.

Tra Macron e Meloni, sui migranti, l’unica differenza è l’accento

La questione va risolta a Bruxelles dismettendo i panni dei patrioti e prendendosi la responsabilità di una politica davvero europea, con oneri e onori equamente distribuiti oltre al rispetto dei diritti e dei trattati internazionali. La seconda lezione è che Macron campione di progressismo è una favola molto cara a certi liberali italiani che non ha nessuna attinenza con la realtà. Tra Macron e Meloni, sui migranti, l’unica differenza è l’accento.

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Altra fuga dal Pd a Italia Viva. Ma per la Schlein è una buona notizia

Dice il senatore Enrico Borghi che il Pd con Elly Schlein “è diventato la casa di una sinistra massimalista figlia della cancel culture americana che non fa sintesi e non dialoga”. Riuscire a condensare in una sola frase così tante superficialità era un capolavoro, ma il senatore della corrente dem Base riformista, nostalgica di Renzi e in opposizione alla nuova segretaria, ci è riuscito. È pleonastico aggiungere che Borghi, come avvenuto qualche giorno fa per il suo ex compagno di partito e di corrente, prenda armi e bagagli per trasferirsi al “centro”, tra le macerie del Terzo polo, più precisamente tra le braccia del suo indimenticato leader Matteo Renzi.

Il senatore Borghi sbatte la porta e toglie il disturbo. Una spina nel fianco in meno per la leader del Pd Elly Schlein

Dice Borghi di credere “in un nuovo progetto riformista alternativo alla destra e distinto da questo Pd”. Per Borghi “le prime scelte di Schlein rappresentano una mutazione genetica: da partito riformista a un partito massimalista di sinistra. Io sono convinto che ci sia invece un elettorato moderato che ha bisogno di una casa. Dobbiamo impedire che vada in porto il progetto di Giorgia Meloni di lanciare una opa sui moderati italiani”. Poi il senatore trova un minuto per dirci che no, non si dimetterà, e non lascerà nemmeno il suo posto al Copasir.

Succhiare parlamentari e voti dal Partito democratico è diventato il core business di Italia Viva

In Italia Viva manco a dirlo esultano: succhiare parlamentari e voti dal Pd è il core business del partito renziano che apre anche questa legislatura come ha concluso quella passata, con un’operazione di cosmesi politica che gli permetterà di avere più parlamentari che voti. Secondo Renzi le parole con cui Borghi ha annunciato a Repubblica di lasciare i dem sono “un inno alla politica” perché “spiega il senso di una scelta partendo dalla politica”. Sarà. Di certo Borghi ha avuto un’intensa attività di corrente visto che non molto tempo fa si era allontanato dai cosiddetti “riformisti” del Pd al grido di “basta correnti!” per entrare nella corrente “neo ulivista” a pochi giorni dalle primarie per la segreteria.

L’ex sottosegretaria dem Alessia Morani constata che le “ragioni dell’addio del ‘neo ulivista’ Borghi siano poco comprensibili dette da lui. Le politiche che sarebbero all’origine del suo addio – dice Morani – e proposte dalla nuova segretaria Schlein erano per lo più condivise dalla segreteria Letta di cui faceva parte Borghi stesso”. Qualcuno, come il senatore del Pd Marco Meloni, nota che “quel che afferma Borghi sulla segreteria del Pd somiglia in modo inquietante alla caricatura che ne fanno gli ambienti di destra e non ha alcuna corrispondenza con la realtà dei fatti” e ne invoca le dimissioni.

Dimissioni che, questo è una delle poche certezze di questo Parlamento liquido, non arriveranno mai. Dagli ambienti vicini alla segretaria Schlein non arrivano commenti. La linea è chiara: le parole e le energie vanno concentrate solo sul fare opposizione a questo governo e sul rilancio di proposte su lavoro, scuola, ambiente e diritti. Non c’è spazio per commentare addii o polemiche. Qualcuno però sommessamente fa notare che un po’ di chiarezza nel partito non può che essere salutare.

“Avere un’identità chiara può farci solo bene. È una perdita che ci fa solo guadagnare voti”, bisbiglia un senatore dem. Magari sperando che prima o poi il Partito democratico possa stilare liste che assomiglino veramente alla segreteria e agli elettori. Senza dovere ogni volta sottomettersi al tiro incrociato di chi vive alle spalle del partito, pur essendone fuori da tempo.

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Ddl Cutro, il 28 aprile a Roma “Non sulla nostra pelle”

Hanno deciso di parlare anche loro. Gli stranieri che da noi sono diventati carne da cannone per la propaganda elettorale avrebbero qualcosa da dire. A pensarci bene in un Paese normale dovrebbero essere interpellati per conoscere le storture e le esigenze di un sistema di accoglienza che viene sventolato ma su cui ci si interroga pochissimo.

Per questo la manifestazione di domani a Roma in piazza dell’Esquilino è un evento politico, oltre che umanitario, che andrebbe ascoltato con cura. “Siamo quelli che sono sopravvissuti al Mediterraneo e alla rottabBalcanica, che scappano da fame, guerre, catastrofi ecologiche, dal saccheggio delle nostre terre, dagli effetti delle vostre politiche neocoloniali e delle vostre multinazionali. – scrivono i portavoce delle molte associazioni che hanno lanciato la manifestazione “Non sulla nostra pelle” – Siamo i vostri braccianti, i vostri operai, i vostri badanti, i vostri facchini, i vostri negozianti. Siamo la vostra ricchezza! Siamo quelli che dormono nei ghetti dei campi, che dormono per strada, che non trovano casa, che pagano affitti stellari. Guardati dall’alto in basso, trattati in modo razzista”.

Gli organizzatori denunciano di essere spesso trattati come “come corpi da abusare, sfruttare, violentare”, senza nessuna rappresentanza politica nonostante concorrano alla crescita del Paese. Non manca, inevitabilmente, l’attacco al governo per il cosiddetto decreto Cutro: “Si prova a fermare gli sbarchi pagando criminali libici, appaltando ai campi di concentramento la gestione della frontiera, – scrivono – cercando di impedire alle Ong di salvare vite. Ma tutto questo non serve. Salvini e Meloni avevano promesso meno sbarchi, hanno preso voti sull’odio e la paura, ma gli sbarchi continuano e continueranno. Finché l’alternativa sarà fra morire e provarci, ci proveremo sempre”.

Le loro proposte sono quelle delle molte associazioni che si occupano di diritto di asilo: “No al decreto del governo Meloni; Basta accordi del governo italiano con la Libia; Basta guerra alle Ong che operano salvataggi; Vie di accesso legali e corridoi umanitari;
Per una politica di pace: stop alla vendita di armi e alla partecipazione italiana ai conflitti, sì alla cancellazione del debito per i paesi del sud del mondo; Perché i soldi dell’accoglienza non vadano in sprechi e speculazione, ma siano usati per inclusione e formazione;
Contro i tagli al reddito di cittadinanza, per una sua estensione; Vogliamo la regolarizzazione dei braccianti, dei facchini, dei rider, degli operai e di tutte le lavoratrici e lavoratori immigrati; Vogliamo controlli più rigorosi alle aziende, al fine d’impedire il caporalato e lo sfruttamento delle lavoratrici e dei lavoratori tutti”.

L’appello è sottoscritto da decine di associazioni di stranieri in Italia, da Ong e da associazioni italiane che si occupano di accoglienza. Chissà se oltre a usarli qualcuno prima o poi, dalle parti del governo, avrà anche il coraggio di ascoltarli e di dargli delle spiegazioni.

Buon giovedì.

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