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I primi articoli di Renzi. Editorialista già con gli scout

“È un bel casino vivere la quotidianità. Un sacco di problemi, un sacco di questioni da risolvere. Se abbiamo aperto ad esempio un quotidiano in questi giorni, abbiamo letto che nel mondo ogni tre secondi muore un bambino semplicemente… per povertà”. Leggete bene l’apertura fulminante di questo editoriale. È di Matteo Renzi giornalista.

Matteo Renzi in giovane età è stato anche “caporedattore”. Nella redazione di Camminiamo insieme, giornale degli scout Agesci

Matteo Renzi, neo direttore de Il Riformista, oltre che leader del partito personale Italia Viva, nonché conferenziere per il poco democratico principe saudita bin Salman, nonché maratoneta a tempo perso. Nonché ex pilastro inamovibile del partito unico del cosiddetto Terzo polo, che chissà mai se si farà, in giovane età è stato anche “caporedattore”. Nella redazione di Camminiamo insieme, giornale degli scout Agesci, l’ex presidente del Consiglio si firmava Zac, in onore del personaggio biblico Zaccheo, capo dei pubblicani di Gerico, che salì su un sicomoro: da sopra i rami dell’albero volle vedere l’Uomo della Galilea. Già giovanissimo Renzi aveva capito che l’arrampicata (in senso stretto e in senso figurato) è la chiave per la svolta.

Dalle citazioni di Mike Bongiorno al G8 di Genova. Il direttore del Riformista prometteva bene

Ci sono nel Renzi “Zac” caporedattore tutti gli stilemi del politico imprenditore di sé stesso. Nel suo editoriale “cambiare cuore o canale” (era il numero del 22 gennaio del 2001) il giovane Matteo discetta di cuore e di mente, coltivando gli slogan con cui ha provato a rottamare la politica: “Strana la storia della parola “cuore”. – scrive Renzi -. Oggi vanno di moda le frasine stile cioccolatini, che invitano a seguire il cuore, ad assecondare il proprio istinto. Hanno rovinato persino la bellissima frase di quel grande filosofo che fu Blaise Pascal “Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”; l’hanno devastata immaginando che cuore e ragione siano due cose incompatibili, l’un contro l’altra armata. Ed invece non è così: il cuore è, sin dall’antichità, l’organo della ragionevolezza, dell’intelligenza. E la frase di Pascal sta a dire che il cuore non va contro la ragione, ma arriva oltre i confini davanti ai quali la ragione si arresta”.

Chissà se è il cuore o la ragione che l’ha convinto ad abbandonare la politica come promesso dopo il referendum o a stringere affari con un sultano che fa a pezzi i giornalisti oppositori. Ma andiamo avanti. Tra frasi a effetto tubate a Kennedy, l’editorialista Renzi incita i suoi compagni scout a non arrendersi passando da una poesia di Rodani a Mike Bongiorno: “Davanti alle cose difficili ci si può arrendere oppure ci si può credere fino in fondo. Mettiamola semplice, – scrive Renzi nel numero di febbraio 2001- parafrasando il noto opinionista Mike Bongiorno: davanti a ciò che non va, a ciò che costa fatica, o si lascia o si raddoppia”.

Che Mike Bongiorno fosse un “opinionista” secondo il nostro caporedattore dimostra una confusione già antica sull’autorevolezza che non è direttamente proporzionale alla popolarità. Chissà che ne direbbe Mike Bongiorno di un ex caporedattore che motivava i suoi citandone estasiato il pensiero e che poi con gli anni abbia abusato, proprio lui, della parola “competenza” per stagliarla contro i suoi avversari politici.

E la politica Nel numero dell’8 giugno del 2001 l’ex giornalista e presidente della Regione Lazio a pagina 15 tuonava contro l’Olanda che “dopo avere legalizzato la prostituzione e i matrimoni gay” stava pensando all’eutanasia: Dio non ha più l’ultima parola” tuonava Badaloni e Zan Renzi in ultima pagina vergava invitava a “scegliere la vita contro la cultura della morte”.

Come una Meloni o un Salvini qualsiasi. Affinità elettive fin da giovane. Nello stesso pezzo Renzi, al solito, impartisce lezioni di vita con frasi da baci Perugina: “C’è qualcosa di straordinariamente affascinante nel riempire uno zaino, – scrive Renzi – nel caricarselo sulle spalle, nell’allacciarsi i soliti scarponi, nel respirare profondamente e nel partire. Perché – come direbbe qualche prestigiatore da tre lire – “non c’è trucco e non c’è inganno” nel nostro stare sulla strada. Siamo noi, i nostri pensieri, i nostri amici senza maschere; è la nostra vita, che si mette umilmente in marcia, in marcia verso l’Infinito”.

“Frasi fatte?”, scrive Renzi. Lui dice di non crederlo. Noi un po’, lo ammettiamo, sì. Sempre a proposito di impronta politica conviene rileggersi l’editoriale di Renzi a luglio di quell’anno, quando il mondo rimase sconvolto per la violenza delle nostre forze dell’ordine al G8 di Genova contro i manifestanti. Tutti i giornali di tutto il mondo sottolineavano la carneficina del braccio armato del governo. Zac Renzi no. “Ci sono poche cose più stupide al mondo che immaginare che si possano aiutare i poveri facendo violenza. Sprangare vetrine e bruciare macchine, ferire forze dell’ordine e mettere a fuoco città non è il modo per rispondere all’ingiustizia”, scriveva Renzi mostrando già così giovane un’invidiabile capacità di leggere la realtà sempre dal lato sbagliato, in attesa che i fatti lo smentiscano con il tempo.

“Il nostro nemico – scrive Renzi – non è un avversario invisibile, come ci siamo provocatoriamente chiesti nella prima pagina. Il nostro nemico non è nemmeno la globalizzazione o la politica. Il nostro nemico non è men che mai un ragazzo come noi che fa il carabiniere, né un capo di stato, né un’ideologia. Il nostro nemico siamo noi. Siamo noi quando ci abbandoniamo alla pigrizia e alla rassegnazione; ma anche quando, arroganti, pensiamo di cambiare il mondo senza cambiare noi stessi. Siamo noi quando cediamo alla banalizzazione, a credere a quello che ci dicono senza informarsi davvero. Senza capire davvero”.

Sì, avete letto bene: ci sono dentro tutti gli artifici retorici che usa ancora oggi. Solo una cosa era davvero inimmaginabile in quel lontano 2001: che ci potesse essere gente dentro e fuori il Partito democratico così spericolata da ritenere Renzi un portatore di pensiero non dico di sinistra (bestemmia!). Ma lontanamente progressista. Ci sono, negli articoli di Renzi, tutte le caratteristiche del reazionario smart fin da giovane. Un anziano imbolsito che sa usare un vocabolario empatico per apparire giovane e intanto assecondare la propria natura. Non male.

Sulla guerra, ad esempio, scriveva Renzi: “Talvolta in clan siamo di quelli che si preoccupano della pace nel mondo, della fine dei conflitti, e poi in casa, in comunità siamo in perenne lite con il mondo fuori”. Fa un certo effetto rileggerla oggi, eh? C’è il suo amore per le crisi: “Ma se viviamo aspirando alla libertà, anelando l’Infinito, respirando la nostalgia di una felicità senza tramonto, allora – scrive Renzi – crisi è la parola per noi. Non riduciamola a questioncina da tre lire, a problemuccio pissssicologggico: essere in crisi, sembrerà un paradosso, è la condizione per essere felici, davvero”.

E in effetti nelle crisi (provocate) Renzi ha sempre ritrovato un po’ di felicità. Quella di autopreservarsi fingendo di occuparsi di altro. Un cosa che gli viene benissimo. Compreso questo nuovo giro a Il Riformista.

 

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Salari contro la Costituzione

È qualcosa di storico perché in una sentenza sta scritto ciò che da anni scriviamo sgolandoci. La causa è stata intentata da una donna di Padova che lavorava per la Civis, un’importante società di vigilanza privata con sede a Milano. Secondo il giudice avere un contratto regolare percependo 3,96 euro all’ora è incostituzionale. Si tratta di uno stipendio di appena 640 euro netti mensili, ben al di sotto della soglia di povertà stimata dall’Istat a 840 euro.

Secondo il giudice quello stipendio è contro la Costituzione. A stabilirlo, secondo il togato, è l’articolo 36 della Carta in cui si legge che «il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa». Diritto che, secondo il giudice, non veniva garantito dalla paga offerta dall’azienda per la quale la donna lavorava per 12 mesi all’anno.

Con la sentenza in favore della lavoratrice, il giudice Tullio Perillo ha condannato Civis a pagare un risarcimento di 372 euro lordi in più per ogni mese di lavoro svolto dalla donna, ossia più di 6.700 in totale. In pratica il differenziale tra la paga versata e quella prevista per un servizio di portierato. «È una vittoria storica – spiega Zanotto di Adl Cobas – che apre la strada anche ad altri lavoratori nella stessa situazione in Italia, circa 100mila. E soprattutto dice ai sindacati che avevano siglato questo contratto collettivo, nel caso specifico Cgil e Cisl, che quei contratti da fame non vanno firmati». Anche perché quel contratto è utilizzato – aggiunge Zanotto – «in settori del pubblico impiego, Esu, Ospedali, Agenzia delle Entrate».

Non è ora di una legge sul salario minimo? Il capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra in commissione Lavoro della Camera, Franco Mari, sottolinea come «dopo la sentenza del giudice del lavoro di Milano tocca al Parlamento. Le opposizioni hanno il dovere di fare una sintesi, non al ribasso, tra le cinque proposte di legge sul salario minimo in discussione».

Buon venerdì.

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Conflitto di interessi permanente per vanità

Per contestualizzare la notizia si potrebbe partir da un episodio raccontato ieri da Stefano Menichini. Matteo Renzi, ai tempi presidente della Provincia di Firenze, partecipò a un evento promosso dal giornale Europa di cui Menichini era direttore. Racconta Menichini: «Renzi prende una copia, la guarda appena, si gira al vicino e chiede: “Ma un giornale vero non c’è?”». Dieci anni dopo Renzi segretario del Partito Democratico ordinò la chiusura di quel giornale.

Per avere un’idea del senso per la stampa di Matteo Renzi bisogna tornare a L’Unità, che Renzi chiuse per ben due volte. Come scrive Andrea Carugati per Il Manifesto «la prima nel 2014, quando da neo segretario del Pd favorì la liquidazione della società editrice per costituirne una nuova di zecca in cui la fondazione del partito – Eyu – era socia di minoranza insieme al gruppo Pessina. La seconda nel 2017: quando l’Unità renziana tracollò a causa di una linea turboriformista sdraiata sul “caro leader”, lui battezzò una nuova testata di partito, Democratica, diretta da Andrea Romano, solo online e presto affondata».

Forte del suo curriculum ieri Matteo Renzi è tornato sul luogo del delitto annunciando con una recita di famiglia in sala Stampa estera di essere il nuovo direttore de Il Riformista che ora dovrà decidere che redazione avere, visto che gran parte passerà in blocco proprio a l’Unità che l’editore Romeo ha resuscitato per affidarla alla direzione di Piero Sansonetti. Dal punto di vista giornalistico per ora siamo nel campo della mera speculazione pubblicitaria e politica (lo scrive in un suo comunicato anche la Fnsi). Dal punto di vista politico siamo al giornale di partito di un partito senza elettori e presumibilmente senza lettori. Al solito.

Quando qualche giorno fa scrissi proprio qui che Renzi avrebbe lasciato Calenda a spalare macerie qualche terzopolista si è incupito. Forse non sapeva o forse non capiva. Siamo di fronte all’ennesimo “conflitto di interessi” per vanità. Solo che ogni volta diventa più raggelante. Un senatore direttore di un giornale edito da un editore coimputato di suo padre per traffico di influenze (insieme a Italo Bocchino, altro direttore) dice tutto quello che c’è da dire sullo stato dell’editoria italiana, dove le testate sono un orpello da indossare per oliare gli ingressi di certi salotti e un tubetto di stagno per saldare amicizie. Da parte sua Renzi aggiunge all’elenco di attività extraparlamentari un altro tassello che stride parecchio con il senso per il giornalismo del suo amico bin Salman, coautore con il senatore fiorentino di quel Rinascimento saudita che vorrebbe lavarsi dal sangue di Kashoggi.

C’è un ultimo particolare interessante. Dice Renzi di avere avvisato il suo compare Calenda (che raccontano furioso nella giornata di ieri) e Giorgia Meloni. Cosa c’entri la presidente del Consiglio in un affare del genere non si capisce. Meglio: si capisce benissimo. Se si trattava di cortesia istituzionale Renzi avrebbe dovuto avvisare il presidente del Senato, non certo la capa del governo. Il direttore del Corriere Luciano Fontana dice quello che pensano tutti: «Mi stupisce che voglia fare tremila mestieri e non l’unico per cui è stato eletto dal popolo italiano». E Calenda mette subito le mani avanti: «Non sarà il nostro giornale».

Buon giovedì.

Nella foto: frame del video della conferenza stampa di Matteo Renzi alla Stampa estera

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L’Ucraina, le mine, i bambini

Dopo più di 13 mesi di guerra su vasta scala, il numero confermato di bambini uccisi in Ucraina ha superato i 500. Alla data del 2 aprile, almeno 501 bambini sono stati uccisi e 991 feriti a causa dell’escalation del conflitto, la maggior parte dei quali ha dai 12 anni in su, ma si teme che i numeri reali siano significativamente più alti. Basti pensare che 1 civile su 8 ucciso o ferito da mine antiuomo e ordigni inesplosi è un bambino. È Save the Children, l’Organizzazione che da oltre 100 anni lotta per salvare le bambine e i bambini a rischio e garantire loro un futuro, a sottolineare queste tragiche cifre in occasione della Giornata internazionale per la consapevolezza e l’assistenza nelle azioni antimine. Dal febbraio 2022 in Ucraina è stato ucciso almeno un bambino al giorno, secondo l’analisi di Save the Children su dati verificati delle Nazioni Unite. Gli incidenti a causa delle mine, che ora vengono segnalati quotidianamente, hanno causato 126 vittime nell’ultimo mese e mezzo, ovvero una media di 3 civili uccisi o feriti al giorno da residui bellici esplosivi. Dall’escalation del conflitto nel febbraio dello scorso anno, le vittime causate dai residui bellici sono state 758, quasi il 12% sono bambini. Ogni giorno in Ucraina, bambine e bambini corrono un rischio crescente di calpestare una mina antiuomo o di raccogliere parte di una munizione, e quindi di subire ferite mortali o di venire uccisi. Prima che scoppiasse la guerra, l’Ucraina era già uno dei paesi più minati al mondo. Da allora, i terreni contaminati da mine sono aumentati di dieci volte, occupando il 30% del Paese, circa 180 chilometri quadrati, un’area grande il doppio del Portogallo o uguale allo stato della Florida negli Stati Uniti.

A questo si aggiungono le armi esplosive ad ampio raggio, altra causa predominante delle vittime tra i bambini in Ucraina. Nel primo anno di guerra su vasta scala, 404 bambini sono stati uccisi da bombardamenti, missili e attacchi di droni e altri 850 sono rimasti feriti. La maggior parte delle vittime si è verificata nelle regioni di Kharkiv e Donetsk, dove i combattimenti sono in corso dallo scorso febbraio. Nei centri urbani nell’est e nel sud del paese continuano i combattimenti e i bombardamenti. Molti ragazzi e ragazze sono costretti ancora a rifugiarsi negli scantinati degli edifici residenziali sotto attacco. Secondo Save the Children, solo lo scorso anno, i bambini in Ucraina sono stati costretti a trascorrere in media più di 900 ore (38,3 giorni) in bunker sotterranei.

”Mezzo migliaio di bambini uccisi è l’ennesimo tragico traguardo raggiunto in questa guerra. 500 in più di quanti dovrebbero essere. Ogni giorno in Ucraina, ragazze e ragazzi innocenti vengono ancora feriti o uccisi. Un Paese dove la violenza, che comprende l’uso di armi esplosive nelle aree urbane, incombe all’orizzonte. La conseguenza è che, durante il primo anno di guerra rispetto ai precedenti otto anni di conflitto nell’est del paese, le vittime tra i bambini sono state tre volte più alte rispetto alle altre. Ma i bambini in Ucraina hanno anche sperimentato un immenso disagio psicologico a causa della violenza e dell’instabilità: molti sono stati separati dai loro genitori o hanno visto i loro cari uccisi o feriti”, ha dichiarato Sonia Khush, direttrice di Save the Children in Ucraina.

La primavera sta arrivando, la neve si scioglie e le piogge faranno emergere mine sepolte e frammenti di proiettili e di artiglieria inesplosi. Questo paesaggio letale si rivelerà altamente pericoloso per le bambine e i bambini, che trascorreranno più tempo all’aria aperta. A febbraio, 8 adolescenti sono rimasti feriti dopo che un sedicenne aveva giocato con una mina alla fermata dell’autobus a Izyum. Per educare i bambini ai rischi degli esplosivi, Save the Children distribuisce opuscoli informativi sulle mine e organizza sessioni di sensibilizzazione nelle scuole di tutta l’Ucraina. ”Prima di tutto, dobbiamo comunicare ai bambini che non esistono oggetti esplosivi sicuri. Sono tutti pericolosi, è vietato avvicinarsi, toccarli. Insegniamo ai bambini come riconoscere un’area contaminata o un esplosivo solitario e cosa fare quando vengono individuati”, afferma Yevhen, l’istruttore dell’Associazione degli sminatori ucraini. ”E’ molto importante che [i bambini] vivano a lungo e felici e non si espongano al pericolo”, conclude.

Buon mercoledì.

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Renzi che se ne scappa e Calenda lasciato solo a spalare le macerie

In politica e in democrazia accade così: contano i numeri. Possono esserci quintali di editoriali o decine di testimonial presunti competenti ma i voti certificano il peso degli attori in campo. Anche quando vince qualcuno che può non piacerci dovremmo ricordarci che i voti sono ancora il primo vero argine a un’oligarchia che vorrebbe istituzionalizzarsi. Non è un caso che a ogni elezione, che sia locale o regionale o nazionale, vengono smutandati decine di presunti esperti di politica e decine di presunti leader.

Le elezioni regionali in Friuli Venezia Giulia per esempio certificano che le regioni del nord sono di destra, come quasi tutto il resto del Paese. Quelle regioni di destra per diversi motivi, primo su tutti l’appeal quasi nullo del centrosinistra che per anni ha inseguito il potere fottendosene dei voti. Quelle regioni sono di destra perché la Lega riesce (in Lombardia, in Veneto, in Friuli Venezia Giulia e in Piemonte) a sopravvivere nonostante Salvini. Quelle regioni sono di destra perché il centrosinistra spesso (Pd in primis) è apparso identico nei desideri con la considerevole differenza di non tirare i fili del governo. Ce ne vorranno parecchi di Majorino per cambiare l’immagine consolidata.

Le elezioni regionali di ieri però ci offrono spunti interessanti. Il primo è che Giorgia Meloni ha trainato il suo partito sull’onda delle ultime elezioni politiche ma la mancanza di una classe dirigente ritenuta capace e davvero radicata sul territorio si fa sentire. Così Salvini può esultare e appropriarsi di un vittoria che è ben poco sua: Fedriga, rieletto presidente della Regione, è la linea opposta di Salvini dentro la Lega e da solo con la sua lista pesa poco meno di tutta la Lega. Salvini ha perso il 16% rispetto alle regionali del 2018 e la lista personale di Fedriga ha guadagnato più dell’11%. Il ministro alle Infrastrutture e ai Ponti esulta ma sa benissimo che la fronda interna cresce giorno dopo giorno.

Elly Schlein per ora è un effetto più mediatico che politico quando si tratta di elezioni. È naturale che sia così: l’onda su Schlein è vincolata a un cambiamento reale del Pd che molti ora si aspettano nei fatti. Queste elezioni dicono pochissimo della nuova segretaria (anche se qualcuno già da oggi le userà contro di lei) ma confermano che l’aspettativa si consolida in voto solo di fronte a un concreto cambiamento. Schlein lo sa, sta lavorando proprio su questo. Resta da vedere se glielo permetteranno. Nel frattempo il M5s, che la neo segretaria del Pd considera partner affidabile per la costruzione del centrosinistra, continua a essere altalenante: avrebbe potuto essere determinante a Udine ma se n’è andato da solo.

Il cosiddetto Terzo polo è un’invenzione letteraria di alcuni giornali che non legge quasi nessuno. Essere superati in Friuli Venezia Giulia da una lista strampalata come quella che tiene insieme Italexit, Movimento 3V, Movimento Gilet Arancioni, Alister e Comitato Tutela Salute Pubblica Fvg significa essere i re degli incompetenti che vorrebbero dare patenti di incompetenza. L’analisi del voto di Carlo Calenda a caldo ieri sera (“Il risultato in #FVG è per noi deludente e purtroppo non si discosta da quello delle altre Regionali, elezioni più polarizzanti fra tutte e difficili per un partito di centro. Complimenti a Fedriga e tanta stima al nostro @MaranAlessandro, persona di grande qualità. Avanti e al lavoro”) è un capolavoro di inettitudine: dentro c’è la colpa data agli elettori e la sindrome del tennista che dà sempre la colpa alla racchetta. Che poche ore prima dell’ennesima disfatta (dopo la Lombardia e il Lazio) Matteo Renzi abbia deciso di “tirarsene fuori” spiegandoci che si sarebbe preso “una pausa” (una pausa televisiva, perché per lui la politica è poco più dell’apparire) conferma quello che si dice da tempo: Renzi e Calenda si scinderanno, uno andrà a destra e l’altro a sinistra, tutti e due stampelle pleonastiche di poli politici che esistono anche nel mondo reale.

Buon martedì.

Nella foto: frame del video dell’apertura della campagna elettorale di Azione-Italia viva, Milano, 2 settembre 2022

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L’Italia multata per deportazione. Ancora

Giovedì 30 marzo la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) di Strasburgo ha condannato l’Italia per violazione dei diritti umani e ha ordinato alle autorità italiane di risarcire i ricorrenti.

I ricorrenti sono quattro migranti tunisini che tentarono di raggiungere l’Italia a bordo di un’imbarcazione di fortuna nell’ottobre 2017, soccorsi in mare e portati sull’isola di Lampedusa. All’arrivo a Lampedusa, spiegano gli atti del tribunale, i quattro migranti sono stati condotti presso l’hotspot dei migranti per una prima identificazione, registrazione e colloqui.

Secondo il tribunale, i migranti sono stati collocati nell’hotspot per dieci giorni “durante i quali affermano di non essere stati in grado di andarsene e di interagire con le autorità”. I ricorrenti affermano inoltre che il loro trattamento nell’hotspot è stato “disumano e degradante”.

Più tardi, in ottobre, i quattro ricorrenti, insieme ad altri 40 migranti, sono stati portati all’aeroporto di Lampedusa. Dicono di aver ricevuto documenti da firmare, che non hanno capito, e solo successivamente hanno scoperto che si trattava di provvedimenti di respingimento che impedivano loro di rientrare in Italia. Da Lampedusa, il gruppo racconta di essere stato prima trasportato all’aeroporto di Palermo e poi “trasferito con la forza in Tunisia”.

A causa di questo trattamento, la Cedu ha ritenuto che l’Italia violasse gli articoli 3, 4 e 5 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. L’articolo 3 riguarda i trattamenti inumani o degradanti, l’articolo 5 riguarda il diritto alla libertà e alla sicurezza e l’articolo 4 riguarda il divieto di espulsione collettiva degli stranieri.

In particolare, l’Italia è stata giudicata in violazione dell’articolo 4 in quanto non aveva fatto alcun tentativo di valutare il caso di ciascuna persona separatamente: non ci sono stati colloqui individuali e al gruppo nel suo insieme sono stati impartiti ordini di respingimento.

I quattro migranti, precisa il tribunale, sono tutti cittadini tunisini, nati tra il 1989 e il 1993, e che attualmente risiedono in Tunisia. La loro domanda è stata presentata per la prima volta al tribunale nell’aprile 2018.

Il caso è stato deciso da una camera di sette giudici, di cui uno italiano. La corte ha osservato “che il governo [italiano] non ha contestato le affermazioni dei ricorrenti riguardanti le condizioni (in particolare scarsa igiene e mancanza di spazio) presso l’hotspot di Lampedusa, dove erano stati trattenuti per dieci giorni”.

I ricorrenti, ha affermato il tribunale, sono stati effettivamente privati ​​della loro libertà per tutto il tempo in cui sono stati trattenuti nell’hotspot perché la struttura era “circondata da sbarre, recinzioni e cancelli, e da cui non erano stati in grado di uscire legalmente”.

La loro detenzione di dieci giorni non aveva una “base giuridica chiara e accessibile”, ha anche rilevato la corte, aggiungendo che ai ricorrenti non sono state fornite informazioni sufficienti o non è stata data la possibilità di contestare i motivi della loro detenzione de facto davanti a un tribunale.

Dal momento che sembravano non aver compreso gli ordini né aver avuto tempo tra la loro firma e l’imbarco sull’aereo, la corte ha ritenuto che ai ricorrenti non fosse stata data la possibilità di appellarsi contro le decisioni.

Il tribunale ha condannato l’Italia a pagare a ciascun ricorrente 8.500 euro a titolo di risarcimento danni e 4.000 euro a titolo di costi e spese.

Secondo i dati raccolti dall’organizzazione italiana Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione), tra novembre 2020 e gennaio 2021 sono aumentati i provvedimenti di espulsione nei confronti di cittadini tunisini emigrati in Italia.

Infatti, secondo uno studio Asgi diffuso nel 2022, i cittadini tunisini costituivano l’80,5% dei cittadini stranieri transitati nei Centri di detenzione e rimpatrio (Cpr) in Italia, e il 75,5% dei cittadini stranieri rimpatriati dall’Italia.

L’Ong per i diritti umani Borderline Sicilia ha definito il sistema di rimpatrio dei tunisini in Italia una “macchina perfetta”.

Italia e Tunisia hanno firmato un accordo, secondo il quale la Tunisia è considerata dall’Italia un Paese ‘sicuro’, il che significa che la maggior parte dei cittadini tunisini è esclusa a priori dalla protezione internazionale. Ciò significa che il loro rimpatrio può avvenire attraverso una procedura accelerata.

Durante la pandemia di Covid-19, il rimpatrio dei migranti tunisini sembrava essere facilitato, sostiene l’Asgi. La maggior parte dei migranti tunisini arrivati ​​in Italia durante la pandemia sono stati prima portati in un hotspot per l’identificazione. Da lì, sarebbero stati portati in un Cpr e messi su una nave di quarantena per il periodo di isolamento obbligatorio.

Borderline Sicilia descrive la nave quarantena come “anticamera del rimpatrio per completare la fase di canalizzazione legale della procedura hotspot: il tempo trascorso sulla nave è servito a completare la selezione dei cittadini stranieri, distinguendo tra ‘richiedenti asilo’ e ‘migranti economici, ‘ tra chi ha accesso all’accoglienza e chi viene espulso”.

Una volta che i cittadini hanno lasciato la nave quarantena, organizzazioni come Borderline Sicilia affermano che alla maggior parte dei tunisini è stato chiesto di firmare un documento senza alcuna spiegazione o accesso alle informazioni. Non hanno avuto la possibilità di raccontare la loro storia personale e nemmeno di presentare domanda di protezione internazionale. In genere veniva loro emesso un ordine di allontanamento e gli veniva chiesto di lasciare l’Italia entro sette giorni.

Un articolo del 2022 di Borderline Sicilia ha evidenziato i casi di tre uomini tunisini che erano stati tutti detenuti in Cpr in Italia. Due di loro sono morti durante la detenzione o subito dopo.

Borderline Sicilia scrive che uno di loro è stato detenuto per due mesi in un Cpr vicino Trapani. Durante il suo periodo di detenzione, “Sami si è ripetutamente autolesioniato, cucendosi le palpebre, le labbra e i genitali”. Dopo aver minacciato di impiccarsi, alla fine è stato rilasciato ed è stato in grado di raggiungere la sua famiglia in Europa. Un altro migrante tunisino, Wissem, è morto durante la contenzione psichiatrica all’ospedale San Camillo di Roma. Il 26enne di Kebili in Tunisia sarebbe stato “sedato e legato mani e piedi a un letto d’ospedale, dopo essere passato per il Cpr di Ponte Galeria, dove era detenuto”.

Infine, Borderline Sicilia ha raccontato anche la storia di Bilel, tunisino di 20 anni di Sfax, morto nel maggio 2020 mentre era in quarantena sulla nave Moby Zaza, ormeggiata al largo di Porto Empedocle in Sicilia.

Dall’inizio del 2023, secondo i dati del governo italiano, più di 27.000 migranti in totale sono arrivati ​​via mare sulle coste italiane. 1.862 di loro sono registrati come cittadini tunisini.

Buon lunedì.

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Il pullman dei 26 migranti spaesati, emblema del fallimento dell’accoglienza

La scena potrebbe essere l’incipit di un libro di Leonardo Sciascia. C’è questo pullman – le cronache non ci dicono se fosse scassato – che possiamo immaginare cigolante per esigenze d’atmosfera, con a bordo 26 migranti partiti da Siracusa. Il «partiti da Siracusa» è una definizione che forse non rende l’idea, che rende tutto colpevolmente superficiale. I 26 arrivano dall’Africa subsahariana, lembo sofferente in un continente sofferente in cui l’unica salvezza spesso è tirare fuori la testa in Europa, come un annegato che cerca l’ossigeno. Nascere dalla parte sbagliata del mondo (l’Africa sotto il Sahara è una delle parti sfortunate in cui venire al mondo) significa intraprendere un viaggio che contiene molti viaggi. Nel loro caso c’è da trovare un trafficante che curi il prelievo nel villaggio, la traversata del deserto che offre una letteratura della violenza con uomini bruciati dopo essere stati ricoperti di benzina fino al collo dell’imbuto, la Libia. La Libia, che dovrebbe essere primo passo della speranza, è il tonfo ancora peggiore.

Migranti, click day, oggi 27 marzo 2023
Migranti in Sicilia. (Getty Images)

La Libia della schiavitù, degli stupri e delle torture

Il rapporto dell’Onu spiega che in Libia la tratta, la riduzione in schiavitù, il lavoro forzato, la detenzione, l’estorsione e il traffico di migranti vulnerabili hanno generato entrate significative per individui, gruppi e istituzioni statali e hanno incentivato la continuazione delle violazioni. Ci sono ragionevoli motivi per ritenere che i migranti siano stati ridotti in schiavitù in centri di detenzione ufficiali così come in «prigioni segrete» e che lo stupro sia stato commesso come crimine contro l’umanità. Nel contesto della detenzione, le autorità statali e le entità affiliate – tra cui l’Apparato di deterrenza della Libia per la lotta alla criminalità organizzata e al terrorismo (Dacot), le Forze armate arabe libiche (Laaf), l’Agenzia per la sicurezza interna (Isa) e l’Apparato di supporto alla stabilità (Ssa) e la loro leadership – sono state ripetutamente trovate coinvolte in violazioni e abusi. I detenuti sono regolarmente sottoposti a tortura, isolamento, detenzione in isolamento e gli viene negato un adeguato accesso ad acqua, cibo, servizi igienici, luce, esercizio fisico, cure mediche, consulenza legale e comunicazione con i familiari.

Il parlamento ha votato compatto: l'Italia continuerà a pagare i miliziani e la guardia costiera libica per limitare gli sbarchi
Migranti in un centro di detenzione in Libia. (Getty)

Spargerli in giro perché si notino il meno possibile

Immaginiamo questi 26. Le donne regolarmente stuprate sperando di essere brutte, di diventare sempre più brutte per poter partire. Gli uomini con i polsi e le caviglie fratturate per gioco dagli schiavisti. Nell’orrore si imbarcano. Arrivati a questo punto del viaggio – lo dicono tutti – rischiare di morire su un barchino instabile ha il sapore della buona notizia. Dopo quell’orrore i corpi hanno imparato a non avere più paura. I nostri 26 sbarcano in Italia. Anche qui sono numeri. In Italia concorrono a scassare la propaganda che risponde ingrassando l’odio. Quei 26 rientrano nelle statistiche di un governo che ha bisogno di numeri bassi da dare in pasto ai propri elettori: sono persone che sbrodolano e danno fastidio. Qui per fortuna non si possono nascondere le persone in scantinati illegali e non si possono eliminare per togliersi il problema. A Siracusa tocca spargerli in giro perché si notino il meno possibile. Destinazione Piemonte.

Il pullman dei 26 migranti spaesati, emblema del fallimento dell'accoglienza
I 26 migranti fatti scendere dal pullman.

Il capolinea molto prima del centro d’accoglienza

Torniamo al pullman che non sappiamo se scassato. Il torpedone attraversa l’Italia e arriva a Rocca Canavese, un paesino di poco più di mille abitanti a una trentina di chilometri da Torino. I migranti sarebbero destinati a diversi centri d’accoglienza in Piemonte, ma nella piazza cittadina il pullman ferma, sbuffa e l’autista stentoreo dice che siamo al capolinea. Al capolinea di cosa, avranno pensato quelli. Scendono e si ritrovano in mezzo a una piazza, con le valigie che hanno tutta una vita dentro. Rimangono lì, si guardano in giro. Qualche anima buona decide di telefonare al sindaco. «Quando me lo hanno riferito non riuscivo a crederci», racconta il sindaco Alessandro Lajolo al Corriere Torino. «Poi sono sceso in piazza e ho visto questi poveri ragazzi, stanchi e spaesati, in strada. Siamo di fronte a un’emergenza umanitaria e qui a Rocca facciamo quello che è nelle nostre possibilità, ma l’accoglienza non può funzionare così». Dice il sindaco: «Ci hanno messo in contatto con gli autisti e dopo due ore la situazione è stata risolta. Mi spiace per queste persone che hanno dovuto affrontare pericoli e difficoltà e di certo non meritavano di essere trattate come pacchi. Ho chiesto spiegazioni ai conducenti del pullman, da quello che ho capito erano convinti che questo fosse un punto di smistamento. O forse erano semplicemente troppo stanchi». Talvolta accadono episodi che valgono più di mille editoriali. Il pullman degli spaesati è uno di questi.

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Codice degli appalti, De Magistris: “La riforma è un regalo al sistema criminale”

Il governo, Salvini in primis, esultano per il nuovo Codice appalti parlando di cancellazione della burocrazia e maggiore rapidità nei lavori pubblici. Luigi De Magistris, (Unione popolare), quanto costa in termini di legalità questo risultato?
“La politica vuole mani libere per avere mani in pasta. C’è un fiume di denaro pubblico da spendere: una grande opportunità per il paese ma anche una occasione ghiotta per il sistema criminale che sempre più si è mimetizzato a tutti i livelli istituzionali. Il 98% dei lavori sarà affidato senza gara pubblica, i sub-appalti saranno senza limiti, meno sicurezza e tutele per i lavoratori, meno vincoli a tutela del paesaggio. Si doveva invece semplificare il quadro normativo e ridurre la burocrazia, non cancellare le regole che garantiscono trasparenza e legalità e impediscono una devastazione dei nostri territori. Stiamo affidando la cura a chi ci ha portato alla distruzione di ambiente e territori ed è come affidare a Dracula la banca del sangue”.

Secondo la sua esperienza da magistrato e da amministratore è esagerato definire questo Codice un regalo alle mafie?
“Non è affatto esagerato, è un regalo a quel sistema criminale che vive di rapporti tra un pezzo significativo della politica, diverse imprese e le organizzazioni mafiose guidate da colletti bianchi e sempre più infiltrate nell’economia e nelle istituzioni. Il denaro pubblico serve alla mafie per entrare nelle istituzioni a livelli locali e nazionali”.

In vista delle ingenti somme che arrivano dall’Europa (se arrivano) questo paese le sembra strutturato per difendersi da mafie e corruzione?
“La lotta alle mafie e alla corruzione da troppi anni non è più la priorità di governi e parlamenti. Anche un pezzo dell’opinione pubblica, in buona fede, pensa che meno tritolo=meno mafie. Mentre invece le mafie, soprattutto la ’ndrangheta, sono penetrate ad ogni livello ed in ogni parte del nostro paese. Si assiste ad un crollo complessivo della tensione morale su questi temi ed anche la magistratura, con lodevoli eccezioni, sembra arretrare nel contrasto alla borghesia mafiosa avendo perso anche credibilità negli ultimi anni per troppi scandali. Chi si è opposto da dentro le istituzioni al sistema criminale è stato ed è duramente contrastato e talvolta fermato e gli organi di controllo efficaci vengono sistematicamente depotenziati. I prossimi passaggi saranno ridimensionamento della giustizia amministrativa e delle sovrintendenze”.

Cosa ne pensa del combinato disposto Cartabia-Salvini che consentirà anche a imputati, indagati, sotto processo, di accedere agli appalti pubblici?
“Semplicemente una conferma di un disegno politico che non vuole contrastare opacità e zone d’ombra. Addirittura chi ha patteggiato reati gravi può partecipare. Gli onesti sono i fessi, per i furbi si trova sempre il cavillo. Il governo Draghi, con la Cartabia alla giustizia, non era l’esecutivo dei migliori, forse lo era per i poteri forti e per un certo circuito mediatico-finanziario-politico, ma non per chi crede nella giustizia e nella legalità. La riforma Cartabia più entra in funzione e più fa danni, sembra un percorso ad ostacoli per non rendere giustizia ma una serie di uscite di emergenza per garantire al sistema e ai suoi accoliti di poter agire sempre più indisturbati. Per non parlare di quello che vuole fare Nordio e la maggioranza per scardinare definitivamente l’autonomia e l’indipendenza della magistratura: stop intercettazioni proprio sui reati in materia di appalti e corruzioni, più ostacoli per i pm scomodi, via obbligatorietà dell’azione penale. La magistratura conformista quella voluta dalle riforme Mastella e Cartabia. Il sistema è allergico ai controlli del potere diffuso”.

Cosa servirebbe a questo Paese per avere una seria riforma del codice degli appalti?
“In primo luogo una politica onesta, libera, autonoma, competente e coraggiosa. Meno regole, non il ginepraio incomprensibile che nasconde corruzioni, ma che siano chiare ed efficaci, comprensibili a tutti. Semplificazione delle procedure, controlli sostanziali e non solo formali, assumere giovani bravi nella pubblica amministrazione, commissioni di aggiudicazione non condizionabili scelte se del caso anche con sorteggio tra persone qualificate, promuovere le imprese che denunciano pizzo e mafie e che rispettano i diritti dei lavoratori e che applicano anche clausole sociali. Si deve rompere il rapporto opaco pubblico-privato che attraverso il denaro pubblico cementifica il legame con le mafie e alimenta i cosiddetti prenditori, quelli che prendono i soldi dei contribuenti e non fanno nulla per l’interesse pubblico. E l’autonomia differenziata darà ancora più potere ai vertici regionali dove transita una quantità enorme di denaro pubblico e si addensano spesso le relazioni più opache”.

Come valuta, più in generale, la postura di questo governo nei confronti delle organizzazioni criminali?
“Un governo con la spada di ferro verso i più deboli, gli oppressi e i dissenzienti e con la spada di latta nei confronti delle organizzazioni criminali. Un indizio è un indizio, due indizi fanno due indizi, tre indizi una prova. Gli indizi ad oggi sono gravi, precisi e concordanti. E anche la sicurezza nelle grandi città è peggiorata addirittura con questo governo, più crimini, meno prevenzione e controllo del territorio, più paura tra i cittadini. Avremo sempre di più poi il manganello per le piazze ed i regali per le mafie”.

È pensabile che di fronte a un colpo di mano del genere in Italia si strutturi una reale protesta in Parlamento e in piazza
“In Parlamento le opposizioni più che protestare devono fare la loro parte istituzionale mostrandosi possibilmente coese, ma hanno anche molto perso in credibilità complessiva nel paese per avere profondamente deluso quando hanno governato ed agito male anche su questi temi. Nelle piazze il popolo dovrebbe invece protestare, ritrovare la coscienza collettiva di che vuol dire avere la forza del popolo, vediamo quello che accade in Francia, lottare e conquistare i propri diritti, rompere il sistema e costruire dal basso l’alternativa di governo. Questo anche significa che la sovranità appartiene al popolo”.

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Marcucci sogna Calenda: ma che aspetta a seguirlo?

Volendo essere precisi sarebbe da capire anche quando hanno scippato la definizione di “riformisti”. Che al riformismo si siano sovrapposte bande di potere che si sono sparse dentro e fuori dal Pd rivendicando l’unico comune denominatore di sparare contro il loro partito o ex partito è già un elemento da antropologia.

L’ex capogruppo del Pd Marcucci in un’intervista martella la neo segretaria Schlein con la stizza di un bimbo escluso dalla partitella in cortile

Fatto sta che i riformisti (che nel Pd si sono radunati nella corrente di Base riformista che fu di Lotti, poi capeggiata da Guerini e poi sdraiata sulla mozione di Bonaccini) utilizzano una strategia talmente prevedibile che se ne potrebbe ogni mattina ancor prima che comincino a parlare: indebolire Elly Schlein, consequenzialmente indebolire il Pd e leccare il cosiddetto Terzo polo. Il tutto, badate bene, solo per custodire i propri cabotaggi e le sempre più piccole posizioni di rendita.

Ieri è stata la volta dell’ex capogruppo dem Andrea Marcucci (nella foto) che in un’intervista martella la neo segretaria con la stizza di un bimbo escluso dalla partitella in cortile. “Una minoranza esclusa di fatto dalla presidenza dei gruppi, – dice Marcucci intervistato da QN – e presto lo capiremo, anche con incarichi di segreteria, definiamoli così, abbastanza leggeri. Non era mai successo prima, per dire sia Renzi che Zingaretti confermarono capigruppo più in equilibrio con le anime del Partito, pur in presenza di percentuali di vittoria alle primarie ben più eclatanti’’.

Dopo la critica apocalittica sul metodo Marcucci si lascia andare al solito parallelismo Schlein/Melenchon (che da quella parti viene visto come un’onta) spiegandoci che “Elly Schlein vuole costruire un partito più marcatamente di sinistra, mentre il Pd è nato di centrosinistra. Per dirla con una battuta, io ricordo l’entusiasmo di Valerio Zanone quando vi aderì, oggi il modello che si vuole assumere è quello di Jean-Luc Mélenchon. C’è una certa differenza’’.

La critica è legittima, per carità, ma risulta terribilmente identica alle trollate biliose degli esagitati del Terzo polo che vedono il pericolo comunismo nascosto nelle pupille di Schlein. Solo loro, Salvini, Berlusconi, Libero e Il Giornale insistono con questa puttanata. E che la compagnia di giro sia quella non stupisce: chi si somigli si piglia, recita un antico adagio. L’unità del partito e la collaborazione annunciate da Stefano Bonaccini quando signorilmente perse le primarie per la segreteria del Pd sono una promessa che si è sciolta nel giro di pochi giorni.

Marcucci dice pubblicamente ciò che privatamente si dicono in molti. La differente cautela non cambia la sostanza delle cose: Schlein dopo poche settimane si ritrova già a fare i conti con una minoranza che è in tutto e per tutto opposizione. Gli appelli dei “riformisti” non sono altro che messaggi in codice perché suocera intenda di renziana memoria. Marcucci ci fa sapere anche di essere molto interessato a quello che accade al Terzo polo. Anche questa una scena già vista, l’”altrimenti me ne vado”.

E perché non se ne vanno? Perché un altro partito che gli garantisce i posti e la tolleranza del Pd non lo trovano. E forse perché i riformisti alla resa dei voti sono sempre molto meno “credibili” di quello che pensano di essere mentre si fanno i complimenti a vicenda davanti ai loro caminetti sempre più vuoti.

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Il governo degli orrori

Fatti accaduti ieri.

L’Eurocamera ha approvato l’emendamento al testo della Risoluzione sullo Stato di diritto che «condanna le istruzioni date dal governo italiano alla municipalità di Milano di sospendere la registrazione delle adozioni delle coppie omogenitoriali». L’emendamento è stato presentato dal gruppo di Renew europe e supportato da Sinistra, Verdi e Socialisti. Il Parlamento europeo ha approvato per alzata di mano, in plenaria a Bruxelles l’emendamento. Il Parlamento europeo, si legge ancora nell’emendamento, «ritiene che questa decisione porterà inevitabilmente alla discriminazione non solo delle coppie dello stesso sesso, ma anche e soprattutto dei loro figli; ritiene che tale azione costituisca una violazione diretta dei diritti dei minori, quali elencati nella Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 1989; esprime preoccupazione per il fatto che tale decisione si iscrive in un più ampio attacco contro la comunità Lgbtqi+ in Italia; invita il governo italiano a revocare immediatamente la sua decisione».

La Lega vuole cacciare Giuseppe Busia dal vertice dell’Autorità Anticorruzione. La sua colpa Aver aspramente criticato il nuovo Codice degli appalti varato dal governo di Giorgia Meloni e rivendicato da Matteo Salvini. «Gravi, inqualificabili e disinformate dichiarazioni del presidente Busia sul Codice Salvini: se parla così di migliaia di sindaci e pensa che siano tutti corrotti, non può stare più in quel ruolo», è l’attacco lanciato da Stefano Locatelli, responsabile Enti locali della Lega. «Busia ha dei compiti di controllo – prosegue il dirigente del Carroccio – invece certifica di essere prevenuto, non neutrale e quindi non credibile».

In Veneto vogliono un loro inno. La proposta di legge è della Regione governata dal leghista Luca Zaia: ha già ottenuto l’ok della commissione Cultura e a breve giungerà nell’aula del Consiglio regionale. L’indicazione è di scegliere tra «motivi esistenti» o di «nuova ideazione». A favore hanno votato i consiglieri della Lega-Liga Veneta, contrari i membri di opposizione Pd e Veneto che vogliamo; l’alleata di maggioranza Fratelli d’Italia si è invece astenuta.

Nordio bluffa sul reato di tortura. Come scrive Giulia Merlo per Domani: «Apparentemente, il guardasigilli e il partito che lo ha eletto sono in aperto contrasto. FdI, infatti, ha presentato un disegno di legge per abrogare gli articoli 613 bis e ter del codice penale, ovvero il reato di tortura e di istigazione alla tortura, trasformandole in una semplice aggravante, che prevede l’aumento fino a un terzo della pena. Il ministro, invece, ha risposto al question time del Pd dicendo che “senza se e senza ma, il governo non ha intenzione di abrogare il reato di tortura”, sia per ragioni di “ottemperanza a norme internazionali” che di “coerenza”. Tuttavia, ha aggiunto, “vi sono aspetti tecnici da rimodulare”, perchè l’attuale formulazione del reato “ha delle carenze tecniche di specificità e tipicità”. Proprio in questo corollario solo apparentemente secondario si nasconde invece l’elemento determinante».

Prima di questo c’è stata la strage di Cutro, le parole di Piantedosi e il suo decreto, la legge per i “rave party” come urgenza nazionale, la guerra ai poveri e poi tutto quel pullulare nel sottobosco di fascisti. E siamo solo all’inizio.

Buon venerdì.

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